mercoledì 20 giugno 2018

Alle radici delle crisi: limiti e contraddizioni del capitale - Vladimiro Giacché

vladimiro-giacche è un filosofo ed economista italiano.

Per Marx la radice ultima delle crisi consiste nella contraddizionetra lo sviluppo delle forze produttive sociali e i rapporti di produzione capitalistici. Il modo di produzione capitalistico da un lato tende verso il massimo sviluppo delle forze produttive (questo è secondo Marx anche il suo principale merito storico). D’altro lato, i rapportidi produzione e di proprietà che lo contraddistinguono (ossia il lavoro salariato, l’appropriazione privata della ricchezza prodotta, e l’orientamento della produzione al profitto anziché al soddisfacimento dei bisogni sociali) inceppano periodicamente lo sviluppo delle stesse forze produttive, creando sovrapproduzione di capitale (un accumulo di capitale che non riesce a trovare adeguata valorizzazione) e sovrapproduzione di merci (un accumulo di merci che non riescono a essere vendute a un prezzo tale da remunerare adeguata-mente il capitale impiegato per produrle).

La crisi è il momento in cui tale contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione si manifesta e, al tempo stesso, il mezzo brutale attraverso cui si ripristinano le condizioni di accumulazione del capitale: «le crisi sono sempre soluzioni violente soltanto temporanee delle contraddizioni esistenti ed eruzioni violente che servono a ristabilire l’equilibrio turbato» (p. 154). Profitto e accumulazione vengono ripristinati per mezzo della distruzione di capitale e di forze produttive: aumento della disoccupazione e quindi abbassamento dei salari, fallimenti e quindi concentrazioni di imprese, deprezzamento di beni capitali, macchinari e materie prime e quindi miglioramento dei margini di profitto per chi li mette in opera.

Ma vediamo più da vicino i due lati della contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione.

martedì 19 giugno 2018

Antigone, o i rischi della secolarizzazione - Mauro Bonazzi

Da: Casa della Cultura Via Borgogna 3 Milano - mauro-bonazzi insegna Storia della filosofia antica.
Vedi anche: https://ilcomunista23.blogspot.com/2017/09/antigone-di-sofocle-vittorio-cottafavi.html
                      https://ilcomunista23.blogspot.com/2017/08/tragedia-come-paideia-eva-cantarella.html
                        https://ilcomunista23.blogspot.com/2018/06/edipo-la-conoscenza-e-il-destino-mauro.html
Leggi anche:      https://air.unimi.it/retrieve/handle/2434/142291/119966/10%20bonazzi.pdf




Nella secolarizzazione della tradizione europea la religione è stata interpretata come una forma di devozione personale. Dopo la massima espansione capitalistica e la parallela crisi culturale e politica, la religione cristiana ha ripreso un suo senso molto ampio come insegnamento morale e come contenuto politico. Una forte accentuazione di questa caratteristica è nella religione dell'Islam, l'altra grande religione monoteistica con al centro l'idea di salvezza. Ma il mondo è molto più ampio, e miliardi di persone, in India come in Cina, esercitano forme religiose o naturalistiche o confuciane. Conoscere queste culture fa capire il mondo contemporaneo. 

lunedì 18 giugno 2018

il capitalismo è in crisi, ma come cercherà di uscirne? - Paolo Massucci



L'articolo "Scatta l'ansia da rincaro per 237 trilioni di debito globali" di Morya Longo, pubblicato su "il Sole 24 Ore" del 15/06/2018 tratta di una questione di grande portata, inerente l'attuale economia capitalistica mondiale, che qualsiasi analisi marxista non può ignorare.

Si tratta del fatto che il debito globale, cresciuto più velocemente del PIL negli ultimi 10 anni, a fine 2017 ha raggiunto la cifra"astronomica" di 237 mila miliardi di dollari.

L'articolo parte dal fatto che, nel mondo della finanza, ci sono alcune preoccupazioni sulla sostenibilità del debito a seguito della fine della politica espansiva (caratterizzata dal QE e da tassi di sconto bassissimi o addirittura negativi) che ha caratterizzato negli ultimi anni la politica monetaria delle principali banche centrali (ad esempio USA, UE, inglese, giapponese): la politica più restrittiva -o meno espansiva- inevitabilmente impatterà sul costo di questo gigantesco debito.

Si pensi, per una rappresentazione più intuitiva, che 237 mila mld di dollari corrispondono, su 6 mld della popolazione mondiale, a un debito teorico di 39 mila dollari a testa, compresi bambini e persone inoccupate, comprese popolazioni di continenti come l'Africa i cui redditi si avvicinano a 1 euro al giorno !

In alcuni Paesi sviluppati la famiglie hanno un debito superiore al 150% del reddito annuo disponibile e in USA il 27% dei consumatori è considerato "subprime" (cioè poco affidabile; si ricordi che la crisi del 2008 è partita proprio dai debiti "subprime" in America), mentre ben 73 milioni di carte di credito sono definite "subprime" . E inoltre, secondo i dati OCSE, a livello mondiale le obbligazioni "spazzatura", che costituivano il 20% delle emissioni nel 2007, sono arrivate al 40% nel 2016.

Che cosa dire di tutto ciò ? Certamente che la crescita economica, peraltro modesta, nel capitalismo, negli ultimi decenni è stata pesantemente drogata dall'indebitamento dei consumatori e degli investitori: la finanza speculativa, in ultima analisi, non è che una conseguenza di ciò (cioè non è che la finanza speculativa, come molti ritengono, prende il posto della sana crescita, ma, al contrario, è la debolezza della crescita che necessita di indebitamento per essere stimolata, da cui consegue la finanza speculativa). Che cosa avverrebbe se l'economia capitalistica non fosse drogata da questo immenso indebitamento? C'è un rapporto tra questa situazione di sostegno "patologico" alla crescita capitalistica con la marxiana caduta tendenziale del saggio di profitto?

In ogni caso, stando così le cose, l'economia mondiale si trova in una situazione di incertezza ed instabilità e la crisi del 2008 non si può dire sia un capitolo chiuso: il capitalismo è in crisi, ma come cercherà di uscirne?

Infine, una considerazione sull'aumento della quota di debito "subprime" (o debito spazzatura) delle famiglie per acquisto casa e consumi: non c'è una relazione tra l'aumento della flessibilità del lavoro -cavallo di battaglia delle politiche neoliberiste degli ultimi decenni- e aumento di questo debito "spazzatura"? Se il lavoro non è più stabile, se è facile licenziare, che cosa succede al debito contratto quando viene meno il reddito famigliare ? Perché i giornalisti non mettono mai in relazione a stessa instabilità del lavoro, voluta dalle politiche neoliberiste dei capitalisti, con l'instabilità della finanza e quindi con l'instabilità della crescita e con il rischio di precipitare in nuove crisi e depressioni economiche? 

Paolo Massucci (Collettivo di formazione marxista "Stefano Garroni").

domenica 17 giugno 2018

LA RIFORMA PROTESTANTE - Stefano Ulliana

Da: https://www.sitosophia.org/author/stefanoulliana/ - StefanoUlliana è insegnante nella scuola pubblica italiana.




SINTESI A MODO DI BREVE COMPENDIO

PREMESSA

L’elaborazione di questo breve saggio dedicato alla nascita ed al primo sviluppo della Riforma protestante gravita attorno ad una serie organica di poli gravitazionali teorici ed interpretativi, che possono essere qui rapidamente delineati e descritti sotto forma di domanda. Essi sono relativi a:

a) l’acquisizione di una possibile via di fuga fondamentale nel modo di pensare la genesi della modernità (in connessione con lo sviluppo intrecciato della prima filosofia moderna). La Riforma protestante dà forse luogo ad una nuova possibile fase di civilizzazione per il continente europeo, nella quale l’elemento platonizzante (prevalentemente a trazione trascendente) si scontra e/o si fonde con una rivitalizzazione dell’elemento aristotelizzante rinascimentale (prevalentemente a radicalità immanente)? La questione della salvezza individuale (secondo la grazia e la provvidenza divine o secondo i meriti legati alle opere) deve essere vista come uno schermo, attraverso ed oltre il quale si muovono fattori di natura teologico-politica, che dunque possiedono in sé una forte carica di trasformazione economico-sociale e culturale? La prevalenza del fattore trascendentista su quello immanentista immobilizza e neutralizza le spinte più rivoluzionarie, messe in moto dalla Riforma? Si può così parlare di una Destra (Calvino) e di una Sinistra (via via più radicale e rivoluzionaria? Melantone, Zwingli, Müntzer e gli Anabattisti) nel movimento teologico-politico protestante franco-tedesco? La figura di Lutero andrebbe così a rappresentare il Centro ed il perno di una possibile ricomposizione dell’antico e tradizionale modo di  pensare e di vivere medievale con il nuovo impulso alla trasformazione, che però sia funzionale alla limitazione e neutralizzazione delle sue forme teologico-politiche più eversive?

b) Questa problematizzazione come può avvalersi degli apporti delle conoscenze storiche legate alla suddivisione territoriale tedesca di quella fase storica? Si devono considerare i contesti territoriali germanici limitati come occasione di nuove libertà (teologiche, politiche ed economico-sociali)?

c) Qual è l’influenza della pressione centrale dell’Impero su queste forme di libertà tradizionali ed ora innovative? Lo sviluppo della contesa fra il potere politico centrale e la sua difesa del cemento ideologico costituito dalla religione cattolica (Carlo V) pone a rischio di deflagrazione la stessa struttura politico-gerarchica dell’Impero? Apre, o avrebbe potuto aprire, soluzioni completamente nuove ed incompatibili con quella ricomposizione fra l’antico ordine feudale e l’avvio di un processo protocapitalistico mercantile verso il quale le nuove forze dirigenti nell’Impero (Dieta e Függer) sembravano voler spingere?

d) La nuova sistemazione teologico-politica, instabile sino alla metà del secolo successivo (Guerra dei Trent’anni) e diversa nei diversi  territori dell’Impero, confligge tendenzialmente e potenzialmente con l’accentuarsi delle tendenze alla concentrazione dei  poteri, che dalla costituzione delle monarchie nazionali in Europa tenderà rapidamente in età moderna alla fondazione di stati ad impronta assolutista (vedi Francia di Luigi XIV)? Così la mancata costituzione di uno stato unitario germanico (oltre l’apporto linguistico desumibile dall’opera teologico-politico e letteraria di Lutero) vale come una mancanza nei confronti del procedere del progresso storico europeo, o non invece come uno di quei «ritardi» della storia stessa, che – come indicava Ernst Bloch[1] – avrebbero potuto anticipare un futuro nuovo e completamente diverso, rivoluzionario?

e) Il tema della nascita della coscienza individuale, della sua autonomia e libertà, della sua indipendenza e della sua attiva determinazione progettuale, può collegarsi con l’avventura di una nuova organizzazione razionale della conoscenza filosofica e scientifica (Telesio, Bruno, Galilei)? Il principio della libertà teologica si compone con quello della libertà razionale e della ricerca naturale? La svalutazione iniziale della Natura in Lutero –  per la predominanza del peccato originale e della Legge – può trovare soluzione, sempre nello stesso Lutero, con la rivoluzione attuata dall’Amore divino? L’apertura che qui viene decretata salva la stessa considerazione naturale e avvia verso le forme di impulso agli studi naturalistici (secondo la linea germanica che collega Paracelso a Böhme)? In questa  prospettiva il futuro idealismo e post-idealismo tedesco potrebbero essere considerati come il consolidamento definitivo della «ideologia tedesca»,[2] quale depositaria finale delle intenzioni di conservazione e composizione mediativa (sovrastrutturale) luterana [Marx 1κ46]? Gli effetti storici successivi che avranno come soggetto la nazione tedesca (militarismo, imperialismo, nazionalsocialismo, neo-liberismo autoritario del Capitale) ‒ con le relative problematiche politico-sociali ed economiche, ovvero ideologiche ‒ devono essere visti come la necessaria conseguenza della sua continua ripresa e ricomposizione? 

sabato 16 giugno 2018

- Circa la categoria di "merce" in Marx. Arbeitskraft e Arbeitvermögen. - Stefano Garroni

Da: mirko.bertasi Stefano_Garroni è stato un filosofo italiano. - https://www.facebook.com/groups 


“Di primo acchito, la ricchezza borghese appare come un’immane raccolta di merci, la singola merce essendone l’esistenza (Dasein) elementare. Ma la singola merce si rappresenta (darstellen) sotto il duplice punto di vista[1] di valore d’uso (d’ora in avanti <gw>, abbreviazione del tedesco Gebrauchswert) e valore di scambio (<tw>, dal tedesco Tauschwert)." [2]</tw></gw>

Questo incipit è ripreso, pressocché letteralmente, nel capitolo sulla <merce> del primo libro di Das Kapital, con una variante, però, che forse merita di esser sottolineata.</merce>

Se in Zur Kritik, Marx parla della merce come  esistenza (Dasein) elementare della ricchezza borghese, in Das Kapital, invece, preferisce definirla Elementarform della stessa ricchezza borghese[3]; ciò che va notato, qui, è che il generico esistere è concepito da Marx (certo sulle orme di Hegel) come un processo, che si svolge mediante ‘figure’ o forme diverse, sicché quando parlo dell’esistere di un qualcosa posso intendere o il suo immediato e puntuale esserci, oppure la serie di quelle figure o forme, attraverso cui l’oggetto si svolge e raggiunge il suo finish.

Nel modo di esprimersi degli economisti borghesi –continua  Zur Kritik- la merce è innanzi tutto “qualunque cosa necessaria, utile o piacevole per il vivere, oggetto dei bisogni umani, mezzo di vita nel senso più ampio del termine. Questo esserci della merce come GW e la sua esistenza naturalmente manifesta coincidono … Il  valore d’uso ha valore solo per l’uso e si realizza unicamente nel processo del consumo.”[4]

venerdì 15 giugno 2018

Marx, il nuovo Socrate - R. Landor

Questo articolo è uscito il 3 gennaio 1997 nel numero 162 di Internazionale, a pagina 11. L’originale era uscito su The World il 18 luglio 1871.(Traduzione di Marina Astrologo)
R. Landor, The World, Stati Uniti Il merito di avere diffuso la consuetudine delle interviste negli Stati Uniti va in larga parte a Joseph Pulitzer, una delle figure più note del giornalismo americano. Il suo giornale, The World, pubblicò alcuni colloqui di portata storica. Oltre a quella qui riprodotta con Marx, fece scalpore l’intervista alla regina Vittoria apparsa il 17 giugno del 1883. Il giornalista inseguì la sovrana fin dentro un cimitero scozzese. Alla fine la sua insistenza fu premiata e la regina Vittoria fu costretta ad ammettere che il reporter era “audace come il resto della sua nazione”.




Karl Marx (1818-1883), filosofo politico e sociale, iniziò la sua carriera a Colonia nei primi anni quaranta come direttore di un giornale. Quando questo venne chiuso per motivi politici, si trasferì a Parigi, dove diresse un’altra pubblicazione fino a quando anch’essa venne chiusa per la stessa ragione. Si sistemò allora a Londra, dove scrisse le sue principali opere di filosofia e di economia politica. Si occupò ancora di giornalismo e fu corrispondente estero del New York Tribune dal 1851 al 1862. Il suo capolavoro, Il Capitale, venne pubblicato nel 1867. R. Landor, corrispondente del World, ha intervistato Marx a Londra e ha trasmesso il testo al giornale il 3 luglio 1871. Si pensa che l’altro signore tedesco presente per tutta la durata dell’intervista fosse Engels. Soltanto un paio di mesi prima, la Comune di Parigi, cui Marx aveva partecipato, era stata soffocata nel sangue.




Londra, 3 luglio 1871

Mi avete chiesto di raccogliere informazioni sull’Associazione Internazionale e io ho cercato di farlo. Attualmente, si tratta di un’ardua impresa. Londra è indiscutibilmente il quartier generale dell’Associazione, ma gli inglesi sono spaventati e sentono odor d’Internazionale dappertutto, come re Giacomo sentiva odor di polvere da sparo dopo la famosa congiura. Naturalmente, il livello di consapevolezza dei membri dell’Associazione è aumentato con la sospettosità del pubblico e se gli uomini che la dirigono hanno un segreto da custodire, il loro stampo è tale da custodirlo bene. Ho fatto visita a due dei suoi esponenti più in vista; con uno di essi ho parlato liberamente e qui di seguito riferisco il succo della nostra conversazione. Mi sono personalmente accertato di una cosa, e cioè che si tratta di un’associazione di veri lavoratori, ma che questi lavoratori sono guidati da teorici politici e sociali appartenenti a un’altra classe. Uno degli uomini che ho visto, fra i massimi dirigenti del Consiglio, si è fatto intervistare seduto al suo banco da lavoro, e a tratti smetteva di parlare con me per ascoltare le lamentele espresse in tono tutt’altro che cortese da uno dei tanti padroncini del quartiere che gli davano da lavorare. Ho sentito quello stesso uomo pronunciare in pubblico discorsi eloquenti, animati in ogni loro passo dalla forza dell’odio verso le classi che si autodefiniscono governanti. Ho capito quei discorsi dopo aver assistito a uno squarcio della vita domestica dell’oratore. Egli deve essere consapevole di possedere abbastanza cervello da organizzare un governo funzionante ma di essere costretto a dedicare la sua vita alla più estenuante routine di un lavoro puramente meccanico. Pur essendo un uomo orgoglioso e sensibile, era continuamente costretto a rispondere a un grugnito con un inchino, e con un sorriso a un ordine che sulla scala dell’urbanità si collocava più o meno allo stesso livello del richiamo che il cacciatore lancia al suo cane. Costui mi ha consentito di scorgere un aspetto della natura dell’Internazionale, la rivolta del lavoro contro il capitale, dell’operaio che produce contro il borghese che gode. Quella è la mano che colpirà duro quando giungerà il momento, e quanto alla mente che progetta, credo di aver veduto anche quella, nella mia intervista con il dottor Karl Marx.

mercoledì 13 giugno 2018

L’IDEA DI COMUNITÀ IN IVAN ILLICH - Marianna De Ceglia

Da: http://www.dialetticaefilosofia.it - https://www.facebook.com/dialettica.filosofia/
Vedi anche: https://ilcomunista23.blogspot.com/2018/04/prometeo-tecnica-e-potenza-carlo-sini.html



 La crisi come opportunità

Ivan Illich1 è stato un filosofo, un sociologo e un sacerdote2, facente parte di quella generazione di intellettuali contestatori della modernità negli anni sessanta e settanta. Ha un senso scegliere di ripartire dalle parole di questo sovvertitore di certezze per la straordinaria attualità del suo pensiero e la sua capacità di leggere analiticamente e criticamente la società del suo tempo.

Gustavo Esteva, intellettuale deprofessionalizzato, collaboratore e traduttore di Ivan Illich a partire dal 1983, riconosce il carattere quasi “profetico” delle riflessioni di questo pensatore rivoluzionario:

Illich anticipò con stupefacente lucidità l’odierno disastro, la decadenza di tutte le istituzioni, il modo in cui, una dopo l’altra, hanno iniziato a produrre il contrario di ciò che vorrebbe giustificare la loro esistenza. Fece vedere con precisione i modi in cui la corruzione del meglio diviene il peggio. E previde anche i modi in cui la gente avrebbe reagito contro il disastro3.

Arturo Escobar4 riporta nel suo saggio L’immaginazione dissidente il giudizio formulato da Erich Fromm, celebre filosofo e psicologo tedesco, su Ivan Illich, di cui era amico e collaboratore. Egli ritiene che la caratteristica centrale del pensiero illichiano sia l’umanesimo radicale, ossia:

una prontezza ed una capacità di porre in discussione criticamente tutte le certezze e le istituzioni che sono diventate puri e semplici idoli chiamati senso comune, logica e tutto ciò che si presume essere naturale. Questo modo radicale di porre in discussione le acquisizioni del mondo in cui viviamo è possibile solo quando non si diano per scontati i concetti base della società in cui si vive o addirittura di un intero periodo storico […]. Il dubbio radicale [caratteristica del pensiero illichiano] è, al tempo stesso, svelare e scoprire […]5.

L’analisi teorica sviluppata da Ivan Illich è incentrata sulla critica dei dogmi della modernità e del mito dello sviluppo da essa promosso. La modernità è caratterizzata dalla prevalenza di un’attitudine specifica, ossia il superamento del limite; la figura mitologica paradigmatica che incarna questa attitudine è Prometeo. L’atteggiamento ribelle e arrogante, con cui Prometeo sfida gli dei, è analogo alla hybris dell’uomo moderno; egli manifesta un delirio di onnipotenza, illudendosi di detenere un potere pressoché assoluto. La specificità della società moderna è l’aspettativa di una crescita economica illimitata:

martedì 12 giugno 2018

"DEMOCRAZIA" - Norberto Bobbio

Da: https://www.facebook.com/riccardo.bellofiore. - https://www.facebook.com/Economisti-di-classe-Riccardo-Bellofiore-Giovanna-Vertova-
Norberto_Bobbio è stato un filosofo, giurista, politologo, storico e senatore a vita italiano.


In tempi di post-democrazia, con un governo di estrema destra, nel giorno che ricorda il referendum che istituì la Repubblica, e aprì il percorso che portò due anni dopo alla Costituzione del 1948, vale la pena di ricordare l’idea di democrazia che maturò allora, con tutto il suo idealismo ma anche tutta la sua grandezza, nelle parole di Norberto Bobbio, che fu uno dei miei Maestri all’Università di Torino. Questo testo comparve nel 1958 su "Risorgimento" che, in occasione del primo decennale della Costituzione, aveva promosso un' inchiesta. Venne poi pubblicato, nello stesso anno, sul bollettino dell' Ateneo di Torino.                  (Riccardo Bellofiore)


'Quando parliamo di democrazia, non ci riferiamo soltanto a un insieme di istituzioni, ma indichiamo anche una generale concezione della vita. Nella democrazia siamo impegnati non soltanto come cittadini aventi certi diritti e certi doveri, ma anche come uomini che debbono ispirarsi a un certo modo di vivere e di comportarsi con se stessi e con gli altri.

Come regime politico la democrazia moderna è fondata sul riconoscimento e la garanzia della libertà sotto tre aspetti fondamentali: la libertà civile, la libertà politica e la libertà sociale. Per libertà civile s' intende la facoltà, attribuita ad ogni cittadino, di fare scelte personali senza ingerenza da parte dei pubblici poteri, in quei campi della vita spirituale ed economica, entro i quali si spiega, si esprime, si rafforza la personalità di ciascuno. Attraverso la libertà politica, che è il diritto di partecipare direttamente o indirettamente alla formazione delle leggi, viene riconosciuto al cittadino il potere di contribuire alle scelte politiche che determinano l' orientamento del governo, e di discutere e magari di modificare le scelte politiche fatte da altri, in modo che il potere politico perda il carattere odioso di oppressione dall' alto. Inoltre, oggi siamo convinti che libertà civile e libertà politica siano nomi vani qualora non vengano integrate dalla libertà sociale, che sola può dare al cittadino un potere effettivo e non solo astratto o formale, e gli consente di soddisfare i propri bisogni fondamentali e di sviluppare le proprie capacità naturali.

Queste tre libertà sono l' espressione di una compiuta concezione della vita e della storia, della più alta e umanamente più ricca concezione della vita e della storia che gli uomini abbiano creato nel corso dei secoli. Dietro la libertà civile c' è il riconoscimento dell' uomo come persona, e quindi il principio che società giusta è soltanto quella in cui il potere dello stato ha dei limiti ben stabiliti e invalicabili, e ogni abuso di potere può essere legittimamente, cioè con mezzi giuridici, respinto, e vi domina lo spirito del dialogo, il metodo della persuasione contro ogni forma di dogmatismo delle idee, di fanatismo, di oppressione spirituale, di violenza fisica e morale. Dietro la libertà politica c' è l' idea della fondamentale eguaglianza degli uomini di fronte al potere politico, il principio che dinanzi al compito di governare, essenziale per la sopravvivenza stessa e per lo sviluppo della società umana, non vi sono eletti e reprobi, governanti e governati per destinazione, potenti incontrollati e servi rassegnati, classi inferiori e classi superiori, ma tutti possono essere, a volta a volta, governanti o governati, e gli uni e gli altri si avvicendano secondo gli eventi, gli interessi, le ideologie. Infine, dietro la libertà sociale c' è il principio, tardi e faticosamente apparso, ma non più rifiutabile, che gli uomini contano, devono contare, non per quello che hanno, ma per quello che fanno, e il lavoro, non la proprietà, il contributo effettivo che ciascuno può dare secondo le proprie capacità allo sviluppo sociale, e non il possesso che ciascuno detiene senza merito o in misura non proporzionata al merito, costituisce la dignità civile dell' uomo in società.

Una democrazia ha bisogno, certo, di istituzioni adatte, ma non vive se queste istituzioni non sono alimentate da saldi principi. Là dove i principi che hanno ispirato le istituzioni perdono vigore negli animi, anche le istituzioni decadono, diventano, prima, vuoti scheletri, e rischiano poi al primo urto di finire in polvere. Se oggi c' è un problema della democrazia in Italia, è più un problema di principi che di istituzioni. A dieci anni dalla promulgazione della costituzione possiamo dire che le principali istituzioni per il funzionamento di uno stato democratico esistono. Ma possiamo dire con altrettanta sicurezza che i principi delle democrazia siano diventati parte viva del nostro costume?

Non posso non esprimere su questo punto qualche apprensione. Il cammino della democrazia non è un cammino facile. Per questo bisogna essere continuamente vigilanti, non rassegnarsi al peggio, ma neppure abbandonarsi ad una tranquilla fiducia nelle sorti fatalmente progressive dell' umanità. Oggi non crediamo, come credevano i liberali, i democratici, i socialisti al principio del secolo, che la democrazia sia un cammino fatale. Io appartengo alla generazione che ha appreso dalla Resistenza europea qual somma di sofferenze sia stata necessaria per restituire l' Europa alla vita civile.

La differenza tra la mia generazione e quella dei nostri padri è che loro erano democratici ottimisti. Noi siamo, dobbiamo essere, democratici sempre in allarme.' 

lunedì 11 giugno 2018

- Julian Assange è un problema solo per l’Ecuador o anche per noi? - Alessandra Ciattini




Da: https://www.lacittafutura.it - Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza.

Quale sarà il destino di Julian Assange e cosa faranno di lui Trump e Moreno? 

Il Venezuela sembra essere il paese latinoamericano che attira più di tutti l’attenzione dei media (soprattutto la TV), che invece ignorano quasi del tutto le vicende dell’Ecuador, in cui al presidente Rafael Correa è successo Lenín Moreno, eletto circa un anno fa, presentandosi come continuatore della Revolución Ciudadana, avviata dal primo. Eppure l’Ecuador costituisce il secondo produttore di petrolio in America Latina, collocandosi proprio alle spalle del Venezuela, ed inoltre continua a tenere nella sua ambasciata di Londra Julian Assange, attivista politico e fondatore di WikiLeaks, che ha svelato al mondo intero documenti militari e diplomatici statunitensi e di altri paesi e che probabilmente solo i nostri nipoti avrebbero potuto leggere.
In particolare, WikiLeaks ha pubblicato documenti relativi a come sono trattati i detenuti del carcere di Guantánamo, che Obama aveva promesso di smantellare, informazioni relative agli aspetti più oscuri della guerra in Afghanistan, come il massacro di civili, documenti connessi alla guerra in Irak, come le famose torture nel carcere di Abu Ghraib e la deliberata uccisione di civili, valutazioni dei più importanti leader politici mondiali, che quindi evidentemente debbono essere costantemente tenuti sotto osservazione. Infine, nel 2017 WikiLeaks ha reso noto che la CIA, affiancata dalla NSA (National Security Agency) spia milioni di cittadini nel mondo utilizzando cellulari, televisori impiegati come microfoni, della cui presenza ovviamente siamo inconsapevoli.
Come è noto, Assange si era rifugiato nel 2012 nell’ambasciata ecuadoriana dopo essere stato accusato di stupro dalle autorità svedesi ed era stato ben accolto con lo scopo dichiarato di difendere la libertà di espressione. Ma l’elezione di Moreno e la sua vittoria al referendum del febbraio 2018, il cui scopo principale era impedire la rielezione indefinita del presidente della Repubblica (Correa era già stato eletto 3 volte) e mettere nelle mani di Moreno l’organismo di controllo delle istituzioni, creato con la costituzione del 2008, rende assai critica la posizione di Assange. Infatti, sembra che il nuovo direttore d’orchestra (Moreno) abbia cambiato musica, togliendo per esempio all’attivista australiano la connessione internet [1] e cercando di rendergli difficile il prosieguo del soggiorno nell’ambasciata londinese.

sabato 9 giugno 2018

- Caduta tendenziale del saggio di profitto, fordismo, postfordismo. - Maria Turchetto

Da: http://www.thomasproject.net - https://www.sinistrainrete.info
Maria Turchetto è ricercatrice Universitaria in quiescenza (http://www.unive.it/data/persone/5591077/curriculum)
Vedi anche: https://ilcomunista23.blogspot.com/2017/03/levoluzione-della-donna-maria-turchetto.html


(Novembre 1994) [ITA_08_02_2018]

“E così si è visto, in generale, che le medesime cause che determinano la caduta del saggio di profitto, danno origine a forze antagonistiche che ostacolano, rallentano e parzialmente paralizzano questa caduta. E se non fosse per questa azione contrastante non sarebbe la caduta del saggio di profitto ad essere incomprensibile, ma al contrario la relativa lentezza di questa caduta. In tal modo la legge si riduce ad una semplice tendenza, la cui efficacia si manifesta in modo convincente solo in condizioni determinate e nel corso di lunghi periodi di tempo”[1].

Nell’esposizione della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, contenuta nel III libro de Il Capitale, c’è un contrasto tra la struttura dell’argomentazione e il suo contenuto. La struttura argomentativa, distribuita sui due capitoli “La legge in quanto tale” e “Cause antagonistiche”, presenta una legge contrastata da fenomeni perturbatori. Il saggio di profitto è come una piuma lasciata cadere dall’alto, rallentata dalla densità dell’aria, temporaneamente risollevata dal vento: sappiamo che, alla fine, tra le diverse forze in gioco avrà la meglio la forza di gravità; alla lunga, per la legge della caduta dei gravi, la piuma arriverà a terra. Il contenuto dell’argomentazione ci costringe ad abbandonare questa analogia, perché veniamo a sapere che le cause che determinano la caduta del saggio di profitto e quelle che la contrastano sono le medesime. Non abbiamo dunque una forza che prevale su altre forze (per intensità, durata, ecc.), ma una medesima causa che ha effetti contrastanti.

Marx ammette solo parzialmente questa difficoltà, presentandola come indebolimento della legge, o meglio come degradazione della legge a “semplice tendenza”, la quale “si manifesta in modo convincente solo in condizioni determinate e nel corso di lunghi periodi di tempo”. Ma non rinuncia a considerare questa tendenza come principale rispetto alle controtendenze provocate dalle forze antagonistiche. È inoltre piuttosto ambiguo nel descrivere le modalità di manifestazione della tendenza principale: non è chiaro se “nel corso di lunghi periodi di tempo” significhi “raramente”, “secondo cicli lunghi” o “alla lunga”. È noto come il marxismo successivo a Marx abbia variamente seguito queste due ultime possibilità interpretative, collegando la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto vuoi alle teorie del crollo del capitalismo, vuoi al tema del ciclo economico e delle crisi.

giovedì 7 giugno 2018

mercoledì 30 maggio 2018

Sui limiti della prospettiva dialettica di Hegel e di Marx - Stefano Garroni

Dal sito Dialegesthai ! (19 luglio 2002).  - Stefano_Garroni è stato un filosofo italiano. - https://www.facebook.com/groups 

Negli anni Venti del nostro secolo, il neopositivista Moritz Schlick sottolineava come conoscere (erkennen) sia propriamente un ri-conoscere (wieder-erkennen). 

Com’è noto, questo tema del conoscere come riconoscere già lo abbiamo incontrato in Hegel; dunque, può destare qualche meraviglia ritrovarlo in un ambiente (quello neo-positivista), che di solito considera Hegel il campione del pensiero speculativo e metafisico, contro cui si indirizza l’analisi linguistica, proposta, a partire dal Wienerkreis (Circolo di Vienna, 1929), quale strumento terapeutico contro gli abusi linguistici [1] e di pensiero.

La stessa puntualizzazione, che chiarisce come per Hegel non si tratti esattamente di erkennen/wiedererkennen (riconoscere), ma sì di erkennen/anerkennen (riconoscere, ma nel senso di legittimare), non ci toglie dall’imbarazzo, dato che M. Schlick usa wiedererkennen, intendendo dire che <conoscere X> equivale a ritrovare in X la possibilità di ricondurlo a una certa forma o regola, nella quale la ragione ritrova o riconosce se stessa; dunque, per Schlick, affermare che la ragione conoscendo, riconosce X, significa dire che la ragione legittima X, testimonia della sua razionalità, lo accetta nel dominio del razionale. 

A questo punto wiedererkennen vale esattamente anerkennen. [2]

Da quanto detto, si possono ricavare due conseguenza: 

(i) comune a due grandi momenti del razionalismo moderno (pensiero di Hegel e Wienerkreis [3]) è la concezione del conoscere (che ha nella scienza la sua espressione più compiuta [4]) come riconoscere/legittimare; 

(ii) ciò posto, possiamo esaminare il tema nel solo Hegel, pur avendo lo scopo di mettere in evidenza come conoscere/riconoscere implichi certe condizioni, che valgono probabilmente per qualunque razionalismo moderno.

In Hegel, anerkennen (riconoscere/legittimare) gioca -non per caso- un ruolo importante sia in ambito epistemologico [5], sia in ambito etico-politico. 

Perché? Rispondere ci obbliga ad un breve détour. 

lunedì 28 maggio 2018

"La multinazionale ecumenica" - Eugenio Cefis

E' proprio vero... Oggi in rete si può trovare di tutto. Dalle più insignificanti banalità a qualche notiziola niente male e molto poco conosciuta. Quando, un po' per fortuna e un po' per cocciutaggine, ci si incappa nella notiziola, si rimane stupiti del fatto che nessuno ne abbia parlato in modo adeguato e per così lungo tempo...   E' il caso di questo scritto, datato 1972 eppure così attuale, che riporta fedelmente, con qualche breve commento, il discorso ufficiale tenuto alla Accademia Militare di Modena da un grande burocrate/imprenditore/e altro ancora dell'epoca, sicuramente tra i maggiori in importanza: Eugenio Cefis. Dell'importanza delle parole e delle idee enunciate non c'è bisogno di aggiungere alcunchè in più di quello che si legge. Piuttosto c'è da chiedersi come mai gli eventi seguenti fino ai nostri giorni abbiano rigorosamente rispettato le aspettative e le certezze di chi parlava e, nonostante fosse cosa di dominio pubblico, nessuno abbia saputo (o voluto?) contrastarne gli esiti. La lettura di questo stupefacente discorso, che potrebbe essere affiancato, per la grandiosità del processo tratteggiato se non per gli effettivi contenuti, all’orwelliano “1984”, apre il campo a una domanda che non può essere elusa: qual era, in quegli anni, la consapevolezza che le organizzazioni storiche del movimento operaio avevano della grande trasformazione in atto? O meglio: poiché è impossibile pensare che il PCI o la CGIL non si rendessero conto di ciò che stava avvenendo, quali furono le conseguenze politiche e strategiche che ne trassero? Chi ha vissuto quegli anni - che per molti di noi coincidono con la terribile vicenda cilena e, successivamente, con la sconfitta dei minatori in Inghilterra- ricorda senz’altro le due principali parole d’ordine che ispiravano la politica comunista di allora: la difesa della democrazia e la strategia del compromesso storico, strettamente e reciprocamente connesse. Da parte sindacale, CGIL in testa, furono gli anni della politica dei sacrifici e della cosiddetta “svolta dell’EUR”(https://ilcomunista23.blogspot.it/2018/04/1978-la-svolta-delleur.html), che insieme censì e rafforzò l’ideologia del salario come variabile dipendente dal profitto e quella dell’”impresa al primo posto”, di cui il “patto fra i produttori” fu la trascrizione nel linguaggio neo-corporativo che in quell’epoca prese ad affermarsi. Oggi, dopo quasi un cinquantennio, è fin troppo facile prendere atto dell’inveramento della lucida e spaventosa profezia di Cefis; e, sciaguratamente, è altrettanto facile comprendere come i tentativi di governare “da sinistra” il capitalismo italiano abbiano portato, in ultima analisi, ad uno spietato e totalitario governo “da destra” dei processi produttivi e del destino stesso della classe operaia. 
Riprendendo il commento finale di Giorgio Radice: "...quando in un gioco (nella lotta di classe) si cambiano le poste, si rialzano, cambiano anche tutte le regole: inevitabilmente. Cefis, ai suoi amici militari, ha cominciato a spiegare quali possano essere le nuove". 
Ai lavoratori d'allora e a quelli di oggi nessuno ha mai spiegato nulla... (Il collettivo) 

venerdì 25 maggio 2018

Riflessioni 14... - Stefano Garroni

Stefano_Garroni è stato un filosofo italiano. - https://www.facebook.com/groups


Hegel e Feuerbach.


Nelle parti fin qui svolte della nostra ricerca, ci siamo imbattuti in alcune difficoltà, in qualche punto, che abbisognano di maggior chiarezza. Ad es., abbiamo visto accostare la critica, che Marx muove allo Hegel a quella, che lo stesso muove a Feuerbach, in relazione al tema (religione e) feticismo. Il risultato di ciò è che rischia di falsarsi il senso di quelle pagine giovanili, in cui Marx fa i conti sia con la Fenomenologia hegeliana, che col pensiero di Feuerbach appunto. Entriamo nel merito.

L’impegno con i contenuti del vecchio mondo ci distrae dal porci la domanda – solo apparentemente formale, ma in realtà essenziale: <che rapporto stabiliamo con la dialettica hegeliana?>

Feuerbach – nelle sue Tesi e nella Filosofia dell’avvenire - ha rovesciato dalla radice la vecchia dialettica e la vecchia filosofia (Marx, 1702: 108).(1) Feuerbach è l’unico, che abbia un serio rapporto critico con la dialettica hegeliana e che, in questo ambito, abbia fatto autentiche scoperte: Feuerbach è l’autentico trionfatore sulla vecchia filosofia. (Marx, 1702: 109). 

In proposito, è interessante richiamare una pagina di Gramsci(2):

“Nelle Lezioni di filosofia della storia, Hegel spiega che il principio della volontà formale, della libertà astratta, secondo cui <la semplice unità dell’autocoscienza, l’Io, è la libertà assolutamente indipendente e la fonte di tutte le determinazioni universali>, <rimane presso i Tedeschi una tranquilla teoria, ma i Francesi vollero eseguirlo praticamente>. Il passo di Hegel pare assai … importante come ‘fonte’ del pensiero espresso nelle tesi su Feuerbach che “i filosofi hanno spiegato il mondo e di tratta ora di mutarlo”.

Come si vede, anche Gramsci è ben convinto che, nelle Tesi, il nucleo teorico fondamentale (se si vuole, il messaggio filosofico da accogliere) è quel nesso filosofia-praxis(3). 

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(1) - E’ “talmente privo di coscienza il rapporto del nuovo movimento critico con la dialettica e filosofia di Hegel, che critici suoi, come Strauss e B. Bauer, in realtà restano del tutto prigionieri della logica hegeliana.” (Kritik der Hegelschen dialektik und Philosophie überhaupt, in K. Marx, „Texte zu Methode und Praxis II. Pariser Manuskripte 1844, Rororo 1966: 107). La si noti bene questa osservazione, perché in realtà gran parte della critica di Marx sarà rivolta, appunto, contro l’hegelismo’ – in particolare ‚di sinistra’ -, più che contro Hegel propriamente.

(2) - A. Gramsci, Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, Torino 1952: 66.

(3) - Nel senso non di un generico <fare>, ma di un agire capace di modificare il rapporto dell’ uomo con la società e la natura. Uno dei presupposti essenziali della hegeliana <realizzazione della filosofia> è che esteriorizzarsi è essenziale alla realtà - … “Lo spirito/Geist è attività nel senso, in cui gli Scolastici dicevano di dio che è assoluta attuosità. Ma poiché lo spirito è attivo, allora si esteriorizza. Non bisogna, dunque, esaminare lo spirito come un ente senza processo, come avveniva nella metafisica antica, la quale divideva l’interiorità di dio aprocessuale dalla sua processualità. Lo spirito/Geist va esaminato essenzialmente nella sua concreta realtà, nella sua energia e le sue esteriorizzazioni vanno riconosciute come determinate dalla sua interiorità.” (Hegel,Enzyklopödie der philosophischen Wissenschaften.1: 101). L’attività (Tätigkeit), scrive Hegel in Vorlesungen über die Geschichte der Philosophie.2 Suhrkamp 1971), è anche cambiamento, ma cambiamento che resta identico a sé; è cambiamento, ma posto all’interno dell’universale, come il cambiamento che è uguale a sé; è, insomma, un determinare che è un determinar se stesso.”; “nel semplice cambiamento non è contenuto il fatto di mantenersi nel movimento. L’universale è attivo, si determina; e lo scopo è l’autodeterminarsi e, così, realizzarsi. Questa è la determinazione fondamentale, che l’universale si vede riconosciuta con Aristotele.” (op.cit..2). A questo proposito torna utile anche richiamare un altro testo: “Marx non è stato mai rigorosamente feuerbachiano – leggiamo in L. Goldmann: l’evoluzione del suo pensiero si è compiuta tuttavia all'interno di una corrente intellettuale precisa ed abbastanza ben definita: i radicali tedeschi, per la maggior parte neo-hegeliani, movimento per la cui evoluzione l'apporto feuerbachiano ha costituito una delle svolte più importanti. Questo contributo potrebbe essere schematizzato in due idee fondamentali: I. La critica del pensiero religioso e della speculazione filosofica, e l'esigenza di ricondurre queste due forme di coscienza e di rappresentazione del mondo alla loro essenza reale e terrena: la sensibilità, il bisogno e le aspirazioni dell'uomo concreto. 2. La definizione di quest'uomo concreto come avente bisogno dell'Altro e non esistente che nella relazione tra l'I0 e il Tu, relazione che Feuerbach concepiva fondamentalmente sul modello familiare, basata sull'amore nella sua autenticità.” (Goldmann, L'Ideologia tedesca e le Tesi su Feuerbach. 1969: 16).

venerdì 18 maggio 2018

GLI INIZI DELLA "NUOVA LETTURA" DI KARL MARX - R. Bellofiore, M. Cingoli, V. Morfino, F. Ranchetti

Da: Casa della Cultura Via Borgogna 3 Milano - GLI INIZI DELLA "NUOVA LETTURA" DI KARL MARX IN GERMANIA: HANS-GEORG BACKAUS E ALFRED SCHMIDT
Vedi anche: https://ilcomunista23.blogspot.it/2017/02/sulla-nuova-lettura-di-marx-riccardo.html

Presentazione dei volumi:
Hans-Georg Backhaus, Ricerche sulla critica marxiana dell'economia a cura di Riccardo Bellofiore e Tommaso Redolfi Riva, (Punto Rosso, 2018).
e
Alfred Schmidt, Sul concetto di natura in Marx a cura di Riccardo Bellofiore, (Punto Rosso, 2018)

giovedì 17 maggio 2018

Il Partito comunista del Venezuela e le prossime elezioni - Alessandra Ciattini


Da: https://www.lacittafutura.it - Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza.




Il Partito comunista del Venezuela e il Partito socialista unito del Venezuela hanno stipulato un patto per rispondere alla crisi del paese.


I nostri media dedicano spazio alla crisi venezuelana demonizzando il successore di Chávez, Nicolás Maduro, e descrivendo l’attuale situazione sociale come catastrofica e provocata dalle misure prese dal chavismo. Eppure, se si prestasse attenzione a quello che sostengono alcuni tra i fautori della Rivoluzione bolivariana, come il Partito comunista del Venezuela, si avrebbero idee più chiare sul paese che è stato dichiarato da Obama una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti e che continua ad essere la bestia nera per il potente vicino. E ciò forse perché – come ricorda sempre nei suoi programmi televisivi Walter Martínez – le sue riserve petrolifere sono molto vicine agli Stati Uniti.

Si potrebbe certo affermare che i nostri media non si preoccupano di approfondire e si limitano a seguire ossequiosamente e a divulgare le opinioni di Washington al riguardo, dal momento che mai metteranno in discussione – come Di Maio insegna – il filo doppio che ci lega all'Alleanza atlantica, anche se in questo modo finiremo prima o poi con lo strozzarci.

martedì 15 maggio 2018

Riflessioni 13... - Stefano Garroni


Da: Da: mirko.bertasi Stefano_Garroni è stato un filosofo italiano. - https://www.facebook.com/groups



ANALOGIA TRA RUSSELL E MARX

Così leggiamo nella Introduzione alla filosofia matematica di Betrand Russell:

“La matematica è una disciplina che può essere sviluppata, partendo dai suoi aspetti più familiari in due opposte direzioni. La direzione più comune è costruttiva e procede verso una complessità gradualmente crescente: dai numeri interi alle frazioni, ai numeri reali e ai numeri complessi; dall’addizione e dalla moltiplicazione al  calcolo differenziale e integrale, e avanti ancora verso l’alta matematica.

L’altra direzione, che è meno comune, procede per analisi verso una sempre maggiore astrazione e semplicità logica; invece di chiederci cosa possiamo stabilire e dedurre servendoci dei concetti iniziali, ci chiediamo quali idee e principi più generali possiamo trovare basandoci su quello che era il nostro punto di partenza  La filosofia della matematica segue la seconda strada.”

Dunque, il primo metodo matematico è quello che costruisce ‘edifici’ complessi avendo alla base gli elementi più conosciuti e famigliari.

Il secondo metodo – che è quello dell’alta matematica - assume gli elementi più comuni e conosciuti quali oggetto di una analisi logica sempre più sottile, fino ad arrivare ad elementi semplicissimi, da cui ripartire.

Nell’Introduzione del 1857 alla sua “Critica dell’economia politica” (Marx) critica la procedura tipicamente illuministica di iniziare l’analisi economica, partendo del dato immediato dell’individuo che,  novello Robinson Crosuè, costruisce mano a mano la propria vita economica.
L’economia politica borghese, dunque, prende le mosse dal dato semplice e famigliare dell’individuo  che, con le sue scelte, si costruisce una vita economica, un sistema complessivo di rapporti economici (per es. assoggettando Venerdì).

L’analogia con il primo metodo della matematica sembra lampante, indubbia anche nel caso dell’economia politica, infatti, il dato di partenza è il più comune e famigliare e funge da base per indirizzarsi verso complessità crescenti.

Senonché Marx critica questo metodo, proponendo al suo posto l’analisi del dato famigliare e comune, fino a arrivare ad astrazioni sempre più semplici che, riannodandosi tra loro, non solo costruiscono l’intero edificio economico, ma anche permettono di coglierne la determinatezza, il suo esser quell’ edificio economico e non un altro (storicamente).

E’ questo un caso di analogia tra Russell  e Marx (mediato da Hegel, autore, che Russell riconobbe di aver equivocato a prima lettura)?

giugno 2012