Da: Margherita Furlan - Margherita Furlan è giornalista, scrittrice, direttore editoriale de La Casa Del Sole.tv, tv online che tratta di geopolitica. Si occupa principalmente di Russia e Medio Oriente. Già vice direttrice e co-fondatrice di Pandora tv, prima web tv italiana diretta dal noto giornalista Giulietto Chiesa.
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Si è chiusa sabato la
Gamescom-2026 la più grande fiera videoludica del pianeta: trecentosessantottomila visitatori da centotrentuno Paesi. Tra gli espositori, con simulatori e postazioni di guerra cibernetica, c’era l’esercito tedesco.
La Bundeswehr frequenta i padiglioni di Colonia dal 2009 e negli ultimi anni ne ha fatto uno dei propri terreni di caccia. Quest’anno ha portato un fuoristrada Caracal, i computer del comando per le operazioni cibernetiche, stazioni di realtà virtuale che riproducono il lavoro a bordo di una nave militare, prove di efficienza fisica e una novità che dice molto: un banco di consulenza professionale al posto del vecchio richiamo pubblicitario. Nei medesimi padiglioni espongono per conto proprio due colossi privati dell’armamento, Airbus e Rheinmetall, insieme a servizi di sicurezza stranieri. Il bacino è quello che interessa a Berlino: oltre il quaranta per cento dei visitatori non professionali ha fra i sedici e i venticinque anni, e due terzi di loro sono maschi.
I numeri spiegano l’insistenza. L’esercito tedesco conta oggi 186.700 militari in servizio, il massimo da tredici anni, e punta a duecentosessantamila effettivi più duecentomila riservisti entro la metà del prossimo decennio: oltre 70mila reclutamenti da aggiungere. Mentre il governo versa centinaia di miliardi nell’ammodernamento degli armamenti, qualcuno deve saper adoperare ciò che quei miliardi comprano. Il videogioco allena esattamente le facoltà richieste: prontezza di riflessi, dimestichezza con apparati complessi, attitudine a sciogliere problemi sotto pressione. Il calcolo pare funzionare. A fine luglio le domande di arruolamento erano 47.300, un quarto abbondante in più rispetto a dodici mesi prima, e le assunzioni 15.400, cresciute del 12%. Lo stesso ministero avverte però di non tirare conclusioni affrettate: nessuna singola campagna produce candidature misurabili, una scelta professionale matura in mesi o in anni.
Chi comanda il reclutamento conosce il punto debole del ragionamento. Il tenente generale Robert Sieger, che guida l’ufficio per la gestione del personale, ha ribadito a Colonia che la guerra non è un gioco e che servono persone a proprio agio con la tecnologia ma consapevoli della posta. Un anno fa lo stesso ufficiale ammetteva che un recluta su quattro abbandona il servizio prima della scadenza: destrezza con il comando a distanza e tenuta militare non coincidono. La Società tedesca per la pace, che raccoglie gli obiettori di coscienza, ha presidiato anche quest’anno l’ingresso distribuendo informazioni sul rifiuto delle armi e contestando gli slogan rivolti ai giocatori.
Il confronto con il passato misura quanto sia cambiata la tecnica persuasiva. Nel 2018 la Bundeswehr si era presentata alla stessa fiera con manifesti che rubavano il lessico degli sparatutto: «Multiplayer al suo meglio», «Più mondo aperto di così non si può». La reazione fu immediata e ostile, fra videogiocatori e movimenti pacifisti che accusarono l’esercito di ridurre il combattimento a intrattenimento. Oggi il messaggio è più accorto e per questo più efficace: nessuna imitazione del linguaggio ludico, nessuna posa eroica, soltanto la promessa di una competenza tecnica che vale una carriera.
Fuori dai padiglioni la campagna prosegue nella vita quotidiana. Stazioni ferroviarie, reti sociali, sale cinematografiche, confezioni alimentari e persino la carta che avvolge il kebab: mimetica, con un gioco di parole sul panino «con tutto» che diventa «una carriera con tutto», e un codice a barre bidimensionale che porta dritto alle posizioni aperte nel servizio sanitario militare. I locali ricevono gli involucri gratis e li consegnano ai clienti. Il ministero della Difesa, interpellato dal Berliner Kurier, la definisce pubblicità ambientale e spiega che punta «non soltanto ai giovani, ma anche a lavoratori qualificati che vogliono cambiare mestiere».
Vale la pena fermarsi su questo punto, perché è il vero contenuto della notizia. Non si tratta di uno stand in più a una fiera, ma di una operazione culturale: la riabilitazione dell’uniforme dentro il consumo ordinario di un Paese che per ottant’anni aveva costruito la propria identità pubblica sul rifiuto delle armi. Il riarmo tedesco non passua soltanto dai bilanci, passa dalla normalizzazione. Gramsci lo aveva chiamato egemonia: il momento in cui una scelta politica smette di apparire tale e diventa senso comune, cioè paesaggio. Quando la carta di un panino da tre euro parla di carriera militare, quel momento è arrivato.