La teoria Marxista poggia la sua forza sulla scienza... che ne valida la verità, e la rende disponibile al confronto con qualunque altra teoria che ponga se stessa alla prova del rigoroso riscontro scientifico... il collettivo di formazione Marxista Stefano Garroni propone una serie di incontri teorici partendo da punti di vista alternativi e apparentemente lontani che mostrano, invece, punti fortissimi di convergenza...
Da: https://kritica.it/politica - Michael Lynk è un accademico canadese specializzato in diritto. È stato professore associato presso l'Università di Western Ontario dal 1999 fino al suo pensionamento nel 2022. Dal 2016 al 2022 è stato Relatore Speciale sulla situazione dei diritti umani in Palestina. - Andrea Umbrello Giornalista multimediale, documenta storie di prima linea attraverso pubblicazioni internazionali, podcast, libri e fotogiornalismo. Da anni si dedica alla copertura della questione palestinese, delle violazioni dei diritti umani e delle ingiustizie sociali nel mondo.
Michael Lynk, Relatore speciale ONU per i territori palestinesi dal 2016 al 2022, ha preceduto Francesca Albanese. “Il suo è il ruolo che richiede più coraggio”. Sostiene che le avvisaglie del genocidio ci fossero tutte già da anni. “Solo la società civile e le organizzazioni per i diritti umani, facendo pressione sulle classi politiche, possono fermare la distruzione del popolo palestinese”.
Con l’inizio del genocidio israeliano nella Striscia di Gaza, la figura di Francesca Albanese è emersa come una guida nell’impegno contro la cancellazione del popolo palestinese. Relatrice speciale ONU per la situazione dei diritti umani nei Territori occupati, oggi sottoposta a una pressione costante per il contenuto delle sue posizioni e a reiterate violenze istituzionali da parte in primo luogo del governo degli Stati Uniti, Albanese non è la prima persona nel suo ruolo, come ha sottolineato lei stessa più volte, a doversi districare tra attacchi frontali e delegittimazioni.
Abbiamo raggiunto Michael Lynk, che ha preceduto Francesca Albanese come Relatore speciale delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati. Durante il suo mandato tra il 2016 e il 2022, Lynk ha osservato e documentato una delle occupazioni più lunghe del mondo contemporaneo, contribuendo a definire giuridicamente alcuni degli aspetti più delicati del dibattito internazionale.
Professor Lynk, oggi, qual è la sua valutazione della situazione nei Territori palestinesi occupati e quali fattori ritiene più preoccupanti nel prossimo futuro?
Questo è il periodo più buio dell’occupazione israeliana, se misurato rispetto a quasi 60 anni di un’occupazione già buia, spietata e oppressiva. Il programma del governo israeliano per annettere illegalmente la Cisgiordania, dopo aver già annesso illegalmente Gerusalemme Est in due fasi nel 1967 e nel 1980, equivale a una versione più spinta dell’occupazione, portata avanti sotto gli occhi della comunità internazionale, ma con una reazione effettiva sorprendentemente debole.
L’annessione di territori occupati è illegale secondo il diritto internazionale dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, e l’annessione da parte di Israele di territorio palestinese è stata dichiarata illegale dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dall’Assemblea Generale e dalla Corte Internazionale di Giustizia. Israele continua però a godere di impunità rispetto alle conseguenze delle proprie azioni a causa della passività dell’Europa e del Nord America.
La crescita esponenziale degli insediamenti israeliani, l’asse portante dell’apartheid israeliano nel territorio palestinese occupato, negli ultimi anni indica sia la volontà israeliana di annettere formalmente la Cisgiordania sia l’inefficacia delle tiepide critiche provenienti dall’Occidente. Oggi, con i continui annunci israeliani di nuovi insediamenti, l’aumento drastico della violenza dei coloni e dell’esercito contro i palestinesi in Cisgiordania, e la crescente confisca di terre palestinesi per l’espansione degli insediamenti e per strade riservate ai coloni, la maschera è caduta. Se il Nord globale non adotterà misure decisive contro Israele mediante sanzioni e disinvestimenti, di fronte alla crescita incessante degli insediamenti e al genocidio a Gaza, allora non è mai stato realmente interessato a sostenere una soluzione a due Stati.
La presidente Meloni e il ministro Giorgetti mostrano grande soddisfazione per lo stato dei conti pubblici che hanno ripristinato l’avanzo primario (in sintesi più entrate rispetto alle spese, al netto degli interessi sul debito). Ma questo “miracolo” – che in parole più chiare si chiama austerità – chi lo paga? La risposta è semplice: chi paga le tasse. I numeri lo dicono con chiarezza: il prelievo fiscale è salito dal 2024 al 2025 dal 41,4 al 42,6% del Pil, un livello record che è dipeso non certo dall’aumento della pressione sulle banche, sulle rendite finanziarie o sulle tasse di successione dei super-ricchi, ma da un vero e proprio “furto” ai danni di milioni di contribuenti con redditi medio-bassi. Infatti, l’aumento dell’inflazione registrato negli ultimi anni ha gonfiato il valore nominale delle retribuzioni e delle pensioni dei lavoratori che, spesso, ha generato il loro passaggio a un’aliquota superiore con maggiore prelievo fiscale non certo giustificato da un aumento di reddito reale, del tutto assente. Tale aumento di gettito a discapito dei contribuenti è stato reso ancora più marcato da due ulteriori fattori: la mancanza di sistemi di indicizzazione delle retribuzioni al costo della vita, assenti peraltro anche nell’ultima legge di bilancio, e la mancata restituzione del maggior incasso da parte dallo Stato ai contribuenti. In due anni, per effetto di questo meccanismo, lo Stato ha incassato 50 miliardi in più e ne ha restituiti meno di 17 ai contribuenti. La celebrazione meloniana del risanamento, tanto caro alle agenzie di rating, è il prodotto di una colossale ingiustizia sociale.
"Il partito" che nella sua incarnazione DS incassò un eclatante 17% alle europee, prologo al risultato delle regionali del 2000 che avrebbero provocato le dimissioni di Massimo D'Alema.
In Irlanda del Nord gli Unionisti facevano campagna con la faccia di Ian Paisley sui cartelloni e la pacificazione era ancora fuori dalla vista.
Io ero un giovane senior process chemist abbastanza soddisfatto del proprio stipendio. Mi ritrovai imbucato a una festa in villa, dove un'amica aveva insediato la celebrazione del proprio compleanno a lato della festa di fine campagna elettorale del padre, notabile locale del partito. Ottimo buffet, vino buono e abbondante.Il partito appoggiava la candidatura a sindaco di X - ex DC uscito non troppo indenne da Mani Pulite, storicamente culo e camicia con i socialisti craxiani che avevano usato il comune un po' a loro piacimento. Alla fine del suo discorso di circostanza, dal gruppo della mia amica qualcuno levò alta una domanda: "Perché X???". Il candidato sorrise senza rispondere. La risposta corale fu un "Boooooh!".
Verso le due di notte mi ritrovai a un tavolino con vecchie conoscenze, tutte attive nella politica locale fino a qualche anno prima, tutte silurate dall'inizio del nuovo corso dalemiano. Chiacchiere amare, vino ottimo carburante. "Ti ricordi Tizio?" Me ne ricordavo bene - scarse doti, talento innato nel seguire la corrente e nel farsi piacere da chi di dovere. "L'hanno messo a dirigere un'agenzia regionale." Uno di loro era ancora presidente di un circolo ARCI. "All'ultimo congresso il primo intervento è stato di un socio di una cooperativa. Ha chiesto un giro di vite contro l'obbligo di associazione alle cooperative finalizzato agli straordinari non pagati ai soci lavoratori. Sai che risposta ha avuto? Silenzio di tomba."
Le ragioni del 17% erano solide ed evidentissime. Ma era conveniente parlare d'altro, se si parlava ad alta voce o in pubblico.
Del resto tutti noi ci stavamo muovendo in quella che Fukuyama aveva definito "la fine della storia". Ma nessuno aveva informato la Storia riguardo alla sua fine, e quindi la Storia andava avanti come niente fosse.
Al tempo di Mi-en-leh e di Ni-en l’opposto dello Stato dei padroni delle fucine non era l’assenza di Stato, bensì uno Stato dei fabbri. Al posto dell’oppressione dei fabbri subentrò non l’assenza dell’oppressione, ma l’oppressione dei padroni delle fucine. E siccome nessuno è libero là dove qualcuno è oppresso, anche i fabbri non erano ancora completamente liberi.
Saltavano sempre fuori certuni che avevano stretti legami con lo Stato a sostenere che non vi era più oppressione. Venivano sempre confutati, non soltanto da coloro che odiavano lo Stato in ogni forma, ma altresì da coloro che comprendevano la necessità dello Stato dei fabbri per distruggere e sostituire lo Stato dei padroni delle fucine. Saltavano sempre fuori certuni che attaccavano lo Stato anche se opprimeva i padroni delle fucine, ma nessuno sapeva proporre una forma di organizzazione della produzione che non assomigliasse a uno Stato.
Me-ti rideva di coloro che anche per questo stadio sostenevano che il singolo fosse libero o addirittura più libero che mai. Diceva: Sia che si dica che è meglio non essere liberi in un buon paese che esserlo in uno cattivo, sia che si dica che prima si era liberi di fare ciò che danneggiava i più, ora si è liberi di fare ciò che giova ai più; qualsiasi cosa si dica, non si può dire che si è liberi. È questa l’epoca in cui le grandi collettività dei produttori ricevono la loro forma legale.
Allora il compito dell’individuo è quello di inserirsi per prima cosa nella collettività. Solo più tardi potrà essere utile tornare a separarsene. Certo, anche l’inserimento non deve ora cancellare l’individuo, né la separazione dovrà poi spezzare la collettività.
L’individuo è messo alle strette da ogni parte, deve dappertutto cedere, mollare, rinunciare. Libere sono diventate le collettività, che adesso si possono muovere.
Me-ti odiava i funzionari. Ma ammetteva di non poter scorgere altra via per liberarsene dal trasformare tutti in funzionari.
Gli individui, diceva Me-ti pensosamente, avevano prima alcunché di prezioso, cioè erano come erano perché gli altri ne pagavano il prezzo. Se così erano piatti assai pregiati, d’altra parte avevano il loro prezzo. Il cibo ha il suo prezzo, questo però significa anche che essi furono divorati.
Il 22 aprile Israele ha celebrato il suo 78° giorno dell’indipendenza. Di sicuro non è stato il migliore della sua storia, in un paese che non è più giovane.
Quando ero bambino il giorno dell’indipendenza era un momento di orgoglio e gioia per tutti i nuovi israeliani come me. Erano passati pochi anni dall’olocausto e dalla fondazione dello stato ebraico, e noi eravamo i figli della prima generazione di abitanti.
Ricordo mio padre mentre tirava fuori la bandiera ripiegata dal cassetto e la issava sul balcone del nostro appartamento. Tutti i balconi circostanti avevano la loro bandiera, tranne quello della famiglia Lebel, perché loro erano ultraortodossi e non onoravano lo stato sionista. Io provavo per mio padre lo stesso orgoglio che sentivo per la bandiera.
In quegli anni non sapevamo nulla della Nakba (la “catastrofe”, quando centinaia di migliaia di palestinesi furono costretti a lasciare le loro case in seguito alla nascita di Israele nel 1948). Nessuno ce l’aveva raccontata, così come nessuno ci aveva parlato del regime militare sotto cui vivevano i cittadini arabi di Israele. Non ci chiedevamo mai chi avesse abitato le case distrutte sul ciglio della strada o che fine avessero fatto quelle persone. Osservavamo i resti dei villaggi e dei quartieri palestinesi come se facessero semplicemente parte del panorama. La sera uscivamo in strada per festeggiare.
Il giorno dell’indipendenza era l’unico in cui i nostri genitori ci permettevano di stare fuori fino a tardi, senza limiti. Era una festa nazionale.
Immagine generata con AI a scopo puramente illustrativo del testo
Merz apre a un compromesso con la Russia, Sánchez guarda alla Cina: l’Europa inizia a smarcarsi dagli USA? In gioco non c’è solo la guerra in Ucraina, ma un nuovo equilibrio globale tra finanza americana e modello statale cinese.
Europa-Cina: la fine della fedeltà atlantica?
Berlino e Madrid stanno dicendo la stessa cosa, con accenti diversi ma con una direzione comune: l’Europa non può più permettersi di restare agganciata in modo automatico all’asse Stati Uniti–NATO.
Il cancelliere Friedrich Merz, intervenendo sul dossier ucraino, ha introdotto un elemento che fino a pochi mesi fa era considerato politicamente radioattivo: la possibilità di un accordo con la Russia che implichi concessioni territoriali. Tradotto: la guerra non si vince, si chiude. E si chiude trattando.
Non è solo una posizione realista: è una rottura. Significa smarcarsi dalla linea di Volodymyr Zelensky, ma soprattutto dalla strategia americana di logoramento prolungato.
Nello stesso tempo, Pedro Sánchez si muove verso Cina, non come gesto isolato ma come apertura strutturale. Pechino, interessata a una stabilizzazione del conflitto ucraino, si propone come attore negoziale e — soprattutto — come partner economico alternativo.
Quello che emerge non è un’alleanza, ma una possibilità: un rapporto sistemico tra Unione Europea e Cina. E qui il punto smette di essere diplomatico e diventa strategico.
La partita vera: globalizzazione regolata contro finanza imperiale
In Europa e in Italia, stiamo assistendo a una degenerazione della lotta politica, divenuta trasposizione della guerra sotto altre forme. Sebbene nel mondo siano attivi una sessantina di conflitti militari, tre sono le “aree di crisi” che più destano inquietudine: l’aggressione all’Iran, da parte di USA e Israele; lo sterminio del popolo palestinese da parte dello Stato israeliano e la guerra in Ucraina, che oggi desta in noi la preoccupazione maggiore: un conflitto nel quale l’Italia è direttamente coinvolta con invio di armi e fondi, con l’apertura indiscriminata agli ucraini che fuggono del loro paese, e una sorta di “ucrainizzazione” della nostra politica estera, e dello stesso dibattito pubblico. Il governo Meloni, dopo l’ennesima questua di Volodimir Zelensky, non solo ha concesso un nuovo finanziamento a fondo perduto, ma ha firmato con Kiev accordi volti a fabbricare droni. In seguito a questi ultimi fatti, la Federazione Russa ha inviato un avvertimento: considerare obiettivi legittimi i luoghi nei quali si fabbricano armi che verranno utilizzate per colpire il proprio territorio, ossia, l’Europa e l’Italia. Tutto fa comprendere che, pur senza dichiararlo, i nostri governanti ci stanno portando allo scontro con la Russia. Una guerra impossibile, data la disparità di forze a vantaggio della Russia, e soprattutto una guerra insensata. E, infine, una guerra che, dato l’armamento nucleare posseduto dal “Nemico”, il più grande sulla terra, aprirebbe la porta a un’apocalissi nucleare.
Da: https://www.lantidiplomatico.it - Alberto Bradanini, ex-diplomatico. Già Ambasciatore d’Italia in Cina (2013-15), Coordinatore del Comitato Governativo Italia-Cina (2007-09), Console Generale d’Italia a Hong Kong (1996-98), Consigliere Commerciale all’Ambasciata d’Italia a Pechino (1991-96), Ambasciatore d’Italia a Teheran (2008-12), attualmente Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea (Reggio Emilia, Italia). Alberto Bradanini è autore di diversi saggi e libri, tra cui “Oltre la Grande Muraglia” (2018); “Cina, l’irresistibile ascesa” (2022) e “Lo sguardo di Nenni e le sfide della Cina”.
1. Israele è uno stato governato da criminali sociopatici, che guidano un esercito di assassini che uccidono e uccidono, poi si riposano qualche giorno, invadono i media con le loro spudorate menzogne e quindi tornano a uccidere. Tralasciando le atrocità commesse in 80 anni di occupazione violenta della Palestina, solo nei tempi recenti, dopo aver massacrato 80/100.000 persone a Gaza - cui devono aggiungersi 200/300.000 feriti e mutilati nel corpo e nello spirito e chissà quante migliaia in Cisgiordania - il giorno 8 aprile 2026, inizio del cosiddetto cessate il fuoco tra Iran e Usa/Israele e tra Libano e Israele, racchiusi nelle loro fortezze volanti, un pugno di soldati israeliani, prodotti sperimentali dell’AI con spiccate caratteristiche disumanizzanti, hanno premuto un bottone e, senza rischiare nemmeno un graffio della loro preziosa epidermide, hanno massacrato centinaia di abitanti di Beirut, i più deceduti subito, altri sepolti vivi, tra cui tanti sventurati bambini. Dal 2 marzo 2026 a oggi, l’esercito più crudele della galassia ha ucciso circa 2500 persone - e ogni giorno il numero sale - senza che qualcuno sul pianeta Terra ingiunga a cotanti assassini di farla finita.
Non si tratta nemmeno, ça va sans dire, di episodi di guerra, ma di massacri premeditati, che rimbalzano qualche ora sui prezzolati mezzi di comunicazione di massa, per essere archiviati a fine giornata, mentre i responsabili riprendono a pianificare altre, quotidiane atrocità.
Da: dignità TV - Paolo Ferrero è un politico italiano, Ministro della solidarietà sociale del Governo Prodi II dal 17 maggio 2006 all'8 maggio 2008. È stato segretario di Rifondazione Comunista dal 27 luglio 2008 al 2 aprile 2017 - Francesco Dall'Aglio, Medievista, saggista, ricercatore presso l’Istituto di Studi Storici al Dipartimento di Storia Medievale dell’Accademia delle Scienze di Sofia e gestore del canale Telegram «War Room». È coautore del volume, scritto assieme a Carlo Ziviello, Oppenheimer, Putin e altre storie sulla bomba(Ad Est dell’Equatore, 2023). - Francesco Dall'Aglio -
Per la seconda volta Israele con un atto terroristico aggredisce la Flotilla che vuole legittimamente portare aiuti alla popolazione di Gaza. Questa volta l’aggressione è avvenuta in acque sotto la competenza dell’Unione Europea, che – nella sua completa e screditata subalternità – non dice nulla. L’ennesimo atto di arroganza di Israele si situa però in un contesto in cui Israele ha perso larga parte del consenso popolare di cui godeva e per questo occorre mobilitarsi urgentemente contro Israele e la sua politica.
In questa puntata analizziamo anche i possibili sviluppi della guerra di USA e Israele all’Iran, sia sul piano militare che politico.
Infine, analizziamo la palese volontà dell’Unione Europea allargata (con l’Inghilterra) di arrivare alla guerra con la Russia trascinando il mondo in una nuova guerra mondiale. L’Unione Europea non lavora per la pace in Ucraina lavora per una impossibile vittoria che apre le porte ad una catastrofe per i popoli europei. Contro questa prospettiva folle e criminale occorre costruire da subito la più ampia mobilitazione popolare.
Nella presente relazione, la Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967 esamina l'uso sistematico da parte di Israele della tortura contro i palestinesi provenienti dai territori palestinesi occupati a partire dal 7 ottobre 2023, includendo pratiche di detenzione e non detenzione che raggiungono la soglia del genocidio ai sensi della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio. Documenta come la tortura sia diventata parte integrante del dominio e della punizione inflitti a uomini, donne e bambini, sia attraverso abusi in custodia sia attraverso un'implacabile campagna di sfollamento forzato, uccisioni di massa, privazioni e distruzione di ogni mezzo di sussistenza, al fine di infliggere dolore e sofferenza collettiva a lungo termine. Viene imposto un regime continuo e pervasivo a livello territoriale di terrore psicologico, concepito per spezzare i corpi, privare un popolo della sua dignità e costringerlo ad abbandonare la propria terra. Non si tratta di violenza occasionale. È l'architettura del colonialismo di insediamento, costruita su un fondamento di disumanizzazione e mantenuta da una politica di crudeltà e tortura collettiva.
I. Introduzione
1. Nella presente relazione, il Relatore speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967 esamina l'uso della tortura – l'inflizione intenzionale di dolore o sofferenza gravi, fisici o mentali, a fini di intimidazione e coercizione o per qualsiasi motivo basato sulla discriminazione – da parte di Israele contro i palestinesi in quanto gruppo, e constata che la tortura è una caratteristica strutturale del genocidio in corso e del più ampio apartheid coloniale di insediamento.
2. Poiché la sua missione è stata ostacolata da Israele, la relatrice speciale ha raccolto informazioni pertinenti attraverso documenti scritti,¹ tra cui oltre 300 testimonianze raccolte da numerose organizzazioni; consultazioni a distanza con esperti legali e sopravvissuti alla tortura; e una revisione di fonti primarie e pubbliche, comprese le testimonianze di informatori israeliani.
3. La tortura è sempre stata una caratteristica centrale dell'espropriazione dei palestinesi da parte di Israele. Tuttavia, dall'ottobre 2023, Israele ha impiegato la tortura su una scala che suggerisce una vendetta collettiva e un intento distruttivo. Il fatto che i palestinesi siano presi di mira "come un'intera nazione là fuori che è responsabile", per usare le parole del presidente israeliano Isaac Herzog,² è evidente nella brutalità del sistema di detenzione israeliano e nel più ampio regime carcerario imposto a tutti i palestinesi. Caratterizzate come necessarie per la "sicurezza" di Israele, queste pratiche operano come un progetto ideologico di distruzione sociale, normalizzando la crudeltà e con l'obiettivo politico di indebolire la "nazione" palestinese.
Da: AccademiaIISF - Paolo Vinci, filosofo, ha insegnato per anni presso la Facoltà di Filosofia dell'Università “Sapienza” di Roma ed è membro del Consiglio Esecutivo dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Studioso di Marx, Hegel e Heidegger, si è occupato anche di filosofia contemporanea e del pensiero di Adorno e Benjamin.
Da: https://ilmanifesto.it - Widad Tamimi Scrive romanzi, storie brevi, collabora con testate italiane e straniere, ha studiato diritto internazionale alla SOAS di Londra e si occupa di rifugiati da molti anni. E’ nata apolide, da padre palestinese e una madre di origini ebraiche
Striscia continua Senza il nemico, Israele sembra smarrire la sua identità coesiva. Se la vittoria fosse davvero totale, la guerra finirebbe, e con essa finirebbe il modello sociale ed economico su cui si regge il Paese. Ecco allora la necessità di una «vittoria relativamente totale»: un conflitto a bassa o alta intensità che si rinnova ogni giorno, una routine di sangue.
C’è una macabra ironia nella cronaca che arriva dal nord della Galilea e dai confini con Gaza. Mentre i radar intercettano droni e i bambini nelle scuole elementari sostituiscono l’ora di disegno con le esercitazioni nei rifugi, la società israeliana sembra vittima di quel «guasto tecnico» di cui scriveva la satira egiziana anni fa, come ci ricorda Odeh Bisharat sulle pagine di Haaretz: una breve interruzione di pace subito corretta dal ritorno alla normalità della guerra. Ma questa normalità non è un incidente; è il prodotto di una postura esistenziale che affonda le radici in un trauma irrisolto, trasformando la memoria in un’arma di offesa permanente.
Per decenni, la narrazione ufficiale dello Stato ebraico ha intrecciato i fili della Shoah con quelli della necessità militare. L’imperativo del «Mai più» è stato declinato non come un impegno universale contro la deumanizzazione, ma come una licenza speciale alla militarizzazione assoluta. In questo perimetro psicologico, il mondo è un luogo intrinsecamente ostile e il nemico non è mai un attore politico con cui negoziare, ma l’incarnazione metafisica dell’oppressore.
È LA FAMOSA Sindrome di Masada, ovvero la convinzione profonda che il resto del mondo sia ostile, che la distruzione sia imminente e che l’unica alternativa alla sottomissione sia la resistenza eroica fino all’autodistruzione.
In questo video Giulio Chinappi e Alessandra Ciattini analizzano uno dei nodi più esplosivi della crisi internazionale: il ruolo strategico dello Stretto di Hormuz, il peso del petrolio e del commercio energetico, e le conseguenze che un allargamento del conflitto avrebbe sull’economia mondiale, sull’Europa e sugli equilibri geopolitici globali.
Dall’Iran agli Stati Uniti, dai mercati energetici alle grandi potenze asiatiche, una riflessione sulle vere implicazioni internazionali di una crisi che può cambiare gli assetti del mondo.
Da: ilcontesto.net - Giacomo Gabellini è un giovane ricercatore indipendente. - Maurizio Boni nato a Vicenza nel 1960, è stato il vice comandante dell'Allied Rapid Reaction Corps (ARRC) di Innsworth (Regno Unito), capo di stato maggiore del NATO Rapid Reaction Corps Italy (NRDC-ITA) di Solbiate Olona (Varese), nonché capo reparto pianificazione e politica militare dell'Allied Joint Force Command Lisbon (JFCLB) a Oeiras (Portogallo). [...]
Mosca ha accusato Lituania, Lettonia ed Estonia di collaborazionismo con l’Ucraina rispetto agli attacchi con droni che le forze armate di Kiev hanno condotto contro i terminali petroliferi russi sul Mar Baltico. Più specificamente, l’idea fattasi strada in seno alla classe dirigente del Cremlino è che questi Paesi stiano mettendo il proprio spazio aereo a disposizione dell’esercito ucraino.
La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha dichiarato che gli Stati baltici «hanno ricevuto un avvertimento appropriato», e aggiunto che «se i regimi di questi Paesi hanno abbastanza buon senso, ascolteranno. In caso contrario, dovranno affrontare una risposta».
Il Ministero della Difesa russo, invece, ha pubblicato un rapporto in cui elencano decine di strutture chiave situate all’interno dei Paesi occidentali, che secondo Mosca starebbero fabbricando droni e altri armamenti per conto dell’Ucraina.
Nel comunicato ufficiale si afferma che «consideriamo questa decisione come un passo deliberato che porterà a una forte intensificazione della tendenza politico-militare in tutto il continente europeo e alla graduale trasformazione di questi Paesi in retrovie strategiche dell’Ucraina»
L’elenco completo delle aziende e dei loro indirizzi è stato poi pubblicato dal Ministero della Difesa russo, cosa che lascia chiaramente presagire l’intenzione di Mosca di adottare una qualche contromisura.
Secondo il vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo Dmitrij Medvedev, «la dichiarazione del Ministero della Difesa russo va presa alla lettera: l’elenco degli stabilimenti europei che producono droni e altre attrezzature è un elenco di potenziali obiettivi per le forze armate russe. Quando gli attacchi diventeranno realtà dipenderà da cosa accadrà in seguito. Dormite sonni tranquilli, partner europei!».
Il rinnovato attivismo europeo si colloca in una congiuntura particolarmente critica, che vede l’amministrazione Trump ventilare la possibilità di punire alcuni Stati europei per la loro mancanza di sostegno alla guerra contro l’Iran sottraendo gradualmente l’ombrello di sicurezza statunitense.
Stando a quanto riportato dal «Wall Street Journal», «la proposta comporterebbe il ritiro delle truppe statunitensi dai paesi membri dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico ritenuti poco collaborativi nei confronti dello sforzo bellico contro l’Iran e il loro dispiegamento in paesi più favorevoli alla campagna militare statunitense.
La proposta sarebbe ben lontana dalle recenti minacce del presidente Trump di ritirare completamente gli Stati Uniti dall’alleanza, cosa che per legge non può fare senza l’approvazione del Congresso». Ne parliamo assieme a Maurizio Boni, generale di corpo d’armata, giornalista, saggista e collaboratore di «Analisi Difesa» e de «Il Fatto Quotidiano». (ilcontesto.net)
Relatrice speciale dell’ONU sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, Francesca Albanese denunciava già nel marzo 2024 il genocidio a Gaza. Seguendo il suo percorso, questo documentario ci conduce nel cuore della crisi di un’istituzione: l’ONU, a 80 anni dalla sua creazione, deve fare i conti con la propria impotenza nel fermare il massacro delle popolazioni civili.
Da tempo sto sostenendo che sono i "giornalisti" a dare la linea ai politici. E che il sistema guerra li ha reclutati nella loro quasi totalità. Pronti a tessere le lodi dell'Occidente, a giustificare ogni infamia di Israele (l'ultima in data odierna è l'uccisione mirata della giornalista libanese Amar Khalil, alla quale sono stati anche impediti i soccorsi che avrebbero potuta salvarla), pronti a giustificare ogni osceno atto compiuto dagli Stati Uniti, pronti a demonizzare il "Nemico" di turno; pronti, soprattutto, a mentire, a volte a pagamento, altre volte gratis, perchè forse, in qualche caso, credono persino alle sciocchezze che scrivono o urlano dagli schermi.
Questi due, uno del Corriere della Sera (presentato nelle biografie come "uno dei più autorevoli giornalisti italiani a livello internazionale"!), l'altro del "Foglio", vengono ambedue dalla sinistra, accomunati dalla passione delle bretelle. Ferrara ex PCI, comunista figlio di comunisti, sostenitore della causa palestinese, fino a quando incontra la CIA che lo recluta, con regolare ingaggio, e politicamente, questo coincide con un altro incontro, ossia Bettino Craxi, di cui diventa intimo, e dopo aver occupato la poltrona di eurodeputato, caduto in disgrazia il suo padrino politico, passata la sbornia di quell'epoca, "caduto il Muro", diventa seguace e persino ministro di Berlusconi, e suo ghostwriter. Si dibatte tra le alterne vicende, fino a che ottiene dalla seconda moglie del "Cav" (fu lui a usare per primo questo nomignolo, mi pare), i trenta denari per dar vita a un giornale della destra "colta", "Il Foglio", una di quelle testate lette da chi ci scrive ma che è da sempre tenuta in vita da fondi pubblici. E nel corso del tempo il giornale si sposta sempre più a destra diventando la voce del doppio padrone, statunintense e israeliano, con una cattiveria verso i deboli, i poveri, gli africani, gli arabi, gli asiatici, tranne che siano quelli buoni, "gli amici dell'Occidente", cioè i servi di Washington. Per ragioni di salute e altre, lascia la direzione al ragionier Cerasa, uno scherzo di "giornalista", che non merita neppure dieci secondi di attenzione. Il Ferrarone, data la stazza, gioca da battitore libero, si esibisce in qualche comizio (fu promotore a Roma, uno poco dopo il 7 ottobre 2023, di un raduno di filosionisti, dal cui palco giunsero frasi rivolte a me e ad Alessandro Orsini, del tipo: "Sappiamo dove abitate, vi veniamo a prendere"). Oggi scopro una sua intemerata di non solo di giustificazione, ma di ululante esaltazione dei crcimini dell'esercito di Tel Aviv, con corrispettivo conclamato disprezzo per quella gentaglia degli arabi.
Dal suo canto, Federico Rampini (per lui basterebbe l'imitazione del mitico Crozza), viene da sedicenti "ambienti progressisti"e, uno che ha il passaporto USA e attico a New York, un "giornalista" che è addirittura "saggista" e ogni anno sforna un libro o due a seconda dei viaggi compiuti (si suppone a spese del suo giornale) e che data la sua perspicacia gli consentono in una settimana di comprendere e ipso facto raccontare i luoghi da lui visitati a un pubblico che lo vede in copertina trionfante nelle sue camicie colorate, all'americana, ornate di bretelloni. Sicchè ora tocca al continente africano, raccontato da Rampini, ora il mondo cinese, ora l'intera Europa, e ovviamente tutto il bello degli Stati Uniti d'America patria della libertà e della democrazia, di cui ci ammannisce quotidiane dosi di apologia; ma il suo libro più esilarante è "Grazie, Occidente! Tutto il bene che abbiamo fatto".).
Libercomunismo. Scienza dell’utopia (Feltrinelli, 2026) di Emiliano Brancaccio è un piccolo libro di economia politica, esito di un grande lavoro di ricerca collettiva, che condivide con i lettori una sfida, sconvolgente per almeno tre ragioni: 1) svela scientificamente la gravità della nostra catastrofe; 2) impiega uno stile saggistico, figurale ed efficace, capace di dar conto con chiarezza delle sue acquisizioni; 3) indica il compito, concretamente utopico, che ci sta davanti.
Queste tre ragioni forti del libro sono inattuali nel nostro presente, erede del pensiero debole. Per mezzo secolo l’economia “neoclassica” è stata patrimonio teorico del Capitale e l’intero sistema accademico ha propugnato il dogma delle invalicabili virtù del mercato: impossibile e indesiderabile del resto oltrepassarle, secondo il senso comune, dato il fallimento del “socialismo reale”. Se in questi decenni il capitalismo è stato considerato benefico e insuperabile, e se perfino i centri sociali sono stati intesi come un’intuizione del marketing, il termine comunismo ha potuto di contro diventare il significante di un cadavere, un’attardata, nostalgica e ridicola utopia.
Il primo sintomo che Brancaccio sospettosamente analizza sta sotto gli occhi di tutti: si tratta della “odierna ostinazione a dichiarare morto il comunismo per poi continuamente percuoterlo e ammazzarlo di nuovo” (p. 12). Ci si può chiedere: perché sprecare tanto denaro e tante parole per infamare un defunto inoffensivo? Da Berlusconi a Trump, la retorica politica recente è stata un susseguirsi di ingiurie rivolte ai “comunisti”, perciò il “persistente terrore del potere verso l’ipotetica minaccia comunista esige una spiegazione più scientifica” (p. 14).
Vedi anche: "Genocidio di Gaza: un crimine collettivo": presentazione del nuovo report della relatrice ONU, Francesca Albanese - Conferenza stampa di Stefania Ascari https://webtv.camera.it/evento
Il 21 gennaio 2026, la relatrice speciale dell'ONU sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha affermato che "l'impunità non durerà per sempre" in merito alle gravi violazioni del diritto internazionale a Gaza e all'occupazione israeliana in corso.
Ha fatto queste osservazioni in un'intervista rilasciata a seguito di una lezione alla SOAS University of London (+972 Magazine, 2026).
Albanese ha notato che, anche se la copertura mediatica globale è diminuita dopo un cessate il fuoco formale, l'emergenza umanitaria e la violenza contro i civili persistono. Secondo lei, ciò riflette un continuo modello di violenza che non può durare all'infinito senza responsabilità (+972 Magazine, 2026).
Le sue osservazioni emergono tra le crescenti tensioni che riguardano il ruolo degli esperti e delle istituzioni internazionali. Nel luglio 2025, gli Stati Uniti hanno sanzionato Albanese, sostenendo che si stava impegnando in una "guerra politica ed economica" attraverso le sue critiche a Israele.
Ha respinto le sanzioni, descrivendole come uno sforzo per intimidirla, e ha ribadito la sua dedizione a sostenere la giustizia e il diritto internazionale (Al Jazeera, 2025; Euronews, 2025).
I gruppi per i diritti umani, tra cui Amnesty International, hanno condannato le sanzioni, caratterizzandole come una violazione dei principi fondamentali della giustizia internazionale e un tentativo di reprimere la difesa dei diritti umani. L'organizzazione ha chiesto anche agli altri governi di opporsi a tali azioni (Amnesty International, 2025).
Le dichiarazioni di Albanese suggeriscono un cambiamento più ampio nella consapevolezza internazionale. Lei sostiene che, sebbene i progressi possano essere graduali, le richieste di giustizia e responsabilità stanno diventando sempre più importanti nelle discussioni globali.
Secondo la sua prospettiva, un sistema che tollera l'impunità prolungata è sempre più incompatibile con un ordine internazionale che aspira a sostenere gli standard giuridici e morali di fronte a conflitti duraturi.
Riferimenti +972 Rivista. (2026, 21 gennaio). 'L'impunità non durerà per sempre': cosa fa sperare Francesca Albanese. Al Jazeera. (2025, luglio). L'esperto dell'ONU Albanese respinge le sanzioni "oscene" degli USA per aver criticato Israele. Euronews. (2025, 11 luglio). Albanese, investigatore dell'ONU Palestina, le sbatte le sanzioni degli Stati Uniti come "un segno di colpa". Amnesty International. (2025). USA: le sanzioni contro la relatrice speciale ONU Francesca Albanese sono un affronto vergognoso alla giustizia internazionale.
Da: Visione TV - Sergej Karaganov è un politologo russo. È a capo del Consiglio di politica estera e della difesa, un istituto che si occupa di analisi della sicurezza, fondato da Vitalij Šlykov.
Il prof. Karaganov, tra gli autori del libro "Dalla deterrenza alla coercizione"
tradotto per il pubblico italiano da Visione Editore, spiega senza fronzoli la gravità del momento.
"L'aggressività di alcuni Paesi europei potrebbe a breve costringere la Russia ad alzare il livello della escalation"
A Teheran, oggi, migliaia di donne sono scese in piazza. Con rabbia, disciplina e una consapevolezza politica che il mondo occidentale vuole nascondere.
Immagini di piazza, effigi bruciate di Trump e Netanyahu, cori contro l'intervento straniero: lo scenario è lontano anni luce dai cliché con cui i media occidentali raccontano l'Iran.
Si tratta di un segnale potente e complesso di un popolo stanco di guerre che non sono le sue, di sanzioni che affamano, di blocchi navali che strangolano le economie e isolano interi Paesi.
In Italia, i "giornalisti" dell'era Meloni hanno tentato di liquidare questa notizia come "manifestazione pro-regime" per evitare una domanda scomoda: perché così tante donne iraniane scendono in piazza contro gli USA?
La risposta non è l'indottrinamento, come suggerisce la narrazione dominante.
La verità è che l'Iran vive da anni sotto una pressione esterna sistematica: sanzioni economiche che colpiscono la popolazione civile, isolamento finanziario, minacce militari cicliche.
Il celebre fisico Albert Einstein, scomparso il 18 aprile 1955 a Princeton (New Jersey), lasciò il proprio testamento spirituale al filosofo Bertrand Russell, suo grande amico, che lo rese pubblico il 9 luglio dello stesso anno.
Nato ad Ulm, in Germania, il 14 marzo 1879, Albert Einstein è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi scienziati nella storia dell’umanità. Nel 1916 enunciò la “Teoria della Relatività Generale”, destinata a rivoluzionare i concetti di spazio e tempo, grazie alla quale ricevette il premio Nobel nel 1921. Meno noti al grande pubblico sono altri aspetti della vita di Einstein, in particolare il suo interesse per la filosofia e per la politica, la sua adesione al socialismo e la sua capacità di diffidare del progresso scientifico, scontrandosi con la cieca fede che riponevano nella scienza molti dei suoi colleghi.
Einstein si era ben reso conto di come la medaglia del progresso scientifico avesse due facce ben distinte: una, quella più pubblicizzata, che avrebbe potuto portare benefici all’umanità; un’altra, tenuta nascosta, che invece avrebbe potuto provocare la fine stessa della civiltà e della vita sulla Terra. Proprio per questo, Einstein si battè a lungo contro la proliferazione nucleare: “Non è necessario immaginare che un’esplosione stellare distrugga la terra come una Nova per capire con chiarezza la crescente distruttività di una guerra atomica e riconoscere che, a meno di impedire un’altra guerra, è probabile che si arrivi a devastazioni su scala mai ritenuta possibile prima d’ora, e a stento concepibili anche adesso, e che ad esse sopravviverebbe ben poco della nostra società“, dichiarava in un’intervista rilasciata a Raymond Swing nel novembre 1947.