Da: https://laviniamarchetti.substack.com - Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti Biologa e filosofa politica che scrive su Gaza, i genocidi contemporanei, l'ideologia della guerra giusta, il corpo delle donne in guerra e le forme quotidiane di resistenza. - https://laviniamarchetti.altervista.org
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Da economia dell’occupazione a economia del genocidio: il rapporto di Francesca Albanese sul business complice di Israele.
GLI ECONOMISTI ELOGIANO IL RAPPORTO DELLA RELATRICE SPECIALE FRANCESCA ALBANESE ALLE NAZIONI UNITE: 'DALL'ECONOMIA DI OCCUPAZIONE ALL'ECONOMIA DI GENOCIDIO'
PERCHÉ TANTO ODIO NEI CONFRONTI DI FRANCESCA ALBANESE? - Lavinia Marchetti
Le responsabilità di un giornalismo che ha contribuito alla legittimazione del genocidio palestinese.
«Hind Rajab, 6 anni, trovata morta a Gaza giorni dopo le telefonate con cui chiedeva aiuto».
Il titolo che la BBC ha dedicato a una bambina palestinese, ormai tristemente nota, uccisa dalle forze israeliane con più di 300 pallottole. Lo riprende Francesca Albanese nel suo ultimo rapporto alle Nazioni Unite, Truth under the rubble: Media in the time of genocide, dedicato al ruolo dei mezzi d’informazione nel genocidio di Gaza.
Mi sono subito fermata su quelle due parole, «trovata morta». Mi sembrano il perfetto riassunto di una lezione di giornalismo contemporaneo che dovremmo studiare nelle nostre università dal titolo: come usare la propaganda quando si scrive un articolo. La bambina, per i pochi che non ricordano o non hanno visto il film, aveva sei anni e chiedeva aiuto disperatamente al telefono e le IDF l’hanno crivellata con una quantità di fuoco che poteva sterminare un reggimento. Eppure, una volta arrivata sul tavolo di una redazione fra le più autorevoli del mondo, improvvisamente per la sua morte non c’era alcun responsabile.
«Trovata morta». Sarà stata una fatalità? Magari una disgrazia sopraggiunta in circostanze da chiarire? È impressionante quanto lavoro politico possa fare un verbo, vero? I giornalisti sono maestri in questo. La vicenda di Hind è soltanto uno degli esempi documentati da Albanese nelle ventinove pagine del rapporto A/81/249. Un documento che considero di straordinaria importanza (non che gli altri non lo fossero). Da oltre due anni assistiamo a discussioni interminabili sull’opportunità di usare la parola «genocidio», sull’antisemitismo attribuito a chi critica Israele, addirittura sull’affidabilità dei giornalisti palestinesi (sempre sospettati di essere in combutta con Hamas), ma anche a dubbi (pallywoodiani) sulla liceità morale di mostrare determinate fotografie e sulla loro veridicità. Nel frattempo gli apparati informativi (pochi e in mano di pochissimi “magnati”, leggasi oligarchi) di molte democrazie occidentali hanno contribuito a stabilire quali fatti fossero “credibili” (non si sa bene in base a cosa), addirittura quali testimonianze dovessero essere sottoposte a sospetto e quali dichiarazioni governative potessero raggiungere milioni di persone perché “autorevoli”, ritrovandoci pure un tizio che chiedeva “definisci bambino” in TV in prima serata.
Albanese affronta direttamente la questione della responsabilità dei media.