giovedì 26 marzo 2026

Le ragioni del mio (un pò tormentato) NO - Fabrizio Marchi

Da: https://www.linterferenza.info -  Fabrizio Marchi insegna Filosofia, è direttore della rivista "l'interferenza". Fabrizio Marchi 



La Costituzione italiana è stata elaborata e successivamente promulgata in un momento alto della storia di questo paese e gli uomini che l’hanno concepita erano altrettanto rappresentativi di quel momento storico. Per queste ragioni, la Costituzione italiana – nata dalla vittoria contro il nazifascismo – è stata la sintesi del meglio che le culture cattolica, liberale, socialista, azionista e comunista erano in grado di esprimere. Se fosse stata realmente e concretamente applicata, l’Italia sarebbe oggi un paese sicuramente molto più evoluto, democratico (nel senso vero e non formale e della parola) e financo parzialmente Socialista.

Le cose non sono andate così, come sappiamo, perché la Costituzione è stata largamente disattesa e inapplicata, non (o non solo) per inettitudine ma per precisa e deliberata volontà politica da parte di chi ha esercitato realmente il potere in questo paese, cioè le classi capitaliste autoctone e straniere e le loro strutture politiche e militari, cioè gli USA, la NATO e in seguito anche l’UE. Nondimeno, ha comunque rappresentato un punto di riferimento per tutti coloro che dal dopoguerra in poi si sono battuti per la difesa del lavoro e dei ceti popolari, dei diritti, della democrazia sostanziale, e contro lo strapotere del capitalismo. Per queste ragioni andava e, a mio parere, va tuttora difesa, soprattutto oggi che la situazione sociale e politica è decisamente peggiorata rispetto a quando la Costituzione stessa fu promulgata. Per questo è stato giusto votare NO al referendum.

mercoledì 25 marzo 2026

LO "SMART MONEY" UCCIDERÀ TRUMP - Pino Arlacchi

Da: https://www.ilfattoquotidiano.it | 22 marzo 2026 - Pino Arlacchi - Pino Arlacchi è un sociologo, politico e Ex vice-segretario dell'Onu. (Pino Arlacchi

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I mercati finanziari sembrano impazziti. Era logico che la guerra contro l’Iran determinasse una corsa verso il bene-rifugio per eccellenza, l’oro, ed una simmetrica caduta del valore del dollaro. Sta avvenendo esattamente il contrario. Il dollaro sale e l’oro scende. Ciò dovrebbe contraddire la narrativa della dedollarizzazione e del tramonto dell’egemonia finanziaria degli Stati Uniti. Gli investitori globali sembrano talmente convinti della superiorità americana e della forza di Trump da preferire la protezione del dollaro a quella che il metallo giallo offre da secoli in tempi di insicurezza. 

In realtà, le cose stanno come dovrebbero stare, e l’impennata del dollaro si rivelerà presto come una beffarda conferma del trend principale. L’oro ritornerà in sella e il dollaro cadrà. Ma cadrà nei tempi e nei modi sufficienti per dare a Trump il colpo di grazia. 

Cerco di spiegare il processo, che non è semplicissimo. E che non è decifrabile senza conoscere logica e modus operandi del protagonista di questa storia, che è quello che gli operatori chiamano Smart Money, il denaro dei potenti, quello che muove nel breve periodo i mercati finanziari del pianeta impinguando di soldi l’1% della popolazione. Il lettore mi perdonerà per l’excursus che segue sull’identità dello Smart Money e delle sue dinamiche, ma non voglio che l’analisi scada in una narrazione cospirativa priva di valore euristico. 

Lo Smart Money non è una cabala malefica che decide in riunioni segrete le sorti del mondo. È l’incarnazione di una convergenza di interessi tra poteri palesi che condividono alcune preferenze di fondo: un dollaro stabile che conservi il suo ruolo di valuta di riserva globale; tassi d’interesse sufficientemente elevati da sostenere i profitti del capitale finanziario; una FED indipendente che risponda alle esigenze dei mercati più che alle direttive dell’esecutivo; un ordine commerciale multilaterale che preservi le catene del valore globali che generano i profitti incamerati dalla finanza. 

Chi sono, in concreto, i titolari dello Smart Money? Non sono lupi travestiti da agnelli. Non sono altro che i soggetti più aggressivi e potenti della finanza mondiale: i fondi sovrani, i desks proprietari delle banche d’investimento, i gestori di patrimoni, gli hedge funds e derivati su larga scala, e talvolta anche pezzi della grande finanza istituzionale che non resistono di fronte al menu dei sontuosi banchetti allestiti dai banchieri a spese della massa degli ordinari risparmiatori. 

martedì 24 marzo 2026

Trump disperato minaccia l’atomica contro l’Iran Alex Marquez - Alex Marquez

Da: https://www.kulturjam.it - Alex Marquez  Corsivista, umorista instabile.

Leggi anche: Psicosi rossobruna: l’accusa che assolve chi la pronuncia - Alex Marquez


Trump evoca l’atomica mentre il conflitto con l’Iran si complica. Tra logoramento militare, segnali di disimpegno USA e tensioni crescenti, la minaccia nucleare diventa propaganda. Il rischio è un’escalation fuori controllo. 


La minaccia nucleare di Trump come confessione: la politica diventa teatro

C’è un momento preciso in cui la retorica supera la strategia. Non è quando si alzano i toni, ma quando si smette di distinguere tra ciò che si può fare e ciò che si dice. Le dichiarazioni di Donald Trump sull’uso dell’arma nucleare contro l’Iran nel suo vaneggiante soliloquio su Truth, appartengono a questa categoria: non annunci operativi, ma sintomi di una difficoltà crescente a controllare il corso degli eventi.

Perché, al di là della superficie verbale, il quadro reale è meno lineare di quanto venga raccontato. Gli attacchi iraniani non stanno producendo devastazioni spettacolari, ma stanno incidendo su un piano più sottile: quello della continuità della vita quotidiana. Missili a dispersione, attacchi notturni, pressione costante. Non è la distruzione totale, è l’erosione sistematica. E questa forma di guerra ha un vantaggio evidente: è difficile da neutralizzare completamente.

lunedì 23 marzo 2026

Hegel critico del capitalismo - Lucio Cortella

Da: Lucio CORTELLA - Lucio Cortella è professore emerito di Storia della Filosofia presso il Dipartimento di Filosofia e Beni culturali dell'Università Ca' Foscari di Venezia,  (https://www.unive.it/data/persone/5591041/curriculum).

Contro l'immagine di uno Hegel conservatore ecco la critica hegeliana al capitalismo contenuta nella Filosofia del diritto: 


Segnalo gli altri 2 video dedicati alla Filosofia del diritto: 

domenica 22 marzo 2026

𝗖𝗢𝗠𝗘 𝗜𝗥𝗔𝗡 𝗘 𝗖𝗜𝗡𝗔 𝗛𝗔𝗡𝗡𝗢 𝗣𝗟𝗔𝗦𝗠𝗔𝗧𝗢 𝗟𝗢 𝗦𝗖𝗔𝗖𝗖𝗛𝗜𝗘𝗥𝗘 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗚𝗨𝗘𝗥𝗥𝗔 - 𝗣𝗲𝗽𝗲 𝗘𝘀𝗰𝗼𝗯𝗮𝗿

Da: https://thecradle.co/articles-id/36510 - traduzione: La Zona Grigia - Pepe Escobar è editorialista di The Cradle, redattore senior di Asia Times e analista geopolitico indipendente specializzato in Eurasia. Dalla metà degli anni '80 ha vissuto e lavorato come corrispondente estero a Londra, Parigi, Milano, Los Angeles, Singapore e Bangkok. È autore di numerosi libri; il suo ultimo è Raging Twenties.

Leggi anche: L'intero pianeta è tenuto in ostaggio da un culto della morte - Pepe Escobar 

𝗟𝗮 𝗱𝘂𝗽𝗹𝗶𝗰𝗲 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗼𝘀𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗖𝗶𝗻𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗴𝘂𝗲𝗿𝗿𝗮 𝗶𝘀𝗿𝗮𝗲𝗹𝗼-𝗮𝗺𝗲𝗿𝗶𝗰𝗮𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗹'𝗜𝗿𝗮𝗻 𝗿𝗶𝗳𝗹𝗲𝘁𝘁𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗮𝗺𝗽𝗶𝗮 𝘀𝘁𝗿𝗮𝘁𝗲𝗴𝗶𝗮 𝗴𝗲𝗼𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗲𝗱 𝗲𝗰𝗼𝗻𝗼𝗺𝗶𝗰𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗶 𝗲𝘀𝘁𝗲𝗻𝗱𝗲 𝗱𝗮𝗹 𝗰𝗮𝗺𝗽𝗼 𝗱𝗶 𝗯𝗮𝘁𝘁𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮 𝗮𝗹 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗮 𝗳𝗶𝗻𝗮𝗻𝘇𝗶𝗮𝗿𝗶𝗼 𝗴𝗹𝗼𝗯𝗮𝗹𝗲

La Cina sta rispondendo ufficialmente su due binari paralleli alla guerra del Cartello Epstein, o israelo-americana, contro l'Iran, tramite un portavoce diplomatico e un portavoce militare.

Traduzione: La Cina vede la guerra sia come un'estrema tensione politico-diplomatica sia come una minaccia militare. 

Il portavoce militare cinese, un Colonnello dell'Esercito Popolare di Liberazione, parla per metafore. È stato lui ad affermare esplicitamente che gli Stati Uniti sono "dipendenti dalla guerra", con soli 250 anni di storia e solo 16 anni di pace. 

Presenta chiaramente gli Stati Uniti come una minaccia globale. E chiaramente, anche come una minaccia morale a mio avviso. 

Il Presidente cinese Xi Jinping è fermamente intenzionato a stabilire un legame duraturo tra marxismo e confucianesimo. 

Il contributo fondamentale di Confucio al pensiero politico risiede nell'uso preciso del linguaggio. Solo chi parla con metafore precise e con un forte peso morale è in grado di governare una nazione. 

Pertanto, la Cina sta elaborando con cura una solida critica morale ed etica alla guerra di scelta americana contro l'Iran, sottolineando come si tratti di un attacco perpetrato da una nazione che ha perso la propria bussola morale. 

Il Sud del mondo comprende appieno questo messaggio. 

sabato 21 marzo 2026

POSTDEMOCRAZIA ARMATA: ultimo atto dell'Oligarchia? - Intervista a Carlo Galli

Da: DARSI PACE. MARCO GUZZI - Movimento l'Indispensabile. Gabriele Guzzi - Carlo Galli (Università di Bologna) è un politico, accademico e filosofo politico italiano.

Una analisi estremamente chiara e accurata. In televisione non sentiremo mai nulla del genere. (il collettivo)


Negli ultimi anni stiamo assistendo ad una torsione autoritaria e militare del neoliberismo, che perde legittimità politica all'interno degli stati, e ha bisogno di riarmarsi per fermare l'emorragia della perdita di egemonia internazionale. Dal neoliberalismo che plasma l'intera società secondo le categorie del mercato, siamo cioè entrati, secondo il professor Carlo Galli, in una nuova fase, quella della POSTDEMOCRAZIA ARMATA. Per dominare, il sistema di potere utilizza cioè la paura e la militarizzazione della società come ultima strategia per continuare a mantenere la propria supremazia. Ma esiste una via di uscita dalla Società della Guerra? Per Galli è in una risposta politica e culturale nuova, che sappia denunciare e criticare la deriva armata del neoliberismo e coltivare i presupposti di una aggregazione radicata in un'altra esperienza esistenziale.

venerdì 20 marzo 2026

IL CUORE DEL DOLLARO COLPITO NEL GOLFO - Pino Arlacchi

Da: Il Fatto Quotidiano (https://www.ilfattoquotidiano.it) - Pino Arlacchi - Pino Arlacchi è un sociologo, politico e Ex vice-segretario dell'Onu. (Pino Arlacchi). 


Non è in corso in Medioriente solo una guerra di aerei, missili, bombe e droni dai tempi lunghi e dall’esito confuso. 

Un’altra guerra, molto più vasta e dall’esito già chiaro, cammina in parallelo. È la guerra contro il petrodollaro, la cui posta è la sopravvivenza dell’ordine finanziario globale basato sulla valuta americana. Questi ayatollah saranno certo sporchi, brutti e cattivi, ma stanno attuando una strategia di formidabile impatto contro il cuore del potere americano sul mondo, accelerando cambiamenti epocali che ribollono da tempo sottotraccia. 

L’Iran è consapevole dell’inferiorità militare convenzionale rispetto alla superpotenza atlantica, e ha scelto di non contrastarla aereo contro aereo, nave contro nave, bomba contro bomba. Teheran non punta a vincere sul campo di battaglia. Ha sviluppato una strategia asimmetrica rivolta a colpire il nocciolo duro del capitalismo finanziario globalizzato: il petrodollaro. La ricchezza generata dal petrolio pagato in dollari, e investita nel sistema finanziario mondiale controllato da Wall Street e Tesoro Usa. Il petrodollaro non è un concetto astratto. È la massa di capitali accumulata da Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita attraverso decenni di vendita di idrocarburi nei mercati del pianeta. I fondi sovrani del Golfo gestiscono in tutto un patrimonio stimato tra gli 11 e i 13 trilioni di dollari (Pil Italia 2,2. Pil Usa 30). La quota maggioritaria di tale immenso capitale è investita negli Usa: in titoli del Tesoro, azioni quotate sui mercati di New York, immobili nelle grandi metropoli, fondi di private equity e hedge fund di Wall Street. 

giovedì 19 marzo 2026

"A chi esita" - Bertolt Brecht

Da: https://internopoesia.com/tag/a-chi-esita - Poesie (Einaudi, 2014), a cura di G. D. Bonino. 

Dici:
per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era appena cominciato. 

E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può negarlo.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha stravolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili. 

Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto? Su chi
contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere più nessuno e da nessuno compresi?

O contare sulla buona sorte?

Questo tu chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta
oltre la tua.

mercoledì 18 marzo 2026

Il mondo secondo Gaza - CHRIS HEDGES

Da:  La Zona Grigia - Originale: https://chrishedges.substack.com - Chris Hedges è un giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha lavorato come capo dell'Ufficio per il Medio Oriente e dell'Ufficio balcanico per il giornale. 


Gaza è solo l'inizio. Il nuovo ordine mondiale è un ordine in cui i deboli vengono annientati dai forti, lo stato di diritto non esiste, il genocidio è uno strumento di controllo e la barbarie trionfa.

La guerra contro l'Iran e la distruzione di Gaza sono solo l'inizio. Benvenuti nel nuovo ordine mondiale. L'era della barbarie tecnologicamente avanzata. Non ci sono regole per i forti, solo per i deboli. Opporsi ai forti, rifiutarsi di piegarsi ai loro capricciosi desideri significa essere sommersi da missili e bombe.

Ospedali , scuole elementari , università e complessi residenziali vengono ridotti in macerie. Medici , studenti , giornalisti , poeti , scrittori , scienziati , artisti e leader politici , compresi i capi delle squadre negoziali, vengono uccisi a decine di migliaia da missili e droni assassini.

Le risorse – come sanno bene i venezuelani – vengono rubate apertamente . Cibo, acqua e medicine, come in Palestina, vengono usati come armi.

Che mangino la terra. 

martedì 17 marzo 2026

Il femminismo non sarà strumentalizzato per la propaganda di guerra: la situazione delle donne in Iran e nei regimi wahabiti e talebani originari degli USA, i fatti. - Diane Gilliard

Da: https://www.initiative-communiste.fr - Diane Gilliard, Commissione sulla condizione femminile del PRCF, JBC per www.initiative-communiste.fr 

Vedi anche: Confessioni di una Femminista Iraniana: “ecco perchè oggi difendo la sovranità dell’Iran” - Minoo Mirshahvalad  

Leggi anche: IL VELO E LA BOMBA - Lavinia Marchetti

La morte di Mahsa Amini nel settembre 2022, una giovane curda iraniana uccisa durante un fermo di polizia dalla polizia morale per aver indossato il velo "in modo scorretto ", ha scatenato una rivolta popolare di portata senza precedenti dalla Rivoluzione del 1979. La discriminazione subita dalle donne iraniane è reale, documentata e grave. Ma dai primi attacchi aerei israelo-americani del 28 febbraio 2026, soprannominati "Operazione Furia Epica", questa discriminazione è diventata uno strumento di propaganda centrale nei media occidentali, con l'obiettivo di legittimare e generare sostegno per una guerra di aggressione i cui obiettivi sono completamente diversi.

Una guerra con obiettivi imperiali e coloniali

Quando Donald Trump ha giustificato gli attacchi contro l'Iran – che hanno preso di mira almeno nove città, siti nucleari, installazioni militari e lo stesso Leader Supremo Ali Khamenei, ucciso nell'operazione – le parole "diritti delle donne" e "liberazione" hanno rapidamente saturato il dibattito mediatico occidentale. Eppure gli obiettivi dichiarati o percepibili di questa operazione sono di natura completamente diversa.

Innanzitutto, il petrolio . L'Iran possiede una delle maggiori riserve di idrocarburi al mondo. Quando Trump catturò Maduro in Venezuela nel gennaio 2016, dichiarò la sua intenzione di "riprendersi" il petrolio venezuelano. La logica è la stessa in Iran: spezzare uno Stato resistente all'egemonia americana significa anche riaprire l'accesso alle sue risorse energetiche a beneficio delle aziende occidentali. Ma significa anche privare la Cina, un concorrente geopolitico degli Stati Uniti la cui stessa esistenza potrebbe portare al crollo dell'egemonia del suo asse imperialista. Venezuela, Iran e Russia, presi di mira e attaccati dagli Stati Uniti, sono infatti i principali fornitori della Cina.

lunedì 16 marzo 2026

Iran: le bombe dei ricchi - Michele Santoro, Alberto Negri

Da: Michele Santoro presenta - Michele Santoro è un giornalista, conduttore televisivo, autore televisivo, produttore televisivo e politico italiano. - Alberto Negri è un giornalista e reporter di guerra. Per «Il Sole 24 Ore» ha seguito dal 1987 al 2017 i principali eventi politici e bellici come inviato in Medio Oriente, Balcani, Asia Centrale e Africa. - https://www.facebook.com/alberto.negri.

Michele Santoro analizza con Alberto Negri, giornalista e inviato di guerra, gli ultimi sviluppi della situazione in Iran


domenica 15 marzo 2026

Trump, Putin e l’Iran. Per capire leggiamo la Pravda - Alessandra Ciattini

Da: https://www.lantidiplomatico.it -  Alessandra Ciattini (Collettivo di formazione marxista Stefano Garroni - Membro del Coordinamento Nazionale del Movimento per la Rinascita Comunista) ha insegnato Antropologia culturale alla Sapienza di Roma. E' docente presso l'Università Popolare Antonio Gramsci (https://www.unigramsci.it). 


Tra le contraddizioni di Trump, l’impasse strategica statunitense e il nuovo corso della risposta iraniana, l’articolo di Alessandra Ciattini legge il conflitto attraverso una fonte controcorrente come la Pravda, per mostrare come la guerra riveli il logoramento dell’egemonia americana e l’estrema pericolosità dell’escalation in Medio Oriente. 
 
La conferenza stampa tenuta da Trump lunedì 9 marzo nel suo elegante Club di Golf a Miami ha lasciato interdetti e perplessi anche i più pazienti ascoltatori: la solita retorica, le solite contraddizioni, la mancanza di qualsiasi logica nelle sue parole, l’assenza di un filo conduttore che denota semplicemente il fatto che gli Usa sono stati trascinati dalla guerra contro l’Iran dal genocida Netanyahu spinto da un odio irrazionale. E che -come osservano i più noti analisti- non hanno nessuna vera strategia, se non quella di voler continuare ad esser considerati gli spauracchi del mondo non passivamente allineato.

Mentre gli attacchi continuano sempre più violenti da entrambe le parti, il nuovo Dottor Stranamore, privo della comicità di Peter Sellers, ha ripetuto che gli Usa hanno l’esercito più forte del mondo, che la guerra sarebbe pressoché terminata, giustificando il suo intervento militare con il fatto che l’Iran sarebbe stato pronto a conquistare in breve tutto il Medio Oriente. Opinione priva di qualsiasi fondamento. Eppure, nella breve guerra dei 12 giorni di giugno, in seguito all’attacco a sorpresa da parte di Israele ai siti nucleari e missilistici, seguito dall’intervento Usa su tre centrali nucleari dell’Iran, ci aveva comunicato che il paese colpito aveva perso tutto il suo potenziale di difesa e di aggressione.

«Washington Post»: la Russia sta sostenendo attivamente l’Iran - Giacomo Gabellini, Francesco Dall’Aglio

Da: https://www.ilcontesto.net - Giacomo Gabellini è un giovane ricercatore indipendente. - 

Francesco Dall'Aglio, medievista, ricercatore presso l'Istituto di Studi Storici al dipartimento di storia medievale della Accademia delle Scienze di Sofia (Bulgaria). Esperto di est Europa e di questioni strategico-militari è gestore del canale Telegram «War Room»


L'inchiesta del Washington Post in cui si sostiene che la Russia stia sostenendo attivamente l'Iran.
A pochi giorni di distanza dall’allucinante conferenza stampa tenuta dal segretario alla Guerra Pete Hegseth alla presenza di un imbarazzato Don Caine, capo degli Stati Maggiori Riuniti delle forze armate statunitensi, il «Washington Post» pubblica un’inchiesta in cui si sostiene cha la Russia stia fornendo all’Iran informazioni di intelligence utili a bersagliare le forze statunitensi.

Basandosi su ben tre fonti interne ai servizi di sicurezza statunitensi, il «Washington Post» scrive che «dall’inizio della guerra, la Russia ha comunicato all’Iran le posizioni delle risorse militari statunitensi, tra cui navi da guerra e aerei».

Gli analisti raggiunti dal «Washington Post» hanno affermato che «la condivisione di informazioni di intelligence si adatterebbe allo schema degli attacchi dell’Iran contro le forze statunitensi, comprese le infrastrutture di comando e controllo, i radar e le strutture temporanee».

L’Iran sta «realizzando rilevamenti molto precisi sui radar di allerta precoce o sui radar over-the-horizon. Lo stanno facendo in modo molto mirato, puntando al comando e controllo», ha affermato Dara Massicot, esperta di esercito russo presso il Carnegie Endowment for International Peace.

L’Iran dispone di una manciata di satelliti di livello militare, cosa che renderebbe le immagini fornite dalle capacità spaziali molto più avanzate della Russia estremamente preziose, soprattutto perché il Cremlino ha perfezionato il proprio targeting dopo anni di guerra in Ucraina, ha affermato Massicot.

Nicole Grajewski, che studia la cooperazione dell’Iran con la Russia presso il Belfer Center della Harvard Kennedy School, ha affermato sempre al «Washington Post» che gli attacchi di rappresaglia iraniani sono stati caratterizzati da un elevato livello di sofisticatezza, sia per quanto riguarda gli obiettivi presi di mira da Teheran, sia per la sua capacità di sopraffare le difese degli Stati Uniti e degli alleati. 

Il «Washington Post» scrive anche che gli Usa stanno esaurendo i missili

sabato 14 marzo 2026

PERCHÉ NON ARRIVANO IMMAGINI O VIDEO DALLE CITTÀ ISRAELIANE BOMBARDATE? - Lavinia Marchetti

Da: https://laviniamarchetti.altervista.org - Lavinia MarchettiLavinia Marchetti

Siamo letteralmente invasi da immagini e video palesemente fake o create con AI che giungono da Israele o dall’Iran. Mai come in questa guerra la visibilità è così scarsa. Molti condividono senza capire il danno che fanno all’informazione cadendo così nel tranello della nebbia militare dove se tutto può essere falso, anche ciò che è vero si perde nelle migliaia di immagini false. Un po’ come con i file di Epstein.

Questa oscurità visiva va ben oltre la classica “nebbia militare”, è l’esito di una sofisticata e spietata strategia multi-dominio. Questa strategia integra l’applicazione draconiana della censura militare storica, la repressione legale e fisica del giornalismo indipendente sul campo, il blocco preventivo e coordinato dell’Open Source Intelligence (OSINT) satellitare su scala commerciale, e una raffinata gestione della cosiddetta “guerra cognitiva” (Cognitive Warfare). L’obiettivo di questa strategia è duplice: da un lato, negare al nemico informazioni tattiche vitali per la calibrazione dei propri sistemi d’arma; dall’altro, proteggere il morale e la stabilità psicologica di una nazione già profondamente traumatizzata, proiettando al contempo un’immagine di invulnerabilità tecnologica sul palcoscenico globale.

LA CENSURA MILITARE ISRAELIANA

Il cosiddetto Censore Militare Israeliano, a differenza di molte democrazie occidentali dove la libertà di stampa gode di tutele quasi assolute anche in tempo di crisi, ha ereditato e mantenuto in vigore normative risalenti al mandato coloniale britannico che conferiscono alle autorità militari una giurisdizione eccezionalmente ampia sui mezzi di comunicazione. La Censura Militare Israeliana è un’unità governativa di massima sicurezza presieduta dal Capo Censore, un alto ufficiale militare nominato direttamente dal Ministro della Difesa. Il suo mandato ufficiale è quello di esercitare una censura preventiva su qualsiasi informazione, pubblicazione o trasmissione che possa compromettere la sicurezza dello Stato, rivelare dettagli sulle operazioni militari oltre confine o esporre segreti strategici, come il programma di armi nucleari del Paese (incluso il reattore di Dimona, ripetutamente minacciato dai funzionari iraniani come bersaglio primario).

L’Iran Vince la Lunga Guerra. USA e Israele in Difficoltà! - Scott Ritter

Da: Dialogue Works Italiano - Original Video: Scott Ritter: Iran Wins the Long War — U.S... Scott Ritter è un ex ufficiale dell’intelligence del Corpo dei Marines degli Stati Uniti che ha prestato servizio nell’ex Unione Sovietica applicando i trattati sul controllo degli armamenti, nel Golfo Persico durante l’operazione Desert Storm e in Iraq supervisionando la disattivazione delle armi di distruzione di massa. Il suo libro più recente è Il disarmo al tempo della perestrojka, pubblicato da Clarity Press. - Scott Ritter

venerdì 13 marzo 2026

La propaganda che uccide la ragione: Iran, Gaza e il doppio standard dell’Occidente. - Elena Basile

 Da: https://www.lafionda.org - Elena Basile è un'ex diplomatica e scrittrice italiana. Dal 2013 al 2021 ha prestato servizio come ambasciatrice in Svezia e Belgio e nel 2023 ha lasciato il servizio diplomatico con il grado di plenipotenziario. (https://www.facebook.com/elena.basile11

Continuo a non rassegnarmi. Rimango stupita quando mi accorgo che persone dotate di media intelligenza e capacità di raziocinio possano abbeverarsi a una propaganda demenziale. Nei media storici, diplomatici, analisti e i cosiddetti esperti e intellettuali, a vario titolo, ci ripetono da settimane che il governo teocratico iraniano avrebbe ucciso in pochi giorni 40.000 civili. Paolo Mieli sente il dovere di premettere che questi dati non sono verificati, esattamente come quelli relativi a 75.000 vittime che circolano in relazione ai palestinesi di Gaza. Sono tentata di correre via urlando.

Mi ricompongo e continuo a sperare in un dialogo razionale. Il genocidio di Gaza e la cifra di 75.000 morti (approssimata per difetto, come conferma la rivista scientifica Lancet) sono confortati da immagini in streaming che hanno documentato bombardamenti a tappeto, utilizzo di carri armati, intere aree abitative spianate, incendi in campi profughi. La leadership iraniana, per uccidere 40.000 persone in due o tre giorni (mentre Israele, per arrivare a 50.000 morti, ha impiegato mesi), avrebbe dovuto bombardare il proprio popolo, radere al suolo le città, far crollare palazzi.

L’indignazione per questo utilizzo atroce, nei media europei, della facoltà raziocinante cresce, e piangiamo il gregge indottrinato.

giovedì 12 marzo 2026

Migranti: il nuovo mercato degli schiavi? - Alessandra Ciattini, Marco Antonio Pirrone

Da: Gabriele Germani - Marco A.Pirrone è ricercatore di sociologia generale presso il Dipartimento “culture e società” dell'Università degli studi di Palermo. - Alessandra Ciattini (collettivo di formazione marxista "Stefano Garroni”) ha insegnato Antropologia culturale alla Sapienza. 

Leggi anche: Pandemia nel capitalismo del XXI secolo - A cura di Alessandra Ciattini, Marco Antonio Pirrone

Vedi anche: Pandemia e Capitalismo del XXI secolo - Marco Antonio Pirrone e Alessandra Ciattini 


Flussi migratori e gestione da parte del potere economico e politico del fenomeno.
La gestione dei processi migratori è orientata dai bisogni del capitale? E che percorsi alternativi si potrebbero adottare? 

mercoledì 11 marzo 2026

Yesterday's Papers: Il punto di vista della Cina sulla crisi globale - Kikko Schettino

Da: https://grad-news.blogspot.com/2026/03/yesterdays-papers-il-punto-di-vista.html?m=1 - Francesco Schettino: https://www.facebook.com

Leggi anche: "L'ATTACCO ALL'IRAN E' LA NUOVA SCOMMESSA CAPITALISTA DI TRUMP E SOCI" - Umberto De Giovannangeli intervista Emiliano Brancaccio 

Come la Cina interpreta la crisi globale, dal venezuela all'aggressione all'Iran - (Da: herta manenti)  
La discussione si basa principalmente su un rapporto di ricerca pubblicato su 《现代国际关系》 (Contemporary International Relations), la rivista dei China Institutes of Contemporary International Relations (CICIR), uno dei think tank strategici più influenti della Cina che fornisce analisi ai decisori politici di Pechino. La rivista, pubblicata dal CICIR, è una delle principali sedi di analisi di politica internazionale in Cina e ospita studi su politica globale, economia e sicurezza internazionale. 
Piuttosto che interpretare gli eventi recenti in Iran e Venezuela come crisi isolate, vale la pena di esplorare come gli studiosi cinesi li inquadrino come parte di una trasformazione più ampia dell’ordine globale, plasmata dalla sicurezza energetica, dal potere finanziario e dalla competizione geopolitica. 
Il video riflette inoltre sulla posizione dell’Europa all’interno di questo sistema in evoluzione ed esamina come la cultura strategica cinese — spesso caratterizzata da pragmatismo di lungo periodo e pazienza strategica — affronti le crisi internazionali in modo diverso rispetto alle dottrine militari occidentali. 
Questa prospettiva può risultare particolarmente rilevante per chi è interessato alla geopolitica multipolare e alle trasformazioni delle relazioni tra Cina, Medio Oriente, America Latina e Sud globale. 


...e un altro punto di vista che però forse ci dice la stessa cosa ma da una angolazione diversa... 
"DIETRO LA GUERRA USA IN IRAN GRANDI POTERI FINANZIARI E AFFARICOLOSSALI" | Prof. Alessandro Volpi (Da: Radio Radio TV): 

In un panorama economico globale segnato da crescenti tensioni geopolitiche e instabilità finanziaria, gli Stati Uniti affrontano una delle sfide più ardue della loro storia recente. Con un debito pubblico che ha sfiorato i 38,86 trilioni di dollari a marzo 2026, secondo i dati del Tesoro americano, il Paese si trova a gestire un fardello che assorbe risorse enormi, con pagamenti netti di interessi proiettati oltre il trilione di dollari quest'anno dal Congressional Budget Office. I rendimenti sui titoli del Tesoro a 10 anni, intorno al 4,13%, rendono il finanziamento sempre più oneroso, mentre circa un terzo del debito pubblico detenuto dal pubblico – pari a oltre 10 trilioni – maturerà nei prossimi 12-14 mesi, richiedendo un rifinanziamento a tassi più elevati. 
In questo contesto, l'analisi del professor Alessandro Volpi, docente di storia contemporanea all'Università di Pisa, offre una prospettiva incisiva. 

martedì 10 marzo 2026

"L'ATTACCO ALL'IRAN E' LA NUOVA SCOMMESSA CAPITALISTA DI TRUMP E SOCI" - Umberto De Giovannangeli intervista Emiliano Brancaccio

Da: https://www.unita.it - Umberto-De-Giovannangeli Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente. Umberto De Giovannangeli - Emiliano Brancaccio è professore di Economia politica presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e promotore, con Robert Skidelsky, dell’appello “Le condizioni economiche per la pace” pubblicato sul Financial Times , Le Monde e Econopoly de Il Sole 24 Ore . - Emiliano Brancaccio - www.emilianobrancaccio.it

Vedi anche:  Da Trump agli Eurobond: la catastrofe capitalista è inevitabile? - Emiliano Brancaccio 

Leggi anche: A PROPOSITO DI "LIBERCOMUNISMO" DI EMILIANO BRANCACCIO - Domenico Suppa


«Pensare che Usa e Israele bombardano per liberare è infantile. Il vagheggiato rischio di una atomica di Teheran ricorda la fialetta “fake” di Colin Powell. Ridimensionare l’Iran significa mettere in sicurezza la zona per promuovere gli affari degli americani e dei loro alleati, a dispetto della Cina. Ma potrebbe andar male...»

"..Stati Uniti e Israele sono soci in affari di dittature persino più oppressive della teocrazia Iraniana. Sarebbero disposti a mettere al vertice del paese un altro grande Ayatollah, anche più feroce verso le libertà, purché favorisca gli affari con loro..


Dall’Iran, al Bahrein, al Libano, alla Turchia, fino a Cipro. La guerra si spande e investe ormai anche i confini dell’Unione europea. A una settimana dall’inizio dell’attacco Israelo-Americano all’Iran, resta incerta la strategia di Trump e dei suoi alleati. Ne discutiamo con Emiliano Brancaccio, docente di economia politica all’Università Federico II, autore del recente volume ‘Libercomunismo’, che dedica ampio spazio alle cause capitalistiche degli attuali conflitti militari. 

D: Professor Brancaccio, nel suo ultimo libro lei ha sostenuto che la politica estera degli Stati Uniti è destinata ad assumere caratteri compulsivi, come “scatti nervosi di una mostruosa tigre ferita, chiusa nella sua stessa gabbia”. E ha previsto che da declamata isolazionista, l’America di Trump si sarebbe presto rimessa a tracciare i perimetri dell’impero col sangue. I fatti di questi giorni confermano la sua previsione? 

R: Direi di sì. E smentiscono gli illusi che speravano in un “Trump pacifista”, che avrebbe rispettato l’impegno con gli elettori “maga” ad abbandonare i teatri di guerra internazionali. Come tutte le crisi dei grandi imperi, la crisi egemonica dell’America indebitata non sfocerà in un placido e silenzioso ritiro del gigante in declino. Sarà un processo caotico, conflittuale, doloroso per il mondo intero. 

lunedì 9 marzo 2026

[In altre parole] Realpolitik a Pechino: perché l'asse Merz-Xi è l'ancora di salvezza per l'industria europea - Francesco Maringiò

Da: https://italian.cri.cn - Francesco Maringiò, Presidente dell’Associazione italo-cinese per la promozione della Nuova Via della Seta. 

Leggi anche: Veicoli elettrici, la cooperazione con la Cina come leva strategica per Europa e Canada. - Giulio Chinappi


Il 25 febbraio Friedrich Merz è atterrato a Pechino con una delegazione di trenta tra i principali CEO tedeschi, tra cui: Oliver Blume di Volkswagen, Ola Källenius di Mercedes-Benz, Oliver Zipse di BMW. La Germania è un paese in difficoltà: economia in contrazione, manifattura sotto pressione, i costi della dipendenza energetica e di anni di allineamento alla politica americana che presentano il conto. La lettura mainstream di questo viaggio parla di "ri-calibrazione", cioè di una riduzione graduale dell'esposizione verso Pechino. I dati raccontano altro: sono le contraddizioni interne tedesche, e in particolare la pressione dei settori industriali più esposti, a impedire qualsiasi rottura con la Cina e a spingere semmai verso un approfondimento dei rapporti. L'automotive è il caso più eloquente: è il settore che più di ogni altro ha reso insostenibile la retorica del decoupling da Pechino.

Nel 2025 Volkswagen Group ha consegnato in Cina 2,69 milioni di veicoli, circa il 30% delle consegne mondiali. BMW ne ha venduti 625.527, pari al 25% del totale, Mercedes-Benz 551.900, il 31%. Solo questi tre gruppi totalizzano 3,87 milioni di auto in un mercato cinese da 23,74 milioni di unità. Senza quel 25-30% di volumi, i principali produttori tedeschi si troverebbero in condizioni strutturali difficili, con scala industriale ridotta e minore capacità di investimento. In questo contesto, parlare di "riduzione dell'esposizione" è un esercizio di retorica politica: i numeri raccontano una interdipendenza che è essenziale per salvare l’industria tedesca.

Eppure la narrazione dominante continua a parlare di "inondazione". Quando nel settembre 2023 la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen usò quella parola per descrivere l'arrivo di veicoli elettrici cinesi in Europa, fissò un frame che i dati commerciali effettivi contraddicono. L'interscambio complessivo di automobili tra UE e Cina vale 20,72 miliardi di euro, con un saldo negativo per l'Europa di 4,46 miliardi: l'Unione esporta verso la Cina auto per 8,13 miliardi ma ne importa per 12,59 miliardi. Lo squilibrio, tuttavia, è quasi interamente concentrato sui veicoli elettrici a batteria. Se si isolano i BEV, il deficit europeo arriva a 5,80 miliardi: appena 117 milioni esportati contro 5,92 miliardi importati. La cifra più significativa emerge quando si sottraggono i BEV dal totale: sulle auto tradizionali e ibride, l'Europa registra un saldo positivo di 1,35 miliardi. Non c'è nessuna inondazione indiscriminata.

Lo squilibrio sui veicoli elettrici riflette un gap tecnologico e produttivo: l'industria cinese ha conquistato il primato nelle tecnologie verdi della mobilità, mentre quella europea arranca nella transizione elettrica. Se Bruxelles deve importare BEV dalla Cina è perché i propri costruttori non sono ancora in grado di soddisfare la domanda interna a prezzi competitivi. Criminalizzare chi vende ciò che tu non sai produrre non risolve il problema strutturale. La posizione assertiva di Bruxelles — lamentarsi dell'"inondazione" cinese ignorando la dipendenza europea dal mercato di Pechino — non nasce dai numeri, che testimoniano una interdipendenza profonda, ma da una scelta essenzialmente geopolitica, alimentata dalle pressioni provenienti da Washington.

La scelta è tra cooperare o restare indietro. Francia, Germania, Ungheria, Spagna si muovono in questa direzione, con la consapevolezza che il costo dell'immobilismo ricade sull'industria e sui cittadini. L'Italia è assente: nessuna visita di stato, nessuna delegazione industriale, nessuna iniziativa diplomatica verso Pechino. Non è neutralità: è un errore strategico che si paga in termini di filiere, investimenti e posizionamento nella transizione elettrica globale.

Il paradosso è tutto qui: il "de-risking" venduto come antidoto alla dipendenza è in realtà il rischio maggiore che l'industria europea corre. Ridurre i rapporti con la Cina non produce autonomia, ma arretramento. Merz a Pechino con trenta CEO esercita ai massimi livelli un principio di realpolitik essenziale per salvare l’industria tedesca ed europea.

Un principio che, se incarnato con maggiore convinzione, offrirebbe alla Germania un'alternativa concreta alla spirale del riarmo, inutile per rispondere alla crisi economica e che non fa altro che caricare di nubi plumbee il nostro futuro.

domenica 8 marzo 2026

Le iniziative globali della Cina nel mondo multipolare - ALBERTO BRADANINI, FRANCESCO MARINGIÒ

Da: MarxVentuno Edizioni - Francesco Maringiò, Presidente dell’Associazione italo-cinese per la promozione della Nuova Via della Seta e curatore del libro "La Cina nella Nuova Era, Viaggio nel 19°Congresso del PCC", LA CITTA' SEL SOLE -  Alberto Bradanini, ex-diplomatico. Già Ambasciatore d’Italia in Cina (2013-15), Coordinatore del Comitato Governativo Italia-Cina (2007-09), Console Generale d’Italia a Hong Kong (1996-98), Consigliere Commerciale all’Ambasciata d’Italia a Pechino (1991-96), Ambasciatore d’Italia a Teheran (2008-12), attualmente Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea (Reggio Emilia, Italia). Alberto Bradanini è autore di diversi saggi e libri, tra cui “Oltre la Grande Muraglia” (2018); “Cina, l’irresistibile ascesa” (2022) e “Lo sguardo di Nenni e le sfide della Cina”. 

Leggi anche: Guerra all’Iran: gli obiettivi di Stati Uniti e Israele e la marginalità dell’Europa. - Tiberio Graziani


sabato 7 marzo 2026

Guerra all’Iran: gli obiettivi di Stati Uniti e Israele e la marginalità dell’Europa. - Tiberio Graziani

Da: https://www.analisidifesa.it - Tiberio Graziani E' presidente di Vision & Global Trends – International Institute for Global Analyses. Attualmente insegna presso la Scuola di Dottorato Internazionale in "Diritto e mutamento sociale: le sfide della regolamentazione transnazionale" presso l'Università degli Studi Roma Tre. 


L’operazione statunitense contro l’Iran non può essere letta come una risposta contingente, ma come parte di una strategia di lungo periodo. Nucleare, potenziale militare e guerra a distanza sono strumenti operativi di un confronto sistemico che intreccia energia, competizione globale e subordinazione europea. 

Interrogarsi sul “vero obiettivo” dell’operazione militare statunitense contro l’Iran rischia di essere fuorviante se la questione viene posta come una scelta tra opzioni discrete — rovesciamento del regime, distruzione del potenziale militare, demolizione degli impianti nucleari o altro. In realtà, l’azione statunitense va collocata all’interno di un ciclo storico di confronto molto più lungo, che nel periodo post-Guerra fredda ha assunto una configurazione coerente, articolata in fasi successive e funzionali a un medesimo disegno strategico.

giovedì 5 marzo 2026

Con l'Iran khomeinista nel momento in cui l'Iran khomeinista è aggredito - Stefano G. Azzarà

Da: Stefano G. Azzarà - Stefano G. Azzarà insegna Storia della filosofia politica all’Università di Urbino. È segretario alla presidenza dell’Internationale Gesellschaft Hegel-Marx. Dirige la rivista “Materialismo Storico”(materialismostorico - http://materialismostorico.blogspot.com). È impegnato in un confronto tra le grandi tradizioni filosofico-politiche della contemporaneità: liberalismo, conservatorismo, marxismo.

Leggi anche: Dal rifiuto dell’universalità hegelomarxista alla frantumazione postmoderna - Stefano G. Azzarà 


Gli Stati Uniti e Israele non stanno semplicemente attaccando l'Iran, magari per prendersi la terra o le risorse o mettere le loro basi militari: stanno attaccando l'Iran nato dalla rivoluzione anticoloniale e guidato dal regime khomeinista, perché quell'Iran e quel gruppo dirigente - e non certo la popolazione - costituiscono per vari motivi un ostacolo per l'imperialismo. 

Fermo restando che stiamo parlando solo dell'analisi, dal momento che nessuna componente ha oggi la minima effettualità, non è sufficiente, pertanto, per i comunisti di orientamento leninista e per gli antimperialisti - altra cosa è la sinistra in generale, alla quale non è ovviamente possibile chiedere questa presa di coscienza, e altra cosa ancora sono anche altri e diversi orientamenti comunisti - deplorare la guerra e dirsi genericamente dalla parte del popolo iraniano; e nemmeno, al limite, difendere la sovranità nazionale iraniana come epifania della sovranità nazionale in quanto tale.
Queste sono cose ovvie, ma non bastano. 

Nel momento in cui si sta nel movimento generale contro la guerra per quel minimo che tale movimento esiste, e lo si sostiene e promuove senza ridicoli settarismi e con tutti i suoi limiti, bisogna invece difendere, in questa analisi, proprio gli Ayatollah, per quanto non corrispondano al nostro ideale occidentale di rivoluzione proletaria e persino di rivoluzione anticoloniale; e anche se in condizioni diverse e più avanzate li avremmo avversati e magari un giorno - improbabile, per come siamo messi - potremmo combatterli. 

Il leninismo non è una cosa semplice da capire e praticare. E, nonostante sia esaurito in Occidente come prassi e perduri solo come teoria, sconvolge i nostri codici e ci sconcerta; ma chi cerca una rivoluzione pura non vedrà o non riconoscerà mai nessuna rivoluzione. 

Che oggi questa mera teoria sconcerti più di ieri, e che appaia eresia indicibile e scandalosa per la morale dominante, anche a sinistra, ciò che ieri in certi ambienti sarebbe apparso persino moderato, dà la misura dei tempi e dei rapporti di forza. 
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Lettera di Lenin all’Emiro dell’Afghanistan Amanullah Khan, 27 novembre 1919 

Dopo aver ricevuto una lettera di grande valore da Vostra Maestà tramite il vostro Ambasciatore, lo stimato Muhammad-Wali Khan, mi affretto a ringraziarvi per il vostro saluto e per la vostra iniziativa di instaurare un’amicizia tra i grandi popoli russi e afgani.
Fin dai primi giorni della gloriosa lotta del popolo afghano per la sua indipendenza, il governo russo dei lavoratori e dei contadini non ha tardato a riconoscere il nuovo ordine in Afghanistan, a riconoscere solennemente la sua piena indipendenza e ha inviato la sua ambasciata per creare un collegamento permanente tra Mosca e Kabul. L’Afghanistan è attualmente l’unico stato musulmano indipendente al mondo e il destino invia al popolo afghano un grande compito storico di unire tutti i popoli musulmani schiavi attorno a loro e guidarli sulla strada della libertà e dell’indipendenza.
Il governo russo dei lavoratori e dei contadini incarica la sua ambasciata in Afghanistan di avviare negoziati con il governo del popolo afghano per concludere accordi commerciali e altri accordi amichevoli, il cui scopo non è solo quello di rafforzare le relazioni di buon vicinato con il massimo beneficio per entrambi i popoli, ma anche di combattere insieme all’Afghanistan il governo imperiale più predatore del mondo, la Gran Bretagna, i cui intrighi, come giustamente sottolineato nella vostra lettera, ancora ostacola lo sviluppo pacifico e libero del popolo afghano e distanziarlo dai vicini più vicini.
Dalle conversazioni con il vostro ambasciatore straordinario, l’onorevole Muhammad-Wali Khan, ho scoperto che siete pronti ad avviare negoziati su accordi amichevoli a Kabul, nonché del desiderio del popolo afghano di ricevere assistenza militare dal popolo russo contro l’Inghilterra. Il governo degli operai e dei contadini è propenso a fornire questa assistenza al popolo afghano su larga scala e a ripristinare la giustizia calpestata dagli ex governi degli zar russi. Abbiamo invitato il vostro ambasciatore e ordinato alle nostre autorità del Turkestan di formare una commissione mista per correggere il confine russo-afghano, nel senso di espandere il territorio afghano, sulla base della legge, della giustizia e della libera volontà delle persone che vivono nelle aree di confine. Speriamo che questa commissione, con la vostra approvazione, inizi immediatamente i lavori per completarla contemporaneamente alla conclusione dei negoziati sull’accordo russo-afgano a Kabul.
Il nostro governo, su richiesta del vostro ambasciatore, si è collegato via radio con i governi dei paesi vicini per garantire l’ulteriore passaggio dell’ambasciata afgana in Europa e in America, ma, sfortunatamente, gli intrighi della stessa potenza interessata che menzionate nella vostra lettera di alto valore non solo non hanno dato l’opportunità di attuare il piano di Vostra Altezza ma la vostra ambasciata è stata costretta a scegliere un percorso diverso. Porgendole gli auguri del popolo russo, io, a nome del governo dei lavoratori e dei contadini, aggiungo i miei sinceri saluti a voi e all’intero popolo afgano.

Il Presidente del consiglio dei commissari del popolo V. Ulyanov (Lenin).

PICCOLA RIFLESSIONE SUL "MALE" - Andrea Zhok

Da: Andrea Zhok - Andrea Zhok, nato a Trieste nel 1967, ha studiato presso le Università di Trieste, Milano, Vienna ed Essex. È dottore di ricerca dell’Università di Milano e Master of Philosophy dell’Università di Essex. Andrea Zhok 

Leggi anche: SUL COLLASSO MORALE DELL'OCCIDENTE - Andrea Zhok 

Vedi anche: Il volto mostruoso dell’Occidente - Andrea Zhok 


Di fronte all'ennesima aggressione unilaterale della Epstein Connection (Usa+Israele), tutti giù a formulare complesse analisi geopolitiche per capirne il senso.
Tutti - me incluso - a contorcersi tra giustificazioni artefatte e contraddizioni palesi.
Stanno bombardando gli iraniani per difendere i diritti umani?
Stanno violando il diritto internazionale per difendere l'"ordine basato sulle regole"?
Stanno cercando di promuovere la democrazia esportando con le bombe uno Scià di seconda mano?
Stanno subendo danni e morti per il piacere di infliggere danni e morti al nemico?
C'è da uscirne pazzi.
A meno che... 

A meno che la spiegazione non sia tanto semplice quanto complesse sono quelle scuse fittizie.
Basta pensare di aver a che fare con quello stesso tipo di esseri che vediamo dialogare nei file Epstein.
Quella gente non sta rischiando niente di persona; altri moriranno per loro. Non rischia niente Trump, non rischia niente Rubio, non rischia niente Hegseth, non rischia niente Netanyahu (la cui famiglia è a Miami), non rischia niente nessuno di quelli che prendono le decisioni più fatali. 
Al contempo per loro e i loro sodali, ogni bomba usata sul nemico è una bomba da ricomprare, ogni radar distrutto dal nemico è un radar da ricomprare, ogni grattacielo distrutto è un futuro investimento immobiliare, ogni vittoria bellica è un incoraggiamento a spendere ancora nella stessa direzione, ogni sconfitta è un ammonimento a non aver speso abbastanza in passato. 
Questa tipologia antropologica casca sempre in piedi. 

Qualunque livello di distruzione umana e materiale ha un aspetto fruttifero per chi vive di commesse pubbliche (bisognerà fare pur qualche sacrificio per la sicurezza) e di capitali in cerca di investimenti redditizi. Non esistono strategie perdenti, purché tu riesca a convincere abbastanza gente che grandi atti di distruzione sono necessari. 
Vedendo le cose da questo punto di vista, tutto cade perfettamente al suo posto.
Ogni contraddizione viene spianata, ogni nodo viene sciolto.
Se anche alla fine non hai raggiunto nessuno degli obiettivi ufficialmente sbandierati (e QUANDO MAI sono stati raggiunti?), non c'è assolutamente nessun problema.
Avrai bruciato, insieme a donne, bambini, cittadini e soldati, una bella quantità di materiale bellico da rimpiazzare, una bella quantità di carburante da riacquistare.
Che ti frega del resto? Tu sei quello che governa la spesa prima e dopo la distruzione.
Lascia le formiche imbecilli laggiù in basso, e i giornalisti a molla, alle loro contorsioni dialettiche per fare spazio in qualche modo al "diritto internazionale", alla "liberazione dei popoli", al "conflitto di civiltà", e altre cazzate.
Che si scervellino pure, tanto alla fine del falò a loro resterà la cenere, i conti da pagare, i morti da seppellire; a te e ai tuoi compagni di golf resterà un'isola in più.
Ma e il regno di Baal? E l'Anticristo? E il satanismo?
Ma perché vi immaginate Baal, l'Anticristo o Satana come alfieri di un Regno del Male? Perché alimentate l'idea romantica degli Imperatori delle Tenebre?
Mi spiace amici, ma il Male, il vero autentico inflessibile Male nel mondo non ha nessuna grandiosa "impresa maligna" da portare a compimento.
Questo gli darebbe comunque una dignità, gli imporrebbe una coerenza, lo costringerebbe a tener ferme strategie: in fin dei conti lo renderebbe "costruttivo".
No, il Male sta in quella minuta meschinità di chi è disposto a dar fuoco al mondo per il solo gusto di avervi fottuto; e questo anche se in quel rogo dovesse finire lui stesso. E' questa assurdità a renderlo potente: chiunque ragioni in termini di fini positivi, di una costruzione di vita, non riesce a seguirne i ragionamenti.
Il Male, come è stato detto altrove, è straordinariamente banale: è la dedizione di piccoli uomini dall'enorme frustrazione, capaci di spendere la vita, propria ma soprattutto altrui, per "ottenere profitti", cioè per ottenere ulteriore potenza senza nulla di importante da farci, cioè - in ultima analisi - per sentirsi vincenti, per non percepirsi come "losers", perdenti, sfigati.
Dedicare la propria vita ed energia alle battaglie del profitto è una vocazione reale, diffusa in molti ominicchi allevati nel grande pazzo serraglio della modernità, subumani che in ciò vivono la loro rivincita.
Il trionfo risentito del nulla.

mercoledì 4 marzo 2026

Israele vive di guerre - Orly Noy

Da: https://www.internazionale.it - Orly Noy, Giornalista israeliana; +972 Magazine, Israele. Traduzione di Davide Lerner.

L’ospedale Gandhi colpito dai bombardamenti israeliani. Teheran, 2 marzo 2026 (Majid Asgaripour, Wana/Reuters/Contrasto

Le sirene hanno rotto il silenzio del sabato mattina in tutto Israele. Non tanto per esortare i civili a correre nei rifugi, quanto piuttosto per annunciare lo scoppio della guerra, quasi come una fanfara trionfante. Dopo più di una settimana di incertezza snervante, tra la tensione dell’attesa di un conflitto ripetutamente descritto come inevitabile e la debole speranza che la diplomazia potesse ancora prevalere, la guerra alla fine era arrivata.

“Non si può entrare due volte nello stesso fiume”, diceva il filosofo greco Eraclito. Ma a quanto pare si può distruggere un nemico già proclamato distrutto. Appena otto mesi fa, dopo il cessate il fuoco con l’Iran, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dichiarava: “Nei dodici giorni dell’operazione Rising lion abbiamo ottenuto una vittoria storica, che rimarrà per generazioni”. 

A quanto pare, questa “storica vittoria” non è durata neanche un anno, figuriamoci generazioni.

Questa volta l’attacco aveva un obiettivo in più: liberare il popolo iraniano dal regime oppressivo degli ayatollah. È risaputo infatti che uno dei ruoli centrali di Israele in Medio Oriente è quello di portare la libertà ai popoli della regione con jet da combattimento e bombardieri.

Improvvisamente, la vita degli iraniani è diventata molto cara agli israeliani, tanto da essere disposti a trascorrere lunghe notti nei rifugi antiaerei, pronti a subire pesanti perdite, a condizione che i piloti di Israele portino la buona notizia della libertà, o almeno l’uccisione della leadership iraniana e la distruzione degli impianti nucleari e delle infrastrutture dei Guardiani della rivoluzione.