La teoria Marxista poggia la sua forza sulla scienza... che ne valida la verità, e la rende disponibile al confronto con qualunque altra teoria che ponga se stessa alla prova del rigoroso riscontro scientifico... il collettivo di formazione Marxista Stefano Garroni propone una serie di incontri teorici partendo da punti di vista alternativi e apparentemente lontani che mostrano, invece, punti fortissimi di convergenza...
Da: https://antimafiaduemila.com - Lorenzo Baldo giornalista pubblicista, vicedirettore di «Antimafia Duemila», da sedici anni è inviato a Palermo per il suo giornale. Ha collaborato con «L’Ora quotidiano» e «I Siciliani giovani». - Francesca Albanese è una giurista e docente italiana, specializzata in diritto internazionale e diritti umani. Dal 2022 è relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.- Francesca Albanese -
La tracotanza della risposta pervenuta dal sottosegretario agli Esteri, Edmondo Cirielli, si riassume in pochi semplici passaggi che rimarcano l’assoluta sudditanza del Governo Meloni alle politiche criminali di Netanyahu e di Trump; le considerazioni nei confronti di Francesca Albanese si commentano da sole.
Per il Governo, il suo comportamento è in antitesi ai principi di “integrità” e “buona fede” e questo la rende responsabile di “intaccare la fiducia nell’intero sistema dell’Onu”.
“C’è una rinascita della minaccia comunista nel nostro Paese”, ha dichiarato Trump ai piedi del Monte Rushmore nel 250° anniversario della Rivoluzione americana. “Si può essere fedeli a Karl Marx, oppure si può essere fedeli all’America. Si può essere comunisti, oppure si può essere patrioti. Non si possono essere entrambi”.
Deciso a trasformare le elezioni di metà mandato del 2026 in un referendum sul "comunismo", il presidente ha dedicato non meno di un terzo del suo discorso del 4 luglio allo spettro che incombe sul Paese. Subito dopo la sua invettiva, è seguito uno spettacolo pirotecnico di 23 minuti, al quale ha concluso con il suo slogan per eccellenza: "L'America non sarà mai un Paese comunista".
Si tratta di una dichiarazione piuttosto singolare per un presidente che sta conducendo l'imperialismo statunitense verso un'umiliante sconfitta contro l'Iran; che si fa beffe delle centinaia di milioni di americani che stanno cedendo sotto il peso dell'inflazione crescente; che sta aizzando criminali mascherati per uccidere e far sparire persone innocenti nelle strade americane; e che sta insabbiando i documenti relativi al caso Epstein perché il suo nome compare al loro interno 38 volte più frequentemente di quello di Gesù nella Bibbia.
Non c'è da stupirsi che l'indice di gradimento di Trump sia negativo da 16 mesi, attestandosi attualmente al livello più basso della sua carriera politica e destinato a scendere ulteriormente.
Lo scorso 1 luglio, è entrata in vigore nel sostanziale disinteresse mediatico italiano una normativa che, in assenza di esplicita manifestazione di contrarietà da parte dei soggetti interessati, stabilisce l’automatica canalizzazione dei contributi versati dai dipendenti del settore privato verso il fondo pensione di categoria.All’incentivo rappresentato dal meccanismo del silenzio assenso va peraltro a sovrapporsene un altro, costituito dalla deducibilità fino a 5.300 euro e dall’abbassamento – dal 26 al 20% – dell’aliquota sulle plusvalenze.
Le mani di Blackrock, Vanguard e State Street sui contributi degli italiani.
I metalmeccanici, una delle categorie più numerose, fa riferimento al Fondo Cometa, dotato di un proprio Consiglio d’Amministrazione e di un collegio sindacale composti per il 50% da rappresentanti dei sindacati e per il restante 50% da rappresentanti dei datori di lavoro. A sua volta, l’organo direttivo affida l’ammontare dei contributi – tra i 13 e i 14 miliardi di euro – ai grandi gestori internazionali di risparmio come BlackRock, Vanguard e State Street.
Grazie alla nuova legislazione, quasi 75 miliardi di euro di contributi concessi ogni anno in affidamento ai grandi fondi dovrebbero essere sottratti all’Inps per defluire verso i mercati azionari e obbligazionari statunitensi, a beneficio di società che annoverano quegli stessi mega-fondi come principali azionisti di riferimento.
Una risposta a Alessandro Volpi (per amor di contraddittorio...)
Volpi dice cose corrette a proposito dei fondi pensione, ma perché ne parla proprio ora, che si inizia ad applicare la riforma del dicembre 2025 che ha migliorato molto le cose? E perché non dice di questo miglioramento? Ora infatti il lavoratore può scegliere di escludere le Compagnie assicurative (UnipolSai, Generali Assicurazioni), le quali prima, per regolamento COVIP, prendevano in carico obbligatoriamente e in maniera irreversibile almeno il 50% del montante accumulato dal lavoratore per erogare un vitalizio al pensionamento; da calcoli attuariali effettuati e ben verificati e confermati (studiando il contratto con la Compagnia, che sono tenuti a inviare solo a richiesta), ma ovviamente mai divulgati in maniera trasparente ai lavoratori, la Compagnia assicurativa tratteneva quasi un terzo dell'importo del lavoratore (una vergogna!). Ora il lavoratore può scegliere di non far gestire il proprio montante accumulato alla Compagnia Assicurativa e i propri soldi rimangono al Fondo negoziale che è un ente non a fini di lucro e preleva circa 0,2-0,3% massimo ogni anno per le spese di gestione e inoltre gestisce in maniera trasparente.
Certo oggi il lavoratore deve fare determinate scelte ed essere ben informato, altrimenti finisce depredato da Fondi privati e piani pensionistici bancari prima e da Compagnie assicurative dopo.
Che in ogni caso ci troviamo in gestioni patrimoniali basate su strumenti finanziari del capitalismo è indiscutibile, ma dal punto di vista del lavoratore che deve integrare una pensione che sarà il 50% del salario, si tratta di risparmio che deve essere fatto rendere al meglio. D'altronde se uno pensa di mettere da parte soldi per la vecchiaia, che fa? Li mette sotto il materasso con l'inflazione che se li mangia oppure ci compra ETF di azioni mondiali e titoli di Stato che mediamente forniscono una rendita netta positiva? Il capitalismo vorremmo abbatterlo ma il lavoratore deve campare e usa gli stessi strumenti di investimento dei ricchi: azioni e credito.
La questione invece della sanità privata a mio avviso è molto più grave, immorale, inefficiente. Lì i soldi dei lavoratori vengono consegnati, cobtrattualmente e quindi obbligatoriamente a favore di Compagnie assicurative e i propri soldi sono impiegati per dare incentivi a lavoratori e dirigenti dell'assicurazione quando riescono a trovare cavilli per non pagare le cure mediche al lavoratore che le necessita. Invece se un lavoratore compra delle azioni con i proprio risparmio, alimenta il sistema di certo, ma probabilmente lo aiuterà in futuro.
Certo c'è un piano tecnico e contrattuale (che conosco abbastanza) e un piano politico, sul quale noi siamo tutti d'accordo credo. Tuttavia in parte si intrecciano: se si estromette la Compagnia Assicurativa "costosissima" e"inefficente", ritengo sia un bene: non risolve tutto, ci mancherebbe ma è un bene per il lavoratore e per la giustizia sociale.
Continuiamo a scrivere fin quando e ovunque ce lo permettano! Se un giorno ci saranno degli storici che analizzeranno questi tristi giorni — nei quali la mancata risposta alla sfida climatica, robotica e nucleare comporterà inevitabili conseguenze —, essi potranno correggere, con la nostra versione, la narrativa criminale a cui lavora l’apparato mediatico. Sapranno che la società civile era in fermento; che molteplici voci si levavano nel deserto; che movimenti del dissenso nascevano come funghi; e che qualche formazione politica, come i 5 Stelle in Italia e alcune forze della sinistra radicale in Europa, aveva il coraggio di condannare il genocidio e di appellarsi a una mediazione con la Russia.
L’atlantismo filoneoconservatore e il neoliberismo sono la cifra del mainstream. Tutto: da destra al centro-sinistra. Vorrei che qualcuno mi spiegasse, su questi temi, la differenza esistente tra politici come Renzi, Gentiloni, Tajani e la Meloni. Non ne vedo alcuna, se non qualche sfumatura:
1. Le destre, più pragmatiche nei confronti della Russia e pronte a riconoscere la convenienza di una mediazione, sono però fanatiche nell’odio verso l’Islam e i palestinesi.
2. Il centro-sinistra, a volte più consapevole delle ingiustizie sofferte a Gaza, è invece fanatico e in preda al delirio contro la Russia, del tutto incurante del rischio nucleare.
3. Le destre sono negazioniste della minaccia climatica; il centro-sinistra si dichiara falsamente consapevole, ma affossa la transizione ecologica con le guerre.
La differenza tra questi due schieramenti, in Italia come in Europa e negli Stati Uniti, riguarda unicamente i valori di facciata e il censo degli elettori.
L'ascesa marittima della Turchia. La dottrina turca della "Patria Blu". Bosforo e Dardanelli: il rapporto con la Russia. Il confronto con la Grecia: mar Egeo e Cipro. Suez e Mar Rosso: Israele e gli emirati. La Libia e lo Stretto di Sicilia.
Come in un tetro copione shakespeariano, la corsa al riarmo dell’Italia prosegue inarrestabile. Per bocca del ministro Tajani, il governo abbandona le vecchie ritrosie e dichiara l’adesione al fondo “Safe” con una richiesta di prestito di 14,9 miliardi destinati al riarmo.
È l’ultimo anello di una ferrea catena di eventi passata per l’impegno assunto dalla premier ad Ankara, con Trump e gli alleati Nato: elevare la spesa militare al 5 percento del Pil. L’obiettivo implicherà un enorme carico per il bilancio pubblico. Se dunque i prestiti europei possono alleviare lo sforzo, sarà bene smettere di indugiare e chiederli subito.
Così, dopo Polonia, Cipro, Lituania, Croazia e Grecia, l’Italia si inserisce nel gruppo di testa dei paesi che hanno scelto di indebitarsi con l’Europa per armarsi.
I guerrafondai nostrani festeggiano e ci rassicurano. A loro avviso, il ricorso al prestito “Safe” è estremamente vantaggioso e dimostra pure che non c’è nessuna scelta politica da compiere tra burro e cannoni: per finanziare il riarmo non serviranno nuovi tagli alla sanità, alla scuola o allo stato sociale.
Nel campionario di falsità dei cocchieri della guerra, questa rientra senza dubbio tra le più ardite. La realtà del “Safe”, infatti, è ben più infida di quanto venga in queste ore narrato.
Innanzitutto, esaminiamo i presunti vantaggi del prestito europeo. Il tasso d’interesse che l’Italia pagherà dovrebbe risultare di 40 punti base inferiore alla media degli oneri solitamente pagati sui titoli nazionali, con un risparmio conseguente di circa 60 milioni annui. Ma questo minuscolo sconto cambia solo di una virgola l’aggravio sui conti pubblici. Infatti, per rimborsare il “Safe”, l’Italia dovrà tirar fuori mezzo miliardo all’anno già a partire dal prossimo anno e un miliardo all’anno in futuro, quando bisognerà rimborsare anche il capitale. Tutto si può dire eccetto che le armi saranno gratis.
Quanto alla presunta capacità del finanziamento europeo di evitare che la spesa bellica sia coperta sacrificando altre voci di bilancio, anche qui i conti della vulgata guerrafondaia non tornano. Il prestito “Safe” rappresenta appena il 15 percento dell’impegno preso da Meloni ad accrescere di oltre 100 miliardi la spesa militare entro il 2035. Sommando gli oneri del rimborso, mancano all’appello almeno 90 miliardi all’anno. Dove potranno mai esser trovati, se non da compressioni ulteriori del welfare? Si capisce che l’avvento di un’austerity bellica è tutt’altro che scongiurato.
L’adesione al “Safe” europeo richiederà l’approvazione del parlamento. Lo snodo potrebbe aiutare a capire se l’impulso alla guerra sia in grado di scompaginare le attuali alleanze. In effetti, nella maggioranza, qualcuno già scalpita contro il prestito. Se nel blocco meloniano dovessero contarsi defezioni, è facile prevedere un appello del governo a una «opposizione responsabile». Del resto, tra gli avversari di Meloni, c’è chi non vede l’ora di votare il “Safe”. Non è implausibile che spunti una rinnovata maggioranza pro-riarmo.
All’appuntamento sarà bene giungere con idee chiare. A partire da una constatazione decisiva, finora trascurata nel dibattito prevalente. Il boom della spesa bellica imposto in sede Nato ha ben poco a che fare con gli sbandierati obiettivi di difesa contro potenziali aggressioni esterne.
In larga misura, infatti, risulta associato a impegni militari situati oltre i confini dei paesi membri: dal dominio delle vie commerciali e dei transiti marittimi, all’impossessamento delle fonti di energia del nemico, al controllo finanziario di paesi terzi. Si tratta, in sintesi, di riarmo classicamente “imperiale”.
A questa funesta impostazione il fondo “Safe” europeo aderisce in pieno. Una ragione cristallina per cui va respinto.
Da: Alessandro Volpi - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi
Sono ingenuo, ma vorrei davvero capire come si fa a costruire un "Fronte popolare" contro le Destre partendo da questi dati di fatto.
Sul piano economico: Avs e Rifondazione sono convintamente a favore di una Imposta patrimoniale sulle grandi fortune e sulle grandi successioni. Pd, M5S, Italia Viva sono contrari.
Sul reddito di cittadinanza: Avs, Rifondazione e M5S sono favorevoli. Pd molto tiepido e Italia viva decisamente contraria.
Sull'abolizione del Jobs Act: M5S, Avs e Rifondazione sono per la sua completa cancellazione. Pd (una parte) è favorevole alla rimodulazione di una parte. Italia Viva è contraria ad ogni modifica e anzi vorrebbe ripristinare anche quella abrogata dal referendum.
Sull'energia: Avs, Rifondazione e M5s sono contrari al nucleare. Pd non ha preclusioni ideologiche. Italia Viva molto favorevole.
Sul PNRR: Italia viva e PD vedono nel PNRR la "stella polare" da attuare senza ritardi. Il M5S e AVS chiedono di rinegoziarne parti consistenti per spostare più risorse sulla transizione ecologica e sociale.
Sulla guerra in Ucraina: PD sostiene l'invio di armi a Kiev. M5S, AVS e Rifondazione sono contrari al proseguimento dell'invio di armi, chiedendo un cessate il fuoco immediato e negoziati di pace. Italia Viva è fermamente atlantista e favorevole al sostegno militare.
Sulla Giustizia: Italia viva sostiene la separazione delle carriere dei magistrati (vicino alle posizioni del centro-destra). PD e M5S sono molto critici verso questa riforma, temendo un indebolimento dell'autonomia della magistratura.
Mi pare che da noi non si stimi abbastanza la cooperazione. Non tutti comprenderanno che ora, dopo la rivoluzione d'Ottobre e indipendentemente dalla Nuova politica economica (al contrario, a questo riguardo dobbiamo dire: proprio grazie alla Nuova politica economica), la cooperazione acquista da noi un'importanza del tutto esclusiva. I sogni dei vecchi cooperatori abbondano di chimere. Essi sono sovente ridicoli, con le loro fantasticherie. Ma in che consiste la loro irrealtà? Nel non comprendere l'importanza principale, radicale della lotta politica della classe operaia per l'abbattimento del dominio degli sfruttatori. Ora quest'abbattimentoda noi ha avuto luogo, ed ora molto di quanto sembrava fantastico, perfino romantico, perfino banale nei sogni dei vecchi cooperatori, diventa una realtà delle più autentiche.
Infatti, da noi, una volta che il potere dello Stato è nelle mani della classe operaia, una volta che a questo potere dello Stato appartengono tutti i mezzi di produzione, da noi, effettivamente, non ci resta che da organizzare la popolazione in cooperative. Nelle condizioni di un massimo raggruppamento della popolazione nelle cooperative, si arriva automaticamente a quel socialismo, che prima aveva suscitato un'ironia legittima, dei sorrisi, del disprezzo fra le persone convinte a giusta ragione della necessità della lotta di classe, della lotta per il potere politico, ecc. Ed ecco che non tutti i compagni si rendono conto dell'importanza gigantesca, incommensurabile che acquista ora per noi l'organizzare la popolazione della Russia in un sistema di cooperative. Con la Nep abbiamo fatto una concessione al contadino in quanto mercante, al principio del commercio privato; appunto da ciò deriva (contrariamente a quanto si crede) l'importanza gigantesca della cooperazione. In sostanza, l'organizzare in misura sufficientemente ampia e profonda la popolazione russa in cooperative nel periodo della Nep, è tutto quanto ciò occorre, dato che ora abbiamo trovato quel grado di coordinazione dell'interesse privato, dell'interesse commerciale privato, con la verifica, e con il controllo da parte dello Stato, quel grado di subordinazione dell'interesse privato all'interesse generale che prima rappresentava un ostacolo insormontabile per molti, per moltissimi socialisti. In realtà, il potere dello Stato su tutti i grandi mezzi di produzione, il potere dello Stato nelle mani del proletariato, l'alleanza di questo proletariato con milioni e milioni di contadini poveri e poverissimi, la garanzia della direzione dei contadini da parte del proletariato, ecc., non è forse questo tutto ciò che occorre per potere, con la cooperazione, con la sola cooperazione, che noi una volta consideravamo dall'alto in basso come affare da bottegai e che ora, durante la Nep, abbiamo ancora il diritto, in un certo senso, di considerare allo stesso modo, non è forse questo tutto ciò che è necessario per condurre a termine la costruzione di una società socialista integrale? Questo non è ancora la costruzione della società socialista, ma è tutto ciò che è necessario e sufficiente per condurre a termine la costruzione.
Meloni, Salvini e Nordio annunciano la richiesta di grazia per Mario Roggero, il gioielliere incarcerato per avere ucciso gli uomini che avevano rapinato il suo negozio. I giudici l’hanno condannato, chiarendo che le modalità dell’omicidio sono del tutto estranee alla legittima difesa.
Ma le destre sostengono le ragioni del condannato con una operazione ideologica che travalica la singola vicenda giudiziaria e allude a una precisa idea di giustizia, classista e dispotica. Abbiamo chiesto un parere a Emiliano Brancaccio, professore di economia politica alla università Federico II di Napoli ed esponente della ricerca marxista contemporanea.
D. Sulla vicenda Roggero, le destre si sono mobilitate. Persino Elon Musk ha dichiarato che bisognerebbe condannare i giudici, non l’imputato. Lei che ne pensa?
Che dobbiamo osservare questi singoli fenomeni come fossero frammenti di una valanga. Da tempo assistiamo a una doppia tendenza, nell’occidente liberaldemocratico e in modo particolare in Italia: le libertà civili e politiche precipitano mentre la tutela del diritto di proprietà si rafforza.
Per esempio, l’indice V-Dem dell’Università di Goteborg ci dice che dall’inizio del secolo l’indice che misura le tutele contro i maltrattamenti compiuti dalle forze dell’ordine è caduto del 10 percento. E negli anni del governo Meloni l’indicatore che misura la tutela delle libertà di riunione e di manifestazione è crollato del 67 percento. I diritti civili e politici, insomma, sono molto meno tutelati rispetto al passato.
Di contro, la Heritage Foundation segnala che nello stesso periodo i dispositivi legali di difesa della proprietà del capitale si sono rafforzati, di oltre 10 punti percentuali. Sono mutamenti di portata storica, eppure per qualcuno ancora non bastano.
In Italia e altrove, le destre intendono accelerare queste due tendenze. E a tale scopo sfruttano ogni occasione, ogni pretesto. Incluso il dramma di Mario Roggero, delle sue vittime e delle rispettive famiglie. Strumentalizzare la tragedia serve a veicolare un preciso messaggio politico: chi difende la proprietà deve godere di impunità. La valanga del diritto deve andare avanti.
D. Meloni e soci preparano le carte per chiedere a Mattarella la grazia a Roggero. Con quali conseguenze?
La guerra in Ucraina è davvero in stallo, oppure stiamo entrando nella fase più pericolosa del conflitto? Con Francesco Dall’Aglio analizziamo lo stato del confronto tra Russia e Ucraina, le difficoltà di Kiev nel reperire nuovi uomini, i limiti della strategia militare russa e il ruolo sempre più decisivo del sostegno occidentale.
Dalle scorte di Patriot americani impegnate anche sul fronte mediorientale fino alla competizione strategica con la Cina, il conflitto ucraino si inserisce ormai in uno scenario globale molto più ampio. Ma c’è soprattutto un elemento poco raccontato: una parte crescente del malcontento russo potrebbe non chiedere la fine della guerra, bensì una sua intensificazione, mettendo Putin sotto pressione proprio perché considerato troppo prudente.
Con Francesco Dall’Aglio analizziamo inoltre gli attacchi ucraini in profondità sul territorio russo, il loro impatto sulla popolazione civile, il rischio di nuove rappresaglie e la possibilità che una spirale di escalation finisca per coinvolgere sempre più direttamente NATO ed Europa.
Da: Alessandro Volpi - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi
La pericolosità crescente della Destra sta alimentando in maniera accesa la prospettiva della formazione di un fronte di difesa della Costituzione, fondato sull'antifascismo e caratterizzato da un'ampia trasversalità.
Una simile visione, pur avendo molte motivazioni, dovrebbe, a mio parere, considerare il fatto che la discriminante antifascista e della tutela costituzionale è necessaria ma non sufficiente.
A tale pregiudiziale, occorrerebbe aggiungerne un'altra, ugualmente decisiva, rappresentata dal rigetto del neoliberalismo, motivato proprio dalla storia recente del nostro Paese, dove la riduzione delle retribuzioni reali, la contrazione dei servizi pubblici universalistici, la svalorizzazione del lavoro e, soprattutto, l'aumento delle disuguaglianze sociali sono state massime.
Tutto ciò è avvenuto con la convinta, e teorizzata adesione, di una parte dei soggetti che oggi dovrebbero far parte del fronte di difesa costituzionale.
L'analisi storica delle politiche attuate dai governi di centro-sinistra in Italia, a partire dagli inizi degli anni Novanta, rivela infatti un ruolo determinante nella trasformazione del paradigma economico e sociale del Paese, spesso in stretta continuità con i dettami del neoliberismo globale.
La notizia è di pochi giorni fa. Tredici giovani operatori meccanici provenienti dal Ghana sono destinati alle aziende del gruppo Bonomi, uno dei maggiori gruppi privati della provincia di Brescia e uno dei leader italiani nella produzione di valvole, raccordi, attuatori e componenti per la regolazione dei fluidi destinati all’industria, all’energia, al settore idrotermosanitario, navale e Oil & Gas.
Il cosiddetto “Progetto Ghana”, nato per iniziativa di Confindustria Alto Adriatico e dell’agenzia per il lavoro Umana, arriva così anche nel Bresciano.
I comunicati celebrano una filiera efficiente e moderna: selezione dei candidati in Ghana, formazione tecnica nelle scuole salesiane, corsi di lingua italiana, trasferimento, accompagnamento e inserimento nelle imprese. Il progetto, avviato nel 2024, ha già portato nelle aziende italiane oltre quattrocento lavoratori e viene presentato dai promotori come una risposta concreta alla carenza di competenze tecniche nel manifatturiero.
Tutto molto ordinato. Tutto molto umano. Tutto apparentemente inattaccabile.
Peccato che, dietro la retorica dell’integrazione e della cooperazione internazionale, resti una domanda piuttosto semplice: davvero in Italia non esistono lavoratori disponibili oppure non si trovano più lavoratori disposti ad accettare le condizioni offerte dalle imprese? Sono due cose molto diverse.
Da: Vincenzo Costa - Vincenzo Costa è professore ordinario alla Facoltà di Filosofia dell'Università Vita-Salute San Raffaele, dove insegna Fenomenologia (triennale) e Fenomenologia dell'esperienza (biennio magistrale) (Vincenzo Costa)
Quando diciamo “Putin” non bisogna intendere una persona, ma un fenomeno storico, che nasce quando il tentativo di Eltsin naufraga. La Russia subisce in quel periodo un crollo demografico, economico, le sue risorse immense vanno in mano a pochi oligarchi, la criminalità e la mafia dilagano, il paese è sull’orlo di una ulteriore, più devastante, disgregazione, dopo quella dell’URSS.
Nasce allora “Putin”, che è un progetto, fatto di due grandi direzioni strategiche, da tenere insieme:
1) Proteggere l’integrità della Russia e la sua sovranità, contro le tendenze disgregative interne ed esterne;
2) Integrare la Russia nell’Europa.
Nel marzo del 2000 Putin giunge a ventilare un’adesione della Russia alla NATO. Perché faccia queste avances è chiaro: l’integrazione della Russia nella NATO diventa una garanzie di non disgregazione del paese, e che i paesi storicamente ostili alla Russia (Inghilterra in primis), essendo oramai alleati, non avranno interesse a introdurre elementi di disgregazione e, anzi, sosterranno la sua integrità.
Alla fine non se ne fece niente, perché in quegli anni sembrava che l’Occidente avesse un dominio assoluto sul mondo, gli USA non avessero bisogno di nessuno, la Cina era abbastanza innocua, al massimo un luogo dove spremere plusvalore.
Ma ovviamente significava che la Russia doveva proteggere la sua integrità territoriale da sola, che tentativi esterni sarebbero stati costanti.
Ma Putin (il progetto “Putin”) non demorde: si tratta sempre di portare avanti i due punti unitariamente.
Di qui la ricerca di accordi e di collaborazioni con l’Europa: a Pratica di Mare nel maggio del 2002, alla presenza di Putin, Bush, il segretario generale della NATO Robertson, incontro favorito da Berlusconi, i legami economici e politici con la Germania di Schroeder e della Merkel.
Putin chiese più volte un ingresso della Russia nella UE, pur con pari dignità e non come il fratello povero e accattone. Ancora nel 2003, al vertice di San Pietroburgo, chiese i quattro spazi comuni, che miravano a un’integrazione stretta sia dal punto di vista politico che economico.
Entrambe le aperture furono ignorate dagli occidentali, erano gli anni dell’unipolarismo dispiegato.
Da: la Città Futura - Roberto Fineschi (Roberto_Fineschi) è docente alla Siena School for Liberal Arts. Ha studiato filosofia e teoria economica a Siena, Berlino e Palermo. Fra le sue pubblicazioni: Marx e Hegel (Roma 2006), Un nuovo Marx (Roma 2008) e il profilo introduttivo Marx (Brescia 2021). È membro del comitato scientifico dell’edizione italiana delle Opere complete di Marx ed Engels, dell’International Symposium on Marxian Theory e della Internationale Gesellschaft Marx-Hegel für dialektisches Denken. (Roberto Fineschi - Marx. Dialectical Studies - Laboratorio Critico).
Videointervista a cura di Renato Caputo per "La città futura" al docente di filosofia politica a The Siena School for Liberal Arts, massimo studioso italiano di Marx, sul suo ulltimo libro pubblicato nel 2026.
Il Capitale, lo sappiamo, è uno di quei classici che prima o poi bisogna leggere. Ma quanti si sono lasciati intimorire dalla sua mole o dalla sua complessità? Grazie alla guida di Roberto Fineschi, il capolavoro di Karl Marx è finalmente alla portata di chiunque. E nelle sue pagine ritroviamo un’analisi del presente tanto lucida quanto premonitrice. Sì, perché Marx non ha mai smesso di parlare di noi. E oggi, per la prima volta, parla veramente a tutti.
Il Capitale è un testo fondamentale della modernità, una pietra miliare del pensiero filosofico, economico e politico. C’è poco da fare: per capire qualcosa del mondo che ci circonda, nel bene e nel male, non si può proprio ignorarlo. Anche i suoi detrattori più accaniti e quanti si erano affrettati a relegarlo in soffitta, sono dovuti correre a rispolverarlo per cercare spiegazioni a fatti attualissimi come la formazione di grandi monopoli, la crisi economica, la disoccupazione di massa, l’ipersfruttamento di umani e ambiente, e molto altro ancora. Tutti fenomeni per i quali le teorie economiche mainstream offrono poche risposte e ancor meno soluzioni.
Sembra, insomma, che Marx abbia ancora molto da dirci e che le sue chiavi di lettura abbiano conservato intatto il proprio valore. Vale dunque la pena rimettere mano al Capitale, senza dubbio la sua opera più importante.
E qui viene il difficile, perché è un testo lungo e laborioso, di una complessità spesso scoraggiante per chi è sprovvisto di una formazione specifica.
Questo libro viene incontro a chi desidera afferrare le geniali intuizioni contenute nel Capitale ma, per un motivo o per l’altro, non possa imbarcarsi da solo in una simile impresa. A farci da timoniere è allora uno dei maggiori esperti di Marx, Roberto Fineschi, che ha dedicato una vita a studiare l’opera del pensatore tedesco. Ripercorrendo con grande chiarezza la struttura e i concetti principali, senza mai banalizzarli, ma con una scrittura capace di sciogliere anche i nodi più intricati, Fineschi ci accompagna alla scoperta del Capitale.
Un classico che rimane, a più di un secolo e mezzo dalla pubblicazione, insuperato e insuperabile.
Per i vertici militari Usa e Nato, la Russia non è una minaccia: perciò i piani dell’Ue sono inutili. Ma l’industria della paura ha un difetto indelebile: consegnare la guerra promessa o restituire la paura incassata.
Il 4 marzo 2025 Ursula von der Leyen annunciò al mondo, con una conferenza stampa di sei minuti, che l’Europa era entrata “nell’era del riarmo”.
Il piano ReArm Europe — poi ribattezzato, con un eufemismo degno dei tempi, “Readiness 2030” — avrebbe mobilitato fino a 800 miliardi di euro per fronteggiare la minaccia russa. La stampa europea si genuflesse davanti alla cifra. I mercati applaudirono. I titoli dell’industria bellica volarono. A più di un anno di distanza, possiamo dire con tranquillità ciò che gli osservatori seri avevano capito fin dal primo giorno: quel piano era un bluff. E il bluff è stato definito non da noi, ma dall’unico giocatore che al tavolo contava davvero: Putin.
Cominciamo dall’anatomia contabile dell’inganno. Degli 800 miliardi sbandierati, 650 non sono mai esistiti come risorse. Sono semplicemente il permesso, concesso agli Stati membri attraverso la sospensione delle regole di bilancio, di indebitarsi per comprare armi. Non un euro di fondi comuni: solo la facoltà di scavare più a fondo nei propri deficit nazionali, generosamente offerta a Paesi come l’Italia, che con un debito oltre il 140 per cento del Pil dovrebbe finanziare i carri armati con lo stesso strumento che le viene proibito di usare per la sanità.
I restanti 150 miliardi, il famoso strumento Safe, sono prestiti: debito comune che gli Stati beneficiari dovranno restituire, fino a 45 anni di rate. Il tutto approvato invocando l’articolo 122 del Trattato, la procedura d’emergenza che ha permesso di scavalcare il Parlamento europeo, nonché le regole minime della democrazia.
Francesco Sylos Labini Fisico, dopo aver lavorato otto anni tra Svizzera e Francia, è ora ricercatore presso il Centro “Enrico Fermi” di Roma e svolge le sue attività presso l’Istituto dei Sistemi Complessi del Cnr.
Un recente articolo del Bulletin of the Atomic Scientists, attento alle politiche energetiche, arriva a una conclusione sorprendente: il principale beneficiario strategico della guerra in Medio Oriente avviata dall’amministrazione Trump sarebbe la Cina. A prima vista sembra un paradosso. La Cina è infatti il maggiore importatore di petrolio e dovrebbe essere uno dei paesi più vulnerabili all’instabilità della regione. In realtà, Pechino ha assorbito lo shock energetico molto meglio del previsto grazie a una combinazione di riserve strategiche, crescente elettrificazione dell’economia e, soprattutto, a un’espansione senza precedenti delle rinnovabili.
I numeri sono impressionanti. Nel solo 2025 la Cina ha installato 315 gigawatt di nuova capacità solare, oltre la metà di quella realizzata nel mondo, dopo averne aggiunti altri 277 l’anno precedente. L’obiettivo è che entro il 2030 circa metà dell’energia provenga da fonti non fossili. Sebbene il carbone rappresenti ancora oltre il 50% del mix energetico, la crescita delle rinnovabili è senza paragoni. La guerra in Iran ha avuto anche un altro effetto: ha costretto Washington a concentrare nel Medio Oriente risorse militari, finanziarie e diplomatiche che avrebbero dovuto essere destinate all’Indo-Pacifico, considerato dagli stessi Usa il teatro decisivo della competizione geopolitica del XXI secolo. Nel frattempo, mentre gli Usa sono stati percepiti come protagonisti del conflitto, la Cina ha continuato a presentarsi come sostenitrice della stabilità, del dialogo e della cooperazione economica, rafforzando la propria influenza soprattutto nel Sud globale.
Ma il vero vantaggio cinese riguarda la transizione energetica. L’incertezza sui mercati petroliferi ha accelerato gli investimenti mondiali in pannelli solari, batterie e veicoli elettrici: proprio i settori nei quali la Cina domina ormai la catena globale del valore. Non sorprende che nel maggio 2026 le esportazioni cinesi di veicoli elettrici siano cresciute di oltre il 110% rispetto all’anno precedente e quelle di pannelli solari di circa il 60%. Paradossalmente, Trump potrebbe aver fatto di più per accelerare la transizione energetica globale di quanto abbiano fatto trenta Conferenze delle Parti (COP): aumentando il valore strategico proprio delle tecnologie in cui la Cina è leader mondiale.
Gli alleati degli Usa risultano più vulnerabili della stessa Cina: Giappone, Corea del Sud ed Europa dipendono in larga misura dalle importazioni di petrolio che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz. La guerra non ha dunque rafforzato la posizione americana in Asia, ma ha contribuito ad accrescere il peso geopolitico della Cina, rafforzandone al tempo stesso la leadership nelle tecnologie della transizione.
Questa interpretazione trova una significativa conferma in un documento elaborato dopo un incontro internazionale cui ho partecipato svoltosi il mese scorso presso l’Oxford Martin School, nell’ambito del China Council for International Cooperation on Environment and Development. Il documento sostiene che la trasformazione verde della Cina è ormai irreversibile e destinata a modificare profondamente gli equilibri economici e geopolitici mondiali.
Se per molti paesi occidentali la transizione energetica è stata concepita principalmente come una politica climatica, per la Cina è diventata molto di più: una strategia industriale, tecnologica e di sicurezza nazionale. È questa la differenza fondamentale. Pechino ha compreso che dominare le tecnologie verdi significa controllare le filiere industriali del futuro, ridurre la dipendenza energetica dall’estero, aumentare il peso geopolitico e rafforzare la propria influenza economica. La leadership nelle batterie, nei pannelli solari, nei veicoli elettrici e nelle reti elettriche non è un semplice successo industriale: è uno strumento di potenza.
Per questo la transizione verde non può più essere interpretata soltanto come una risposta al cambiamento climatico. È ormai uno dei principali terreni della competizione geopolitica globale. Su questo fronte la Cina parte oggi da una posizione di vantaggio, costruita in oltre vent’anni di politica industriale coerente, massicci investimenti pubblici e sviluppo tecnologico. Se il XX secolo è stato il secolo del petrolio, il XXI potrebbe essere quello del controllo delle tecnologie necessarie a sostituirlo. La Cina sembra aver compreso questa dinamica prima di tutti gli altri. Secondo il rapporto discusso a Oxford, una cooperazione più stretta tra Bruxelles e Pechino potrebbe accelerare la transizione energetica globale, con benefici condivisi. Ma, prima ancora, l’Europa dovrà decidere quale ruolo intende svolgere: protagonista nelle tecnologie del futuro oppure limitandosi ad adottare quelle sviluppate altrove.
Da: Gesti Diversi | Davide Sabatino - Alberto Negri è giornalista professionista dal 1982. Laureato in Scienze Politiche, dal 1981 al 1983 è stato ricercatore all'Ispi di Milano. Storico inviato di guerra per il Sole 24 Ore, ha seguito in prima linea, tra le altre, le guerre nei Balcani, Somalia, Afghanistan e Iraq.
Da: Glenn Diesen Italiano - Jeffrey D. Sachs, professore universitario presso la Columbia University, è Direttore del Center for Sustainable Development presso la Columbia University e Presidente del Sustainable Development Solutions Network delle Nazioni Unite. Ha servito come consigliere di tre Segretari generali delle Nazioni Unite e attualmente ricopre il ruolo di avvocato SDG sotto il Segretario generale António Guterres. - Glenn Diesen è un politologo, analista e autore norvegese. [ 1 ] È professore presso l' Università della Norvegia sudorientale.
Il Prof. Jeffrey Sachs discute del disastroso vertice della NATO,
poiché il blocco militare è privo di una strategia e si dirige verso una guerra nucleare con la Russia.
Da: Vincenzo Costa - Vincenzo Costa è professore ordinario alla Facoltà di Filosofia dell'Università Vita-Salute San Raffaele, dove insegna Fenomenologia (triennale) e Fenomenologia dell'esperienza (biennio magistrale) (Vincenzo Costa)
Temiamo sempre che inizi una guerra, e abbiamo perso di vista che siamo già in guerra. L’inizio della guerra non avviene più con un gesto eclatante, con una dichiarazione di inizio delle ostilità: avviene oggi senza che nessuno se ne accorga, e passo dopo passo siamo entrati in guerra, siamo co-belligeranti a tutti gli effetti, senza che vi sia stata una discussione, senza che se ne parli.
Alla fine sembra che nessuno abbia deciso nulla, e ognuno potrà dire: siamo stati aggrediti, non potevamo che difenderci.
E così si oscura che di fatto stiamo già aggredendo la Russia, la stiamo già bombardando, e prima o dopo sarà inevitabile che la Russia reagisca.
Alcuni fatti dovremmo tenerli presenti:
1) la UE mette tutto il denaro che serve a costruire droni pesanti, che poi colpiscono non solo al fronte, ma in profondità nel territorio russo.
2) Le informazioni che selezionano gli obbiettivi, la tecnologia che guida quei droni verso gli obbiettivi in territorio russo vengono forniti dall’Occidente.
3) Persino i droni vengono gestiti dall’estero. Qualcuno li fa partire, ma poi sia i dati che individuano gli obbiettivi sia le manovre possono essere eseguiti senza essere in Ucraina. I comandi militari NATO sono all'opera sempre.
4) Al fronte oramai combattono, come carne da macello, migliaia di mercenari latino-americani, spesso poveracci attratti dalla possibilità di rapidi guadagni, e quei soldi l’Ucraina non li ha, dato che è uno Stato fallito dal punto di vista economico. Dunque, è grazie ai soldi della UE che il fronte tiene e i mercenari vengono arruolati. In questo modo siamo anche complici, accettiamo che chi ha soldi possa usare i poveri come carne da macello.
Vi sono parole che non si possono più pronunciare senza provare il tipico senso di disagio dei nostri tempi, quasi avessimo paura di essere considerati anacronistici, o sentirci dare degli “idealisti”, peraltro senza che nessuno abbia la minima “idea” di che cosa significhi idealismo. La volta scorsa abbiamo parlato della parola “comunismo”, stavolta ce n’è un’altra, se possibile ancora più controversa, talmente controversa che non la sento nominare da anni: “lotta di classe”. Non la sento nominare e mai come oggi abbiamo “classi”. L’abbiamo seppellita con solennità alla caduta del Muro, e di nuovo quando ci hanno spiegato che eravamo diventati tutti “ceto medio”, piccoli azionisti di noi stessi, imprenditori della propria biografia. Eppure la parola ritorna, ostinata, come ritornano i morti a cui non è stata data giusta sepoltura. Ritorna nei magazzini della logistica dove il tempo si conta in secondi, si affaccia dagli appartamenti tenuti sfitti in attesa del rendimento, riappare nella cifra oscena per cui dodici uomini valgono, in denaro contante, quanto la metà povera dell’umanità, torna nella costante perdita di diritti, sul lavoro, nelle piazza e inesorabilmente torna quando per salvarci la vita dobbiamo pagare 800 euro per una tac e non li abbiamo. Questa è la “differenza di classe”. Non è niente di complicato.
Il Manifesto del 1848 esordiva appunto con uno spettro, e con una tesi che il tempo non ha smentito, «la storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotte di classi». Al di là dello slogan e oltre la sua caricatura, voglio prenderla sul serio questa frase, interrogandomi e interrogandovi, con lentezza, su che cosa significhi davvero lotta di classe, quali siano le classi che si fronteggiano dietro la scenografia dell’uguaglianza formale, e a chi giovi, con esattezza, che di tutto ciò si smetta di parlare. Un lettore, commentando il mio scritto sul comunismo, mi ha obiettato che la lotta di classe andrebbe archiviata perché seminerebbe odio. Anche molti studenti, dopo il mio intervento, mi hanno parlato dei dubbi che li assillavano davanti a questi termini che associano alle rivolte degli anni ‘60/’70 del secolo scorso, o addirittura, qualcuno, allo stalinismo.