martedì 17 luglio 2018

ROSA LUXEMBURG. COSCIENZA, PASSIONE, AZIONE - Sebastiano Isaia

Da: https://sebastianoisaia.wordpress.com - https://www.facebook.com/sebastiano.isaia
Leggi anche: https://ilcomunista23.blogspot.com/2015/08/una-candela-che-brucia-dalle-due-parti.html
                      https://ilcomunista23.blogspot.com/2015/03/il-capitale-apre-i-confini.html



Il marxismo non è una dozzina di persone che si
distribuiscono a vicenda il diritto alla “competenza”, 
e di fronte alle quali la massa dei pii musulmani 
debba inchinarsi in cieca fede. Il marxismo è una
dottrina rivoluzionaria, che nulla aborre di più che
le formule valide una volta per tutte, e che mantiene
viva la sua forza nel clangore delle armi incrociate 
dell’autocritica e nei fulmini e tuoni della storia.
Rosa Luxemburg 


Lo spirito di Rosa Luxemburg, l’ideale socialista, 
era una passione travolgente che travolgeva tutto; 
una passione, allo stesso tempo, del cervello e del 
cuore, che la divorava e la sollecitava a creare. 
L’unica ambizione grande e pura di questa donna 
impareggiabile, l’opera di tutta la sua vita, non fu
 altro che preparare la rivoluzione che doveva lasciare
 il passaggio franco al socialismo. Poter vivere la 
rivoluzione e partecipare alle sue battaglie, era per 
lei la suprema felicità.
Clara Zetkin

1. La militanza come coscienza di classe e passione rivoluzionaria

L’articolo di Maria Turchetto (1) sul libro di Rosa Luxemburg L’accumulazione del capitale (1912) ai miei occhi ha soprattutto il merito di ricordarci la figura politica e umana della grande rivoluzionaria polacca (naturalizzata tedesca) brutalmente assassinata nel 1919 dalla canaglia al servizio della controrivoluzione. «Operai! Operaie! Cose mostruose stanno avvenendo a Berlino da qualche giorno. […] Un mostruoso assassinio è stato commesso contro Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg. Non è vero che Karl Liebknecht sia stato abbattuto durante un tentativo di fuga. Testimoni obiettivi hanno stabilito all’obitorio che Karl Liebknecht è stato colpito a distanza ravvicinata e di fronte. Rosa Luxemburg è stata gettata a terra in modo bestiale da una banda di borghesi e quindi smembrata e trascinata via. E le truppe governative, che avrebbero dovuto arrestare e proteggere l’inerme prigioniera, non hanno impedito quest’azione vile e cannibalesca». Così scriveva Die Freiheit il 17 gennaio 1919. «Oggi a Berlino, la borghesia e i socialtraditori esultano; sono riusciti ad assassinare K. Liebknecht e R. Luxemburg. Ebert e Scheidemann, che per quattro anni hanno condotto gli operai al macello, in nome di interessi briganteschi, si sono assunti oggi la parte dei carnefici dei dirigenti proletari. L’esempio della rivoluzione tedesca ci persuade che la “democrazia” è solo una copertura della rapina borghese e della violenza più feroce. Morte ai Carnefici» (Lenin). Come sappiamo, l’auspicio leniniano non si realizzò, e anzi nuovi carnefici, diversi solo nelle divise e nei simboli, sostituiranno quelli vecchi.

In effetti, la responsabilità politica del massacro dei due rivoluzionari marxisti e di miglia di proletari rivoluzionari che lottarono sotto le insegne della neonata Lega di Spartacofaceva capo al governo socialdemocratico di Ebert, Scheidemann, Landsberg, Wissel e Noske. «Noske assume il comando supremo delle truppe per la guerra civile osservando: “bisogna pur che qualcuno sia il cane sanguinario ”» (2). In democrazia come in ogni altro tipo di regime politico-istituzionale la classe dominante trova sempre i suoi cani sanguinari da aizzare contro i sovvertitori dell’ordine sociale. Rosa Luxemburg sapeva benissimo che Ebert e Scheidemann sarebbero stati «spinti dalle circostanze alla dittatura con o senza stato d’assedio», e per questo nel suo Discorso sul Programma pronunciato a Berlino il 30 dicembre 1919, al Congresso di fondazione del Partito Comunista Tedesco (Lega di Spartaco), invitò il proletariato «ad affrontare la lotta fra rivoluzione e controrivoluzione senza illusioni, petto contro petto e occhio nell’occhio» (3). E sapeva bene, avendo alle spalle tanti anni di appassionata militanza politica spesa al servizio della causa rivoluzionaria, che il movimento operaio d’avanguardia tedesco a quel punto non aveva la forza sufficiente per coinvolgere nel processo rivoluzionario l’intero proletariato, la campagna tedesca e gli strati più impoveriti della piccola borghesia. Basta leggere i suoi ultimi articoli, scritti nel pieno della mattanza controrivoluzionaria e resistendo ai sempre più pressanti inviti dei compagni a sottrarsi con una fuga precipitosa all’imminente arresto e alla vendetta del nemico di classe, per rendersi conto di quanto lucida e poco incline all’ottimismo ideologico fosse l’analisi di Rosa Luxemburg alla vigilia del suo brutale quanto vigliacco assassinio. Per la comunista polacca si trattava, a quel punto, di come organizzare un’ordinata ritirata strategica delle forze ancora disposte a combattere fino alle estreme conseguenze, così da preparare su più solide basi politiche e organizzative una successiva ondata rivoluzionaria.

Ma la ritirata strategica, se non vuol trasformarsi in una catastrofica débâcle, deve prevedere momenti di attiva battaglia, singole iniziative di attacco, incoraggiamento delle truppe, così da rendere meno doloroso e più sicuro l’arretramento complessivo del fronte di lotta. La Luxemburg decise di mettersi alla testa, insieme agli altri compagni spartachisti, di questa complessa e rischiosissima impresa, anche per non alimentare nel proletariato d’avanguardia, già abbastanza demoralizzato, l’idea che nel momento del massimo sacrificio i capi della rivoluzione pensano solo a come salvare la pelle. Bisognava bere l’amaro calice della rivoluzione fino in fondo, essere rivoluzionari nella buona come nella cattiva sorte. In altri termini, una serie di valutazioni politiche ed etiche convinsero «la più geniale tra tutti i discepoli di Karl Marx» (F. Mehring) a rimanere sul campo di battaglia fino all’ultimo, condividendo la sorte di chi ancora non intendeva chinare la testa e consegnare le armi al nemico. Lotta rivoluzionaria e autocritica della rivoluzione: queste due impellenze ispirarono la condotta politica e umana (sempre che si possa fare questa distinzione nel caso di specie) della grande aquila nel famigerato gennaio 1919. «La rivoluzione è l’unica forma di “guerra” in cui la vittoria finale possa essere preparata solo attraverso una serie di “sconfitte”!»: così scrisse la rossa Rosa nel suo ultimo articolo, dal titolo tristemente emblematico e presago: L’ordine regna a Berlino. Un ordine borghese ripristinato con tutti i mezzi necessari (pacifici e violenti), e che ebbe come sua espressione più verace la Repubblica di Weimar, nata appunto sulle ceneri della rivoluzione sociale e tra fiumi di sangue. Ancora nel gennaio del 1920 «la polizia aveva sparato con le mitragliatrici sulla folla che manifestava davanti al Reichstag per i Consigli uccidendo 42 persone tra i dimostranti» (4). Scheda elettorale e mitraglia: è così che la democrazia capitalistica difende l’ordine sociale basato sullo sfruttamento dei lavoratori.

Scriveva György Lukács nel gennaio del 1921: «È un segno dell’unità tra teoria e praxis nell’opera di Rosa Luxemburg il fatto che quest’unità di vittoria e disfatta, di destino singolo e di processo totale abbia formato il filo conduttore della sua teoria e della sua condotta di vita. […] Il fatto che essa rimase accanto alle masse nonostante la sconfitta della rivolta di gennaio, da anni lucidamente prevista sul piano teorico e su quello tattico nel momento stesso dell’azione, è appunto la giusta conseguenza dell’unità tra teoria e praxis nella sua azione, così come l’odio mortale che ebbe a meritarsi dai suoi assassini: i socialdemocratici opportunisti» (5). Anche quando la teoria sviluppata dalla Luxemburg non fu sempre, a mio modestissimo avviso, all’altezza della sua incrollabile volontà rivoluzionaria, certamente si può rintracciare nella sua azione politica il fecondo tentativo di fondare la prassi su un solido e sicuro terreno teorico, in modo da conferirle un respiro che andasse al di là della mera contingenza, oltre le esigenze di una tattica pensata solamente per risolvere i problemi del momento e senza alcun legame con il programma strategico.

Per quanto riguarda il merito del libro di Rosa Luxemburg sintetizzato brillantemente da Maria Turchetto, devo “confessare” che da sempre (diciamo da quando l’ho studiato per la prima volta, cioè nella prima metà degli anni Ottanta) condivido le critiche a cui lo sottoposero Lenin, Anton Pannekoek e Henryk Grossmann. La lettura del bell’articolo in questione non mi ha fatto cambiare idea; mi ha però sollecitato a rileggere un’ennesima volta il testo luxemburghiano, una lettura che, per quel che vale, consiglio a chi vuole approfondire la conoscenza non solo della rivoluzionaria di Zamošć, ma anche del Capitale marxiano, nonché del Capitalismo e dell’Imperialismo colti nel loro movimento storico.. Come scrisse Paul M. Sweezy nella sua Introduzione del 1958 al libro di Rosa Luxemburg, «nonostante, malgrado, i suoi errori e le sue deficienze che non sono trascurabili, L’accumulazione del capitale è opera notevole di una grande rivoluzionaria» (6). Condivido pienamente questo giudizio, tanto più se rifletto sul fatto che quegli errori e quelle deficienze furono in parte dovuti alla fretta dell’autrice di assestare un duro colpo teorico e politico a personaggi che si autodefinivano socialisti e marxisti nello stesso momento in cui portavano acqua al mulino della conservazione sociale. Ai miei occhi gli errori e le deficienze della Luxemburg, palesati in ogni caso sul terreno della militanza rivoluzionaria, valgono infinitamente di più di qualche critica corretta sul piano astrattamente dottrinario che allora le arrivò da alcuni presunti “marxisti ortodossi” intenti a dimostrare la possibilità di transitare pacificamente e progressivamente dal Capitalismo al Socialismo alla vigilia della Prima carneficina mondiale. «Gli epigoni che nell’ultimo decennio hanno tenuto in mano la direzione teorica del movimento operaio in Germania, hanno fatto bancarotta al primo scoppio della crisi mondiale, hanno ceduto pacificamente il timone all’imperialismo» (7). È sotto questa sinistra e veritiera luce che bisogna guardare i “successi teorici” che quegli epigoni credettero di cogliere qualche anno prima ai danni dell’indomita rivoluzionaria. Come scriveva Paul Mattick, «L’accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg incontrò un rifiuto quasi generale tra i teorici della socialdemocrazia, non tanto perché osava criticare Marx o deduceva la realtà concreta dell’imperialismo dalle difficoltà di realizzazione dell’accumulazione, ma perché accennava alla fine inevitabile del capitalismo e indicava quindi una politica proletaria di lotta di classe, diametralmente opposta all’atteggiamento riformistico dominante» (8). Per una critica puntuale del testo luxemburghiano consiglio il libro di Grossmann Il crollo del capitalismo, dal quale cito i passi che seguono: «La concezione di Rosa Luxemburg si fonda del resto sulla supposizione di una fine meccanica del sistema capitalistico. Se si pensasse ad un esercizio soltanto capitalistico di tutta la produzione sulla terra, “l’impossibilità del capitalismo apparirebbe allora chiaramente”. Viene così anticipata sul piano teorico una situazione quale taluni rivoluzionari vogliono scorgere in ogni crisi, grazie alla quale si spera in “una distruzione automatica del capitalismo”. Lenin aveva gettato uno sguardo assai penetrante su questa connessione quando affermava: “talvolta i rivoluzionari si sono sforzati di dimostrare che la crisi è assolutamente senza via d’uscita. 
Non esistono situazioni che non presentino in assoluto alcuna via d’uscita” (9). Ironia della sorte, anche Grossmann sarà a sua volta colpito, a torto, dall’accusa di essere un teorico del crollo inevitabile del Capitalismo, «di una fine meccanica del sistema capitalistico». 

Secondo i rispettivi critici, Rosa Luxemburg si sarebbe aspettata la «fine meccanica del sistema capitalistico» dal versante della realizzazione del plusvalore (sfera della circolazione), Henrik Grossmann da quello della valorizzazione del plusvalore (sfera della produzione). In realtà sia l’una che l’altro sapevano benissimo che senza rivoluzione sociale, senza il farsi classe per sé del proletariato, non esiste alcuna «fine meccanica del sistema capitalistico». Entrambi i presunti “crollisti” intesero piuttosto combattere le concezioni armoniciste e riformiste del loro tempo, ponendo l’accento su quelle tendenze oggettive e ineliminabili che minando il processo di accumulazione del capitale, provocano le devastanti crisi economiche e sociali che sono in  grado di scuotere dalle fondamenta l’ordine sociale e così creare le “condizioni oggettive” per una soluzione rivoluzionaria della catastrofe. Come insegna la storia dell’ultimo secolo, senza quella soluzione la catastrofe (o il crollo) può preparare una nuova rinascita del Capitalismo, magari passando attraverso il massacro degli individui e la distruzione di “capitale costante”.

L’einaudiano Giuseppe Russo qualche tempo fa cercava di spiegare ai suoi lettori i motivi del «fallimento» della previsione marxiana circa la fine del Capitalismo: «Quando Karl Marx formulò le sue previsioni sulla fine del capitalismo, aveva in mente la caduta tendenziale del tasso di profitto. […] C’è da domandarsi perché mai il capitale dovesse avere profitti (rendimenti) decrescenti e la risposta sta nel fatto che Marx pensava a mercati finiti, mentre l’ambizione di profitto dei capitalisti non lo è. Conquistato l’ultimo mercato da parte del capitale, si sarebbe verificato il collasso. Ci sono tre buone ragioni per cui, fino ad oggi, la previsione di Karl Marx non si è avverata. La prima è che i mercati sono finiti solo in teoria, ma nella pratica sono collegati ai bisogni delle persone. Le persone abitanti sul pianeta sono costantemente cresciute di numero, quindi quel limite non si è mai raggiunto, per ora. In secondo luogo, i bisogni delle persone non sono costanti, ma sono sia proporzionati al loro reddito (e quindi fino a che esistono paesi a basso reddito, ci sono mercati che devono crescere per soddisfare i bisogni futuri), sia sono dinamici e mutano nel tempo con la cultura e l’innovazione. Legata a questa seconda osservazione ve ne è una terza. L’innovazione crea e distrugge: l’industria dell’auto ha distrutto quella delle carrozze; l’industria informatica sostituirà il terziario che si occupava di informazioni strutturabili. Questa distruzione avviene di continuo ma può subire delle accelerazioni quando le innovazioni anziché essere ben distribuite si concentrano. […] Il capitalismo, in altri termini, non è arrivato alla crisi finale anche perché attraversa crisi periodiche nelle quali il capitale meno produttivo viene purgato e sostituito da capitale più produttivo. Alla fine di queste crisi, il rendimento medio del capitale che era prostrato risale e così l’incentivo a risparmiare, accumulare a investire non viene meno» (10).

Ora, non solo Marx non ha mai pensato a «mercati finiti» in termini assoluti, come sa chiunque abbia letto – non dico capito – le sue opere “economiche”, ma il suo concetto di capitale contraddice nel modo più evidente la tesi di un limite fisico assoluto per l’investimento capitalistico, raggiunto il quale il sistema basato sullo sfruttamento sempre più intensivo (scientifico) della capacità lavorativa deve necessariamente collare. Questa tesi si trova piuttosto in non pochi epigoni di Marx, ma di questo non si può certo accusare il comunista di Treviri, il quale peraltro fece in tempo a dichiarare la propria estraneità al “marxismo”. Se nei suoi scritti “economici” Marx sottolineò continuamente il carattere rivoluzionario del vigente modo di produrre e distribuire la ricchezza sociale, e lo contrappose al carattere conservatore dei precedenti modi di produzione, è appunto perché egli comprese che la sopravvivenza del Capitale dipende da un continuo allargamento e rivoluzionamento della sfera economica, la quale non va in nessun caso concepita come uno spazio fisico, ma come una dimensione sociale (addirittura “esistenziale”: vedi il concetto di colonizzazione capitalistica delle anime) in continua e sempre più accelerata trasformazione. Detto en passant, fu lo stesso Marx che introdusse il concetto – se non la locuzione – di distruzione creatrice, poi ripreso e sviluppato in modo più o meno originale da Schumpeter; ed fu sempre lui che parlò della crisi economica generale nei termini di uno shock tanto socialmente gravido di conseguenze potenzialmente nefaste per l’ordine costituito (leggi alla voce Rivoluzione sociale), quanto salutare per un processo di accumulazione entrato in sofferenza. La produzione capitalistica non trova alcun limite assoluto nella produzione di “beni e servizi” perché in assoluto la capacità di consumo della società è illimitata, esattamente come la fame di profitto da parte del capitale. Scriveva Marx: «La tendenza a creare il mercato mondiale è data immediatamente nel concetto stesso di capitale. Ogni limite si presenta qui come ostacolo da superare» (11). Ed è questa estrema tensione intesa a superare ogni limite che sta a fondamento reale e concettuale di ciò che chiamiamo Imperialismo.
L’analisi marxiana della merce scopre il vero limite dell’accumulazione capitalistica, un limite che il capitale è chiamato appunto a superare sempre di nuovo, in qualcosa di impalpabile. Di che si tratta? Lo vedremo tra poco, occupandoci del libro di Rosa Luxemburg. In realtà chi conosce quel testo ha già capito che la mia riflessione si sta già muovendo per intero sul terreno concettuale da esso ampiamente praticato.

A proposito di imperialismo, scrive la Turchetto: «Sono convinta che le indicazioni contenute in L’accumulazione del capitale risultino ancora preziose per illuminare l’imperialismo contemporaneo». Qui devo esternare a malincuore qualche dubbio, e tra poco chiarirò il perché. Riprendo la citazione: «Il termine “imperialismo” risulta oggi desueto, è scomparso anche dal vocabolario della sinistra rimpiazzato dal più asettico “globalizzazione” che sembra alludere a un processo naturale e pacifico di espansione dei mercati. Ma se la parola è in disuso, la realtà dell’imperialismo, inteso come intreccio aggressivo di politiche economiche e militari che acuisce le diseguaglianze del mondo, rimane». Qui invece la concordanza con il mio pensiero è totale, e lo dimostro citandomi: «La Cina del XXI secolo pratica un imperialismo che per molti e decisivi aspetti risponde quasi alla lettera alla caratterizzazione che dell’Imperialismo fece Lenin sulla scorta degli studi di J. A. Hobson, di R. Hilferding e di altri economisti borghesi che si misurarono con le profonde trasformazioni intervenute nel Capitalismo mondiale alla fine del XIX secolo e agli inizi del secolo successivo. L’imperialismo che caratterizza la nostra epoca storico-sociale ha la sua più forte e profonda radice, la sua più irresistibile motivazione e potente spinta propulsiva in un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che per “mantenersi” in vita ha bisogno che la sfera economica si allarghi sempre di nuovo e si approfondisca in ogni direzione, compresa quella che alcuni filosofi chiamano “esistenziale” e taluni sociologi alla moda chiamano “biopolitica”. In altri termini, l’imperialismo moderno ha come sua base fondamentale la competizione capitalistica volta ad assicurare agli investitori pubblici e privati profitti, mercati, materie prime, infrastrutture e quant’altro. Questa spinta e questa proiezione economica, che ha nel capitale finanziario la sua più aggressiva e verace espressione, ha coinvolto sempre più gli Stati nazionali, chiamati a puntellare, proteggere e promuovere gli interessi del capitale nazionale, sempre più organizzato (in trust, monopoli, cartelli) e sempre meno rispondente all’ortodossia libero-scambiata – peraltro più frutto della mitologia liberista e antiliberista, che specchio di una concreta realtà economica. La creazione di “sfere di influenza” e di “spazi” vitali” risponde in primo luogo a processi di natura “strutturale” che non mancano di avere un loro puntuale riscontro politico, militare e ideologico. Ecco, la Cina dei nostri tempi sembra aderire perfettamente, e sempre cambiando quel che c’è da cambiare, al modello “classico” di imperialismo appena abbozzato, e quindi esporta e prepara, insieme ai suoi competitori, le condizioni oggettive dei conflitti bellici e sociali ovunque entrano in gioco i suoi interessi economici e strategici: in Asia, in Africa, in America Latina» (12). Naturalmente l’articolo citato faceva l’esempio della Cina solo perché di quel Paese esso si occupava. Per par condicio mi vedo costretto (sic!) a un’altra citazione: «Dopo la Seconda guerra mondiale il Giappone ha continuato la sua espansione economica nello spazio vitale che gli compete dal punto di vista storico e geopolitico. Anziché bruciare i tempi servendosi dello strumento militare come aveva cercato di fare negli anni Trenta, adesso il Giappone si serve dello strumento imperialistico per eccellenza: il Capitale, rivelando in tal modo la vera natura storico-sociale del moderno Imperialismo, la cui intima essenza è radicata nell’imperiosa (brutale, violenta, totalitarianecessità del Capitale di espandere la propria sfera di dominio – socialmente, geograficamente, esistenzialmente, “antropologicamente”: è il solo concetto di globalizzazione capitalistica che a mio avviso ha senso e che proprio per questo si sottrae alle tradizionali e il più delle volte banali declinazioni di quella locuzione. Anziché esportare eserciti, il Giappone del Secondo dopoguerra ha iniziato a esportare merci, tecnologie, scienza e capitali a caccia di alti profitti e di ancora più cospicue e sicure rendite finanziarie. Mutatis mutandis, analogo discorso si può fare per la Germania e, in una forma molto più sfumata, per l’Italia: vedi la sua penetrazione mercantile, finanziaria e politica nei Balcani, nell’aria Danubiana e nelle ex colonie africane. Giappone, Germania e Italia; verrebbe da dire: guarda che combinazione!» (13). Scriveva Grossmann nel 1928: «Proprio questo carattere aggressivo del capitalismo odierno gli imprime il marchio specifico che noi concepiamo sotto il nome di “imperialismo”» (14).

In realtà tutte queste citazioni intendono realizzare un indiretto dialogo con L’Accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg. Tracce dei miei studi di quel testo si trovano in un mio scritto di molti anni fa, del quale pongo all’attenzione dei lettori alcuni brani. Naturalmente non si tratta, per me, di rispolverare vecchie polemiche, di stabilire torti e ragioni (e chi se ne frega!), ma piuttosto di contribuire in qualche modo alla comprensione del Capitalismo e dell’Imperialismo dei nostri giorni.

2. Rosa Luxemburg e l’accumulazione del capitale

È qui appena il caso di ricordare a grandi linee che alla fine del XIX secolo nel movimento operaio il concetto di crisi economica finì per saldarsi con quello di crollo del Capitalismo, concetto che accreditava un’inevitabile palingenesi sociale, più o meno fecondata dalla violenza rivoluzionaria delle classi subalterne. La fine del Capitalismo non fu solo ritenuta storicamente necessaria – come aveva affermato Marx – sul fondamento di una transitorietà che aveva riguardato i modi di produzione che lo avevano preceduto, bensì, in qualche modo, anche fatale. La temeraria saldatura concettuale di crisi e crollo spontaneo/inevitabile/definitivo aveva come proprio retroterra teorico una lettura tutta ideologica dei testi marxiani. In realtà essa servì da paravento dottrinario ad una prassi che – svincolata dall’assillo di dover costruire i presupposti soggettivi della rivoluzione, dato che il Capitalismo sarebbe appunto crollato automaticamente consegnando lo Stato borghese nelle mani del proletariato –  poteva abbandonarsi alla cura degli interessi immediati della classe lavoratrice, soprattutto di quel suo strato (definito aristocrazia operaia) che godeva di condizioni salariali migliori e di una collocazione nei settori più avanzati del sistema industriale e che pertanto possedeva maggiore forza contrattuale rispetto agli altri lavoratori, per non parlare dei disoccupati.

Più in generale, si venne a consolidare nella Socialdemocrazia tedesca l’idea, che Marx ed Engels avevano già combattuto scontrandosi soprattutto con i leader del movimento operaio inglese, secondo la quale una dura lotta sindacale contro i padroni e una lotta politica intesa a conquistare maggiori spazi di “agibilità democratica” per i lavoratori, bastassero da sole a caratterizzare in senso rivoluzionario un partito, soprattutto quando esso avesse assunto proporzioni “di massa”. Già nella sua Critica al programma di Gotha (1875), scritta contro i numerosi epigoni di Ferdinand Lassalle, Marx aveva denunciato la penetrazione nel movimento operaio di ideologie estranee al comunismo critico-rivoluzionario, e i successivi sviluppi teorici e politici di quel movimento, culminati nel famigerato agosto 1914, confermarono le preoccupazioni del comunista di Treviri, che non caso volle prendere le distanze da ogni tipo di “marxismo”.

L’ideologia crollista nacque “ufficialmente” in Germania come risposta alle tesi riformiste di Eduard Bernstein esposte in una serie di articoli e poi elaborate in un testo del 1896 che allora fece scalpore e che ebbe una duratura – quanto cattivissima – influenza sul movimento operaio: I presupposti del socialismo e i compiti della Socialdemocrazia. Nel testo di Rosa Luxemburg Riforma sociale o rivoluzione? (1899) si trova forse la critica più sprezzante, più radicale e più coerente allo “spirito marxiano” del riformismo “movimentista” («Lo scopo finale per me è nulla, il movimento è tutto») di Bernstein. «È bastato che l’opportunismo parlasse per mostrare che non aveva niente da dire. E in ciò sta la particolare importanza del libro di Bernstein nella storia del partito» (15). Bernstein non aveva niente di nuovo da dire, semplicemente perché l’opportunismo di fatto aveva impregnato di sé la Socialdemocrazia quasi nella sua interezza e al netto degli equilibrismi centristi di cui Karl Kautsky, il “Papa Rosso”, fornì prova per un lungo periodo. Il libro di Bernstein (16) ebbe quantomeno il merito di suscitare nella Socialdemocrazia tedesca un rinnovato interesse per i testi marxiani riguardanti il processo di accumulazione, i limiti dello sviluppo capitalistico, le cause delle crisi economiche, e così via, e ciò alla luce degli straordinari mutamenti che avevano cambiato il volto del Capitalismo internazionale. Scriveva la Luxemburg: «Bernstein ha iniziato la sua revisione del programma socialdemocratico con l’abbandono della teoria del crollo del capitalismo. Ma dato che il crollo della società borghese è una pietra angolare del socialismo scientifico, Bernstein, per essersi allontanato da questo pilastro, doveva logicamente arrivare a far crollare tutta la concezione socialista» (17). Occorre chiedersi fino a che punto è corretto, dal punto di vista marxista, istituire un legame indissolubile tra la teoria del crollo e il «socialismo scientifico»; in altri termini occorre chiarire in che senso è legittimo parlare di crollo, parlarne cioè criticamente(“scientificamente”) e non ideologicamente, solo per esibire un’irriducibile – quanto poco fondata sul piano teorico e politico – avversione al dominio sociale capitalistico.

Con un articolo apparso sulla Neue Zeit del 1898, Heinrich Cunow sforna la prima teoria del crollo inteso come «crisi mortale» del sistema capitalistico, ossia come catastrofe inevitabile e definitiva che non può essere evitata perché procede secondo «ferree leggi di natura». Lo spunto, probabilmente, egli lo trasse forzando il significato di quanto Engels aveva scritto in una nota al Terzo libro del Capitale nell’edizione del 1894, nella quale segnalava i mutamenti intervenuti nella struttura del Capitalismo con la formazione dei trust e dei cartelli, per concludere che alle vecchie crisi generate da lunghi cicli espansivi, si stavano sostituendo lunghi momenti di «stagnazione cronica come condizione normale dell’industria moderna». In ogni caso, la fiaba del «crollo imminente» attestava l’incapacità degli epigoni di Marx di comprendere ciò che stava fiorendo nel Capitalismo giunto ormai nella sua fase “matura”, e in questo Bernstein non si era sbagliato.
Cunow legava Il crollo del capitalismo, come da titolo di una sua celebre opera, al sottoconsumo delle masse proletarie: mentre la capacità produttiva del Capitalismo si allargava a dismisura, la capacità di consumo dei lavoratori si restringeva a causa del declino dei loro salari, e ciò lasciava marcire, per così dire, il plusvalore contenuto in una gran massa di merci. 

Il mercato non può più estendersi al medesimo ritmo della produzione: questo vero e proprio mantra crollista verrà ripetuto, con qualche piccola variazione, da tutti i maggiori teorici “ortodossi” della socialdemocrazia tedesca, i quali rappresentavano un sicuro punto di riferimento per tutta la socialdemocrazia europea. La causa fondamentale del crollo inevitabile/definitivo/imminente veniva in ogni caso individuato da essi non nella sfera della valorizzazione del capitale, che per Marx costituisce il luogo centrale del processo capitalistico di produzione, il punto critico da cui partire per comprendere la dinamica capitalistica colta nella sua totalità, ma nella sfera della circolazione, nel cui seno il valore viene “semplicemente” realizzato. Anche Rosa Luxemburg individuò nella sfera della circolazione (nella realizzazione del valore) la magagna che aveva dato corpo all’imperialismo e che preparava la fine oggettiva del Capitalismo.

«Io esprimo i più seri dubbi che, in una società composta soltanto di capitalisti e lavoratori come quella che sta alla base degli schemi di Marx, l’accumulazione possa compiersi; esprimo il parere che lo sviluppo della produzione capitalistica nel suo insieme non possa essere racchiuso entro un rapporto schematico fra imprese puramente capitalistiche; e i “competenti” mi rispondono: ma certo che lo può! lo si dimostra brillantemente “in base alla tabella IV”, “lo mostrano appunto gli schemi”, cioè il fatto che la serie di cifre scelte a titolo di esemplificazione e chiarimento si lasciano, sulla carta, sommare e sottrarre a piacere» (18). In primo luogo non è affatto vero che «la serie di cifre scelte a titolo di esemplificazione e chiarimento [questo è corretto e qui la Luxemburg si limita a ripetere le avvertenze metodologiche marxiane che peraltro lei stessa mostra non di rado di sottovalutare e fraintendere] si lasciano, sulla carta, sommare e sottrarre a piacere»: le cifre marxiane non si lasciano affatto «sommare e sottrarre a piacere», arbitrariamente, semplicemente perché esse rispondono a una precisa logica e, soprattutto, a una precisa concezione del processo di accumulazione del capitale. E infatti  la più feroce nemica degli «epigoni di Marx» esprime   «i più seri dubbi che, in una società composta soltanto di capitalisti e lavoratori come quella che sta alla base degli schemi di Marx, l’accumulazione possa compiersi», che «lo sviluppo della produzione capitalistica nel suo insieme possa essere racchiuso entro un rapporto schematico fra imprese puramente capitalistiche». Il problema non è quindi stabilire se le cifre marxiane si lasciano o no sommare o sottrarre «sulla carta» (e dove se no?), ma quale concezione capitalistica ha informato la critica di Rosa Luxemburg.

Nonostante le avvertenze metodologiche dello stesso Marx (19) circa l’intenzionale astrattezza del suo modello di capitalismo («Qui non vi sono né commercianti né finanzieri né banchieri né classi solo consumatrici e non partecipi direttamente della produzione delle merci») (20), la Luxemburg accusò dunque il barbuto di Treviri di aver costruito un modello sociale troppo puro, troppo astratto, al punto da sganciarsi completamente dalla reale dinamica capitalistica. Così facendo la nostra critica della marxiana riproduzione allargata dimostrò di non aver compreso né il metodo analitico di Marx, ossia quel procedimento che aveva permesso all’autore del Capitale di penetrare criticamente le categorie fondamentali dell’economia politica per mettere in luce quello che «l’ingannevole apparenza delle cose» mostra come il riflesso di realtà autonome, non riconducibili ad alcun momento unitario; né il significato degli schemi marxiani, cosa Marx intese dimostrare con essi.

«L’ipotesi teorica di una società composta esclusivamente di capitalisti e lavoratori, perfettamente giustificata per determinati scopi d’indagine, mi parve insufficiente e perturbante nell’analisi dell’accumulazione del capitale sociale totale» (21). Invece a mio avviso l’ipotesi teorica marxiana raggiunge pienamente il suo scopo: 1. Fare luce sulla complessa dialettica tra valore d’uso (merci orientati al consumo produttivo, merci orientati al consumo improduttivo “primario” e di “lusso”) e valore di scambio che regola il processo di riproduzione sociale; 2. criticare in primo luogo la «stupefacente» concezione smithiana che non contemplava il capitale costante nella produzione sociale totale, ma solo il capitale variabile (salari) e il plusvalore (22); 3. criticare le altre teorie della riproduzione (come quella di Destutt de Tracy) che in un modo o nell’atro occultavano e mistificavano lo sfruttamento capitalistico dei lavoratori desumendo la genesi del profitto in cause estranea al processo di valorizzazione del capitale, che è appunto un processo di sfruttamento che prescinde, in linea di principio, dal livello (basso, alto, medio) di consumo dei capitalisti e dei lavoratori.

«Non c’è dubbio che Marx intese rappresentare il processo dell’accumulazione in una società composta esclusivamente di capitalisti e lavoratori, in regime di generale ed esclusivo dominio del modo di produzione capitalistico. Ma con tale premessa, il suo schema non permette altra deduzione che questa: la produzione per amore della produzione» (23). Qui l’incomprensione della Luxemburg circa le intenzioni analitiche di Marx appare evidente, soprattutto alla luce della lungimiranza marxiana che dalla prospettiva del XXI secolo risalta con particolare evidenza. «Il prodotto del processo di produzione capitalistico non è né un semplice prodotto (valore d’uso) né una semplice merce, cioè un prodotto che ha un valore di scambio; il suo prodotto specifico è il plusvalore. [… ] Che il fine della produzione capitalistica sia il prodotto netto, di fatto puramente nella forma del plusprodotto, in cui si rappresenta il plusvalore, deriva dal fatto che la produzione capitalistica è essenzialmente produzione di plusvalore» (24). L’ipotesi “purista” marxiana, avanzata per facilitare la comprensione di un oggetto di per sé molto complicato, in nulla contraddice a questa fondamentale tesi. L’opera marxiana va considerata nella sua totalità e tenendo conto delle indicazioni metodologiche che l’autore ha sempre cura di precisare e ripetere, a volte con eccessiva insistenza, anche perché buona parte dei suoi scritti non erano nemmeno destinati alla pubblicazione.

Secondo Sweezy, Rosa Luxemburg «negò insistentemente che lo schema – marxiano – fosse una fedele rappresentazione della realtà capitalistica» (XVIII). Ma il primo a negare che lo schema della riproduzione «fosse una fedele rappresentazione della realtà capitalistica» fu appunto Marx in persona! Se ne ricava che quella tesi luxemburghiana raggiunge il suo corretto obiettivo critico solo se è indirizzata esclusivamente contro quei “marxisti” che vollero leggere i noti – famigerati? – schemi di riproduzione in chiave armonicista e sviluppista. Scrive Guido Carandini: «Senza entrare nei dettagli della analisi marxiana si deve però almeno coglierne la problematica per intendere il senso vero di questa complessa indagine. Esso sta in fondo nella dimostrazione che il meccanismo di produzione capitalistico solo casualmente può trovarsi nelle condizioni per cui le esigenze produttive e di consumo siano effettivamente soddisfatte nello scambio generale fra i diversi settori. Il ché equivale a dire che normalmente ciò non avviene» (25).

Ma veniamo al punto dolente della questione, alla realizzazione del plusvalore. «Da dove si origina la domanda continuamente crescente che sta alla base del progressivo allargamento della produzione nello schema di Marx? Una prima cosa è chiara: ch’essa non può venire dagli stessi capitalisti. […] Fondamento dell’accumulazione è il non-consumo del plusvalore da parte dei capitalisti: per chi produce, dunque, quest’altra parte, questa parte accumulata di plusvalore? I lavoratori possono realizzare il plusvalore capitalistico ancor meno della classe capitalista. […] La realizzazione del plusvalore all’infuori delle due sole classi esistenti della società appare tanto necessaria quanto impossibile» (26). Ma il consumo di plusvalore da parte dei capitalisti non contraddice in alcun modo né la teoria marxiana né la prassi dell’accumulazione capitalistica. Secondo Marx il processo di accumulazione non esclude «affatto, anzi include da parte del capitalista un consumo che cresce con la grandezza del plusvalore. […] Esso vi è congiunto in quanto l’esistenza del capitale pone l’esistenza del capitalista, e quest’ultima è condizionata dal suo consumo di plusvalore. […] E se questo processo è allargato – ciò che implica allargato consumo produttivo dei mezzi di produzione – questa riproduzione del capitale può essere accompagnata da allargato consumo individuale (dunque domanda) dei lavoratori» (27). Ma ultimiamo la citazione luxemburghiana: «L’accumulazione del capitale è finita in un circolo vizioso: il libro II del Capitale non ci permette di uscirne. […] Essendo dunque impossibile trovare all’interno della società capitalistica gli acquirenti visibili delle merci in cui la parte accumulata del plusvalore si nasconde, non resta che una via d’uscita: il commercio estero. […] La realizzazione del plusvalore è a priori legata in quanto tale a produttori e consumatori non-capitalistici. L’esistenza di acquirenti non-capitalistici del plusvalore è dunque condizione diretta di vita per il capitale e per la sua accumulazione, e rappresenta perciò il punto decisivo del problema dell’accumulazione del capitale» (28).

Per uscire fuori dal – presunto – circolo vizioso marxiano Rosa Luxemburg pensò bene di prendere la strada che porta dalla sfera della valorizzazione del capitale a quella della realizzazione del plusvalore, e a quel punto la rivoluzionaria perse ogni contatto con l’essenza della concezione marxiana dell’accumulazione capitalistica, cosa che indebolì anche la sua capacità di comprensione del processo sociale capitalistico colto nella sua dimensione mondiale – vedi il fenomeno “imperialismo”.

Sulla base dell’analisi marxiana dell’accumulazione capitalistica si comprende benissimo perché a un certo punto dello sviluppo capitalistico debba insorgere necessariamente la crisi che provoca l’arresto dell’accumulazione, e come, altrettanto necessariamente, alla crisi debba seguire una nuova fase espansiva. L’espandersi e il contrarsi del salario sono due fenomeni che vanno naturalmente connessi alle diverse fasi della congiuntura economica e che in qualche modo la influenzano in notevole misura, sia dal lato della valorizzazione del capitale (vedi saggio del plusvalore e saggio del profitto), sia da quello della realizzazione del valore. Lo sviluppo e la crisi non sono che due momenti necessari dell’economia capitalistica, ne caratterizzano per così dire il respiro; l’uno prepara l’altro, sempre di nuovo. Si tratta piuttosto di capire a quali condizioni il respiro dell’economia fondata sullo sfruttamento del lavoro salariato, cioè sul profitto, può tramutarsi in un rantolo mortale. Condizioni che chiamano potentemente in causa il soggetto storico della rivoluzione, ossia il costituirsi del proletariato «in partito politico», per dirla con Marx. E su questo punto Rosa Luxemburg la sapeva infinitamente più lunga del modestissimo epigono di Marx che scrive le modestissime cose che ha l’ardire di sottoporre alla paziente e benevola – si spera! – attenzione dei lettori.

Teoria dello sviluppo capitalistico e teoria della crisi capitalistica sono incorporate, così, nella più generale teoria della valorizzazione del capitale che in Marx coincide con la teoria dell’accumulazione capitalistica: la produzione sociale allargata sempre di nuovo in vista del profitto.

«Inoltre, non si vede perché tutti i mezzi di produzione e di consumo necessari debbano essere prodotti solo capitalisticamente. È vero che quest’ipotesi sta alla base dello schema marxiano della accumulazione, ma non corrisponde né alla prassi quotidiana e alla storia del capitalismo né allo specifico carattere di questo modo di produzione. […] Basta del resto pensare al ruolo che l’importazione del grano contadino e perciò prodotto in ambiente non capitalista gioca nell’alimentazione della massa dei lavoratori industriali dell’Europa (cioè come elemento del capitale variabile) per vedere come l’accumulazione del capitale sia legata nei suoi elementi materiali ad ambienti non-capitalistici» (29). Qui abbiamo la teorizzazione di una situazione storica contingente, destinata a cambiare profondamente nel tempo fino a convergere con l’ipotesi marxiana del capitalismo come unico modo di produzione presente sulla faccia della Terra. Proprio lo «specifico carattere di questo modo di produzione» tende a che «tutti i mezzi di produzione e di consumo necessari debbano essere prodotti solo capitalisticamente»: Marx lo aveva capito sviluppando il concetto stesso di capitale; la Luxemburg mostrava di non comprenderlo già in una fase notevolmente avanzata dello sviluppo capitalistico, almeno in Europa, negli Stati Uniti e in Giappone. In ogni caso, la prassi capitalistica ha ampiamente confutato la teoria luxemburghiana dell’ambiente non-capitalistico come necessaria condizione dello sviluppo capitalistico e, quindi, come conditio sine qua non della sopravvivenza della società capitalista.

Una contraddizione, sulle tante altre, emerge dunque con estremo vigore nell’argomentare di Rosa Luxemburg, contraddizione che ne rende evidente l’intima debolezza. Mentre giustificava le “incongruenze” di Marx con il limitato sviluppo capitalistico del suo tempo, dall’altro assumeva proprio le condizioni del Capitalismo nella sua fase iniziale a modus vivendi del Capitalismo in generale. Per la Luxemburg, cioè, l’ambiente precapitalistico non è più solo l’ovvio dato di partenza dello sviluppo capitalistico, il quale ha come propria “missione storica” la distruzione di ogni ostacolo che si oppone allo sviluppo delle forze produttive; ma diventa il presupposto della sua stessa condizione di esistenza, la sua forza e il suo insormontabile limite storico. Partendo dall’ovvia constatazione che «il capitalismo nasce e si sviluppa storicamente in un ambiente sociale non-capitalistico», Rosa Luxemburg giunge ad una conclusione che rappresenta non solo l’abbandono degli schemi del II libro del Capitale, ma l’abbandono della concezione marxiana dello sviluppo capitalistico: «Il capitalismo ha bisogno, per la sua esistenza e per il suo ulteriore sviluppo, di un ambiente costituito da forme di produzione non-capitalistiche».

«I marxisti “legali” russi hanno indubbiamente battuto i loro avversari populisti, ma hanno vinto troppo. Tutti e tre – Struve, Bulgakov, Tugan-Baranovskij – hanno, nel fervore della battaglia, dimostrato più di quanto si doveva dimostrare. Il problema era: è il capitalismo in generale, e in particolare in Russia, suscettibile di sviluppo? E i suddetti marxisti hanno dimostrato così a fondo questa capacità di sviluppo, da dimostrare anche la possibilità teorica di un’esistenza eterna del capitalismo. È chiaro che, una volta ammessa l’illimitata accumulazione del capitale, si è anche provata la illimitata vitalità del capitale. […] la dimostrazione, partita dalla possibilità del capitalismo, sfocia nell’impossibilità del socialismo» (30). Nei testi di Lenin scritti contro il populismo russo e contro i “marxisti legali” (Le caratteristiche del romanticismo economico del 1897 e Lo sviluppo del capitalismo in Russia, scritto tra il 1896 e il 1898), troviamo una critica anticipata del libro della Luxemburg, e questo non a caso. Lenin infatti ebbe modo di affrontare teoricamente e praticamente tutti i problemi connessi con la genesi e lo sviluppo del Capitalismo in un Paese, la Russia appunto, che con quei problemi si stava misurando ormai da alcuni anni. Per il rivoluzionario russo l’accumulazione originaria del capitale, la formazione del mercato interno, la funzione del mercato estero (31), ecc. costituivano problemi di scottante attualità, e da questa prospettiva egli poteva verificare la bontà della teoria “economica” marxiana anche alla luce delle critiche che provenivano sia dal socialismo piccolo borghese (proudhoniani e sismondiani), peraltro già ampiamente “mazziato” da Marx, sia dai “marxisti sviluppisti”. I testi leniniani dimostrano come anche allora, senza cioè aspettare il gigantesco sviluppo capitalistico dell’ultimo secolo, fosse possibile criticare sviluppisti, armonicisti e riformisti d’ogni genere su un solido terreno rivoluzionario. Occorreva semplicemente sviluppare coerentemente e “dialetticamente” i lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica elaborati da Marx sempre a partire dal concetto stesso di capitale.

Ora, il problema della funzione del mercato estero nello sviluppo capitalistico compie con Rosa Luxemburg un clamoroso passo indietro concettuale, giacché essa non solo non pensa ad un mercato extranazionale negli stessi termini in cui lo concepiva Marx (e, come si è visto, Lenin): «il paese più avanzato mostra a quello meno sviluppato il proprio futuro», dal momento che la tendenza immanente dello sviluppo capitalistico è quello di dominare e di trasformare l’economia di tutti i paesi del mondo; ma fondamentalmente ella lo immagina diverso da come se lo prospettavano gli stessi populisti. Nella sua concezione, infatti, il problema del mercato estero come base del capitalismo nazionale si identifica con quello relativo alla presenza di un ambiente non-capitalistico accanto al capitalismo, ambiente che deve esistere sia all’interno dei singoli paesi sviluppati, sia al loro esterno. 
La Luxemburg non parla tanto di “mercato estero”, quanto di “mercato esterno”, esterno al Capitalismo.

Secondo la Luxemburg nella sua teoria della crisi Marx «esclude il profondo e fondamentale conflitto fra capacità produttiva e capacità di consumo della società capitalistica, originata appunto dall’accumulazione di capitale, che si traduce periodicamente in crisi e spinge il capitale ad un continuo allargamento del mercato» (32). Non sono d’accordo. Diciamo piuttosto che Marx, contro i sottoconsumisti, spiegava la crisi peculiare del Capitalismo non tanto con «il conflitto fra capacità produttiva e capacità di consumo della società», una “dialettica” che peraltro su basi capitalistiche si rinnova continuamente, ma in primo luogo con il conflitto che sempre di nuovo insorge nel processo di produzione del valore fra l’investimento capitalistico, sempre crescente (soprattutto nella sua parte “costante”, ossia per ciò che riguardo il capitale destinato all’acquisto di mezzi di produzione), e la sua valorizzazione, la quale solo sotto date condizioni dà piena soddisfazione al capitale. Ed è proprio la continua tensione che si stabilisce tra l’investimento produttivo di capitale e le condizioni della sua valorizzazione che genera i più importanti fenomeni sociali: ristrutturazioni tecnologiche, implementazione di nuovi modelli organizzativi, incremento dello sfruttamento, licenziamenti, allargamento dei mercati, esportazione di merci e di capitali, guerre commerciali e guerre militari e quant’altro. Scriveva Marx: «È pura tautologia dire che le crisi provengono dalla mancanza di un consumo in grado di pagare o di consumatori in grado di pagare […] Il fatto che merci siano invendibili non significa altro se non che non si sono trovati per esse dei compratori in grado di pagare, cioè consumatori. Ma se a questa tautologia si vuol dare una parvenza di maggior approfondimento col dire che la classe operaia riceve una parte troppo piccola del proprio prodotto, e che al male si porrebbe quindi rimedio quando essa ne rice­vesse una parte più grande, e di conseguenza crescesse il suo salario, c’è da osservare soltanto che le crisi vengono sempre preparate appunto da un periodo in cui il salario in generale cresce e la classe operaia realiter riceve una quota maggiore della parte del prodotto annuo destinato al suo consumo. Al contrario, quel periodo – dal punto di vista di questi cavalieri del sano e “semplice” buon senso – dovrebbe allontanare la crisi. Sembra quindi che la produzione capitalistica compren­da delle condizioni indipendenti dalla buona o cattiva volontà, che solo momentaneamente consentono quella relativa pro­sperità della classe operaia, e sempre soltanto come procel­laria di una crisi» (33).

In realtà la produzione capitalistica non trova alcun limite assoluto nella vendita di “beni e servizi” perché in linea di principio la capacità di consumo della società è illimitata, esattamente come la fame di profitti del Moloch capitalistico. Tuttavia quella capacità, “naturalmente elastica”, in regime capitalistico deve fare i conti con la “bronzea legge del profitto”, e non a caso lo scambio tra chi offre e chi consuma è mediato dal denaro (34), «forma generale della ricchezza» (Marx) che in una forma assai mediata, e quindi difficile da cogliere sul piano empirico, riassume in sé il concetto di lavoro sociale astratto. Come ho già detto, l’analisi marxiana della merce scopre il vero limite di quella produzione, un limite che il capitale è chiamato a superare con ossessiva puntualità, in qualcosa di impalpabile, che sfugge all’analisi empirica del processo economico capitalistico colto nella sua totalità. Mi riferisco alla complessa dialettica che viene a stabilirsi tra produttività del lavoro (misurata dal saggio del plusvalore), produttività del capitale totale investito (misurato dal saggio del profitto) e struttura tecnologica dell’impresa (o «composizione organica del capitale», misurata in termini di valore nel rapporto tra il capitale investito in mezzi di produzione e quello investito in salari: c/v). Ma qui rinvio senz’altro al III libro del Capitale.

«Si può ben supporre che Rosa Luxemburg non avrebbe mai concepito la sua teoria della necessità delle aree non capitalistiche come condizione di esistenza del capitalismo, qualora avesse riconosciuto le conseguenze della legge del valore di Marx. Non c’è alcun dubbio che dalla lettura del Capitale di Marx risulta la condizione del crollo (35). I primi due decenni della critica marxiana furono dominati da questo pensiero. Alla svolta del secolo Tugan-Baranowsky fornì la sua presentazione di una possibilità di sviluppo illimitato del capitalismo in equilibrio armonico, privo di perturbazioni. Gli fecero eco presto Hilferding e Otto Bauer, infine Kautsky. Fu naturale così che Rosa Luxemburg difendesse la concezione fondamentale del crollo necessario del capitalismo contro le deformazioni degli epigoni» (36). Purtroppo la Luxemburg si convinse che i detrattori del crollo avevano in fondo qualche ragione quando proclamavano di sviluppare le loro tesi armoniciste in perfetta concordanza con la teoria marxiana dell’accumulazione capitalistica, almeno come essa appare sintetizzata (semplificata) negli schemi di riproduzione: un errore che la condusse su un terreno pieno di rovinose buche concettuali.

«Per quanto si possano più esattamente determinare le molle economiche interne dell’imperialismo, una cosa è intanto chiara e universalmente riconosciuta: la sua essenza consiste nell’espansione del dominio del capitale dai vecchi paesi capitalistici a territori nuovi, e nella concorrenza economica e politica fra quelli per la conquista di questi. Ma, come s’è visto, nel II libro Marx suppone che il mondo intero sia ormai “una nazione capitalistica”, che tutte le altre forme sociali ed economiche siano già scomparse. Come spiegare l’imperialismo in una società che non gli concede più spazio?» (37). Qui davvero viene in chiara luce il limite teorico di Rosa Luxemburg su tre punti teorici fondamentali: la comprensione del II libro del Capitale, la comprensione della natura del capitale, la comprensione della natura del fenomeno “imperialismo”. Questo grave limite è sempre connesso con la sua tesi secondo la quale il Capitalismo per esistere ha bisogno di un ambiente precapitalistico da assoggettare, sfruttare, vampirizzare, tesi che naturalmente si connette direttamente al problema della realizzazione del valore. Ora, lo sfruttamento colonialista dei Paesi precapitalistici e semicapitalistici costituì la fase d’infanzia dell’imperialismo capitalistico, non la sua condizione permanente di esistenza. Lungi dall’indebolirsi, l’imperialismo si rafforza enormemente con l’assoggettamento dell’intero pianeta al rapporto sociale capitalistico, con la trasformazione dei Paesi non-capitalisti in Paesi capitalisti. Lo sfruttamento imperialistico non solo permane nella relazione tra i Paesi capitalistici, ma proprio lì assume la sua più alta e peculiare espressione.

Oggi che il mondo è davvero diventato una sola «nazione capitalistica» o, ancor più precisamente, una sola società dominata dal rapporto sociale capitalistico (la Società-Mondo che ha nelle nazioni i suoi nodi locali), sappiamo che l’imperialismo non ha affatto bisogno di aree non-capitalistiche o precapitalistiche per conservarsi e rafforzarsi. Il Terzomondismo dei decenni passati vedeva solo la relazione antagonistica Nord-Sud, ossia tra i Paesi capitalisticamente avanzati e quelli capitalisticamente arretrati (peraltro definiti “socialisti” sulla scorta dell’ideologia allora trionfante, lo stalinismo nelle sue varianti nazionali: maoismo, castrismo e così via); esso trascurava invece di analizzare il fondamentale confronto imperialistico che si svolgeva nel seno del “Primo mondo”, centrato soprattutto sulla competizione economica, tecnologica e scientifica, ossia, è bene ripeterlo, sul fondamento stesso del moderno imperialismo.

Scriveva Grossmann: «Come si concilia l’esportazione di capitale con la teoria di Rosa Luxemburg circa il fatto che il plusvalore non può essere realizzato nel capitalismo? Rosa Luxemburg dedica a tale questione un apposito capitolo: “I prestiti internazionali”. Lungo quasi 30 pagine leggiamo come i paesi dell’Europa, capitalisti di lunga data, esportino il capitale in paesi non capitalistici, come vi fondino persino fabbriche e costruiscano il sistema capitalistico e attirino gradualmente nelle loro “sfere d’influenza” questi paesi. […] E che cosa viene dimostrato con tutte queste esposizioni? Viene forse mostrato che il plusvalore prodotto nei paesi capitalistici avanzati viene “realizzato” in quelli non capitalistici? Nemmeno per sogno! vediamo piuttosto che i fellah e gli altri popoli asiatici e africani ecc. devono lavorare a lungo e a buon mercato, appena che essi vengono attratti nella sfera capitalistica; vediamo in una parola non come venga realizzato il plusvalore prodotto nel capitalismo, ma come venga prodotto nei paesi non capitalistici con l’aiuto dell’esportazione di capitale un plusvalore addizionale e venga trasferito nei paesi a capitalismo avanzato. Il fatto dell’esportazione di capitale non solo non si lascia conciliare con la teoria di Rosa Luxemburg, ma si trova sempre con essa in diretta contraddizione. Essa non si trova in alcun nesso con la realizzazione del plusvalore, non rappresenta dunque un problema della sfera della circolazione, è piuttosto un problema della sfera della produzione, della produzione di plusvalore addizionale all’estero» (38). Tra l’atro Grossmann nota che «il più antico sostenitore della teoria che spiega il crollo del capitalismo con la mancanza di aree di sbocco non capitalistiche, è H. Cunow. […] La diagnosi marxiana delle tendenze di sviluppo del capitalismo – si dice nell’articolo di Cunow – era esatta; Marx s’ingannò soltanto in rapporto al tempo dello sviluppo, perché nella sua epoca aveva considerato come dati i mercati di sbocco esistenti» (39). Giustamente Grossmann osservava che quella aspettativa crollista era completamente infondata sulla base della concezione di Marx, il quale considerava la dimensione mondiale del Capitalismo come la dimensione più adeguata al concetto stesso di capitale. «Marx esamina bensì attentamente il processo dell’appropriazione di mezzi di produzione noncapitalistici e di trasformazione del contadiname in proletariato capitalistico. […] Ma, nel dare l’analisi teorica del processo di produzione e circolazione del capitale, Marx torna continuamente al suo presupposto di un predominio generale ed esclusivo della produzione capitalistica. Senonché, anche nella maturità piena, il capitalismo è legato in ogni suo rapporto all’esistenza di strati e società non-capitalistici» (40). Occorre ripeterlo: la prassi capitalistica dell’ultimo secolo ha dato ampiamente ragione ai presupposti teorici di Marx e torto ai presupposti teorici di Rosa Luxemburg. «Rosa Luxemburg con la sua ipotesi ausiliaria, costruita ad hoc circa la necessità dei paesi non capitalistici, pensava di prendere due piccioni con una fava, confutare i sogni fatti dai nuovi assertori dell’armonia e dell’equilibrio, mostrare la necessità economica della fine del capitalismo e spiegare contemporaneamente l’imperialismo» (41). Eccellenti le intenzioni, disastrosi i risultati teorici.

Cosa pensava dunque la Luxemburg dell’imperialismo? «L’imperialismo è l’espressione politica del processo di accumulazione del capitale nella sua lotta di concorrenza intorno ai residui di ambienti non-capitalistici non ancora posti sotto sequestro» (42). La tesi è ribadita nell’Anticritica: «L’attuale imperialismo […] è il periodo della lotta generale e acutizzata di concorrenza fra gli stati capitalistici per gli ultimi resti di ambiente non-capitalistico sopravvissuti nel mondo» (43). La sacrosanta battaglia contro chi (Kautsky, Hilferding, ecc.) vedeva nel moderno imperialismo una «malvagia» scelta che faceva capo a determinati gruppi industriali e finanziari sostenuti da movimenti politici particolarmente reazionari, e non invece «una necessità storica», venne puntellata teoricamente da Rosa Luxemburg con una concezione completamente sbagliata circa la genesi e la natura dell’imperialismo. Anche su questo punto la Luxemburg commise l’errore di teorizzare una data condizione del Capitalismo mondiale che, come sappiamo (vedi sviluppo capitalistico in Cina, India, ecc.), sarebbe radicalmente cambiata nel tempo senza avvicinare di un solo millimetro il Capitalismo alla tomba. «Quest’idea», scriveva Paul Mattick, «aveva una certa plausibilità per il fatto che realmente il capitalismo si diffondeva sul piano geografico e coinvolgeva sempre nuovi Paesi nell’economia mondiale. ma non aveva niente a che vedere con la teoria marxiana dell’accumulazione» (44). Infatti, l’imperialismo ha a che fare, e so di ripetermi, con il concetto di capitale e con la prassi del capitale, non con il restringimento del presunto spazio vitale costituito dall’ambiente non-capitalistico.
-----------------------------------------
(1) M. Turchetto, Leggere L’accumulazione del capitale.
(2) P. Frolich , 
Rosa Luxemburg, p. 430, Rizzoli, 1987. Gli assassini materiali di Rosa Luxemburg, riconosciuti dal Tribunale di Berlino nelle persone di Runge e Vogel, se la caveranno con poco: il primo riceve una condanna di due anni e due settimane, il secondo di due anni e quattro mesi. Pochi giorni dopo Vogel verrà messo nelle condizioni di scappare in Olanda, e sarà poi amnistiato. I padroni sanno essere riconoscenti con i loro cani da guardia. 
(3) R. Luxemburg, in 
Scritti politici, p. 621, Editori Riuniti,1967.
(4) E. Rutigliano, 
Linkskommunismus e rivoluzione in occidente, p. 21, Dedalo, 1974.
(5) G. Lukács, 
Storia e coscienza di classe, pp. 56-57, Sugarco, 1988.
(6) P. M. Sweezy, 
Introduzione a R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale. Contributo alla spiegazione economica dell’imperialismo, p. XXX, Einaudi, 1980.
(7) R. Luxemburg, 
Ciò che gli epigoni hanno fatto della teoria marxistaUna anticritica, in L’accumulazione del capitale, p. 588.
(8) P. Mattick, 
Crisi e teorie della crisi, p. 103, Dedalo, 1979.
(9) H. Grossmann, 
Il crollo del capitalismoLa legge dell’accumulazione е del crollo del sistema capitalistico p. 38, Jaca Book, 1977.
(10) G. Russo, 
Capitalismo, stagnazione secolare, e politica monetaria. Una critica, 26 ottobre 2015, Centro Einaudi.
(11) K. Marx, 
Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, II, p. 9, La Nuova Italia, 1978
(12) 
La natura dell’imperialismo cinese.
(13) 
Dal secolo giapponese al tramonto del Sol Levante.
(14) H. Grossmann, 
Il crollo del capitalismo, p. 255
(15) R. Luxemburg,
 Riforma sociale o rivoluzione?, in Scritti politici, p. 207.
(16) Ecco come Bernstein sintetizzò, ridicolizzandola, la concezione dogmatica che si era fatta strada nella socialdemocrazia tedesca: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Così di una teoria che era essa stessa il prodotto della pratica concreta del movimento operaio e dello sviluppo delle correnti spirituali che l’accompagnavano, si è fatto una rivelazione divina, in sé conchiusa fin dal primo giorno e che era, è e sarà in eterno come al principio di tutte le cose. In tal modo però il marxismo viene diffuso come la saggezza definitiva, tanto che si danneggia il pensiero di Marx più di quanto gli si giovi, giacché si costringe la conoscenza che preme per farsi riconoscere la propria autorità a presentarsi in polemica con Marx» (cit. tratta da 
Storia del marxismo contemporaneo, I, Einaudi, 1978). Bernstein sembra dire ai “marxisti ortodossi”: «Siete voi che mi costringete a polemizzare con Marx, mentre io non faccio che essere fedele al suo spirito critico». Ma il problema vero è che il dogmatismo dei sacerdoti “marxisti” non solo non aveva nulla a che fare con il «Verbo» marxiano, ma ne era piuttosto una brutta caricatura, e ciò rendeva ancora più difficile cogliere la differenza tra la critica marxiana dell’economia politica e il marxismo ufficiale.
(17) R. Luxemburg
, Riforma sociale o rivoluzione?, p. 199.
(18) R. Luxemburg, 
Una anticritica, p. 498.
(19) Marx elaborò il suo schema della riproduzione semplice riprendendo il 
Tableau Economique del fisiocratico Quesnay. «Il Tableau économique di Quesnay mostra in pochi grandi tratti come un prodotto annuo della produzione nazionale, determinato nel valore, si ripartisce attraverso la circolazione così che, rimanendo invariate le altre circostanze, possa svolgersi la sua riproduzione semplice, cioè la riproduzione sulla stessa scala. In conformità con ciò, il raccolto dell’ultimo anno costituisce il punto di partenza del periodo di produzione. […] L’agricoltura viene esercitata capitalisticamente. […] Il carattere capitalistico del sistema fisiocratico provocò, già durante il suo periodo di fioritura, l’opposizione da un lato di Linguet e Mably, dall’altro dei difensori della libera piccola proprietà fondiaria. Il regresso di A. Smith nell’analisi del processo di riproduzione è tanto sorprendente, in quanto altrove egli elabora ulteriormente le giuste analisi di Quesnay» (K. Marx, Il Capitale, II, pp. 377-378). La prima versione del Tableau économique risale al 1758; la terza e ultima al 1759. «Il Tableau économique costituisce a tutt’oggi una delle più suggestive performancesprodotte nel quadro di quella riflessione collettiva che nel corso del secolo XVIII, tra Francia e Inghilterra, ha tentato di costruire un’economia politica con statuto di scienza. Come tale, oltre a una serie di straordinari apprezzamenti, esso ha collezionato una sostanziosa lista di altrettanto considerevoli contestazioni» (G. Longhitano, Introduzionea F. Quesnay, Tableau économique, pp. 9-10, CUECM, 1992).
«Porremo a base della nostra indagine sulla riproduzione semplice lo schema seguente, in cui c = capitale costante, v = capitale variabile, pv = plusvalore e il rapporto di valorizzazione pv/v è supposto uguale al 100%. I numeri possono indicare milioni di marchi, di franchi o di sterline.
I. Produzione di mezzi di produzione
4000 c + 1000 v + 1000 pv = 6000
II. Produzione di mezzi di consumo
2000 c + 500 v + 500 pv = 3000
Ne deriva che il prodotto-merce complessivo annuo è
6000 c + 1500 v + 1500 pv = 9000» (K. Marx, 
Il Capitale, II, p. 414).
Se il plusvalore realizzato dalla classe capitalista non viene interamente consumato ma in parte reinvestito in una nuova produzione, viene cioè accumulato, si ha la riproduzione su scala allargata. Nel caso della riproduzione semplice Marx fa l’ipotesi che tutto il plusvalore venga speso dai capitalisti come reddito, venga cioè consumato improduttivamente; nel caso della riproduzione allargata, Marx pone invece l’ipotesi che tutto il plusvalore venga accumulato, ossia consumato produttivamente nell’acquisto di nuovi mezzi di produzione e di nuova capacità lavorativa. Circa la realizzazione dei prodotti «la risposta la dà lo stesso schema nel modo più semplice, giacché tutti i prodotti vi trovano smercio. Acquirenti sono gli stessi capitalisti e lavoratori. […] Non esiste dunque problema da risolvere» (A. Pannekoek, cit. tratta da R. Luxemburg, Una anticritica, p.497
(20) «La produzione capitalistica in generale non esiste senza commercio estero. Ma se si presuppone una normale riproduzione annua su una scala data, si presuppone anche che il commercio estero si limiti a sostituire articoli locali con altri articoli di altra forma d’uso o altra forma naturale, senza toccare i rapporti di valore, e senza toccare quindi neppure i rapporti di valore in cui le due categorie, mezzi di produzione e mezzi di consumo, si scambiano reciprocamente, e nemmeno i rapporti tra capitale costante, capitale variabile e plusvalore., in cuiè scomponibile il valore del prodotto di ciascuna di queste categorie. L’introduzione del commercio estero nell’analisi del valore dei prodotti annualmente riprodotto può quindi creare soltanto della confusione, senza fornire nessun momento nuovo né del problema né della sua soluzione. Si deve quindi farne completa astrazione» (K. Marx, 
Il Capitale, II, p. 488, Editori Riuniti, 1980).
(21) R. Luxemburg, 
L’accumulazione del capitale, p. 450.
(22) «Come il valore di ogni singola merce, così anche quello del prodotto complessivo annuo di ciascuna sezione si suddivide in c + v + pv. […] Abbiamo visto come, per Smith, il valore complessivo sociale dei prodotti si risolva in reddito, in v + pv, come dunque il valore capitale costante venga posto uguale a zero» (K. Marx, 
Il Capitale, II, pp. 415-493).
(23) R. Luxemburg, 
L’accumulazione del capitale, p. 325.
(24) K. Marx, 
Il Capitale, libro primo, capitolo sesto inedito, p. 30Newton, 1976.
(25) G. Carandini, 
Lavoro e capitale nella teoria di Marx, p. 160, Mondadori, 1979.
(26) R. Luxemburg, 
L’accumulazione del capitale, pp. 118-122.
(27) K. Marx, 
Il Capitale, II, pp. 70-71- 77.
(28) R. Luxemburg, 
L’accumulazione del capitale,  pp. 153-361.
(29) Ibidem, p. 351.
(30) Ibidem, p. 316.
(31) «Il problema della realizzazione è il seguente: come trovare per ogni parte del prodotto capitalistico, sia dal punto di vista del valore (capitale costante, capitale variabile e plusvalore), che da quello della sua forma materiale (mezzi di produzione, beni di consumo, e, in particolare, generi di prima necessità e articoli di lusso) un’altra parte del prodotto che la sostituisca al mercato? È chiaro che qui si deve fare astrazione dal mercato estero, giacché chiamando in causa quest’ultimo non si fa progredire di un millimetro la soluzione del problema: ci se ne allontana, anzi, trasferendo il problema da uno a più paesi. […] anche lo smercio del prodotto sul mercato estero richiede di essere spiegato; bisogna cioè trovare un equivalente per la parte della produzione messa in vendita, bisogna trovare un’altra produzione capitalistica capace di sostituire la prima. Ecco perché Marx dice appunto che nell’esame del problema della realizzazione “si deve fare completa astrazione” dal mercato estero, dal commercio estero, giacché “l’introduzione del commercio estero nell’analisi del valore dei prodotti annualmente riprodotto può creare soltanto della confusione, senza fornire nessun momento nuovo né del problema né della sua soluzione”» (Lenin, 
Lo sviluppo del capitalismo in Russia, Opere, III, pp. 22-23, Editori Riuniti, 1963).
(32) R. Luxemburg, 
L’accumulazione del capitale,  p. 340.
(33) K. Marx, 
Il Capitale, II, pp. 429-430, Einaudi, 1980.
(34) «Nella produzione di merci, la trasformazione del prodotto in denaro, la vendita, è 
conditio sine qua non. […] Con la separazione fra il processo di produzione immediato e il processo di circolazione è nuovamente e ulteriormente sviluppata la possibilità delle crisi, che si mostrava nella semplice metamorfosi della merce» K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, I,  pp. 3-6, La Nuova Italia, 1978).
(35) Qui il concetto di 
crollo non ha nulla a che fare con la concezione ideologica definibile come crollista. Per crollo Grossmann intende una tendenza immanente al processo di valorizzazione del capitale che incontrando controtendenze di vario genere si manifesta in concreto come crisi economica. Il crollo marxiano cui fa riferimento Grossmann non è dunque definitivo/mortale/fatale, ma prepara anzi il terreno per una nuova ascesa capitalistica, in attesa di un successivo crollo, e così via. Salvo, beninteso, le sempre possibili e auspicabili soluzioni rivoluzionarie.
(36) H. Grossmann, 
Il crollo del capitalismo, p 265.
(37) R. Luxemburg, 
Una anticritica, p. 491.
(38) H. Grossmann, 
Il crollo del capitalismo, pp. 487-488.
(39) Ibidem, p. 55.
(40) R. Luxemburg, 
L’accumulazione del capitale,  p. 360.
(41) H. Grossmann, 
Il crollo del capitalismo, p. 266.
(42) R. Luxemburg, 
L’accumulazione del capitale,  p. 447.
(43) R. Luxemburg, 
Una anticritica, p. 585.
(44) P. Mattick, 
Crisi e teorie della crisi, p. 102

Nessun commento:

Posta un commento