La teoria Marxista poggia la sua forza sulla scienza... che ne valida la verità, e la rende disponibile al confronto con qualunque altra teoria che ponga se stessa alla prova del rigoroso riscontro scientifico... il collettivo di formazione Marxista Stefano Garroni propone una serie di incontri teorici partendo da punti di vista alternativi e apparentemente lontani che mostrano, invece, punti fortissimi di convergenza...
Meloni, Salvini e Nordio annunciano la richiesta di grazia per Mario Roggero, il gioielliere incarcerato per avere ucciso gli uomini che avevano rapinato il suo negozio. I giudici l’hanno condannato, chiarendo che le modalità dell’omicidio sono del tutto estranee alla legittima difesa.
Ma le destre sostengono le ragioni del condannato con una operazione ideologica che travalica la singola vicenda giudiziaria e allude a una precisa idea di giustizia, classista e dispotica. Abbiamo chiesto un parere a Emiliano Brancaccio, professore di economia politica alla università Federico II di Napoli ed esponente della ricerca marxista contemporanea.
D. Sulla vicenda Roggero, le destre si sono mobilitate. Persino Elon Musk ha dichiarato che bisognerebbe condannare i giudici, non l’imputato. Lei che ne pensa?
Che dobbiamo osservare questi singoli fenomeni come fossero frammenti di una valanga. Da tempo assistiamo a una doppia tendenza, nell’occidente liberaldemocratico e in modo particolare in Italia: le libertà civili e politiche precipitano mentre la tutela del diritto di proprietà si rafforza.
Per esempio, l’indice V-Dem dell’Università di Goteborg ci dice che dall’inizio del secolo l’indice che misura le tutele contro i maltrattamenti compiuti dalle forze dell’ordine è caduto del 10 percento. E negli anni del governo Meloni l’indicatore che misura la tutela delle libertà di riunione e di manifestazione è crollato del 67 percento. I diritti civili e politici, insomma, sono molto meno tutelati rispetto al passato.
Di contro, la Heritage Foundation segnala che nello stesso periodo i dispositivi legali di difesa della proprietà del capitale si sono rafforzati, di oltre 10 punti percentuali. Sono mutamenti di portata storica, eppure per qualcuno ancora non bastano.
In Italia e altrove, le destre intendono accelerare queste due tendenze. E a tale scopo sfruttano ogni occasione, ogni pretesto. Incluso il dramma di Mario Roggero, delle sue vittime e delle rispettive famiglie. Strumentalizzare la tragedia serve a veicolare un preciso messaggio politico: chi difende la proprietà deve godere di impunità. La valanga del diritto deve andare avanti.
D. Meloni e soci preparano le carte per chiedere a Mattarella la grazia a Roggero. Con quali conseguenze?
La guerra in Ucraina è davvero in stallo, oppure stiamo entrando nella fase più pericolosa del conflitto? Con Francesco Dall’Aglio analizziamo lo stato del confronto tra Russia e Ucraina, le difficoltà di Kiev nel reperire nuovi uomini, i limiti della strategia militare russa e il ruolo sempre più decisivo del sostegno occidentale.
Dalle scorte di Patriot americani impegnate anche sul fronte mediorientale fino alla competizione strategica con la Cina, il conflitto ucraino si inserisce ormai in uno scenario globale molto più ampio. Ma c’è soprattutto un elemento poco raccontato: una parte crescente del malcontento russo potrebbe non chiedere la fine della guerra, bensì una sua intensificazione, mettendo Putin sotto pressione proprio perché considerato troppo prudente.
Con Francesco Dall’Aglio analizziamo inoltre gli attacchi ucraini in profondità sul territorio russo, il loro impatto sulla popolazione civile, il rischio di nuove rappresaglie e la possibilità che una spirale di escalation finisca per coinvolgere sempre più direttamente NATO ed Europa.
Da: Alessandro Volpi - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi
La pericolosità crescente della Destra sta alimentando in maniera accesa la prospettiva della formazione di un fronte di difesa della Costituzione, fondato sull'antifascismo e caratterizzato da un'ampia trasversalità.
Una simile visione, pur avendo molte motivazioni, dovrebbe, a mio parere, considerare il fatto che la discriminante antifascista e della tutela costituzionale è necessaria ma non sufficiente.
A tale pregiudiziale, occorrerebbe aggiungerne un'altra, ugualmente decisiva, rappresentata dal rigetto del neoliberalismo, motivato proprio dalla storia recente del nostro Paese, dove la riduzione delle retribuzioni reali, la contrazione dei servizi pubblici universalistici, la svalorizzazione del lavoro e, soprattutto, l'aumento delle disuguaglianze sociali sono state massime.
Tutto ciò è avvenuto con la convinta, e teorizzata adesione, di una parte dei soggetti che oggi dovrebbero far parte del fronte di difesa costituzionale.
L'analisi storica delle politiche attuate dai governi di centro-sinistra in Italia, a partire dagli inizi degli anni Novanta, rivela infatti un ruolo determinante nella trasformazione del paradigma economico e sociale del Paese, spesso in stretta continuità con i dettami del neoliberismo globale.
La notizia è di pochi giorni fa. Tredici giovani operatori meccanici provenienti dal Ghana sono destinati alle aziende del gruppo Bonomi, uno dei maggiori gruppi privati della provincia di Brescia e uno dei leader italiani nella produzione di valvole, raccordi, attuatori e componenti per la regolazione dei fluidi destinati all’industria, all’energia, al settore idrotermosanitario, navale e Oil & Gas.
Il cosiddetto “Progetto Ghana”, nato per iniziativa di Confindustria Alto Adriatico e dell’agenzia per il lavoro Umana, arriva così anche nel Bresciano.
I comunicati celebrano una filiera efficiente e moderna: selezione dei candidati in Ghana, formazione tecnica nelle scuole salesiane, corsi di lingua italiana, trasferimento, accompagnamento e inserimento nelle imprese. Il progetto, avviato nel 2024, ha già portato nelle aziende italiane oltre quattrocento lavoratori e viene presentato dai promotori come una risposta concreta alla carenza di competenze tecniche nel manifatturiero.
Tutto molto ordinato. Tutto molto umano. Tutto apparentemente inattaccabile.
Peccato che, dietro la retorica dell’integrazione e della cooperazione internazionale, resti una domanda piuttosto semplice: davvero in Italia non esistono lavoratori disponibili oppure non si trovano più lavoratori disposti ad accettare le condizioni offerte dalle imprese? Sono due cose molto diverse.
Da: Vincenzo Costa - Vincenzo Costa è professore ordinario alla Facoltà di Filosofia dell'Università Vita-Salute San Raffaele, dove insegna Fenomenologia (triennale) e Fenomenologia dell'esperienza (biennio magistrale) (Vincenzo Costa)
Quando diciamo “Putin” non bisogna intendere una persona, ma un fenomeno storico, che nasce quando il tentativo di Eltsin naufraga. La Russia subisce in quel periodo un crollo demografico, economico, le sue risorse immense vanno in mano a pochi oligarchi, la criminalità e la mafia dilagano, il paese è sull’orlo di una ulteriore, più devastante, disgregazione, dopo quella dell’URSS.
Nasce allora “Putin”, che è un progetto, fatto di due grandi direzioni strategiche, da tenere insieme:
1) Proteggere l’integrità della Russia e la sua sovranità, contro le tendenze disgregative interne ed esterne;
2) Integrare la Russia nell’Europa.
Nel marzo del 2000 Putin giunge a ventilare un’adesione della Russia alla NATO. Perché faccia queste avances è chiaro: l’integrazione della Russia nella NATO diventa una garanzie di non disgregazione del paese, e che i paesi storicamente ostili alla Russia (Inghilterra in primis), essendo oramai alleati, non avranno interesse a introdurre elementi di disgregazione e, anzi, sosterranno la sua integrità.
Alla fine non se ne fece niente, perché in quegli anni sembrava che l’Occidente avesse un dominio assoluto sul mondo, gli USA non avessero bisogno di nessuno, la Cina era abbastanza innocua, al massimo un luogo dove spremere plusvalore.
Ma ovviamente significava che la Russia doveva proteggere la sua integrità territoriale da sola, che tentativi esterni sarebbero stati costanti.
Ma Putin (il progetto “Putin”) non demorde: si tratta sempre di portare avanti i due punti unitariamente.
Di qui la ricerca di accordi e di collaborazioni con l’Europa: a Pratica di Mare nel maggio del 2002, alla presenza di Putin, Bush, il segretario generale della NATO Robertson, incontro favorito da Berlusconi, i legami economici e politici con la Germania di Schroeder e della Merkel.
Putin chiese più volte un ingresso della Russia nella UE, pur con pari dignità e non come il fratello povero e accattone. Ancora nel 2003, al vertice di San Pietroburgo, chiese i quattro spazi comuni, che miravano a un’integrazione stretta sia dal punto di vista politico che economico.
Entrambe le aperture furono ignorate dagli occidentali, erano gli anni dell’unipolarismo dispiegato.
Da: la Città Futura - Roberto Fineschi (Roberto_Fineschi) è docente alla Siena School for Liberal Arts. Ha studiato filosofia e teoria economica a Siena, Berlino e Palermo. Fra le sue pubblicazioni: Marx e Hegel (Roma 2006), Un nuovo Marx (Roma 2008) e il profilo introduttivo Marx (Brescia 2021). È membro del comitato scientifico dell’edizione italiana delle Opere complete di Marx ed Engels, dell’International Symposium on Marxian Theory e della Internationale Gesellschaft Marx-Hegel für dialektisches Denken. (Roberto Fineschi - Marx. Dialectical Studies - Laboratorio Critico).
Videointervista a cura di Renato Caputo per "La città futura" al docente di filosofia politica a The Siena School for Liberal Arts, massimo studioso italiano di Marx, sul suo ulltimo libro pubblicato nel 2026.
Il Capitale, lo sappiamo, è uno di quei classici che prima o poi bisogna leggere. Ma quanti si sono lasciati intimorire dalla sua mole o dalla sua complessità? Grazie alla guida di Roberto Fineschi, il capolavoro di Karl Marx è finalmente alla portata di chiunque. E nelle sue pagine ritroviamo un’analisi del presente tanto lucida quanto premonitrice. Sì, perché Marx non ha mai smesso di parlare di noi. E oggi, per la prima volta, parla veramente a tutti.
Il Capitale è un testo fondamentale della modernità, una pietra miliare del pensiero filosofico, economico e politico. C’è poco da fare: per capire qualcosa del mondo che ci circonda, nel bene e nel male, non si può proprio ignorarlo. Anche i suoi detrattori più accaniti e quanti si erano affrettati a relegarlo in soffitta, sono dovuti correre a rispolverarlo per cercare spiegazioni a fatti attualissimi come la formazione di grandi monopoli, la crisi economica, la disoccupazione di massa, l’ipersfruttamento di umani e ambiente, e molto altro ancora. Tutti fenomeni per i quali le teorie economiche mainstream offrono poche risposte e ancor meno soluzioni.
Sembra, insomma, che Marx abbia ancora molto da dirci e che le sue chiavi di lettura abbiano conservato intatto il proprio valore. Vale dunque la pena rimettere mano al Capitale, senza dubbio la sua opera più importante.
E qui viene il difficile, perché è un testo lungo e laborioso, di una complessità spesso scoraggiante per chi è sprovvisto di una formazione specifica.
Questo libro viene incontro a chi desidera afferrare le geniali intuizioni contenute nel Capitale ma, per un motivo o per l’altro, non possa imbarcarsi da solo in una simile impresa. A farci da timoniere è allora uno dei maggiori esperti di Marx, Roberto Fineschi, che ha dedicato una vita a studiare l’opera del pensatore tedesco. Ripercorrendo con grande chiarezza la struttura e i concetti principali, senza mai banalizzarli, ma con una scrittura capace di sciogliere anche i nodi più intricati, Fineschi ci accompagna alla scoperta del Capitale.
Un classico che rimane, a più di un secolo e mezzo dalla pubblicazione, insuperato e insuperabile.
Per i vertici militari Usa e Nato, la Russia non è una minaccia: perciò i piani dell’Ue sono inutili. Ma l’industria della paura ha un difetto indelebile: consegnare la guerra promessa o restituire la paura incassata.
Il 4 marzo 2025 Ursula von der Leyen annunciò al mondo, con una conferenza stampa di sei minuti, che l’Europa era entrata “nell’era del riarmo”.
Il piano ReArm Europe — poi ribattezzato, con un eufemismo degno dei tempi, “Readiness 2030” — avrebbe mobilitato fino a 800 miliardi di euro per fronteggiare la minaccia russa. La stampa europea si genuflesse davanti alla cifra. I mercati applaudirono. I titoli dell’industria bellica volarono. A più di un anno di distanza, possiamo dire con tranquillità ciò che gli osservatori seri avevano capito fin dal primo giorno: quel piano era un bluff. E il bluff è stato definito non da noi, ma dall’unico giocatore che al tavolo contava davvero: Putin.
Cominciamo dall’anatomia contabile dell’inganno. Degli 800 miliardi sbandierati, 650 non sono mai esistiti come risorse. Sono semplicemente il permesso, concesso agli Stati membri attraverso la sospensione delle regole di bilancio, di indebitarsi per comprare armi. Non un euro di fondi comuni: solo la facoltà di scavare più a fondo nei propri deficit nazionali, generosamente offerta a Paesi come l’Italia, che con un debito oltre il 140 per cento del Pil dovrebbe finanziare i carri armati con lo stesso strumento che le viene proibito di usare per la sanità.
I restanti 150 miliardi, il famoso strumento Safe, sono prestiti: debito comune che gli Stati beneficiari dovranno restituire, fino a 45 anni di rate. Il tutto approvato invocando l’articolo 122 del Trattato, la procedura d’emergenza che ha permesso di scavalcare il Parlamento europeo, nonché le regole minime della democrazia.
Francesco Sylos Labini Fisico, dopo aver lavorato otto anni tra Svizzera e Francia, è ora ricercatore presso il Centro “Enrico Fermi” di Roma e svolge le sue attività presso l’Istituto dei Sistemi Complessi del Cnr.
Un recente articolo del Bulletin of the Atomic Scientists, attento alle politiche energetiche, arriva a una conclusione sorprendente: il principale beneficiario strategico della guerra in Medio Oriente avviata dall’amministrazione Trump sarebbe la Cina. A prima vista sembra un paradosso. La Cina è infatti il maggiore importatore di petrolio e dovrebbe essere uno dei paesi più vulnerabili all’instabilità della regione. In realtà, Pechino ha assorbito lo shock energetico molto meglio del previsto grazie a una combinazione di riserve strategiche, crescente elettrificazione dell’economia e, soprattutto, a un’espansione senza precedenti delle rinnovabili.
I numeri sono impressionanti. Nel solo 2025 la Cina ha installato 315 gigawatt di nuova capacità solare, oltre la metà di quella realizzata nel mondo, dopo averne aggiunti altri 277 l’anno precedente. L’obiettivo è che entro il 2030 circa metà dell’energia provenga da fonti non fossili. Sebbene il carbone rappresenti ancora oltre il 50% del mix energetico, la crescita delle rinnovabili è senza paragoni. La guerra in Iran ha avuto anche un altro effetto: ha costretto Washington a concentrare nel Medio Oriente risorse militari, finanziarie e diplomatiche che avrebbero dovuto essere destinate all’Indo-Pacifico, considerato dagli stessi Usa il teatro decisivo della competizione geopolitica del XXI secolo. Nel frattempo, mentre gli Usa sono stati percepiti come protagonisti del conflitto, la Cina ha continuato a presentarsi come sostenitrice della stabilità, del dialogo e della cooperazione economica, rafforzando la propria influenza soprattutto nel Sud globale.
Ma il vero vantaggio cinese riguarda la transizione energetica. L’incertezza sui mercati petroliferi ha accelerato gli investimenti mondiali in pannelli solari, batterie e veicoli elettrici: proprio i settori nei quali la Cina domina ormai la catena globale del valore. Non sorprende che nel maggio 2026 le esportazioni cinesi di veicoli elettrici siano cresciute di oltre il 110% rispetto all’anno precedente e quelle di pannelli solari di circa il 60%. Paradossalmente, Trump potrebbe aver fatto di più per accelerare la transizione energetica globale di quanto abbiano fatto trenta Conferenze delle Parti (COP): aumentando il valore strategico proprio delle tecnologie in cui la Cina è leader mondiale.
Gli alleati degli Usa risultano più vulnerabili della stessa Cina: Giappone, Corea del Sud ed Europa dipendono in larga misura dalle importazioni di petrolio che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz. La guerra non ha dunque rafforzato la posizione americana in Asia, ma ha contribuito ad accrescere il peso geopolitico della Cina, rafforzandone al tempo stesso la leadership nelle tecnologie della transizione.
Questa interpretazione trova una significativa conferma in un documento elaborato dopo un incontro internazionale cui ho partecipato svoltosi il mese scorso presso l’Oxford Martin School, nell’ambito del China Council for International Cooperation on Environment and Development. Il documento sostiene che la trasformazione verde della Cina è ormai irreversibile e destinata a modificare profondamente gli equilibri economici e geopolitici mondiali.
Se per molti paesi occidentali la transizione energetica è stata concepita principalmente come una politica climatica, per la Cina è diventata molto di più: una strategia industriale, tecnologica e di sicurezza nazionale. È questa la differenza fondamentale. Pechino ha compreso che dominare le tecnologie verdi significa controllare le filiere industriali del futuro, ridurre la dipendenza energetica dall’estero, aumentare il peso geopolitico e rafforzare la propria influenza economica. La leadership nelle batterie, nei pannelli solari, nei veicoli elettrici e nelle reti elettriche non è un semplice successo industriale: è uno strumento di potenza.
Per questo la transizione verde non può più essere interpretata soltanto come una risposta al cambiamento climatico. È ormai uno dei principali terreni della competizione geopolitica globale. Su questo fronte la Cina parte oggi da una posizione di vantaggio, costruita in oltre vent’anni di politica industriale coerente, massicci investimenti pubblici e sviluppo tecnologico. Se il XX secolo è stato il secolo del petrolio, il XXI potrebbe essere quello del controllo delle tecnologie necessarie a sostituirlo. La Cina sembra aver compreso questa dinamica prima di tutti gli altri. Secondo il rapporto discusso a Oxford, una cooperazione più stretta tra Bruxelles e Pechino potrebbe accelerare la transizione energetica globale, con benefici condivisi. Ma, prima ancora, l’Europa dovrà decidere quale ruolo intende svolgere: protagonista nelle tecnologie del futuro oppure limitandosi ad adottare quelle sviluppate altrove.
Da: Gesti Diversi | Davide Sabatino - Alberto Negri è giornalista professionista dal 1982. Laureato in Scienze Politiche, dal 1981 al 1983 è stato ricercatore all'Ispi di Milano. Storico inviato di guerra per il Sole 24 Ore, ha seguito in prima linea, tra le altre, le guerre nei Balcani, Somalia, Afghanistan e Iraq.
Da: Glenn Diesen Italiano - Jeffrey D. Sachs, professore universitario presso la Columbia University, è Direttore del Center for Sustainable Development presso la Columbia University e Presidente del Sustainable Development Solutions Network delle Nazioni Unite. Ha servito come consigliere di tre Segretari generali delle Nazioni Unite e attualmente ricopre il ruolo di avvocato SDG sotto il Segretario generale António Guterres. - Glenn Diesen è un politologo, analista e autore norvegese. [ 1 ] È professore presso l' Università della Norvegia sudorientale.
Il Prof. Jeffrey Sachs discute del disastroso vertice della NATO,
poiché il blocco militare è privo di una strategia e si dirige verso una guerra nucleare con la Russia.
Da: Vincenzo Costa - Vincenzo Costa è professore ordinario alla Facoltà di Filosofia dell'Università Vita-Salute San Raffaele, dove insegna Fenomenologia (triennale) e Fenomenologia dell'esperienza (biennio magistrale) (Vincenzo Costa)
Temiamo sempre che inizi una guerra, e abbiamo perso di vista che siamo già in guerra. L’inizio della guerra non avviene più con un gesto eclatante, con una dichiarazione di inizio delle ostilità: avviene oggi senza che nessuno se ne accorga, e passo dopo passo siamo entrati in guerra, siamo co-belligeranti a tutti gli effetti, senza che vi sia stata una discussione, senza che se ne parli.
Alla fine sembra che nessuno abbia deciso nulla, e ognuno potrà dire: siamo stati aggrediti, non potevamo che difenderci.
E così si oscura che di fatto stiamo già aggredendo la Russia, la stiamo già bombardando, e prima o dopo sarà inevitabile che la Russia reagisca.
Alcuni fatti dovremmo tenerli presenti:
1) la UE mette tutto il denaro che serve a costruire droni pesanti, che poi colpiscono non solo al fronte, ma in profondità nel territorio russo.
2) Le informazioni che selezionano gli obbiettivi, la tecnologia che guida quei droni verso gli obbiettivi in territorio russo vengono forniti dall’Occidente.
3) Persino i droni vengono gestiti dall’estero. Qualcuno li fa partire, ma poi sia i dati che individuano gli obbiettivi sia le manovre possono essere eseguiti senza essere in Ucraina. I comandi militari NATO sono all'opera sempre.
4) Al fronte oramai combattono, come carne da macello, migliaia di mercenari latino-americani, spesso poveracci attratti dalla possibilità di rapidi guadagni, e quei soldi l’Ucraina non li ha, dato che è uno Stato fallito dal punto di vista economico. Dunque, è grazie ai soldi della UE che il fronte tiene e i mercenari vengono arruolati. In questo modo siamo anche complici, accettiamo che chi ha soldi possa usare i poveri come carne da macello.
Vi sono parole che non si possono più pronunciare senza provare il tipico senso di disagio dei nostri tempi, quasi avessimo paura di essere considerati anacronistici, o sentirci dare degli “idealisti”, peraltro senza che nessuno abbia la minima “idea” di che cosa significhi idealismo. La volta scorsa abbiamo parlato della parola “comunismo”, stavolta ce n’è un’altra, se possibile ancora più controversa, talmente controversa che non la sento nominare da anni: “lotta di classe”. Non la sento nominare e mai come oggi abbiamo “classi”. L’abbiamo seppellita con solennità alla caduta del Muro, e di nuovo quando ci hanno spiegato che eravamo diventati tutti “ceto medio”, piccoli azionisti di noi stessi, imprenditori della propria biografia. Eppure la parola ritorna, ostinata, come ritornano i morti a cui non è stata data giusta sepoltura. Ritorna nei magazzini della logistica dove il tempo si conta in secondi, si affaccia dagli appartamenti tenuti sfitti in attesa del rendimento, riappare nella cifra oscena per cui dodici uomini valgono, in denaro contante, quanto la metà povera dell’umanità, torna nella costante perdita di diritti, sul lavoro, nelle piazza e inesorabilmente torna quando per salvarci la vita dobbiamo pagare 800 euro per una tac e non li abbiamo. Questa è la “differenza di classe”. Non è niente di complicato.
Il Manifesto del 1848 esordiva appunto con uno spettro, e con una tesi che il tempo non ha smentito, «la storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotte di classi». Al di là dello slogan e oltre la sua caricatura, voglio prenderla sul serio questa frase, interrogandomi e interrogandovi, con lentezza, su che cosa significhi davvero lotta di classe, quali siano le classi che si fronteggiano dietro la scenografia dell’uguaglianza formale, e a chi giovi, con esattezza, che di tutto ciò si smetta di parlare. Un lettore, commentando il mio scritto sul comunismo, mi ha obiettato che la lotta di classe andrebbe archiviata perché seminerebbe odio. Anche molti studenti, dopo il mio intervento, mi hanno parlato dei dubbi che li assillavano davanti a questi termini che associano alle rivolte degli anni ‘60/’70 del secolo scorso, o addirittura, qualcuno, allo stalinismo.
"Ritengo di aver scritto in molti miei post che l'Ucraina non è uno Stato etnicamente unitario, oggi non lo è più nemmeno geograficamente data la situazione cogente. Il concetto sembra stia cominciando a passare anche in qualche scritto di analisti prestigiosi che finalmente si sono decisi a scrivere quello che era già noto da decenni a chi si occupava della questione ucraina già da molto tempo, fra i quali, consentitemi, il sottoscritto.
Si parla di "Ucraine" quindi, al plurale, ammettendo che ne esiste più di una e non solo perché un pezzo dell'ex Ucraina è oggi occupata dai russi ma perché storicamente è così.
A chi privo di pregiudizi affrontava il problema etnico e linguistico dell'Ucraina in anni non sospetti, era evidente il profondo scollamento fra la parte est e la parte ovest del Paese. Molti prevedevano che prima o poi i due tronconi si sarebbero separati. Certo si sperava che lo si facesse per via diplomatica e politica e non con una azione militare ma tant'è.
Vi do, se una prova, un indizio consistente. Una cartina prodotta da uno studio di un istituto europeo del 2003.
Come si vede chiaramente, la diffusione delle 3 lingue parlate in Ucraine (perchè sono 3 e non 2 come ho ripetutamente scritto in molti post), evidenzia chiaramente la composizione linguistica e di conseguenza etnica del Paese.
Ma la cosa importante sono le percentuali che riporta lo studio. Da valutare attentamente.
Nei giorni scorsi, il quotidiano «Kommersant» ha ospitato un editoriale a firma dello specialista in affari militari Andreij Ilnitsky e intitolato L’escalation – la via più breve per la pace.
Nel pezzo, Ilnitsky sostiene che un’escalation graduale e calibrata costituisca la strada più sicura per raggiungere gli obiettivi dell’Operazione Militare Speciale russa e garantire una pace duratura dopo la vittoria. La proposta di Ilnitsky si articola in quattro fasi.
La prima prevede la messa fuori uso di circa 30 infrastrutture critiche che sostengono lo sforzo bellico ucraino, tra cui impianti energetici, porti, snodi ferroviari, centri logistici e stabilimenti metallurgici.
La seconda, la distruzione delle residue strutture del complesso militar-industriale ucraino.
La terza, l’attacco contro le basi Nato nei Paesi baltici.
La quarta, l’attacco diretto sia contro le basi Nato di Rzeszów (Polonia) e Costanza (Romania), sia contro le imprese che producono armi per l’esercito ucraino.
Ilnitsky ritiene che l’attuazione delle prime due fasi – limitata esclusivamente al territorio ucraino – risulterebbe sufficiente a provocare il collasso dello Stato ucraino e bloccare così l’aggressione occidentale.
La linea d’azione di Mosca ricalca le indicazioni di Ilnitsky
Il piano di Ilnitsky sembra aver trovato debita attenzione al Cremlino. Il presidente Putin ha infatti respinto la recente proposta avanzata dal suo omologo ucraino Zelensky di limitare l’Operazione Militare Speciale alle sole regioni di nuova incorporazione, dichiarando che l’obiettivo della Russia non è preservare l’attuale regime di Kiev, ma distruggerlo.
Le dichiarazioni di Putin attestano un netto irrigidimento della posizione russa, riscontrabile in uscite di analogo tenore formulate dal ministro degli Esteri Lavrov e dal consigliere del Cremlino Ushakov.
La crisi strutturale del capitalismo attuale presenta almeno due importanti aspetti economici. Il primo è la stagnazione generale e l'aumento della disoccupazione con cui il capitalismo mondiale, nella sua fase neoliberista, si è confrontato. In molti casi, come negli Stati Uniti, l'aumento della disoccupazione è mascherato da una riduzione del tasso di partecipazione al mercato del lavoro, ma la sua realtà è innegabile. La stagnazione era già evidente prima della pandemia: il tasso di crescita decennale dell'economia mondiale nel decennio 2010-2019 è stato inferiore a quello di qualsiasi altro decennio precedente, a partire dalla Seconda Guerra Mondiale.
Quota crescente di eccedenze e sovrapproduzione ex ante
La ragione di questa stagnazione risiede nella natura stessa del capitalismo neoliberista, che ha visto un massiccio aumento della disuguaglianza di reddito e ricchezza all'interno di ciascun paese. Poiché il capitale, compresa la finanza, gode di una mobilità globale più o meno libera sotto il regime neoliberista, mentre i lavoratori rimangono confinati nei rispettivi paesi (tranne quando specificamente autorizzati a migrare), i lavoratori dei paesi avanzati competono di fatto con i lavoratori a basso salario del Sud del mondo, verso i quali il capitale può sempre essere delocalizzato. Di conseguenza, i lavoratori dei paesi avanzati non registrano quasi alcun aumento dei loro salari reali, nemmeno in termini assoluti: infatti, Joseph Stiglitz ha stimato che il salario reale medio di un lavoratore americano di sesso maschile nel 2011 fosse leggermente inferiore a quello del 1968. 1
Allo stesso tempo, nonostante qualsiasi delocalizzazione delle attività dal Nord al Sud, le ingenti riserve di lavoro del Sud – eredità del suo passato coloniale – non si esauriscono. Al contrario, aumentano in rapporto alla forza lavoro, grazie al sostanziale incremento della produttività del lavoro che si verifica ovunque a seguito dell'adozione di un cambiamento tecnologico più rapido, quest'ultimo conseguenza dell'intensificarsi della concorrenza nel mercato mondiale sotto l'assetto neoliberista. La persistenza delle riserve di lavoro in termini relativi implica che i salari reali nel Sud del mondo rimangono più o meno legati al livello di sussistenza.
Pertanto, sia al Nord che al Sud il vettore dei salari reali aumenta a malapena, anche se la produttività del lavoro cresce rapidamente, determinando un aumento della quota di surplus economico nella produzione mondiale e anche all'interno dei singoli paesi. 2 Poiché in media una quota maggiore del reddito viene consumata dai lavoratori rispetto a coloro che vivono del surplus economico, un aumento della quota di surplus economico ha l'effetto di contenere la domanda di consumo e quindi la domanda aggregata rispetto alla produzione realizzabile. Ciò a sua volta genera una tendenza ex ante alla sovrapproduzione, di cui la stagnazione e l'aumento della disoccupazione effettivamente osservati sono manifestazioni. 3
L’articolo prende spunto dalle accurate ricerche storiche e archivistiche di Annie Lacroix Rix, i cui libri non
sono mai stati pubblicati in Italia, per riflettere sul Piano Marshall (1948-1952), sulle sue origini e sui suoi
obiettivi. Tale riflessione, supportata anche da una rapida revisione storica del periodo di sviluppo
dell’imperialismo statunitense, ribalta completamente la visione mistificante dell’aiuto americano, secondo
cui esso mirava a sostenere in maniera disinteressata la ricostruzione dell’Europa devastata dalla guerra. Il
suo vero obiettivo era costruire un saldo baluardo antisovietico, controllato da numerose basi militari, aprire
un nuovo sbocco alla sua produzione industriale e culturale, avviando quel processo di colonizzazione anche
ideologico, che ha catturato anche la cosiddetta sinistra.
KEYWORDS
Piano Marshall, Annie Lacroix Rix, colonizzazione ideologica USA, controllo militare USA, CIA, guerra
fredda.
Les origines du Plan Marshall. Le mythe de l’aide américaine (“Le origini del Piano Marschall. Il
mito dell’aiuto americano”) è il titolo di un libro della già citata storica francese Annie Lacroix-Riz1,
la cui pubblicazione risale al 2023 e che credo come le sue precedenti opere non sarà pubblicato in
italiano. La signora Lacroix-Riz appartiene al Polo della Rinascita comunista e molte sue opere, fondate sempre su meticolose ricerche di archivio, hanno suscitato polemiche, tanto da farle meritare
– come si è detto – il titolo offensivo di complottista nel clima contemporaneo di forte limitazione
della libertà di espressione. Giustamente, l’emerita studiosa ha osservato che uno strumento della
censura è rappresentato dalla non pubblicazione di libri che smentiscono la narrazione ufficiale, e che
introducono una nuova lettura della nostra storia, distruttiva dei miti tradizionali. Del resto, ciò è
confermato dalla scoperta che addirittura la CIA ha sostenuto importanti intellettuali chiaramente
antimarxisti, oltre al fatto che il maccartismo è stato una costante del clima culturale e politico degli
Usa, oggi addirittura inasprito.
Il rapporto di Francesca Albanese sull'economia del genocidio mette a nudo le complicità del mondo del "business" con lo Stato coloniale d'Israele.
Oggi 1° luglio 2025 è uscito il nuovo rapporto di Francesca Albanese – Special Rapporteur per l’ONU sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967 – sulle imprese complici del genocidio che lo Stato di Israele sta perpetrando contro il popolo palestinese. Si tratta di un documento di circa 40 pagine con centinaia di note, pubblicato dall’ONU nella sua versione “advance unedited”, ovvero una bozza avanzata ma non ancora passata per l’editing finale.
Per l’importanza di questo documento, forniamo ai lettori una versione in italiano priva – per ragioni di leggibilità – del corposissimo apparato di note inserite dall’autrice, oltre 400. Evidenziamo inoltre il nome delle aziende principali implicate, secondo quanto denuncia il rapporto, nella complicità con il genocidio in corso. Per la versione completa, disponibile in una serie di lingue (non l’italiano), rimandiamo alla pagina dell’ONU.
Gli sforzi coloniali e i genocidi ad essi associati sono stati storicamente guidati e favoriti dal settore delle imprese. Gli interessi commerciali hanno contribuito all’espropriazione dei popoli e delle terre indigene – una modalità di dominazione nota come “capitalismo coloniale razziale”. Lo stesso vale per la colonizzazione israeliana delle terre palestinesi, la sua espansione nei territori palestinesi occupati e l’istituzionalizzazione di un regime di apartheid coloniale. Dopo aver negato l’autodeterminazione palestinese per decenni, Israele sta ora mettendo a rischio l’esistenza stessa del popolo palestinese in Palestina.
Il ruolo delle imprese nel sostenere l’occupazione illegale di Israele e la campagna genocida in corso a Gaza è l’oggetto di questa indagine, che si concentra sul modo in cui gli interessi delle imprese sostengono la duplice logica coloniale israeliana di sfollamento e sostituzione, volta a espropriare e cancellare i palestinesi dalle loro terre. L’indagine analizza le entità aziendali in vari settori: produttori di armi, aziende tecnologiche, imprese edili e di costruzione, industrie estrattive e di servizi, banche, fondi pensione, assicurazioni, università e associazioni di beneficenza. Queste entità permettono la negazione dell’autodeterminazione e altre violazioni strutturali nei Territori palestinesi occupati, tra cui l’occupazione, l’annessione e i crimini di apartheid e genocidio, oltre a una lunga lista di crimini accessori e violazioni dei diritti umani, dalla discriminazione, alla distruzione selvaggia, allo sfollamento forzato e al saccheggio, fino alle uccisioni extragiudiziali e alla fame.
Da: Il Coraggio della Pace - Fonte: Il Fatto Quotidiano, Sabato 4 Luglio 2026 - Elena Basile è un'ex diplomatica e scrittrice italiana. Dal 2013 al 2021 ha prestato servizio come ambasciatrice in Svezia e Belgio e nel 2023 ha lasciato il servizio diplomatico con il grado di plenipotenziario. (Elena Basile)
Come ha osservato in un recente intervento pubblico il viceministro degli Esteri Alexander Grushko, già rappresentante permanente presso la Nato dal 2012 al 2018, la Russia dovrebbe porre fine alla guerra con l’Ucraina, ritornando, con una dura rappresaglia, alla deterrenza di cui le potenze occidentali non sembrano voler tener conto.
Gli attacchi ucraini con droni in Siberia, negli Urali, a San Pietroburgo e a Mosca, che hanno mirato a infrastrutture civili, raffinerie di petrolio e aeroporti, costituiscono una teatralità destinata a rinvigorire la propaganda occidentale, ma non cambiano i rapporti di forza né le sorti del conflitto.
La Russia avanza lentamente per evitare troppe perdite umane e in quanto i droni ucraini e il sistema Starlink creano difficoltà.
Il ministro della Difesa russo A. Belousov in un dialogo aperto col presidente Putin e l’esercito, ha affermato di essere consapevole delle minacce rappresentate dalle nuove tecnologie fornite a Kiev e di star provvedendo a fronteggiarle.
Notizie che apprendo dalla lettura della stampa e non dai miei supposti contatti con l’intelligence e la leadership russa, come sostenuto dal senatore Calenda, al quale purtroppo dovrò rispondere con una querela per diffamazione.
Un documentario sulle origini della guerra in Ucraina.
“Start Up a War. Psicologia di un conflitto” è un documentario sul punto di vista di una psicologa che, nel 2016, esce dal suo studio per tornare su un fronte bellico, nella regione del Donbass.
Attraverso la comprensione di quei meccanismi che si celano dietro allo scoppio di una guerra, con immagini e documenti inediti è messo in luce un modello psicologico che applica ai conflitti geo-politici strumenti di lettura propri dei conflitti relazionali tra individui.
Nella prima parte del documentario sono illustrate alcune tecniche mediatiche e di manipolazione di massa utilizzate durante la rivolta di Maidan, nella capitale ucraina di Kiev.
Nella seconda parte si entra nel vivo della guerra del Donbass, attraverso la descrizione psicologica di un conflitto bellico narrato come un conflitto tra individui.
Sono integrate opinioni di professionisti della psicologia, combattenti di battaglioni, rifugiati e superstiti, passando dai drammatici eventi di Kiev alla vita dei miliziani al fronte, dalla testimonianza di chi è sopravvissuto al massacro del 2 maggio a Odessa alla speranza nei momenti di festa nelle auto-proclamate Repubbliche di Donetsk e Lugansk, in Donbass.
Molteplici punti di vista accompagnano nella conoscenza di quei meccanismi che innescano e alimentano conflitti bellici, così simili a quei meccanismi che innescano e alimentano conflitti relazionali.
Da: Alessandro Volpi - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi
Il tema fiscale è davvero un nodo politico centrale nella costruzione di una Sinistra popolare.
Vorrei soffermarmi sulla questione Irpef.
Gli ultimi interventi su tale tema, comprese le riduzioni per determinate fasce di reddito, hanno generato il maggiore beneficio per i redditi superiori ai 50 mila euro proprio perché hanno goduto della riduzione delle aliquote della loro parte di reddito fino a quella soglia e per il resto hanno continuato a godere di un'aliquota massima del 43%.
E' evidente, allora, che servirebbero aliquote marginali più alte con la crescita dei redditi superiori ad almeno 80 mila euro.
Per essere chiari; chi ha un reddito lordo superiore agli 80 mila euro, potrebbe pagare un'aliquota del 45% sulla parte del reddito che eccede gli 80 mila euro e chi ha un reddito superiore ai 100 mila euro potrebbe pagare, sulla parte eccedente il 47%.
Questo contribuirebbe a restituire progressività al sistema fiscale secondo quanto previsto dall'articolo 53, con la possibilità di ridurre l'Iva sui servizi essenziali.
Ma il tema dell'Irpef ha un risvolto ancora più paradossale.
Dal governo Berlusconi IV, poi dal Governo Renzi, dal Governo Conte/Salvini e dal Governo Meloni sono stati introdotti i cosiddetti regimi sostitutivi per cui alcune tipologie di contribuenti hanno potuto scegliere il regime fiscale a cui sottostare.
Stiamo parlando della flat tax sugli affitti, del regime forfettario per le partite Iva, l'imposta sostitutiva sulle plusvalenze finanziarie.
Ciò configura una triplice anomalia:
1) In Italia esistono contribuenti che possono scegliersi il regime fiscale e altri no; in particolare non possono scegliere quanto pagare i lavoratori dipendenti e i pensionati che ricevono il prelievo all'origine senza alcuna possibilità di scelta.
2) Le aliquote forfettarie a parità di entrata sono assai diverse se si paga la flat tax, che non si cumula al reddito, o se si paga l'Irpef: nel primo caso sono decisamente più basse.
3) Chi sceglie il regime sostitutivo non paga le addizionali Irpef, né quella comunale né quella regionale che sono pagate invece per intero da chi paga l'Irpef.
Allora, se esaminiamo l'Irpef, è evidente che l'imposta è pagata, come emerge dai numeri, per il 95% da lavoratori dipendenti e pensionati che non possono ricorrere a regimi sostitutivi ed è altrettanto chiaro che i regimi sostitutivi tolgono all'Irpef e quindi alla comunità 10/12 miliardi di euro l'anno.