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mercoledì 18 novembre 2020

Due o tre cose che so di Gramsci. Antonio Gramsci ai Giovani. - Angelo d'Orsi

Da: Angelo d'Orsi Angelo d'Orsi è professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino. (https://www.facebook.com/angelo.dorsi.7


Leggi anche: Su Gramsci e la fondazione del Pci - PIERO GOBETTI


"Se si volesse sintetizzare in termini estremi il messaggio di Antonio Gramsci ai giovani del suo tempo, e del nostro - in particolare i giovani proletari ai quali egli si rivolge - esso potrebbe essere un pressante invito all'istruzione (i proletari non possono concedersi il lusso dell'ignoranza, a differenza dei padroni) e all'impegno (ossia alla lotta per l'emancipazione dal dominio borghese) . Il giovane Antonio scelse questa duplice strada quando era ancora studente liceale in Sardegna e vi rimase fedele fino alla morte dopo una lunga penosa detenzione."

                                                                       


domenica 17 gennaio 2021

"LA PARABOLA DEL COMUNISMO" - Angelo D'Orsi

Da: Casa della Cultura Via Borgogna 3 Milano - Angelo d'Orsi è professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino. (https://www.facebook.com/angelo.dorsi.7)

Che cosa resta del comunismo? - Luciano Canfora, Sergio Romano

"Operai, soldati, soviet, partito: chi fece la rivoluzione?"- Angelo D'Orsi, Guido Carpi

Leggi anche: STORIA DEL MARXISMO - Andras Hegedus -

Sull' URSS - Marcello Grassi

ESSERE MARXISTA, ESSERE COMUNISTA, ESSERE INTERNAZIONALISTA OGGI - Samir Amin

La missione morale del Partito comunista - György Lukács

Sulla Nostra Rivoluzione*- Vladimir Lenin (1923)

La crisi marxista del Novecento: un’ipotesi d’interpretazione*- Stefano Garroni

Comunisti, oggi. Il Partito e la sua visione del mondo. - Hans Heinz Holz.

                                                                           

venerdì 6 novembre 2020

La Rivoluzione d'Ottobre - Angelo d'Orsi

Da: Angelo d'Orsi - Angelo d'Orsi è professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino. (https://www.facebook.com/angelo.dorsi.7)

Come funziona il Soviet*- John Reed 

LA RIVOLUZIONE BOLSCEVICA 1917–1923. Il comunismo di guerra - Edward H. Carr

DEMOCRAZIA E RIVOLUZIONE - Bertrand Russel

La donna, la nuova morale sessuale e la prostituzione*- Joseph Roth

Rivoluzione d’Ottobre e democrazia*- Domenico Losurdo

Un “ponte sull’abisso”. Lenin dopo l’Ottobre*- Alexander Höbel 

La terra della rivoluzione d'Ottobre: un paese di donne in cammino verso l'emancipazione - Armağan Tulunay

Vedi anche: La Rivoluzione Russa - Luciano Canfora 

Il ricordo vivo del grande Ottobre - Andrea Catone


                                                                           

Davanti al grottesco spettacolo che ci giunge dalla patria della democrazia (già lodata da Tocqueville nel secolo XIX), davanti ai conteggi del voto, alle minacce di riconteggio, alla prospettiva di una Corte di nomina governativa che decide l'esito del "libero voto" (come del resto già accadde nello scontro fra Al Gore e Bush junior, decretato vincitore pur essendo stato sconfitto nelle urne) mi viene una nostalgia di Vladimir Ili'c, detto Lenin capace di bruciare i vascelli alle sue spalle, metttere fine alla farsa della Costituente, e ordinare l'assalto al Palazzo d'Inverno, il 7 novembre 1917. 

Del resto la rivoluzione non è un pranzo di gala (questo lo disse Mao Zedong); ma in quell'assalto praticamente non ci furono vittime, se non qualcuna fra gli assalitori. Le vittime, a centinaia di migliaia, giunsero dopo, in seguito alla guerra civile scatenata dalle forze reazionarie interne con l'aiuto delle potenze imperialistiche esterne. 

Certo, oggi è difficile pensare, in Occidente, come spiegava Gramsci, a una rivoluzione secondo il modello bolscevico, ossia l'assalto frontale; e ci si deve attrezzare per lavorare sul piano culturale e ideologico per conquistare l'egemonia, una controegemonia delle classi subalterne da contrapporre a quella delle classi borghesi. I proletari potranno così diventare prima classe dirigente, ossia egemonica ideologicamente e culturalmente, per poi diventare dominante, ossia capace di esercitare il potere nella società, avviandola al socialismo. 
 
Eppure ci sono fasi e momenti in cui una bella rivoluzione, una rivoluzione "come si deve", appare come la sola soluzione alla crisi. 

Naturalmente, non è all'ordine del giorno, mancano i soggetti, l'organizzazione, persino la cultura rivoluzionaria. Se non a chiacchiere. E proprio Lenin ci ha insegnato che è molto più dilettevole e utile provare a fare una rivoluzione che non teorizzare o discutere su di essa. Perciò chiudo qui il discorso. E invito a seguire l'ultima mia "lectio brevis" dedicata appunto alla Rivoluzione d'Ottobre.  (A. d'Orsi) 

sabato 26 giugno 2021

La narrazione intorno alle foibe. Un'ambigua verità di stato - Angelo d'Orsi

Da: Angelo d'Orsi - Angelo d'Orsi è professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino (https://www.facebook.com/angelo.dorsi.7). Direttore delle riviste "HISTORIA MAGISTRA" (https://www.historiamagistra.it) e "GRAMSCIANA" (https://www.facebook.com/gramsciana). Candidato Sindaco di Torino.
Leggi anche: E allora, le foibe?!” 
Marc Bloch oltre la nouvelle histoire: prospettive teoriche da riscoprire*- Adriana Garroni

L’incontro, organizzato dall'Associazione culturale “Tina Modotti”, si è tenuto il 10 aprile 2019 presso il Teatro dei Fabbri (Trieste). 
L'evento aveva come titolo: “La narrazione intorno alle foibe: riflessioni su un’ambigua verità di stato“. 
Per rivedere l'intero incontro: 


                                                                         

mercoledì 9 dicembre 2020

Il Futurismo - Angelo d'Orsi

Da: Angelo d'Orsi Angelo d'Orsi è professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino. (https://www.facebook.com/angelo.dorsi.7)


Stavolta è il turno del Futurismo, il movimento artistico e politico, nato nel 1909, grazie al talento e allo spirito imprenditivo di Filippo Tommaso Marinetti, che svolse inizialmente un ruolo importante nello svecchiamento delle arti e delle lettere italiane (e perciò fu apprezzato per esempio da Antonio Gramsci),  e nel contempo di una modernizzazione culturale adeguata allo sviluppo industriale; ma che, imbevuto di nazionalismo e di bellicismo, finì nell'abbraccio mortale con il fascismo. Questo fu il cosiddetto "Secondo Futurismo", cui dedicherò una lezione specifica. Qui parlo del Futurismo "classico", la cui stagione si chiude con lo scoppio della Prima guerra mondiale, in cui purtroppo trovarono la morte, fra gli altri, il pittore Umberto Boccioni e l'architetto Antonio Sant'Elia, due geni.   (Angelo d'Orsi) 

                                                                           


martedì 2 febbraio 2021

«Il Principe» di Niccolò Machiavelli - Angelo d'Orsi

Da: Angelo d'Orsi Angelo d'Orsi è professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino. (https://www.facebook.com/angelo.dorsi.7


Considerazioni sul "Principe" - Gennaro Sasso 


                                                                          

Il Principe è il classico del pensiero politico per antonomasia: un testo ripubblicato continuamente dalla prima edizione del 1532, apparsa dopo la morte di Niccolò Machiavelli, che scrisse l’opera di getto nel 1513, dopo essere stato rudemente congedato dal suo incarico nella Segreteria di Firenze, con il ritorno dei Medici, a uno dei quali, tale Lorenzino, il trattatello fu dedicato, inutilmente. Maledetto, vietato, il libro circolò segretamente e, quindi, palesemente, fino ai nostri giorni, non solo fra gli studiosi, ma tra i politici professionali, tra i manager, nelle gerarchie militari, come un manuale del potere. E in effetti Il Principe è un trattato, all’insegna di un assoluto realismo politico, indirizzato a chi voglia conquistare il potere o intenda conservarlo, e rafforzarlo. Ma il potere per Machiavelli non è un fine a sé stesso, piuttosto un mezzo per raggiungere il benessere della popolazione, la salvezza della polis. E la politica è la scienza del potere, che deve essere separata e distinta dalla morale (al tempo gli insegnamenti delle Sacre Scritture). Basterebbe questo a rendere immortale questo capolavoro teorico-politico, e letterario.

venerdì 21 maggio 2021

La Comune di Parigi (1871) - Angelo d'Orsi

Da: Angelo d'Orsi - Angelo d'Orsi è professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino. (https://www.facebook.com/angelo.dorsi.7)

MARX E LA RIVOLUZIONE DEL 1848 - Irene Viparelli* 

La Comune di Parigi e gli intellettuali contemporanei - Alessandra Ciattini


"All’alba del 18 marzo, Parigi fu svegliata da un colpo di tuono: 'Vive la Commune!'. Che cos’è la Comune, questa sfinge che tanto tormenta lo spirito dei borghesi? “I proletari di Parigi,” diceva il Comitato centrale nel suo manifesto del 18 marzo, in mezzo alle disfatte e ai tradimenti delle classi dominanti hanno compreso che è suonata l’ora in cui essi debbono salvare la situazione prendendo nelle loro mani la direzione dei pubblici affari… Essi hanno compreso che è loro imperioso dovere e loro diritto assoluto di rendersi padroni dei loro destini, impossessandosi del potere governativo"               (Karl Marx)

                                                                            

La Comune di Parigi durò settantuno giorni, dal 18 marzo al 28 maggio 1871. Fu il più bell’esperimento politico della storia contemporanea: finì malissimo, dopo aver illuminato cuori e menti di coloro che lo conducevano e avere acceso scintille di speranza in coloro che lo seguivano a distanza. Si trattò sicuramente del più grande avvenimento rivoluzionario della seconda metà del XIX secolo, o forse dell'intero secolo. I proletari parigini presero il potere e diedero vita ad uno Stato nello Stato, secondo i caratteri essenziali della società comunista. Il suo fallimento fu lievito teorico e pratico per la storia del movimento operaio mondiale. 

lunedì 25 gennaio 2021

Rosa Luxemburg - Angelo d'Orsi

Da: Angelo d'Orsi - Angelo d'Orsi è professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino. (https://www.facebook.com/angelo.dorsi.7


                                                                            

Leggi anche: Il voto alle donne e la lotta di classe (1912) - Rosa Luxemburg

Il secondo e terzo volume del Capitale di Marx - Rosa Luxemburg (1919) 

Che cosa vuole la Lega Spartaco - Rosa Luxemburg (1918)  

Una lettera di Rosa Luxemburg e la risposta di Karl Kraus ad una lettrice di "Die Fackel" 

La luxemburg, Lenin e la democrazia. - Stefano Garroni. 14/06/2006 -

ROSA LUXEMBURG: RIVOLUZIONARIA, DONNA, FEMMINISTA* - Antonella Marazzi

Rosa Luxemburg e Hannah Arendt sulla rivoluzione*

Il capitale «apre» i confini: accumulazione e crisi del globale in Rosa Luxemburg - MICHELE CENTO e ROBERTA FERRARI

Rosa Luxemburg e la Quarta Internazionale - Lev Trotsky*

Rosa Luxemburg e la teoria del capitalismo*- Una recensione di Paul M. Sweezy

Rosa Luxemburg critica dell’economia politica - Marco Palazzotto

ROSA LUXEMBURG. COSCIENZA, PASSIONE, AZIONE - Sebastiano Isaia

Vedi anche: "Rosa Luxeburg e Karl Liebknecht


mercoledì 19 agosto 2020

Gli anni 1919-1922 in Italia - Angelo D'Orsi

Da: Angelo d'Orsi Angelo D'Orsi è professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino. 

Gli anni 1919-1920 sono chiamati “Biennio Rosso”, per il carattere di agitazione sociale e di attesa di grandi cambiamenti che li contraddistingue, al punto da rappresentare il periodo “rivoluzionario” per antonomasia nella storia del Novecento italiano; ma sono anche gli anni della rivoluzione mancata.  L’immiserimento provocato dalla guerra nei ceti popolari, l’arricchimento delle classi possidenti, le insoddisfazioni e le attese dei reduci, una generale richiesta di cambiamento sociale, il mito della Russia bolscevica, furono le cause principali dei moti di quei due anni. Ma le divisioni interne al mondo socialista, la mancanza di autentici leader e l’impreparazione delle dirigenze politiche, i livelli non sempre adeguati di coscienza delle masse resero impraticabile l’opzione rivoluzionaria. E al “Biennio Rosso” fece seguito il “Biennio Nero” (1921-1922), con l’avvento del fascismo.

                           Il biennio "Rosso":
                                                               

                                                                                                           Il biennio "Nero":
                                                                                         
                                                                                                                             

martedì 27 ottobre 2020

giovedì 6 agosto 2020

Il «Manifesto del Partito Comunista» - Angelo D'Orsi

Da: Angelo d'Orsi - Angelo+D'Orsi è professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino.
Leggi anche: Il Manifesto del Partito Comunista*- Karl Marx e Friedrich Engels (1848) 
                       Introduzione al MANIFESTO - Stefano Garroni 
                      Introduzione al Manifesto del Partito Comunista*- David Harvey**
                      UNA RILETTURA TEORICA E POLITICA DEL MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA - Riccardo Bellofiore
                       Il ruolo della borghesia nel Manifesto del partito comunista 
                       MARX E LA RIVOLUZIONE DEL 1848 - Irene Viparelli*
Vedi anche:   Marx e Engels: Il Manifesto del Partito Comunista - Antonio Gargano 
                      Il Manifesto Del Partito Comunista

La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi. 
Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta. 

                                                                            

giovedì 8 ottobre 2020

«Stato e rivoluzione» di V. I. Lenin - Angelo D'Orsi

Da: Angelo d'Orsi - Angelo D'Orsi è professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino.



                                                                           

venerdì 26 giugno 2020

L’«Utopia» di Tommaso Moro - Angelo D'Orsi

Da: Angelo d'Orsi - Angelo d'Orsi è uno storico italiano.               

                                                                         

martedì 30 novembre 2021

“Storia e Politica”: un dialogo tra Angelo d'Orsi e Alessandro Barbero

Da: Da: Angelo d'Orsi
Angelo d'Orsi è professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino. 
Alessandro Barbero è uno storico, scrittore e accademico italiano, specializzato in storia del Medioevo e in storia militare.


La storia nasce come ricostruzione e riflessione sul potere. 
Tra la storia e la politica si stabilisce subito un nesso forte, al punto che v’è chi ha definito la storia la politica del passato e la politica la storia del presente. 
In altre parole, è impossibile occuparsi di storia eliminando la sfera politica.

                                                                           

giovedì 22 aprile 2021

Viva la guerra! La seduzione bellica tra '800 e '900

Da: Angelo d'Orsi - Angelo d'Orsi è professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino. (https://www.facebook.com/angelo.dorsi.7

A contrasto con lo stato di “pace” relativa della “Belle Epoque” – dopo il 1870 – si levarono numerose voci che reclamavano la guerra, il “ritorno del cannone”. In particolare in Italia, oltre ai futuristi e a D’Annunzio, fu un pugno di letterati che nel 1910, riuniti nell’Associazione Nazionalista, iniziarono la campagna per andare in Libia, e quindi si scatenarono nella propaganda per l’intervento nella Grande guerra, iniziata nell’estate 1914 e in cui infine le autorità italiane decisero di portare il Paese nel maggio del ’15. Quella scelta, in contrasto con il sentire diffuso della popolazione, costò 600 mila morti. La diffusione di una ideologia bellicistica, ad opera degli intellettuali, ottenne il triste trionfo. 

                                                                          

“Ci voleva, alla fine un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne. Ci voleva una bella innaffiatura di sangue per l’arsura dell’agosto; e una rossa svinatura per le vendemmie di settembre; e una muraglia di svampate per i freschi di ottobre. È finita la siesta della vigliaccheria, della diplomazia, dell’ipocrisia e della pacioseria.” (Giovanni Papini, Amiamo la guerra!, in “Lacerba”, 1914) 

domenica 25 febbraio 2018

“E allora, le foibe?!”

Da: http://temi.repubblica.it



Il trionfo della menzogna: le foibe. di Angelo D'Orsi (20 febbraio 2018)


Se il comunismo è finito, perché l’anticomunismo prospera? A Kiev come a Roma, a Budapest come a Varsavia, a Washington come a Berlino, in Brasile come in Cile, governanti, magistrati, politici, giornalisti, professori emanano leggi, accendono polemiche, aprono processi, creano norme amministrative, o si spingono a riscrivere la storia in un senso diligentemente revisionistico, e rovescistico. 

Lo scopo è uno: mandare alla sbarra, in senso proprio o figurato (culturalmente), il comunismo, i suoi teorici, i suoi esponenti storici, i suoi dirigenti e militanti. Non solo cancellare il passato, in cui il comunismo (in qualche sua forma) ha prosperato, ma punire chi ammette di avervi aderito. “Sorvegliare e punire”, ecco la ricetta: sorvegliare e punire quei reprobi. Molti dei quali, in vero, tra coloro che rivestirono ruoli dirigenti, hanno gareggiato nel negare il proprio passato, presentandosi come esempi viventi di nicodemismo: comunisti in pubblico, per necessità (!?), acomunisti o anticomunisti nel segreto del cuore. 

Per gli altri, invece, ecco scattare la sanzione sociale. Escludere, ostracizzare, ridicolizzare chi prova a resistere sul piano culturale, chi, magari citando Bobbio, invita, semplicemente, a non rallegrarsi davanti alla caduta del comunismo storico, ma a prendere atto che anche se larga parte di quell’esperimento è fallito, rimane intatta l’ansia di liberazione di centinaia di milioni di esseri umani, schiacciati dai grandi potentati economici, vilipesi da una ingiustizia mostruosa, offesi dall’essere esclusi dal proscenio, dopo che, un secolo fa la Rivoluzione Bolscevica li aveva fatto uscire dall’ombra dando loro la parola, e addirittura portandoli al potere. Quell’ansia di liberazione dei subalterni è stata moltiplicata dagli svolgimenti del turbocapitalismo nel senso della disuguaglianza, dell’oppressione, dell’ingiustizia. Delle nuove povertà per le classi medie, delle accresciute povertà per i poveri, delle accresciute ricchezze per i ricchi. 

lunedì 22 gennaio 2018

Gramsci. Una nuova biografia - Angelo D'Orsi

Da: Centro Sociale 28 Maggio
Angelo D'Orsi è uno storico italiano. Professore ordinario di Storia delle dottrine politiche presso il Dipartimento di Studi Storici dell'Università di Torino.

Prima parte:



                                                              Seconda parte:  https://www.youtube.com/watch?v=sF4GKJM6WLo

lunedì 17 giugno 2019

Antonio Gramsci. Ritratto di un rivoluzionario - Angelo D'Orsi

Da: Laboratorio Lapsus - Angelo D'Orsi, allievo di Norberto Bobbio, è professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino.

                                                                         

«Carissima mamma, vorrei per essere proprio tranquillo, che tu non ti spaventassi o ti turbassi troppo, qualunque condanna stiano per darmi.
Che tu comprendessi bene anche col sentimento, che io sono un detenuto politico e sarò un condannato politico, che non ho e avrò mai da vergognarmi di questa situazione.
Che, in fondo, la detenzione e la condanna le ho volute io stesso, in certo modo, perchè non ho mai voluto mutare le mie opinioni per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione.
Che perciò io non posso che essere tranquillo e contento di me stesso.
Cara mamma, vorrei proprio abbracciarti stretta stretta perché tu sentissi quanto ti voglio bene e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente.
La vita é così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini. Ti abbraccio teneramente».

Antonio Gramsci, lettera alla madre, 10 maggio 1928

giovedì 30 gennaio 2020

Jugoslavia, memorie del Paese che non c’è più. - Angelo d’Orsi

Da: http://temi.repubblica.it/micromega-online/ - Angelo+D'Orsi è professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino.

Jugonostalgia. La parola indica quell’insieme di sentimenti, pensieri, e una profondissima disillusione, che si agita nel cuore e nella mente di chi ha conosciuto e amato quello strano capolavoro che fu la Jugoslavia di Josip Broz Tito, che, alla fine di un’aspra guerra di liberazione antifascista e antinazista, la rifondò sotto forma di Repubblica Federativa nel 1945, che poi, nel 1963, divenne Repubblica Socialista Federale. Un capolavoro in quanto il maresciallo Tito seppe dosare centralismo e autonomia, alle singole etnie, che oggi, dopo la distruzione della Federazione sono diventati altrettanti Stati, o micro-Stati, che si sforzano, tra dramma e farsa, di costruirsi una individualità.

Come si sa quel mosaico di culture lingue e religioni fu cancellato dopo la caduta del Muro, non tanto per una implosione interna quanto per effetto di interventi esterni, a cominciare dalla Germania di Kohl e dal Vaticano di Wojtila, che innescarono un processo decennale di conflitti, che insanguinarono popoli e famiglie, spezzarono ciò che era stato unito, frammentarono molecolarmente un Paese, misero padri contro figli, fratelli contro fratelli, mogli contro mariti.

Abbiamo ricostruzioni storiche, memorie personali, testimonianze che ci hanno fatto conoscere questa vicenda truce, uno dei frutti avvelenati del 1989; ma proprio la sua gravità e la sua complessità fanno sì che ogni nuovo contributo, quale che sia il suo registro (letterario, storiografico, politologico…), sia il benvenuto. Come questo testo – tra memorialistica e narrativa – di Dunja Badnjevič (Come le rane nell’acqua bollente, Bordeaux Edizioni, 2019, 159 pp.) che costituisce uno dei più dolenti e amari messaggi d’amore per la Jugoslavia, non scevro tuttavia di spirito critico, che nasce anche dall’esperienza binazionale dell’autrice, interprete autorizzata del governo jugoslavo in Italia.

Dunja finisce per entrare nel mondo del PCI, e stabilisce rapporti significativi con la dirigenza del partito, e anche con esponenti del mondo intellettuale di area comunista. Ne fornisce frammenti di memoria, che non mancano di aspetti interessanti, talora nuovi, spesso anche divertenti: come quella volta che Berlinguer ricevette i complimenti della delegazione jugoslava all’ultimo congresso del PCI (Milano, 1983), e l’aggettivo “emozionante” usato dal capo delegazione fu tradotto malamente dall’interprete, diventando “divertente”. Berlinguer ne fu molto sorpreso: “è la prima volta che mi definiscono divertente. Dovrebbero sentirlo quelli che mi dipingono sempre con la faccia lunga e luttuosa! Che bello!”.

Gli episodi narrati sono numerosissimi, lungo gli anni di interpretariato politico, un ruolo, e non solo un mestiere, che l’autrice ha svolto con crescente competenza, via via che la sua conoscenza della lingua italiana migliorava, vivendo se stessa come un ponte che collegava le due sponde dell’Adriatico, un collegamento tra i comunisti italiani e quelli jugoslavi, gli uni e gli altri anomali rispetto all’ortodossia russo-sovietica. In questa attività Dunja mise passione politica, oltre che impegno scientifico, e visse le vicende ora esaltanti, ora mortificanti di una storia di cui si sentiva parte: in sintesi, l’autoritarismo di Tito in patria, autoritarismo spesso dittatoriale, che lei aveva sperimentato da vicino, con la deportazione del padre spedito in quell’isola-prigione che era Goli Otok (la cosiddetta “Isola nuda”, su cui aveva pubblicato un bel libro, da Bollati Boringhieri nel 2008); ma anche la lungimiranza di quel leader in politica estera, con la scelta dei “Non allineati”, l’allontanamento dall’URSS, il che comportò anche una feroce repressione dei “filorussi”, ossia degli ortodossi del socialismo reale: tra i quali appunto il padre dell’autrice, un importante diplomatico, che era convinto che non si dovesse mai voltare la spalle alla “patria del socialismo”, la Russia, a qualunque costo.

La nostalgia per il proprio Paese, la Jugoslavia socialista, emerge anche nel confronto con l’Italia, le sue disfunzioni, su vari piani. La Jugoslavia era uno Stato che assicurava una buona istruzione, del tutto gratuita, ma severa; garantiva assistenza sanitaria e sociale; favoriva la diffusione della cultura, come dello sport: piscine e teatri erano assai diffusi; le librerie erano sempre affollate e si leggeva molto più che in Italia.

I viaggi di ritorno a Belgrado, la città natale della BadnJevič, negli anni più recenti erano altrettante pugnalate: tutto ciò che allora, sotto Tito, funzionava benissimo – dall’Università agli ospedali – ora era in rovina, o quasi; e si avvertiva nella società, un clima generale di sfiducia, di diffidenza, di latente conflittualità. Non tutto andava certo per il meglio fino al 1980, l’anno della scomparsa di quel padre della patria, e l’autrice sa tenere a bada il rimpianto governandolo con la fredda osservazione della realtà, quella di ieri, del passato socialista, comparata a quella di oggi, quando il capitalismo trionfa, a scapito di tutto e tutti. E la poesia del volontarismo nella illusione della costruzione del socialismo, riemerge, in squarci in cui si parla di politica, di sport, di teatro: una espressione tipica erano le Brigate del lavoro, in cui migliaia di giovani offrivano la loro opera nei campi più diversi, travolti dalla generosa utopia della edificazione della “patria socialista”, una patria multietnica in cui il socialismo, appunto, avrebbe favorito l’integrazione, salvaguardando le specificità dei diversi popoli del mosaico jugoslavo.

Le guerre degli anni Novanta, frantumarono definitivamente quelle speranze, o illusioni che fossero. E quel Paese fu distrutto, e ancora ci si chiede perché. L’auto-interrogazione dell’autrice sul Paese che non c’è più, ma anche sul partito che non c’è più assume nel finale un tono di profonda mestizia. “Provo nostalgia per le sicurezze che avevano i giovani una volta – la scuola, il lavoro, la casa, i figli, la pensione, la salute – e che oggi non esistono più. Per la certezza che un domani sarebbe stato migliore per i miei nipoti, più di quanto non lo sia stato per la nostra generazione. E invece accade tutto il contrario” (p. 131).

(13 dicembre 2019)

giovedì 13 febbraio 2020

L’occupazione italiana nei Balcani - Angelo Del Boca

Da: https://volerelaluna.it - Angelo_Del_Boca è uno storico, giornalista e scrittore italiano, considerato il maggiore storico del colonialismo italiano.
Leggi anche: Jugoslavia, memorie del Paese che non c’è più. - Angelo D’Orsi

                   E allora, le foibe?!” - Angelo D’Orsi

                       https://cambiailmondo.org/2019/02/22/sulle-foibe-2-sergio-bologna-von-banditen-erschossen-su-mattarella-e-le-foibe/?
                        https://ilmanifesto.it/monsieur-le-president-lettera-a-sergio-mattarella/?
Vedi anche: Alessandra Kersevan su fascismo e foibe (Prima parte: https://www.youtube.com/watch?v=5l59zDt3VmY) -
                                                                                       (Seconda parte: https://www.youtube.com/watch?v=5l59zDt3VmY) -             

- Dedichiamo queste pagine tratte dal libro di un grande storico, Angelo Del Boca, Italiani brava gente, al presidente Mattarella – che nel giorno del ricordo, nell’escludere ogni nesso, fosse anche di contesto, tra l’orrore delle foibe e i “torti del fascismo” ha insinuato l’accusa di “negazionismo” e “riduzionismo” verso gli storici che quel nesso invece hanno indagato –  con l’augurio che gli possano in futuro evitare simili scivoloni storiografici.  Qui sono documentate le atroci sofferenze inflitte  dall’esercito fascista e dagli italiani alla popolazione slovena all’inizio degli anni ’40, senza considerare le quali  i successivi orrori delle foibe – che pur colpirono anche degli innocenti – non troverebbero altra spiegazione che la naturale barbarie slava e il delirante odio ideologico. Rimuovere le “nostre” colpe (le colpe dell’Italia fascista) come a suo tempo furono rimosse le responsabilità penali dei criminali di guerra che le ordinarono e compirono, significa attizzare nuovi odii tra popoli che invece dovrebbero e potrebbero convivere nel rispetto reciproco. https://volerelaluna.it -


Oltre che sulle regioni dell’intero Corno d’Africa e sulla Libia, Vittorio Emanuele III regnava sull’Egeo, l’Albania, il Kosovo, il Dibrano, lo Struga, la provincia slovena di Lubiana, la Dalmazia, parte della provincia di Fiume … Ma truppe italiane presidiavano anche il Montenegro, parte della Bosnia e della Croazia, la Grecia, parte della Francia meridionale e la Corsica, alcune zone dell’Unione Sovietica. Alla fine del 1942, quando l’Africa Orientale Italiana era ormai persa, erano dislocati sui vari fronti all’estero oltre 1.200.000 uomini. Nei soli Balcani, sui quali si appunta maggiormente la nostra attenzione, erano presenti 650.000 soldati, suddivisi in dieci corpi d’armata, mediocremente equipaggiati (Posizione 3636). 

Militari e funzionari civili miravano anzitutto a una fascistizzazione accelerata della regione, anche se, in cambio, non offrivano alla popolazione neppure la cittadinanza italiana a pieno titolo, ma soltanto l’ambigua qualifica di «cittadino per annessione» . E quando in Slovenia, come del resto in Dalmazia, in Montenegro, in Croazia, cominciavano ad accendersi i primi fuochi della rivolta, la repressione era immediata e inesorabile . D’altronde molti dei militari e dei funzionari impiegati nei Balcani si erano già fatti le ossa in Libia, in Etiopia, in Spagna. Essi consideravano le popolazioni slave appena un gradino più in su di quelle africane. Uno di essi, il generale Alessandro Pirzio Biroli, era riuscito, in qualità di governatore dell’Amhara, a riscuotere l’ammirazione dello stesso Graziani per aver ordinato l’impiccagione di 20 paesani di Quoratà e la fucilazione di quattro preti. Il 27 luglio 1937, il viceré così lo elogiava : «Ben ha fatto Sua Eccellenza Pirzio Biroli ad imitare l’esempio di Debrà Libanòs, che per il clero dell’ex Scioa è stato assai salutare, perché preti e monaci adesso filano che è una bellezza». Pirzio Biroli aveva anche coperto l’eliminazione segreta di alcuni capi villaggio, che erano stati gettati, con una pietra al collo, nelle acque del lago Tana (Posizione 3646).

Un bilancio terribile