lunedì 9 febbraio 2026

La pianificazione e l’osteria dell’avvenire - Francesco Schettino

Da: https://jacobinitalia.it - Francesco Schettino è professore ordinario di economia politica all’ Università della Campania “Luigi Vanvitelli”. - 

Uno studio programmatico per un modello economico alternativo non può prescindere dall'uso flessibile della pianificazione

Dedicare adeguato spazio in questa rivista alla critica dell’economia e alla definizione di un paradigma alternativo è un’idea che assume ancor più rilievo alla luce degli ultimi accadimenti internazionali che sembrano precipitare velocemente verso un esito pericoloso e tutt’altro che auspicabile.

Lotta teorica e critica dell’economia politica

L’analisi economica è senza dubbio cruciale in un periodo in cui si sente parlare sin troppo spesso di geopolitica senza tener conto adeguatamente della fase del capitalismo in cui viviamo. Troppe volte, infatti, si ascoltano ragionamenti che sembrerebbero basati su un ipotetico risiko privo di storicità e dunque del fondamentale riferimento alla struttura economica contemporanea che si trova sempre in rapporto dialettico con il piano sovrastrutturale. Per non incorrere in aporie di questo tipo è necessario innanzitutto dotarsi di strumenti adeguati indipendenti – il socialismo scientifico – e non generati all’interno di un’accademia mondiale che, in maniera sempre più veemente, ha messo fuori dalla porta delle università l’unica teoria che negli anni, alla prova dei fatti, è stata in grado di fornire le leggi generali di sviluppo del capitalismo e dunque una formidabile critica dell’economia politica. 

È dunque indispensabile riprendere in mano gli strumenti della critica al modo di produzione capitalistico per cercare di recuperare il terreno che è stato smarrito in decenni di sbandamenti e scivoloni concettuali che hanno garantito un arretramento formidabile – ma, si spera, non irrecuperabile – sul piano della lotta teorica: le opere di Marx, Engels e Lenin sono gli strumenti più affilati e poderosi per garantire una seria e rigorosa critica al mainstream economico e tutti i suoi derivatiEssi sono in grado di fornire una chiave di interpretazione di sviluppo della fase contemporanea del modo di produzione, nonché eventuali e possibili scenari che potrebbero scaturire da un declino del capitalismo che sembra sempre più inesorabile. Ciò assume ancora più urgenza se ci guardiamo attorno e riconosciamo che la quotidiana barbarie è facilmente descrivibile con una fase che Gramsci adoperò un secolo fa circa: «la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati». 

Le ricette per l’osteria dell’avvenire

Tuttavia, accanto a un recupero rigoroso degli strumenti del marxismo classico, è altrettanto necessario affiancare una strutturazione – fisica o anche virtuale, all’occorrenza – che possa agire da catalizzatore di molteplici istanze di una parte cospicua delle classi subordinate. Qui non si sta parlando di un partito socialista o addirittura di uno comunista – ammesso e non concesso che nei prossimi anni la sua stessa esistenza non venga messa fuori legge – bensì di un movimento organizzato che possa individuare e definire sulla base delle lotte sociali, sulle vertenze sindacali e sulle diverse crisi, un programma minimo di riforme adeguato a una fase palesemente non rivoluzionaria che possa essere condiviso e sostenuto anche da chi non si definisce socialista. Solo così potrà non assomigliare alle celeberrime «ricette […] per l’osteria dell’avvenire» di cui Marx già avvertiva nel Poscritto alla seconda edizione del Capitale; al contrario, esso assumerà il ruolo di sintesi di un’idea collettiva. 

Dunque, un paradigma alternativo deve far parte di un embrionale programma minimo, ed essere stilato tenendo in mente il superamento del modo di produzione contemporaneo come obiettivo strategico. Per questo, l’idea stessa di poter immaginare un capitalismo dal volto più umano o dalla presa un po’ meno energica, e risolvere così il problema, è una cosa al contempo fuorviante e falsa. Salvare il modo di produzione dalle sue stesse contraddizioni non è un fine che sembra opportuno percorrere a meno che eventuali riforme siano appunto parti di un piano più ampio che possa preparare la strada a una strategia di transizione al socialismo.

Per questa ragione, ci sembra però innanzitutto opportuno pulire il campo da approcci teorici del tutto interni al mainstream (marginalisti e i suoi derivati) nonché da coloro che, pur avendo individuato con intelligenza alcune dinamiche (Keynes e keynesiani), hanno sempre preferito offrire la stampella al sistema, quando necessario, esplicitamente dichiarando la propria profonda ostilità al marxismo e dunque a qualsivoglia analisi di classe che permetta l’emersione dei rapporti di dominio e di sfruttamento. Da questo punto di vista è sufficientemente emblematico il periodico scivolone concettuale commesso da una parte dell’accademia sicuramente a noi più prossima in termini di sensibilità politica e valoriale che, ammaliata dalla «superstizione dello Stato», come già lo chiamava Engels, per decenni ha speso tempo e energie nell’analisi della falsa duplicità Stato-mercato, sperando che aumentando il peso dello Stato nel sistema economico avrebbe progressivamente migliorato la condizioni delle classi subalterne. Non va dimenticato, infatti, che lo Stato del capitale è appunto espressione delle classi dominanti e il suo ruolo prevalente – per quanto non esclusivo – è quello di permettere al capitale di fluidificare i meccanismi di accumulazione. Questo non implica affatto che la difesa del patrimonio pubblico contro le privatizzazioni di servizi essenziali (come sanità, scuola ecc.) non debba essere una priorità assoluta, tuttavia deve essere chiaro che esiste una differenza ben delineata tra proprietà collettiva e proprietà statale. Analogo discorso può essere effettuato per quanto riguarda la questione delle disuguaglianze: osservare esclusivamente i meccanismi cosiddetti redistributivi permette di elaborare proposte – tassazione più progressiva, lotta all’evasione, proposte di billionaire tax, Zucman tax ecc. – che potrebbero avere sicuramente un impatto positivo sulle classi più povere, ma lascerebbero inalterata la peculiare struttura dei rapporti distributivi iniqui che sono, invece, il riflesso dei rapporti di produzione e proprietà. L’esistenza stessa di classi separate e sistematicamente ostili in termini di interessi «distributivi» è la radice di ogni società disuguale. Senza l’eliminazione di questo «peccato originale» sarà impossibile navigare in direzione di una società non sperequata. Non è un caso che nelle stesse università in cui per anni si sono seguite linee di ricerca che soprattutto negli ultimi decenni del secolo passato idolatravano lo Stato come strumento cardine per ristabilire efficienza ed equità, seguendo un paradigma sostanzialmente di natura keynesiana, i ragionamenti sulla teoria marxiana del valore, sullo sfruttamento e sulla costruzione di un paradigma che potrebbe essere realmente alternativo al modello contemporaneo si sono lentamente spenti. E così, anche nei dipartimenti di tradizione di sinistra, il socialismo e il suo strumento principe, la pianificazione, sono spariti dalle aule universitarie e dai manuali adottati.

Pianificazione economica contro l’anarchia del capitale

Nei decenni successivi alla rivoluzione bolscevica, sulla pianificazione sovietica si è scritto molto. L’influenza che l’Unione sovietica e, in generale, il socialismo scientifico ha avuto nel plasmare la cultura occidentale ha fatto sì che fosse dedicata adeguata attenzione allo strumento della pianificazione, in quanto unico modo di organizzare la produzione sociale realmente alternativo all’anarchia del capitale. Talmente era il rilievo assunto in quel periodo, che anche la scuola mainstream ha dovuto reagire calando i pezzi da novanta dell’accademia per provare a smentire la teorizzata superiorità della pianificazione economica rispetto alla presunta libertà di mercato. Oggi molti sostengono che la pianificazione economica della Repubblica popolare cinese sia del tutto snaturata e al servizio del sistema di capitale, ipotesi sicuramente affascinante ma interamente (o quasi) da dimostrare. Stesso discorso, del resto, di chi smania nel sostenere che la Cina sia ormai una economia capitalista tout court: anche qui, siamo dinanzi a un’ipotesi molto interessante ma che andrebbe avvalorata con uno studio approfondito. Anche perché, qualora venisse smentita dai fatti, dovremmo ammettere che il paese più avanzato al mondo, nella fase di maggiore decadenza del sistema di capitale della sua storia, adotta, a esempio, un sistema ibrido con caratteristiche peculiari del socialismo, e la cosa non avrebbe un impatto teorico e politico di poco conto. Per ovviare a questa parziale lacuna, ci affidiamo all’analisi di Alberto Gabriele ed Elias Jabbour anche per riuscire a fornire una chiave di lettura sintetica per un fenomeno così articolato. Il loro punto di vista di fatto riabilita l’esperimento cinese – post riforme del 1979 – come unica forma di socialismo compatibile con la contemporaneità. Dal punto di vista teorico, gli autori sostengono che l’elevata complessità dei sistemi economici moderni, legati all’accumulazione di conoscenza da parte di numerosi agenti non permette di trovare soluzioni semplicistiche, come sarebbe quella di un’eccessiva centralizzazione, al problema della governance della politica economica. Lo sviluppo tecnologico di calcolatori e delle reti di comunicazioni non sarebbe, secondo Gabriele e Jabbour, in grado di ovviare ai problemi classici della pianificazione amministrativa centralizzata basata sui bilanci e di cogliere e gestire dunque tali complessità. In altre parole, la socializzazione dei principali mezzi di produzione e il controllo tout court da parte dello Stato dei settori più importanti dell’economia non porterebbe a un’armonia sociale giacché non terrebbe in adeguata considerazione i vincoli posti dalle relazioni sociali di produzione e di scambio oggettivamente esistenti, dagli incentivi e dalle aspirazioni degli individui, dalla cultura e dal grado di consapevolezza dei diversi gruppi di popolazione. Alcuni aspetti sarebbero infatti maggiormente garantiti da meccanismi basati sui prezzi di mercato. In altre parole, l’attuale fase obbligherebbe l’adozione di un approccio di pianificazione adeguato, solidamente fondato su una vasta gamma di informazioni e previsioni, e che deve essere necessariamente compatibile con il mercato. Rispetto agli agenti privati, i pianificatori possono sfruttare la capacità potenzialmente superiore (anche se non infinita) dello Stato di prendere informazioni, di raccolta, elaborazione e maggiore previsione per fornire le basi di uno sforzo consapevole e lungimirante al fine di guidare le tendenze endogene che emergono dal mercato. In questo ambito, possono essere usati strumenti utili per modellare in modo ottimale le traiettorie degli investimenti, dell’innovazione e dei prezzi relativi. 

Indipendentemente dalla correttezza del punto di vista espresso dagli autori, ci sembra di cruciale importanza che coloro che vogliono partecipare a un’elaborazione di un programma alternativo a partire dalla critica dell’approccio esistente non aderiscano alla semplicistica divisione da stadio tra tifoserie: Pro-Cina vs Cina-imperialista; Cina Socialista vs Cina capitalista. Per fare passi in avanti abbiamo una grande necessità di studiosi e ricercatori disposti a rischiare e a spendere le proprie energie non già per pubblicare su riviste pagate e sovvenzionate dalla più reazionaria classe dominante padronale, ma per indagare con gli occhi della critica più irreprensibile, marxiana pertanto, su ciò che sta avvenendo proprio nella Repubblica popolare cinese. A esempio, è noto a coloro che reputano l’esperienza cinese ormai lontana dall’idea socialista che la sostituzione della Spc (State Planning Commission, fondata negli anni Cinquanta) con la Ndrc (National Development and Reform Commission) nel 2003, allo scopo di elaborare piani, non ha affatto sacrificato lo strumento della pianificazione? Al contrario, da quando vengono effettuati piani decennali si è verificata una proliferazione di piani locali e settoriali (rispettivamente 7.300 e 156 nel quinquennio 2000-2005) sconosciuta in passato. Oltretutto non potrebbe essere auspicabile immaginare, anche all’interno di un programma massimo, l’istituzione di una commissione che, come la Ndrc, potrebbe «formulare e attuare strategie di sviluppo economico e sociale nazionale, piani annuali e piani di sviluppo a medio e lungo termine, coordinare lo sviluppo economico e sociale; condurre ricerche e analisi sulla situazione economica nazionale e internazionale; proporre obiettivi e politiche riguardanti lo sviluppo dell’economia nazionale, la regolamentazione dei prezzi e l’ottimizzazione delle principali strutture economiche; presentare il piano di sviluppo al comitato centrale del Partito […]»?  

Si badi bene che, un risultato positivo in questo senso, permetterebbe anche di fornire la possibilità di attribuire, almeno in parte, i mirabolanti risultati dello sviluppo economico cinese alla capacità dei governi locali di adoperare gli strumenti della pianificazione in maniera corretta. E la cosa, se gestita con adeguata capacità, potrebbe rappresentare uno strumento molto affilato per iniziare a demolire il dogma Tina instillato per decenni anche nelle teste degli appartenenti alle classi dominate. Pertanto, essa deve essere certamente rivendicata come ambito imprescindibile di uno studio programmatico per un modello economico alternativo che possa essere utilizzato in maniera flessibile tenendo in conto fase e specificità locali, come sostenuto anche sostenuto dall’ottimo intervento di Lampa, Gaddi e Garbellini su questa stessa rivista. 


*Francesco Schettino (Roma, 1978) è professore ordinario di Economia politica presso il dipartimento di Giurisprudenza dell’Università della Campania L Vanvitelli. Già redattore della rivista di Marxismo La Contraddizione è stato fondatore e docente dell’Università popolare A.Gramsci. È attualmente coordinatore europeo della Ricdp (Rete internazionale di studio sul debito pubblico).  È autore di diverse monografie tra cui Socializzare i profitti (Meltemi, 2025); A Nova Disegualidade Social (Livraria da Fisica, Sao Paulo, Brazil, 2025); Crisis inequality and Poverty (HayMarket eds., New York City, 2023 – con F, Clementi) e Saving Africa’s Future – A Continent Falling Behind (in corso di pubblicazione, 2026, Cambridge University Press – con Clementi, Molini, Fabiani e Zafar).

domenica 8 febbraio 2026

Come le zanzare d’estate in bassa Padania - Alberto Bradanini

Da:  https://www.lantidiplomatico.it - https://www.marx21.it - Alberto Bradanini, ex-diplomatico. Già Ambasciatore d’Italia in Cina (2013-15), Coordinatore del Comitato Governativo Italia-Cina (2007-09), Console Generale d’Italia a Hong Kong (1996-98), Consigliere Commerciale all’Ambasciata d’Italia a Pechino (1991-96), Ambasciatore d’Italia a Teheran (2008-12), attualmente Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea (Reggio Emilia, Italia). Alberto Bradanini è autore di diversi saggi e libri, tra cui “Oltre la Grande Muraglia” (2018); “Cina, l’irresistibile ascesa” (2022) e “Lo sguardo di Nenni e le sfide della Cina”. 

Vedi anche: Cina, India e il Sud globale. - Alberto Bradanini 


Le menzogne di regime sono come le zanzare d’estate in bassa Padania, ti aggrediscono da ogni lato: non se ne può più! Secondo la campana della verità nordamericana, che inizia all’alba e ci accompagna fino a notte fonda e il cui suono echeggia – ça va sans dire – in ogni contrada europea, le cose del mondo starebbero così:

a. l’attuale presidente degli Stati Uniti è persona fine, avveduta, talora un po’ risoluto nei modi, ma nemico della guerra – insignito non a caso del Nobel per la Pace 2025 da tale Maria Corina Machado, invece che dal Comitato norvegese per il Nobel, ma questo dettaglio potrà essere corretto nell’anno di grazia 2026. Certo, si è visto costretto a bombardare sette o otto paesi solo nel suo primo anno di mandato, ma che volete, bisogna pur mettere ordine in un mondo altrimenti destinato alla deriva. Nei modi, poi, è persona gradevole, corretto con ogni interlocutore, di cui rispetta la libertà di scegliere la posizione del missionario o quella a novanta gradi. Il presidente è inoltre scrupoloso del diritto internazionale: mai minaccerebbe, che so, la Danimarca, il Venezuela, Cuba o Panama, men che meno l’Iran, la Cina o la Russia, solo perché non assecondano i suoi capricci e non s’inchinano al suo passaggio. Quanto ai paesi alleati, non si sognerebbe nemmeno lontanamente di imporre dazi pesanti o condizioni insostenibili, tipo il 5% del pil in armi da comprare soprattutto negli Usa. Mai e poi mai farebbe una cosa del genere. E beninteso rispetta pienamente la costituzione del suo paese, anche se non proprio al 100%, come ad esempio ottenere il via libera del Congresso per fare la guerra e imporre dazi al resto del mondo. Ma, signori miei, nessuno è perfetto e poi l’urgenza impone di agire in fretta;

venerdì 6 febbraio 2026

Trump schiaffeggiato da Iran e Venezuela - Alessandra Ciattini

Da: Gabriele Germani -  Alessandra Ciattini (collettivo di formazione marxista "Stefano Garroni”) ha insegnato Antropologia culturale alla Sapienza, collabora con https://www.unigramsci.it
USA-VENEZUELA: ATTACCO COLONIALISTA, MA  AL BUIO - Pino Arlacchi  
Putin gioca a scacchi e Trump gioca a poker - Alessandra Ciattini

Ultimissimi aggiornamenti sulle ultime aggressioni portate avanti dagli USA.
Sgonfiata la bolla groenlandese e parzialmente tranquillizzati gli alleati UE/NATO (al netto della pericolosa defezione canadese), Trump e la sua squadra di governo tornano a minacciare gli attori del Sud Globale: dal Venezuela all'Iran.
Intanto a quasi un mese dal sequestro Maduro la psy-war si sgonfia e sorge un grande dubbio: Caracas non si sta arrendendo all'imperialismo USA?

                                                                           

giovedì 5 febbraio 2026

Albanese alla Camera, ma per FdI è “un’offesa” - Tommaso Rodano

Da: https://www.ilfattoquotidiano.it - Tommaso Rodano Giornalista, scrive sul Fatto Quotidiano dalla sua prima estate, quella del 2010. In genere si occupa di politica, raramente di cose serie. 

Vedi anche: "Genocidio di Gaza: un crimine collettivo": presentazione del nuovo report della relatrice ONU, Francesca Albanese - Conferenza stampa di Stefania Ascari https://webtv.camera.it/evento

Francesca Albanese, relatrice speciale dell'Onu, a margine della conferenza alla Camera dei Deputati: https://www.facebook.com/reel/1032709016581993

Francesca Albanese torna alla Camera per parlare del genocidio a Gaza in un clima non proprio accogliente. Sono giorni di riflusso securitario e ipotesi repressive, dopo le violenze della manifestazione di Torino per Askatasuna. Solo venerdì, inoltre, quella stessa sala stampa era stata prenotata dal leghista Furgiuele per ospitare alcuni esponenti di Casapound, rimasti fuori dal palazzo per la protesta dei parlamentari di opposizione. Per Fratelli d’Italia invece l’intervento di Albanese è inaccettabile. L’editto è del questo re di Montecitorio Paolo Trancassini: la Camera “non può trasformarsi in una tribuna” per figure divisive. L’accusa ancora prima che Albanese parlasse –è di manipolare i fatti, alimentare una narrazione ostile a Israele e usare il Parlamento come “cassa di risonanza per tesi ideologiche”. Per la senatrice Ester Mieli, Albanese alla Camera è semplicemente “un’offesa per gli italiani”. RESTA DA CAPIRE cosa ci sia di offensivo, nel discorso della relatrice dell’Onu (accompagna ta dai deputati del M5S Ascari, Carotenuto e Auriemma, dal senatore di Avs De Cristofaro e dal deputato del Pd Scotto). 

Albanese ha presentato il suo ul timo rapporto, già discusso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite: Genocidio di Gaza: un crimine collettivo. Il documento insiste su un punto preciso: il genocidio non è il prodotto di un singolo Stato, ma l’esito di un sistema di complicità internazionale che coinvolge governi, alleanze militari, aziende, banche e istituzioni finanziarie. In questo quadro l’Italia occupa una posizione non marginale: tra il 2020 e il 2024 è stata il terzo fornitore mondiale di armi a Israele, dopo Stati Uniti e Germania. Continua a consentire il transito di carichi militari, partecipa a programmi di addestramento e intelligence ed è partner del progetto F-35, centrale nei bombardamenti su Gaza, con Leonardo tra i principali attori industriali. 

A Gaza, intanto, la situazione resta drammatica, anche se i riflettori mediatici si sono spostati altrove: oltre 70 mila morti confermati, migliaia di dispersi, popolazione senza accesso stabile a cibo, acqua ed elettricità, bambini morti di ipotermia, mentre in Cisgiordania continuano espropri, sfollamenti e violenze dei coloni. 

Per Albanese parlare di “ricostruzione” senza giustizia è una finzione: “Non si ricostruisce nulla su fosse comuni”. 

ALBANESE ha commentato le ipotesi di legge sull’antisemitismo: “Strumentalizzare la lotta necessaria contro l’antisemitismo per proteggere uno Stato –Israele – accusato di crimini gravissimi contro l’umanità, rischia di minare le fondamenta dell’ordine democratico e della libertà di espressione”. 

A margine della conferenza, interpellata sugli scontri di Torino, ha rilasciato una di chiarazione che non mancherà di fomentare le polemiche a destra: “Le forze dell’ordine sono state difese nel contesto italiano –ha risposto a chi le chiedeva dei carabinieri minacciati e fatti inginocchiare da un riservista dell’Idf nei pressi di Ramallah – mi chiedo perché non siano state difese anche quando sono state aggredite da chi semina il terrore in Cisgiordania”.  

mercoledì 4 febbraio 2026

Istinti, iperestensioni culturali e selezione sessuale nella logica dell’evoluzione. - Paolo Crocchiolo

Da: https://www.marxismo-oggi.it - Paolo Crocchiolo, professore dell'Università popolare Antonio Gramsci, già docente di evoluzionismo e filosofia all'Università americana e funzionario dell'Onu. Primario di malattie infettive e tropicali, già responsabile della ricerca clinica sull’AIDS dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (1988-1993) e già presidente del Comitato Scientifico Nazionale del Forum Droghe (2001-2008). Paolo Crocchiolo

Leggi anche: Marxismo ed evoluzionismo - Paolo Crocchiolo 

Marxismo-e-darwinismo-lilian-truchon 


Primum vivere, dein reproducere

Tutti gli esseri viventi, a cominciare dai batteri, manifestano comportamenti istintivi (principalmente l’acquisizione del nutrimento) atti a permettere loro di sopravvivere e crescere fino a raggiungere lo stadio della riproduzione. Quelli a riproduzione sessuata, in aggiunta e in associazione a questi istinti primari, necessitano anche di istinti che realizzino l’unione dei gameti maschili e femminili. Nell’uomo, infine, gli istinti di base e quelli sessuali s’intrecciano con l’insieme dei fattori culturali, anch’essi peraltro frutto dell’evoluzione.

  I meccanismi di base della vita

Tutta la vita sin dal suo nascere (quattro miliardi di anni fa) è un risultato di selezione, che inizialmente premia fra tutte le molecole quelle in grado di replicarsi, poi quelle assemblate in geni capaci di costruire attorno a sé macchine riproduttrici, sempre più complesse, in grado di traghettarli alle generazioni successive. L’affermarsi della modalità sessuata della riproduzione determina la comparsa del meccanismo della selezione sessuale, un sottoinsieme di quella naturale, condizionata, nelle specie animali, dall’istinto all’accoppiamento propedeutico alla riproduzione stessa. Nelle specie ominidi che fanno attualmente capo alla nostra, gli istinti geneticamente trasmissibili sono andati compendiandosi con la cultura, che evolve come risultato di una serie di fattori tutti dialetticamente intrecciati fra loro (la stazione eretta, la fine manualità, l’aumento del volume cerebrale e la neotenia). La cultura, esclusiva della nostra specie, rappresenta un ulteriore elemento di complessità in grado di svincolarsi parzialmente dagli istinti primari e quindi di retroagire positivamente o negativamente su di essi.

lunedì 2 febbraio 2026

Difesa: riarmo e industria militare in Europa e Italia - Emiliano Gentili e Federico Giusti

Da: https://diogenenotizie.com - Federico Giusti è delegato CUB nel settore pubblico, collabora coi periodici Cumpanis, La Città futura, Lotta Continua ed è attivo sui temi del diritto del lavoro, dell'anticapitalismo, dell'antimilitarismo (Federico Giusti). - Emiliano Gentili, docente alla scuola secondaria, è un attivista e uno studioso di problematiche economiche e sociali (Emiliano  Gentili).

Leggi anche: Come siamo arrivati alla situazione attuale - Emiliano Gentili e Federico Giusti  

False promesse e ristrutturazione economica ai danni dei lavoratori - Alessandra Ciattini e Federico Giusti 


L’obiettivo della nostra ricerca è quello di fornire una lettura agile e sintetica sullo stato della Difesa europea e italiana. Lo studio è orientato a comprendere la posizione dell’UE e dell’Italia nell’ambito del settore – con i vari punti di forza e le debolezze – e quali siano le strategie politiche di sviluppo militare prefigurate dai governi per il futuro. Perché il settore militare sarà sempre più al centro degli investimenti e dei processi di ricerca e sviluppo e anche perché dietro al Riarmo non c’è solo l’aumento delle spese militari, bensì un vero e proprio processo riorganizzativo dell’industria e delle Istituzioni – a partire dalle scuole e dall’Università, sempre più militarizzate e irregimentate.

In questo articolo proveremo a sviluppare dei ragionamenti partendo, una volta tanto, non dalle conseguenze dei processi in atto ma dalle cause. Prima però proviamo a precisare un paio di nozioni:

– la filiera della difesa è un complesso di attività imprenditoriali orientate all’ideazione, la produzione, la movimentazione e la commercializzazione di oggetti a uso militare o duale (sia bellico che civile), nonché delle loro componenti industriali; pertanto, ingloba segmenti di settori produttivi differenti, come ad esempio l’aerospazio, l’elettronica, la cantieristica navale e l’automotive;

– il settore della difesa invece è una categoria più ampia, che oltre all’infrastruttura produttiva, logistica e commerciale di tipo militare comprende l’assetto istituzionale (Ministero della Difesa, Esercito e forze di polizia, normativa di riferimento).

  1. La filiera europea della Difesa

domenica 1 febbraio 2026

Democrazia in tempo di guerra: censurare l'informazione, disciplinare la cultura e la scienza -


La diretta dell'evento con Angelo d'Orsi e Alessandro Barbero

                                                                         

Ringrazio Lara Ballurio per l'onesta cronaca della serata di ieri. (Angelo d'Orsi)
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Ieri sera, 28 gennaio, Torino aveva addosso quell’aria particolare che accompagna le serate destinate a lasciare un segno. Non l’euforia delle grandi feste né la ritualità delle commemorazioni, ma una tensione composta, quasi vigile. Quella che si respira quando anche un appuntamento culturale deve essere protetto, organizzato, presidiato. Come se le parole, prima ancora dei fatti, potessero diventare pericolose. 

Il titolo dell’incontro non lasciava spazio ad ambiguità: “Democrazia in tempo di guerra” e il sottotitolo, “Censurare l’informazione, disciplinare la cultura e la scienza”, chiariva subito che non si trattava di una semplice conferenza, ma di una presa di posizione. Sul palco del Palazzetto dello Sport di Parco Ruffini, i due storici, professori universitari e intellettuali torinesi Angelo D’Orsi e Alessandro Barbero hanno finalmente tenuto la conferenza che era stata bloccata il 9 dicembre 2025, riportandola nello spazio pubblico da cui era stata esclusa.

sabato 31 gennaio 2026

“Il testamento di Lenin” - Luciano Canfora

Da: https://www.pandorarivista.it - Luciano Canfora, filologo, storico, saggista, professore emerito dell’Università di Bari, membro del Consiglio scientifico dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana e direttore della rivista Quaderni di Storia, Dedalo Edizioni. (Luciano Canfora Podcast) - Francesco Maria Galassi, medico, antropologo, fisico e forense, paleopatologo, umanista. Dottore di ricerca e professore associato di antropologia fisica presso l’Università di Łódź (Polonia). 

Vedi anche: Il Testamento di Lenin: Stalin, Trockij ed il socialismo in un solo paese. - LUCIANO CANFORA 


Recensione a: Luciano Canfora, Il testamento di Lenin. Storia segreta di una lettera non spedita, Fuoriscena, Milano 2025, pp. 272,  (scheda libro


Con Il testamento di Lenin. Storia segreta di una lettera non spedita (Fuoriscena 2025), Luciano Canfora esplora uno dei documenti più problematici e controversi della storia politica del Novecento: la Lettera al Congresso, scritta da Lenin fra il 22 dicembre 1922 e il 4 gennaio 1923, nei rari momenti di lucidità concessi dalla malattia che lo avrebbe condotto a morte il 21 gennaio 1924. Dettata in condizioni di precarietà fisica e mentale, e in un clima di vigilanza costante – poiché la segreteria che lo assisteva agiva sotto la supervisione diretta di Stalin – la Lettera è, come scrive Canfora, «un sintomo di crisi profondissima al vertice del bolscevismo».

In quelle pagine, redatte con sforzo estremo, Lenin cerca di «far ordine al vertice del partito». L’obiettivo è duplice: da un lato, segnalare i rischi di una scissione tra Trockij e Stalin, dall’altro ammonire contro l’accentramento del potere nelle mani di quest’ultimo, ossia del Segretario generale del Comitato Centrale del Partito Comunista. Il giudizio leniniano su Stalin, nel poscritto del 4 gennaio 1923, è esplicito: egli è, a giudizio del leader della rivoluzione bolscevica, caratterialmente inadatto a tale ruolo, a causa della sua rozzezza (slishkom grub, «troppo rozzo») nei rapporti con i compagni e della scarsa lealtà.

Lenin formulò giudizi severi su tutti i principali dirigenti del partito: di Trockij sottolineò la baldanza e l’eccessiva attrazione per il lato amministrativo delle questioni, mentre di Bucharin e Pjatakov mise in dubbio l’ortodossia marxista.

Canfora, elaborando le proprie conclusioni a partire da fondamentali studi sul tema quali Lenin’s will di Yuri A. Buranov (1994) e dal riesame diretto delle fonti e dei documenti, dimostra come, con ogni probabilità, il documento fu manipolato. Estremamente significativa è, infatti, l’interpolazione successiva della parola «non-bolscevismo» per Trockij, introdotta sotto il controllo di Stalin, che aveva accesso ai manoscritti tramite le segretarie del leader malato e prossimo ormai al trapasso. Tale aggiunta, osserva Canfora, servì a screditare l’avversario principe di Stalin, manipolando, in ultima analisi, il senso dell’intero documento, dal momento che «sembra[va] significare infatti che [ancora allora] tale [fosse] la caratteristica di Trockij».

venerdì 30 gennaio 2026

Si può dire “imperialismo”? Cade l’ultimo tabù - Francesco Galofaro

Da: https://www.marx21.it - Francesco Galofaro è professore associato all’Università IULM di Milano.(Galofaro Francesco) - 
Lavoro digitale e imperialismo - Christian Fuchs 



Dopo la caduta del muro di Berlino, chi avesse usato la parola “imperialismo” sarebbe stato immediatamente etichettato come un veteromarxista: un triste esponente di un’ideologia estinta. Al volgere del millennio, Toni Negri scrisse un libro per spiegare che l’imperialismo non c’era più: un impero gestito dalle multinazionali avrebbe chiuso l’epoca degli Stati nazionali. La tesi fu prontamente quanto acriticamente sposata dai giovani comunisti di Rifondazione della gestione bertinottiana, quantomai ansiosi di archiviare in soffitta il leninismo. Negli anni 2010, “novecentesco” era chiunque si ostinasse a connettere i conflitti mondiali agli interessi dei grandi gruppi economici, saggiamente amministrati dai governi “democratici”.

Oggi, il conflitto mediatico tra Unione Europea e Stati Uniti sulla Groenlandia ha riportato in auge la parola. “The New American Imperialism”, titola nientemeno che l’Economist il 21 gennaio. “Rifiutiamo il nuovo colonialismo e il nuovo imperialismo”, aveva dichiarato Macron l’8 gennaio. Ha rispolverato l’imperialismo anche la presidente del gruppo dei Socialisti e democratici, Iratxe Garcìa Pérez: “i dazi del 25% imposti da Trump agli alleati che sostengono la Groenlandia contro le sue minacce imperialiste sono inaccettabili”. Si è spinta poi a invocare contro gli americani le ritorsioni economiche note come “bazooka”, varate a suo tempo in funzione anti-cinese e mai attuate. Tanto tuonò che piovve.

giovedì 29 gennaio 2026

Boomerang imperiale - Chris Hedges

Da: https://chrishedges.substack.com - https://www.lantidiplomatico.it -  Chris Hedges è un giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha lavorato come capo dell'Ufficio per il Medio Oriente e dell'Ufficio balcanico per il giornale. -

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I manifestanti si scontrano con le forze dell'ordine dopo che un agente federale ha sparato e ucciso un uomo il 24 gennaio a Minneapolis (Foto di Arthur Maiorella/Anadolu tramite Getty Images)

Gli omicidi di civili disarmati per le strade di Minneapolis, incluso l'omicidio odierno dell'infermiere di terapia intensiva Alex Jeffrey Pretti, non sarebbero uno shock per gli iracheni di Falluja o per gli afghani nella provincia di Helmand.

Sono stati terrorizzati per decenni da squadre di esecuzione americane pesantemente armate. Non sarebbero uno shock per nessuno degli studenti a cui insegno in prigione. La polizia militarizzata nei quartieri poveri delle città sfonda le porte senza mandato e uccide con la stessa impunità e mancanza di responsabilità. Ciò che noi tutti stiamo affrontando ora è quello che Aimé Césaire chiamava boomerang imperiale.

Gli imperi, quando decadono, impiegano forme selvagge di controllo su coloro che soggiogano all'estero, o su coloro che la società in generale demonizza in nome della legge e dell'ordine, in patria.

La tirannia che Atene impose agli altri, notò Tucidide, alla fine, con il crollo della democrazia ateniese, si impose a se stessa. Ma prima di diventare vittime del terrore di Stato, eravamo complici. Prima di esprimere indignazione morale per l'uccisione indiscriminata di vite innocenti, tolleravamo, e spesso celebravamo, le stesse tattiche della Gestapo, purché fossero dirette contro coloro che vivevano nelle nazioni da noi occupate o contro i poveri di colore.

Abbiamo seminato vento, ora raccoglieremo tempesta. La macchina del terrore, perfezionata contro coloro che abbiamo abbandonato e tradito, compresi i palestinesi di Gaza, è pronta per noi.

Odifreddi e Russell celebrano la Giornata della Memoria Palestinese

Da: Piergiorgio Odifreddi - Bertrand Russell, III conte Russell, è stato un nobile, filosofo, logico, matematico, attivista e saggista britannico. Fu un autorevole esponente del movimento pacifista nonché divulgatore della filosofia, avvicinato alle correnti filosofiche del razionalismo, dell'antiteismo e del neopositivismo. - Piergiorgio Odifreddi è un matematico, logico e saggista italiano (http://www.piergiorgioodifreddi.it).
                                                                          

mercoledì 28 gennaio 2026

Scene di caccia alle streghe degli anti-antisemiti - Ada Waltz , Massimo Zucchetti

Da: https://contropiano.org -  Massimo Zucchetti è professore ordinario dal 2000 presso il Politecnico di Torino, Dipartimento di Energia. Attualmente è docente di Radiation Protection, Tecnologie Nucleari, Storia dell’energia, Centrali nucleari. - Massimo Zucchetti - https://zucchett.wordpress.com

Leggi anche: La definizione di antisemitismo dell’IHRA - Ugo Giannangeli  

Antisemitismo e antisionismo sono collegati tra loro? - Alessandra Ciattini  

I COLONI ISRAELIANI: DALLE RADICI DEL SIONISMO ALLA REALTÀ CONTEMPORANEA - Lavinia Marchetti  

PALESTINA. Economia e occupazione: dal Protocollo di Parigi ad oggi. - Francesca Merz  

Criminalizzazione delle vittime e della Solidarietà: la deriva italiana made in Israel - Angela Lano

Come la lotta all’antisemitismo viene strumentalizzata dai partigiani di Israele.

Costantino Ciervo si occupa del conflitto mediorientale da decenni. Nato a Napoli nel 1961, Ciervo, noto come artista soprattutto per le sue installazioni multimediali, vive da molti anni a Berlino e sa bene quanto il tema sia delicato in Germania. Sui discendenti dei carnefici nazisti grava il peso storico della colpa della Shoah.

A causa dei crimini contro lumanità commessi dai loro nonni, lesistenza dello Stato di Israele e la sua difesa sono e devono rimanere per sempre ragion di Stato tedesca: questo è stato inculcato ai tedeschi non solo da Angela Merkel, ma da ogni parte, per oltre mezzo secolo. Così, in Germania, qualsiasi critica a Israele è da tempo sotto il sospetto di antisemitismo. E nessuna accusa è tanto dannosa per la reputazione di qualcuno quanto quella di antisemitismo.

Ciononostante, già nel 2002 Ciervo aveva affrontato il tema del conflitto israelo-palestinese con la produzione di un video a due canali sincronizzati di circa dieci minuti, dal quale nel 2011 ha sviluppato la video-scultura cinetica “Pale-Judea. Lopera è composta da due monitor montati su una bilancia, nei quali appare lattore Horst Günter Marx. In uno dei monitor, egli interpreta un israeliano che motiva la propria rivendicazione sulla terra tra il Giordano e il Mediterraneo; nellaltro, espone invece le contro-argomentazioni di un palestinese.

Nonostante la discussione accesa e aspra dei due contendenti, il titolo dellopera, Pale-Judea, rimanda allutopia di Ciervo: che entrambi i popoli smettano di combattersi e lavorino insieme a uno Stato democratico comune, nel quale tutti godano degli stessi diritti.

Da questa idea prende le mosse la concezione complessiva della mostra di Ciervo “Comune. Il paradosso della somiglianza nel conflitto mediorientale”, attualmente visitabile al Museum Fluxus+ di Potsdam.

martedì 27 gennaio 2026

La loro morale e la nostra - L. Trotsky (1939)

Da: https://www.marxists.org/italiano - 

Leggi anche: Pacifismo come servo dell'imperialismo - L. Trotsky 

Le prospettive di una evoluzione mondiale - Trotsky (1924)  

L’imperialismo americano e la socialdemocrazia europea*- L. Trotsky (1924)  

Rosa Luxemburg e la Quarta Internazionale - Lev Trotsk

Evaporazione della morale

Nei periodi in cui la reazione trionfa, si vedono i signori democratici, socialdemocratici, anarchici e gli altri rappresentanti della sinistra, secernere moralità in dose doppia, così come gli individui traspirano più copiosamente quando hanno paura. Ripetendo a modo loro i dieci comandamenti o il discorsodella montagna, tali moralisti si rivolgono meno alla reazione trionfante che ai rivoluzionari perseguitati, i cui «eccessi» e i principi «immorali» «fomentano» la reazione e le forniscono una giustificazione morale. Vi sarebbe tuttavia un mezzo elementare, ma sicuro, per evitare la reazione: lo sforzo interiore, la rinascita morale. Campioni di perfezione etica vengono distribuiti gratuitamente in ciascuna delle redazioni interessate. Codesta predicazione, tanto ampollosa quanto falsa, ha la sua base sociale di classe nella piccola borghesia intellettuale. La sua base politica sta nell’impotenza e nello smarrimento di fronte alla reazione. Base psicologica: il desiderio di ovviare alla propria inconsistenza mettendosi una barba posticcia da profeta. Il procedimento prediletto dal filisteo moralizzatore consiste nell’identificare i modi d’agire della rivoluzione e della reazione. Talune analogie formali ne garantiscono il successo. Lo zarismo e il bolscevismo divengono gemelli. E’ del pari possibile scoprire nel fascismo e nel comunismo due gemelli. Si può fare una lista dei caratteri comuni al cattolicesimo o al gesuitismo e al comunismo. Per parte loro, Hitler e Mussolini, avvalendosi di un metodo affatto simile, dimostrano che il liberalismo, la democrazia e ilbolscevismo non sono che le diverse manifestazioni di uno stesso male. L’opinione che lo stalinismo e il trotskismo siano «in fondo identici» trova ormai la più vasta udienza. Essa fa concordi i liberali, i democratici, i pii cattolici, gli idealisti, i pragmatici, gli anarchici e i fascisti. Se gli staliniani non sono in grado di unirsi a quest’altro «Fronte popolare», ciò è dovuto a uno scherzo del caso: essi sono per l’appunto troppo occupati a sterminare i trotskisti.

lunedì 26 gennaio 2026

Perché l’Occidente odia la Russia - Luciano Canfora

Da: ilfattoquotidiano. 20 gennaio 2026 - https://www.marx21.it - Luciano Canfora, filologo, storico, saggista, professore emerito dell’Università di Bari, membro del Consiglio scientifico dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana e direttore della rivista Quaderni di Storia, Dedalo Edizioni. (Luciano Canfora Podcast)
Leggi anche: La fabbrica della “russofobia” in Occidente - Sergio Cararo  
Le vere origini della russofobia - Alessandra Ciattini  
Annie Lacroix-Riz: "C'è un contesto storico che spiega perché la Russia è stata messa all'angolo"  
Le ragioni della Russia - Aristide Bellacicco 
Liquidare la Russia e isolare la Cina - Lucio Caracciolo (12.04.2021)
La conflittualità valutaria e l’enigma del gas valutato in rubli - Francesco Schettino  
Russofobie - Angelo D'Orsi 

Le ragioni dell’antagonismo che negli ultimi anni è sfociato in un’irrazionale fobia: la crisi storica dell’Europa e la sua colonizzazione Usa, oggi sempre più visibile. Così avanza il nichilismo guerrafondaio 

Dichiarazione alla stampa del presidente Mattarella, a Mosca, 11 aprile 2017. 

“Abbiamo naturalmente affrontato la situazione in Ucraina. L’Italia è molto preoccupata per l’assenza di sviluppi sul terreno. [...]Nell’apprezzare il rilevantissimo e prezioso ruolo dell’Osce sul terreno, rinnoviamo la nostra fiducia nei confronti degli sforzi negoziali del Formato Normandia in base agli accordi di Minsk e auspichiamo che la Russia eserciti tutta la propria influenza per il consolidamento del cessate il fuoco, [...] richiesta che rivolgiamo a tutti gli attori di quel teatro di crisi. Ringrazio molto il presidente Putin perl’accoglienza, per l’amicizia dimostrata”. 

Queste parole vennero pronunciate al termine della visita di Stato del presidente Mattarella a Mosca. Erano presenti, al cospetto della stampa, entrambi i presidenti, Mattarella e Putin. Il referendum con cui la Crimea scelse di reintegrarsi nella Federazione Russa era avvenuto già da tre anni (2014) e da allora erano in vigore sanzioni alla Russia (cui partecipava anche l’I t a l i a ) . 

Le parole del nostro presidente sono importanti. Se ne ricava che, nell’aprile 2017, era già in atto un conflitto armato in Ucraina (“sul terreno”), che si doveva tentare di consolidare un “cessate il fuoco” e che una soluzione pacifica appariva tuttavia ancora possibile nel quadro degli “accordi di Minsk”. La guerra era dunque già in atto e aveva, per il momento, la forma di un conflitto armato tra governo centrale ucraino e regioni russofone, con grave spargimento di sangue. (…) Giustamente il Corriere della Sera dava il massimo rilievo all’incontro Mattarella-Putin ponendo in prima posizione anche gli aspetti economici e culturali inerenti al colloquio tra i due presidenti. “La cultura”, aveva detto tra l’altro Mattarella, “lega storicamente russi e italiani, tradizionalmente e particolarmente i giovani”. (…)

Costituisce dunque problema l’irruenza russofoba di questi ultimi anni. Essa appare incentrata sul falso storico-politico-militare secondo cui la guerra in Ucraina sarebbe incominciata nel febbraio 2022, ed è costellata di iniziative a carattere isterico quali il taglio dei fondi universitari per i dottorati in Lingua e letteratura russa (in antitesi con le parole del presidente Mattarella sui rapporti antichi e solidi tra russi e italiani sul piano culturale) o la grossolana vicenda del concerto annullato alla Reggia di Caserta o il divieto di opere liriche russe alla Scala e così via. Per tacere della raffica di “sanzioni”, a fronte della paralisi della volontà e forse anche della coscienza morale dimostrata dall’ue, complice de facto dei crimini israeliani a Gaza e in Cisgiordania.

domenica 25 gennaio 2026

Groenlandia: Trump preferisce la guerra? - Alessandro Orsini

Da: Il Fatto Quotidiano - Alessandro Orsini è direttore del Centro per lo Studio del Terrorismo dell’Università di Roma Tor Vergata, Research Affiliate al MIT di Boston e docente di Sociologia del terrorismo alla LUISS. (Alessandro Orsini - https://www.facebook.com/orsiniufficiale/?locale=it_IT