sabato 21 settembre 2019

L’ecomarxismo di James O’Connor - Riccardo Bellofiore

Da: “L’ecomarxismo di James O’Connor”, Marx 101 n.s., n. 1, pp. 177-180, 1990 - Economisti-di-classe-Riccardo-Bellofiore-Giovanna-Vertova -
Riccardo Bellofiore è professore ordinario di Economia politica all’Università degli Studi di Bergamo. - https://www.riccardobellofiore.info -

L'ultimo libro di James O'Connor (L'ecomarxismo. Introduzione ad una teoria, Datanews, Roma 1989, trad. dall'inglese di Giovanna Ricoveri, pp. 56, Lit. 10.000), autore largamente e tempestivamente tradotto in italiano, ha certamente almeno un merito: quello di proporre, controcorrente, una "conciliazione" tra marxismo e ambientalismo, due corpi teorici e due esperienze politiche che molti vedono invece fieramente contrapposti.

L'obiettivo del saggio è, mi pare, conseguentemente duplice. 
Ai marxisti, che spesso snobbano con sufficienza la "parzialità" della questione della natura o criticano il troppo tiepido anticapitalismo degli ecologisti, O'Connor vuole mostrare che la difesa della natura è parte integrante dell'apparato categoriale marxiano, e non qualcosa che le è                                                                                                                                                                                      estraneo. 
Ai "verdi", O'Connor vuole mostrare come un ecologismo coerente non possa che investire globalmente i processi economici e politici su scala planetaria, segnati irrimediabilmente dal dominio del capitale.

La tesi centrale è, molto in breve, che l'ecologismo (ma anche i "nuovi movimenti sociali", e perciò anche il femminismo) puntano l'attenzione su questioni che sono qualcosa di più, e non di meno, della lotta di classe.

Il tentativo di O'Connor si svolge in quattro mosse. 

venerdì 20 settembre 2019

Gli accordi di pace conducono sempre al loro obiettivo? - Alessandra Ciattini

Da: https://www.lacittafutura.it -  Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza.


Gli accordi di pace si prefiggono il raggiungimento degli obiettivi che proclamano. Vediamo il caso dell’accordo FARC-EP / Colombia.

Purtroppo, non se ne parla molto [1], ma gli accordi di pace tra il governo colombiano diretto allora da Juan Manuel Santos, alunno della Harvard Kennedy School ed insignito del Nobel della pace, e le FARC-EP firmati all’Avana nel 2016, sono stati un vero fracaso (come si dice in America Latina). Sulla scia delle riflessioni di James Petras, illustre sociologo statunitense di origini greche, questo evento ci consentirà di sviluppare alcune considerazioni sugli esiti degli accordi di pace siglati negli ultimi decenni.
In primo luogo, cominciamo con il rammentare che proprio in questi giorni la ONIC (Organizzazione nazionale indigena della Colombia) ha dichiarato pubblicamente che sono stati assassinati 167 leader indigeni dopo la firma degli accordi di pace, i quali avrebbero dovuto garantire la sicurezza della parte insorgente. Da questi eventi Luis Fernando Farias, consigliere maggiore dell’ONIC, ricava che siamo dinanzi ad un vero e proprio genocidio, tanto più che nei territori, dove si sono verificati i crimini, si è registrata la presenza di gruppi armati illegali, che attuano incontrastati.

mercoledì 18 settembre 2019

La Rivoluzione Russa - Luciano Canfora

Da: Elisa - Luciano Canfora è un filologo classico, storico e saggista italiano.
Vedi anche: Cosa resta dell’Utopia col passaggio del secolo - Luciano Canfora 
                         Rivoluzione socialista e Rivoluzione anticoloniale - Domenico Losurdo 

     "... E quando parlo di socialismo, non penso ad un sistema all'acqua di rose, ma ad una trasformazione completa, da cima a fondo, quale Lenin ha tentato. Se la sua vittoria è necessaria alla pace, dobbiamo consentire ai mali provocati dalla lotta, nella misura in cui la lotta ci è imposta dal capitalismo. 
     ... Se io abitassi in Russia, mi metterei ai servizi dello Stato operaio."
(Bertrand Russel, Democrazia e Rivoluzione, L'Ordine Nuovo, N.15 / N.18 -http://www.centrogramsci.it/riviste/nuovo/ordine%20nuovo%20p5.pdf,) - (https://www.resistenze.org/sito/ma/di/ds/mdds-on215.pdf)

                                                                      

Di seguito, Rivoluzione Russa e decolonizzazione: https://www.youtube.com/watch?v=T5D1ZieJ0Kc
                     La non rivoluzione in occidente: https://www.youtube.com/watch?v=S5_9M6k4J4Q
                         Il populismo: https://www.youtube.com/watch?v=Z2alaz4VVdw

lunedì 16 settembre 2019

Aldo Natoli, comunista senza partito. Anni di ricerca tra Berlino e Urbino. - Peter Kammerer

Da: http://www.fondazionemicheletti.it  - peter-kammerer, ha insegnato Sociologia alla Facoltà di Lettere e filosofia dell'Università di Urbino.
Leggi anche: Sul compromesso storico - Aldo Natoli 
                         Togliatti fra Stalin e Cavour - Aldo Natoli
                          http://fondazionepintor.net/anniversari/Natoli/bio_Rossanda/


  1. Comunista senza partito
 La mia relazione (frutto di ampie discussioni con il circolo culturale del Montesacro) abbraccia l’ultimo periodo della vita di Aldo Natoli che dura ben 34 anni (dal 1976 al 2010), periodo nel quale si consumano le ultime speranze di un dirigente comunista e in cui la solitudine aumenta fino a diventare emarginazione e isolamento. Aldo vive questo destino „senza l’illusione di una alternativa, senza nostalgia, senza rimpiangere occasioni mancate“. Sono parole con le quali lui in una conferenza nel marzo 1979 aveva ricordato Pietro Secchia diventato - diceva Natoli - „un rivoluzionario impotente“. Era l’impotenza di chi continuava ad orientarsi a „una stella già spenta“, all’URSS. Secchia non ha nè potuto nè voluto uscire da questo condizionamento storico. Natoli invece è riuscito a romperlo in un lungo processo iniziato nel 1956 e compiutosi nel 1969. Il suo coraggio gli è costato la radiazione dal PCI, una separazione dolorosa, ma infine feconda. Commemorando Vittorio Vidali Natoli scrive nel 1983: „Quando fui escluso dal Pci, sembrò che la sua stima e il suo affetto per me aumentassero, anzichè diminuire“. (Ritengo straordinaria questa affermazione se si pensa che la maggior parte dei dirigenti comunisti di allora tolse il saluto ai radiati o troncava comunque ogni rapporto con loro). E Aldo continua: „Qualche volta mi chiesi se non mi invidias­se per la capacità di libero esame, di critica disinteressata che ave­vo acquistato; ma comprendevo che era una strada che tutta la sua storia (e quale storia!) gli pre­cludeva“. I comunisti che si credevano dalla parte della storia o addirittura i suoi esecutori erano diventati i suoi prigionieri. E sappiamo come qualche decennio dopo, l’azione che voleva essere liberatoria, non fu altro che una grande liquidazione. Commentandola nel 1995 Aldo afferma: „Per molti è stato possibile dire ‘in fondo non siamo più comunisti’. Ma per chi ha costruito la propria esistenza, le proprie scelte politiche culturali con questa idea della trasformazione, sul fatto che fosse possibile essere comunisti in un modo diverso da quello che l’Unione Sovietica prospettava, per queste persone accettare una formulazione del tipo ‘non sono più comunista’ è impossibile. Io che pure essendo un prodotto della società in cui vivo, se qualcuno mi domandasse ‘tu sei comunista’ io risponderei ‘sì, sono comunista’“. Lo aveva già affermato nella sua ultima dichiarazione davanti al Comitato Centrale il 26 novembre 1969: “Si è comunisti se e fino a quando ci si impegna ad essere espressione politica della classe, e può capitare di cessare di esserlo anche restando nelle fila di                                                                    un partito...“. Rossana Rossanda scriverà più tardi: „Non gli perdonarono che dicesse: ‘Non occorre una tessera per essere comunisti’“ (384).
Se questa frase fosse soltanto l’affermazione di un attaccamento ideologico coerente e orgoglioso, anche Natoli non sarebbe altro che un prigioniero della sua storia. Ma Natoli non è una figura amletica, come Heiner Müller ha chiamato gli intellettuali di una intera generazione comunista lacerata tra due epoche, coscienti e impotenti. Penso che lui abbia fatto uno sforzo immenso di vivere la rottura epocale e di scrutare senza paraocchi l’abisso che si era aperto. Già alla fine degli anni ‘70 lo sentivamo dire: „Ci vorranno 100 anni prima che si possa parlare di nuovo di comunismo“. Non era una battuta. E non era nemmeno il semplice rovescio della tesi della „maturità del comunismo“ (1970) da lui prudentemente criticata (Marx, 166 ss.). Annunciava la ricerca di un nuovo modo di essere comunisti (al di là della forma partito, superando l’eredità della bolscevizzazione). Senza rinunciare all’analisi del presente immediato Natoli ha tentato di collocare questa ricerca in una dimensione temporale di orizzonti epocali (del resto questo mi pare sia anche il significato del famoso „für ewig“ di Gramsci). Si capisce che una impostazione del genere risente di un pessimismo che può apparire perfino disfattista e che crea un vuoto intorno a chi lo professa. Infatti, la solitudine che a Natoli forse pesava di più è stata quella di essere rimasto senza interlocutori nella ricerca su „che cosa significa oggi essere comunisti“, domanda che ammette pure la possibilità di rinunciare a questo termine diventato anacronistico. Non si tratta solo tener fede all’imperativo categorico marxiano di „rovesciare tutti i rapporti nei quali l’uomo è un essere degradato, asservito, abbandonato e spregevole…" (Introduzione alla Critica della Filosofia del diritto di Hegel), bensì di riempire queste parole che rischiano di diventare formule vuote, con pensiero e atti concreti. Il PCI questo a Natoli e ad altri non ha più consentito. Ma che cosa fa e può fare un comunista senza partito? 

  1. Il 1976 e l’autunno tedesco 1977

venerdì 13 settembre 2019

Intervista a Salvador Allende - Roberto Rossellini

Da: Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico - Scheda integrale: https://goo.gl/9I5Rvl Regia: Emidio Greco Anno: 1971

Roberto Rossellini, ospite in Cile con il figlio Renzo nel 1971, intervista Salvador Allende. 

Il Presidente cileno racconta la propria vita partendo dall'attività politica svolta dai propri familiari. Il padre e gli zii furono militanti del partito radicale quando i radicali erano membri di un partito d'avanguardia che lottava contro la reazione conservatrice. Il nonno era stato senatore e vice presidente del Senato. 

Allende racconta dei primi anni all'università di Santiago quando, studente di medicina, fu espulso dall'ateneo, arrestato per l'attività politica svolta e giudicato da tre corti marziali. Fondatore del Partito Socialista di Valparaiso e successivamente espulso, entrò nel Partito Comunista, all'epoca illegale. 

Dal racconto emerge la storia di una vita dedicata alla lotta per l'unità dei partiti della classe operaia. L'intervista, nella quale Allende non manca di sottolineare i grandi ostacoli frapposti dalla classe conservatrice cilena alla gestione della vita pubblica, prosegue con l'auspicio dell'integrazione dei paesi latino-americani. 


                                                                              

Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico https://www.aamod.it
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giovedì 12 settembre 2019

IL PROBLEMA DELLO STATO IN KARL MARX - CARLA MARIA FABIANI

Da: Carla Maria Fabiani: Il problema dello Stato in K. Marx © www.dialetticaefilosofia.it 2008 Dialettica e filosofia - ISSN 1974-417X [online] - https://www.facebook.com/dialettica.filosofia


INTRODUZIONE GENERALE

Il tema che il nostro lavoro si propone di prendere in esame è il problema dello Stato nell’opera di Karl Marx; ovvero se vi sia in Marx una più o meno compiuta teoria sullo Stato. 

L’impostazione teoretica che daremo a tutta quanta la ricerca è motivata innanzitutto da ragioni che riguardano il modo con cui abbiamo inizialmente preso in considerazione l’opera principale dell’autore - ossia il Capitale - individuando in essa precisi e numerosi riferimenti alla forma nazionale e al potere dello Stato moderno-borghese. 

Bisogna da subito chiarire che, nell’ambito della critica dell’economia politica, non si parla di uno Stato ‘altro’ da quello capitalistico1 ; viceversa si prende a tema ‘questo’ Stato e l’essenziale funzione da esso ricoperta nel corso dell’accumulazione originaria, cioè durante l’atto di nascita del capitalismo. 

La nostra convinzione - che non vuole certamente essere definitiva, ma intende costituire un’indicazione per ulteriori approfondimenti - è che nell’opera maggiore di Marx vi sia esplicitata una teoria forte del nesso economico-politico fra il capitale e lo Stato modernoborghese. 

In quest’affermazione sono innanzitutto implicati due nodi teorici di grande rilievo. Il primo riguarda l’economia politica classica e come essa abbia trattato e spiegato lo Stato con categorie proprie, riprese, ma criticate, dallo stesso Marx nel Capitale. Il secondo nodo invece fa riferimento alla filosofia hegeliana del diritto pubblico, la quale venne attentamente studiata e criticata, nel 1843, dal giovane Marx2 

La predisposizione con la quale abbiamo letto il Capitale e poi la critica marxiana alla filosofia del diritto di Hegel, è stata inizialmente volta alla individuazione nelle due opere di un filo storico-logico che ricostruisse la genesi critica della forma moderna dello Stato. In questo, abbiamo volutamente tenuto separata la lettura del primo scritto da quella del secondo, poiché riteniamo che vi sia fra i due uno stacco filosofico tale da non permettere confronti ravvicinati3 . 

L’analisi dei testi ci ha portato a riconoscere nel Capitale un percorso teorico e un processo storico che Marx ha ritenuto di dover esplicitare a proposito della connessione essenziale e imprescindibile fra il rapporto di produzione capitalistico e il sistema dello Stato moderno; nel manoscritto del 1843 invece abbiamo riscontrato non solo il forte interesse del giovane Marx per la concezione organica e sistematica che dello Stato moderno aveva Hegel, ma anche il suo sforzo teorico di criticare la forma monarchico-costituzionale di Stato e, contemporaneamente, l’astratta forma politica che lo Stato moderno rappresenta nei confronti della società civile.

mercoledì 11 settembre 2019

Ultimo discorso di Salvador Allende (1908-1973)


Questo ultimo discorso del Presidente Allende dal Palazzo della Moneda fu trasmesso da Radio Magallanes alle 9:10 del mattino dell'11 Settembre 1973. Poco dopo, l'emittente fu distrutta dai golpisti.
                                                                     

Amici miei,

Sicuramente questa sarà l'ultima opportunità in cui posso rivolgermi a voi. La Forza Aerea ha bombardato le antenne di Radio Portales e Radio Corporación.

Le mie parole non contengono amarezza bensì disinganno.
Che siano esse un castigo morale per coloro che hanno tradito il giuramento: soldati del Cile, comandanti in capo titolari, l'ammiraglio Merino, che si è autodesignato comandante dell'Armata, oltre al signor Mendoza, vile generale che solo ieri manifestava fedeltà e lealtà al Governo, e che si è anche autonominato Direttore Generale dei carabinieri. Di fronte a questi fatti non mi resta che dire ai lavoratori: Non rinuncerò! Trovandomi in questa tappa della storia, pagherò con la vita la lealtà al popolo.
E vi dico con certezza che il seme affidato alla coscienza degna di migliaia di Cileni, non potrà essere estirpato completamente. Hanno la forza, potranno sottometterci, ma i processi sociali non si fermano né con il crimine né con la forza.
La storia è nostra e la fanno i popoli.

Lavoratori della mia Patria: voglio ringraziarvi per la lealtà che avete sempre avuto, per la fiducia che avete sempre riservato ad un uomo che fu solo interprete di un grande desiderio di giustizia, che giurò di rispettare la Costituzione e la Legge, e cosi fece.

In questo momento conclusivo, l'ultimo in cui posso rivolgermi a voi, voglio che traiate insegnamento dalla lezione: il capitale straniero, l'imperialismo, uniti alla reazione, crearono il clima affinché le Forze Armate rompessero la tradizione, quella che gli insegnò il generale Schneider e riaffermò il comandante Ayala, vittime dello stesso settore sociale che oggi starà aspettando, con aiuto straniero, di riconquistare il potere per continuare a difendere i suoi profitti e i suoi privilegi.

Mi rivolgo a voi, soprattutto alla modesta donna della nostra terra, alla contadina che credette in noi, alla madre che seppe della nostra preoccupazione per i bambini.

Mi rivolgo ai professionisti della Patria, ai professionisti patrioti che continuarono a lavorare contro la sedizione auspicata dalle associazioni di professionisti, dalle associazioni classiste che difesero anche i vantaggi di una società capitalista.

Mi rivolgo alla gioventù, a quelli che cantarono e si abbandonarono all'allegria e allo spirito di lotta.

Mi rivolgo all'uomo del Cile, all'operaio, al contadino, all'intellettuale, a quelli che saranno perseguitati, perché nel nostro paese il fascismo ha fatto la sua comparsa già da qualche tempo; negli attentati terroristi, facendo saltare i ponti, tagliando le linee ferroviarie, distruggendo gli oleodotti e i gasdotti, nel silenzio di coloro che avevano l'obbligo di procedere. Erano d'accordo. La storia li giudicherà.

Sicuramente Radio Magallanes sarà zittita e il metallo tranquillo della mia voce non vi giungerà più. Non importa. Continuerete a sentirla. Starò sempre insieme a voi.
Perlomeno il mio ricordo sarà quello di un uomo degno che fu leale con la Patria.
Il popolo deve difendersi ma non sacrificarsi. Il popolo non deve farsi annientare né crivellare, ma non può nemmeno umiliarsi.

Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino.
Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi.
Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l'uomo libero, per costruire una società migliore.

Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!

Queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrificio non sarà invano, sono certo che, almeno, sarà una lezione morale che castigherà la fellonia, la codardia e il tradimento. 

lunedì 9 settembre 2019

"Leopardi legge Kant" - Massimiliano Biscuso

Da:   AccademiaIISF - Massimiliano Biscuso insegna Filosofia della medicina presso la facoltà di Filosofia dell’Università “La Sapienza” di Roma.

                                                                        

domenica 8 settembre 2019

L'arte di essere depressi - Yassemine Zitouni

Da: https://www.gazzettafilosofica.net - Della stessa autriceLa potente e misera pubblicità - La scuola della distruzione


In una società nichilista e secolarizzata come quella odierna, che non costituisce altro che la continuità di quella ottocentesca e novecentesca – nell’accezione in cui viene meno il tradizionale assetto veritativo, giungendo alla mancanza di valori e ad un qualcosa di trascendentale, ovverosia indipendente dalla realtà stessa –, ecco che il punto di riferimento di ogni analisi e indagine speculativa non diviene altro che l’uomo in se medesimo.

Già ai suoi tempi, Fichte, con grande lucidità e lungimiranza, scrisse: «[Questa è] l’età dell’assoluta indifferenza verso ogni verità e dell’assoluta sfrenatezza senza un concorde filo conduttore.» (J.G. Fichte, I tratti fondamentali dell’epoca moderna presente).

Da quando Nietzsche rese noto al mondo la morte di Dio – che già Immanuel Kant aveva espresso, seppur in modo implicito, con la negazione delle sue prove esistenziali –,  avvenne una definitiva rottura col passato e trapelò il relativismo. La tirannia di questo ultimo si fa riconoscere nella depressione, nella quale è possibile notare la realizzazione di quella contraddizione coltivata e divenuta sempre più radicata nel corso dei secoli.

La definizione canonica di depressione solitamente è “disturbo psichico”, “deviazione del tono dell’umore in senso malinconico”: definizioni evidentemente vaghe, che potrebbero addirsi ad un coacervo di “malattie mentali”, dalla nevrosi alla paranoia, dall’angoscia alla schizofrenia. Eppure, perché mai questo termine possiede questa sorta di prerogativa? A questo interrogativo risponde Alain Ehrenberg, ne La fatica di essere se stessi. Depressione e società:

« La depressione si assicura il successo nel momento in cui il modello disciplinare di gestione dei comportamenti, ossia le regole d’autorità e di conformità ai divieti che finora hanno orientato la storia delle classi sociali così come quella dei due sessi, devono far posto a norme che stimolano ciascuno all’iniziativa individuale, sollecitandolo a diventare se stesso. Conseguenza di questa nuova normatività la intera responsabilità delle nostre vite si colloca non solo in ciascuno di noi, ma anche nello spazio collettivo: la depressione si presenta come una malattia della responsabilità in cui domina il sentimento di insufficienza. »

sabato 7 settembre 2019

Inefficienze e difetti dell’economia sovietica - Alexander Höbel

Da: https://www.academia.edu/612485/Il_crollo_dell_Unione_Sovietica._Fattori_di_crisi_e_interpretazioni -
Alexander Hobel  è Dottore di ricerca in Storia, collabora con la Fondazione Gramsci e l’Università di Napoli Federico II. E' direttore di https://www.marxismo-oggi.it
Leggi anche: EPITAFFIO PER L’URSS: UN OROLOGIO SENZA MOLLA - Christopher J. Arthur 
                        Vittoria del capitalismo? - Hyman Minsky                           
                          Il concetto di «capitalismo di Stato» in Lenin - Vladimiro Giacché (http://ojs.uniurb.it/index.php/materialismostorico/article/view/1306/1206) 
                            Socialismo di mercato” - Gianfranco Pala 


La crisi e il crollo dell’URSS sono stati in buona misura la crisi e il crollo dell’economia sovietica. I successi di quest’ultima erano stati notevoli: anche dopo il “grande balzo” dell’industrializzazione staliniana (che portò l’URSS a diventare già nel 1937 la seconda potenza del mondo per produzione industriale)1, i progressi sono stati costanti, almeno fino agli anni ’602. L’economia sovietica era caratterizzata dal predominio dell’industria sull’agricoltura, e dal predominio dell’industria pesante, produttrice di macchine, su quella leggera, produttrice di beni di consumo. Questa “sproporzione” finì per costituire uno dei suoi maggiori problemi3.

L’attenzione degli studiosi peraltro si è focalizzata sul funzionamento interno del sistema pianificato, nel quale – a partire dagli anni ’60 – emergono sempre di più frammentazione e forze centrifughe, interessi settoriali e aziendali: insomma il “dipartimentalismo” e i “localismi”. Di fatto, esistevano “conflittualità tra organi e incompatibilità tra obiettivi e strumenti di piano”: i “ministeri della produzione”, intermediari tra i settori produttivi e l’organo di pianificazione (Gosplan), agivano come “gruppi di interesse”, inducendo il Gosplan ad “apportare correzioni, cioè tagli alle forniture richieste”; queste infatti erano sempre in eccesso rispetto alle esigenze di imprese e settori produttivi, che le gonfiavano in modo da premunirsi da “irregolarità delle consegne, strozzature e tagli delle forniture”. Dunque le informazioni dal basso verso l’alto, essenziali per una corretta pianificazione, erano falsate, oltre che “imprecise, saltuarie e insufficienti”; gli organismi pianificatori, che conoscevano queste tendenze, a loro volta imponevano piani di produzione eccessivi rispetto a risorse e capacità produttive denunciate; e questo induceva i ministeri a sviluppare una rete di forniture parallela, al di fuori del piano e spesso della legge, basata su scambi, favori, corruzione, ecc.4. In sostanza, i “gruppi di interesse agivano “contro gli interessi dello stesso piano generale”. Il discorso era analogo passando dai ministeri alle singole imprese: informazioni falsate per avere piani di produzione meno impegnativi, riserve nascoste, forniture extra-piano, costi gonfiati, ecc. Peraltro, “ogni realtà territoriale di una certa rilevanza” esprimeva “inevitabili spinte localistiche”. Ne derivava la “dispersione” e “l’indebolimento dei poteri di direzione”; “veniva ad indebolirsi fortemente lo stesso principio di responsabilità riguardo all’utilizzo economicamente e socialmente valido delle risorse”, e si moltiplicava la “appropriazione particolaristica delle risorse ‘pubbliche’”5. Come osserva Boffa, “quella che doveva essere l’economia più pianificata e controllata [...] per una parte considerevole e, comunque, crescente, sfuggiva a qualsiasi controllo [...]”6

giovedì 5 settembre 2019

La guerra civile nello Yemen 2012-2019 - Orazio Di Mauro

Da: https://www.lacittafutura.it - Orazio Di Mauro insegna Storia e Filosofia.
Leggi anche: https://www.ilpost.it/2019/07/19/guerra-yemen-ritiro-emirati-arabi-uniti/

"Una mappa aggiornata della situazione in Yemen: in rosso sono indicati i ribelli houthi, in viola le forze alleate all’Arabia Saudita, in verde i gruppi jihadisti Ansar al Sharia e Al Qaida nella Penisola Arabica (Liveuamap)"

Oggi le relazioni internazionali sono dominate dal caos, dato che le potenze regionali e locali non stanno più sotto il controllo delle superpotenze. Si veda il caso dello Yemen. 

Il tempo presente nelle relazioni internazionali si connota per il caos che da esse ne deriva e per gli esiti inaspettati che guerre locali e scontri militari hanno. Quello che fino al 2011 (distruzione dello stato libico) poteva capitare ad uno stato definito canaglia, non solo tarda ad avverarsi per altre compagini statali ma più spesso si rovescia nel suo opposto disorientando gli analisti più navigati nel settore. A dire il vero più in quelli del vecchio occidente che fra quelli del resto del mondo.

La risposta che spesso viene data, o almeno tentata, è la seguente: stiamo passando da una fase di unipolarismo USA ad una fase di multipolarismo in cui alcuni stati (Russia, Cina, ecc.) condividono progressivamente con gli Stati Uniti il governo del mondo. Ma in genere le spiegazioni si fermano lì e vanno poco oltre [1]. Il problema di cosa effettivamente sia il multipolarismo e in cosa consistano le sue reali conseguenze sulla vita degli abitanti degli stati o di intere regioni del mondo non viene spiegato e perciò tutto rimane confuso e poco chiaro. Tenterò di definire meglio cosa sia il multipolarismo e quali siano i suoi rischi e le sue possibilità di sviluppo. Per far questo mi servirò di una crisi regionale, la crisi yemenita, e attraverso la sua analisi proverò a decriptare l’esistente.

Chi volesse descrivere la situazione attuale deve partire dal concetto di Kaos. Il mondo contemporaneo è caotico e, pertanto, non se ne può tracciare una traiettoria coerente. Ritengo che un tentativo di rendere coerente l’esistente debba partire dal riconoscere che il peso delle decisioni delle élite degli stati definiti medie potenze, ma anche di quelli piccoli, è tutt’altro che irrilevante nella soluzione delle crisi regionali. Di converso il peso delle decisioni degli stati definiti potenze o superpotenze mondiali diminuisce con la necessità, che inevitabilmente si pone a loro nelle crisi, di impegnare masse di uomini nella risoluzione delle stesse. Cioè se una superpotenza o potenza mondiale vuole risolvere una crisi regionale a suo favore o impegna masse sempre crescenti di uomini, e neanche in questo caso la vittoria è certa, o l’uso che essa fa della potenza aeronavale e tecnologica produrrà solo effimeri successi e temporanee vittorie. 

martedì 3 settembre 2019

"MA IL SUO LAVORO È VIVO" - Intervista su Marx a Riccardo Bellofiore

Da: http://www.palermo-grad.com - riccardo.bellofiore è professore ordinario di Economia politica all’Università degli Studi di Bergamo. 


Questa intervista che ora pubblica PalermoGrad ha una breve storia che va raccontata per comprenderne la genesi. Alla fine degli anni Novanta la RAI intendeva preparare un ciclo di trasmissioni sulle grandi figure del pensiero economico. Cristina Marcuzzo sfruttava le occasioni convegnistiche per poter intervistare vari economisti, italiani e stranieri. Le interviste duravano poco meno di un’ora, se ricordo bene. Venni così intervistato a Firenze su Marx. Non avevano ancora deciso come costruire effettivamente il programma. La scelta finale, a mio parere felice, fu di mettere da parte le interviste. La trasmissione che andò in onda si chiamò infine La fabbrica degli spilli: un titolo evidentemente smithiano. Ad essere interrogato era il solo Alessandro Roncaglia che stava allora ultimando il suo La ricchezza delle idee per Laterza: lo interrogavano due giornalisti che si alternavano. Uno dei due, ricordo, era Roberto Tesi: più noto come Galapagos, del manifesto. In ogni trasmissione si aprivano due medaglioni con un breve estratto dalle interviste. Nella trasmissione su Marx i medaglioni erano costituiti da Ernesto Screpanti e dal sottoscritto: infelicemente, il lavaggio di capelli la mattina in albergo mi fece apparire con una capigliatura da fare invidia ad Angelo Branduardi o alla primissima Nicole Kidman. Ovviamente, mi preparai. Avevo delle scalette, ma dietro le scalette stavano delle domande (in numero di 10) che avevo buttato giù, corredate di risposte. C’era un ordine imposto dalla produzione, che però col loro consenso sovvertii. La prima domanda doveva essere sulla biografia, e così fu. La seconda sul metodo, e così non fu: sono fermamente convinto che il metodo dipenda dal contenuto dell’oggetto che si indaga, quindi collocai quella domanda verso la fine. Ritenni opportuno integrare con due domande di attualizzazione, in senso lato politiche. A quelle domande non detti risposta nella mia bozza. Ho dunque integrato, riprendendo delle frasi da scritti contemporanei. Ho apportato pochissimi mutamenti alla intervista buttata giù a mano nella mia grafia poco meno incomprensibile di quella di Marx. Per questo ringrazio con molto calore Vincenzo Marineo che è riuscito a decifrarla alla perfezione. Per chi volesse vedersela, la trasmissione su Marx è reperibile a questo link

Il sito www.conoscenza.rai.it dell’Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche/Universo della conoscenza raccoglie molte, anche se non tutte, le trasmissione della Fabbrica degli spilli, che infliggo ancor oggi ai miei studenti, sotto la dizione ahimé scorretta “Storia dell’economia”. In questo caso il link diretto è questo.
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1 – Quali sono le tappe più significative della vita di Marx, e quali le sue opere principali?

giovedì 29 agosto 2019

La crisi politica italiana e la fine della politica - Alessandra Ciattini

Da: https://www.lacittafutura.it - Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza.
Leggi anche: (U.S.)America nell'epoca Tecnetronica*- Zbigniew Brzezinski (1968) 



La crisi italiana viene da lontano ed è provocata da numerosi fattori, tra cui l’imbarbarimento culturale e il dominio delle istituzioni UE, che riducono i politici a grossolani saltimbanchi. 


Se interpretiamo il problema da un certo punto di vista, la cosiddetta fine delle ideologie costituisce un fatto concreto e reale, la cui conseguenza è stata sostanzialmente il subdolo ritorno all’ideologia liberale naturalizzata, fondata sull’individualismo, sul particolarismo, sul pragmatismo, sull’abbandono delle grandi visioni onnicomprensive (le famose metanarrazioni). Tutti aspetti che purtroppo sono stati recepiti in maniera acritica ed inconsapevole anche dalla cosiddetta sinistra radicale, alcuni settori della quale li hanno rimessi insieme per dare vita all’ambiguo sovranismo e/o costituzionalismo, basato sulla convinzione che, partendo dal basso (quale?) e dalla Costituzione (mai realizzata ed ampiamente cambiata) si possa uscire dalla crisi, la cui natura internazionale nessuno può negare. Aprendo così il cammino a posizioni politiche ambigue e confuse, non so se per ignoranza o per opportunismo, da cui potrebbero derivare conseguenze devastanti per le classi popolari. 

Sin dalla fine degli anni ‘60, in seguito alle grandi trasformazioni, da cui è scaturito il tardo capitalismo, Zbigniew Brzezinski descriveva il fenomeno della disgregazione delle grandi organizzazioni di massa come uno slittamento dall’utopismo idealistico, assai critico del presente e prefigurante un futuro assai diverso, verso una politica pragmatica volta a risolvere problemi sempre più circoscritti dominati da personalità competenti (o che si presentano tali), i cosiddetti tecnocrati.
Questo processo di sfaldamento è dimostrato dalla grande astensione dal voto (alle elezioni europee del 2019 in Italia il 43,7% della popolazione non ha votato), dalla volatilità delle opinioni politiche dei votanti [1], sempre più confusi e ammaliati dalle capacità mediatiche degli “imprenditori della politica”, dalla spoliticizzazione di ogni attività “culturale”. Si pensi per esempio ai tanto celebrati talk show, dove non si fa che parlare degli scontri personali tra i grandi capi, delle loro bizze strampalate, del loro sfrenato interesse per il potere, che viene paradossalmente negato nel momento stesso in cui è affermato.

mercoledì 28 agosto 2019

Stalin oltre la doxa - Domenico Losurdo

Da: Giovanni Mannelli - Domenico Losurdo è stato un filosofo, saggista e storico italiano. 
Leggi anche: IL PAESE DELLE LIBERTÀ: stermini, repressione e lager nella storia degli Usa. - Maurizio Brignoli 
                         Analogia e/o comparazione - Aldo Giannuli 



1/5 Stalin oltre la doxa (gli ammiratori di Stalin-il Rapporto Krusciov) 





 

2/5 Stalin oltre la doxa (Goebbels si ricrede - Hitler erede del colonialismo)


3/5 Stalin oltre la doxa (i culti personali - i patti con Hitler ) 

4/5 Stalin oltre la doxa (vittime e carnefici-i lager e i gulag)

 
5/5 Stalin oltre la doxa (la 'purezza' dei giudici)

lunedì 26 agosto 2019

Analogia e/o comparazione - Aldo Giannuli

Da: http://www.aldogiannuli.it - Aldo_Giannuli è uno storico e saggista italiano. 



Nel mio articolo sul perché non ho firmato il manifesto di Camilleri, sottolineavo l’arretratezza metodologica della nostra storiografia, questo è particolarmente evidente a proposito dell’ossessione analogica che la caratterizza. Mi spiego meglio: mi è capitato di vedere, di recente, una trasmissione in cui si cercava una spiegazione del movimento dei gilet gialli sulla base di un’analogia con il sessantotto.

Il lavoro era fatto bene e dimostrava buona conoscenza dei due fenomeni analizzati in breve ma con buon livello professionale. Ciò nonostante, la cosa non mi ha affatto convinto: un pezzo altamente suggestivo ma che, raschia raschia, si basava su una idea di fondo che non stava in piedi: che siamo di fronte ad un nuovo sessantotto. Il che non era certo colpa del giornalista, che ha indicato con sufficiente precisione sia le somiglianze che le dissomiglianze fra i due fenomeni (anche se di dissomiglianze potremmo aggiungerne parecchie altre). Il punto è che la nostra cultura storica vive nel culto dell’analogia che, invece è uno strumento di analisi molto ingannevole, per la semplice ragione che confrontando due cose qualsiasi (fosse anche l’impero dei Mogul ed il regno borbonico) qualche somiglianza c’è sempre, così come anche due cose sostanzialmente simili (il fascismo in Italia ed in Germania) spuntano delle inevitabili differenze: nulla è completamente diverso da qualsiasi altra cosa e nulla è identico a null’altro. Eppure, da sempre, gli storici sono affascinati da questo gioco intellettuale, ad esempio le “vite parallele” di Plutarco (che pure fu storico sui generis, più interessato a descrivere le caratteristiche del personaggio che non le vicende di cui fu protagonista) sono costruite su di esso. L’idea è che, attraverso l’analogia si possano stabilire leggi (o almeno regolarità) della storia, per cui i fenomeni hanno un numero limitato di varianti e tendono a seguire sequenze particolari. Ma possiamo anche accettare che la somiglianza fra Nicia e Crasso fosse la ricchezza dei due alla base della loro ascesa politica, ma i due hanno avuto, per ben altri aspetti, vite non molto simili ed anche caratterialmente, non ebbero tanto in comune, avidità a parte.

L’analogia è una suggestione cui è difficile sottrarsi e, in alcuni casi, può fornire allo storico utili elementi di riflessione: ad esempio, il confronto fra il passaggio dalla repubblica all’impero nell’antica Roma, quello dalla democrazia comunale alla signoria possono dare qualche spunto di riflessione sull’attuale autunno della democrazia e le nuove tendenze oligarchiche indotte dal neo liberismo. Ma, poi, occorre sviluppare una ricerca specifica o non si va molto avanti nella comprensione del fenomeno studiato. Ad esempio oggi si tende a spiegare l’ondata populista in termini di fascismo, magari sulla base delle idee personali o delle radici culturali di alcuni personaggi come Bolsonaro, Le Pen, Haider ecc. In realtà, anche se Bolsonaro, di suo, è certamente imbevuto di cultura fascista (assorbita per il tramite dell’esperienza della dittatura militare che, peraltro, era un fascismo molto sui generis), il suo movimento e la sua azione si svolgono in un contesto completamente diverso da quello degli anni trenta e non basta il richiamo ideologico. Il fascismo storico aveva alle spalle capitalismo molto diverso da quello attuale e fu strumento di esso, non dell’iper capitalismo finanziario dei nostri giorni.

Ma l’analogia ha una sua capacità di rassicurazione, autorizza a pensare di avere una bussola nel viaggio attraverso la storia. E questo spiega il suo fascino perdurante. 

domenica 25 agosto 2019

Karl Marx fra storia, interpretazione e attualità (1818-2018) - Luca Mocarelli, Sebastiano Nerozzi

Da: https://www.nerbini.it - https://www.nerbini.it/wp-content/uploads/Indice-Marx.pdf
MOCARELLI LUCA | Università degli Studi di Milano-Bicocca - NEROZZI SEBASTIANO - Docente Università Cattolica del Sacro Cuore

                                                          Introduzione 

Nel 2018 l’opera e la figura di Karl Marx sono tornate, ancora una volta, al centro dell’attenzione. Il bicentenario della sua nascita ha suscitato un intrecciarsi di riflessioni intorno alla rilevanza, al significato e alla attualità del suo pensiero. Numerose conferenze internazionali sono state organizzate già nel 2017 (per i 150 anni del primo libro del Capitale e i 100 anni della rivoluzione d’ottobre) e molte altre sono seguite nel 2018. Marx è stato celebrato anche sulle pagine del «Financial Times»1 e dell’«Economist»2 , con articoli dai toni a volte paradossali, ma tutt’altro che critici, in ogni caso concordi nel riconoscere la perdurante importanza del suo pensiero nel mondo di oggi. A Marx sono state dedicate opere cinematografiche di un certo pregio.

In questa temperie si sono rianimati alcuni dei filoni di ricerca che avevano composto il dibattito intellettuale nel marxismo del secondo dopoguerra: economisti, storici, filosofi sono tornati ad interrogarsi intorno al pensiero di Marx e ai suoi possibili sviluppi, offrendo nuove prospettive o consolidando e sviluppando quelle esistenti. La stessa riedizione, ancora in corso, delle opere di Marx ed Engels, frutto di un meticoloso lavoro di sistemazione editoriale e di ricostruzione filologica, ha stimolato nuove letture del suo complesso pensiero e della sua tortuosa evoluzione. Il cantiere del pensiero marxiano è tornato, insomma, a brulicare di nuova vita.

Un recente convegno, organizzato da alcune fra le maggiori università lombarde (Università Cattolica del Sacro Cuore, Università di Milano-Bicocca; Università di Bergamo; Università di Pavia), ha contribuito a questo rinnovato dibattito ospitando un ricco confronto fra studiosi di diverse discipline e di diversi orientamenti teorici intorno alla complessa eredità del pensatore di Treviri3 . Questo volume mira, appunto, a raccogliere alcune delle relazioni esposte in quella occasione e a presentare nuovi spunti di ricerca e tentativi di sintesi che aiutino a fare un bilancio, inevitabilmente parziale e provvisorio, del pensiero di Marx e del suo impatto sulla storia degli ultimi due secoli. Ma, prima di addentrarci nelle tematiche affrontate dagli autori, ci sembra necessario chiederci: perché questo ritorno di interesse per Marx? Perché continuare ancora, dopo due secoli, a parlare di lui? 

venerdì 23 agosto 2019

Globalizzazione, postmoderno e “marxismo dell’astratto” - Roberto Finelli

Da: http://dialetticaefilosofia.it - Pubblicato in Cinzia Aruzza (a cura di), Pensare con Marx. Ripensare Marx, Edizioni Alegre, Roma 2008, pp. 173-193. -
Roberto Finelli insegna Storia della filosofia all’Università di Roma Tre e dirige la rivista on-line “Consecutio (Rerum) temporum. Hegeliana. Marxiana. Freudiana” (http://www.consecutio.org)

1. L’«americanismo» come idealtipo della globalizzazione. 

 La riflessioni che seguono nascono da quella che a me sembra la caratteristica più paradossale della realtà che stiamo vivendo: tanto caratterizzante l’intera realtà, storica e sociale contemporanea, da configurarla appunto come null’altro che un unico grande paradosso. Il paradosso è quello della contraddizione tra il piano dell’Essere e quello dell’Apparire, ossia tra il piano interiore e profondo della struttura del reale e quello esteriore della forme della coscienza individuale e collettiva con cui quella struttura viene appresa e conosciuta, anzi nel nostro caso bisogna dire viene distorta e misconosciuta.

 Con il crollo del comunismo cosiddetto reale il mondo conosce oggi solo l’«americanismo» come forma unica di civiltà e di organizzazione sociale. E l’americanismo, per quello che dirò subito, vale per me come la realizzazione, oggi, più completa e più avanzata del capitalismo, proprio come la maturità dell’Inghilterra valeva per Marx come la forma canonica del capitalismo dell’800. E americanismo senza America, americanismo oltre i confini d’America, può essere definita l’attuale globalizzazione, se la si considera come generalizzazione a tutti i paesi del globo, con gradi diversi ovviamente di sviluppo e di sottosviluppo, del medesimo modello di produzione, distribuzione e consumo di merci, della medesima ricerca di profitto, della medesima invasività e diffusione del mercato e della medesima attitudine a trasformare tutti i rapporti umani in rapporti quantificabili e mediati dal denaro.

 Per altro non v’è dubbio che la globalizzazione debba essere vista, ancora oggi, soprattutto come maggiore velocità e ubiquità di spostamento del capitale finanziario e spesso solo speculativo, senza cedere alla facile quanto superficiale rappresentazione che la prospetta come il darsi di un unico mercato mondiale con un’unica concorrenza che genererebbe medesimi prezzi delle merci, del lavoro del denaro1.  Laddove la sua effettiva realtà si presenta come non solo profondamente differenziata quanto asimmetrica, anzi tale che in essa polarità e distanze, differenze tra sviluppo e sottosviluppo si acuiscono, almeno per chi ragioni in termini di statistiche comparate e relative e non di dati assoluti di crescita e di progresso. Eppure la globalizzazione, pur sottratta al segno retorico di presunti universalismi e di omogenei sviluppi, può comunque essere considerata unitariamente come «una immane raccolta di merci», nel senso dell’aumento sempre più ampio e sempre più intenso della quota di popolazione mondiale che dipende per la propria riproduzione in modo integrale dall’esposizione e dalla mediazione con il mercato.

 Ora il paradosso di cui parlavo all’inizio consiste, a mio avviso, nel fatto che proprio quando, con il venir meno del socialismo reale, si diffonde e s’impone, sia pure, torno a dire, con una configurazione a macchie di leopardo, un unico modello di vita economica e sociale, capace di stringere nella sua ricerca del profitto e della remunerazione monetaria qualsiasi tipologia, da quella più avanzata a quella più arcaica, di lavoro, viceversa in termini culturali e simbolici, alla consapevolezza e allo studio dell’uno e del modo in cui l’uno si articoli nella molteplicità delle differenze, s’è venuta sostituendo una cultura del frammento, dell’informazione e dell’atto linguistico-comunicativo da interpretare attraverso altre informazioni ed altri atti comunicativi, ossia la prospettiva di un’ermeneutica infinita che considera come tramontati concetti come verità, realtà, oggettività. S’è venuta facendo egemone insomma una cultura che rifiuta la prospettiva delle cosiddette ideologie, delle concezioni unitarie del mondo. La sistematicità delle quali viene infatti svalutata e degradata, quale grande favola narratrice o visione totalizzante e totalitaristica