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martedì 11 marzo 2025

Trump si prende il Canale di Panama e i microchip di Taiwan - Marco Santopadre

 Da: https://pagineesteri.it - Marco Santopadre, giornalista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e del Nord Africa. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale.

Leggi anche: Il Congo, insanguinato dallo scontro tra Usa, Ue e Cina - Marco Santopadre


Il “discorso sullo stato dell’Unione” più lungo degli ultimi decenni. In un’ora e quaranta minuti Donald Trump non si è risparmiato, mettendo in fila i cavalli di battaglia che lo hanno portato alla vittoria e che guidano la sfilza di provvedimenti adottati dal capo della Casa Bianca nelle prime settimane di regno incontrastato. 

In un’alternanza di auto-celebrazioni e minacce, il leader repubblicano è tornato per l’ennesima volta sulla necessità di impossessarsi della Groenlandia, indispensabile al rafforzamento degli States sia sul fronte delle risorse sia su quello della conquista di una posizione di prima fila nella corsa ai corridoi e alle riserve artiche.
«Sosteniamo il diritto di scelta del popolo della Groenlandia e siamo pronti ad accoglierla. L’isola sarà più sicura e prospera» con gli Usa, afferma il tycoon. Che poi passa subito ad un altro dei suoi obiettivi: «Ci riprenderemo il canale di Panama».

A furia di minacce – quella di imporre dazi e ritorsioni economiche agli stati che non si piegano, quando non addirittura azioni di tipo militare – Donald Trump sembra inarrestabile e continua a collezionare innegabili successi, uno dei quali riguarda proprio le pretese sul piccolo paese centroamericano dal quale passa una quota consistente dei commerci globali e che garantisce enormi introiti derivanti dai pedaggi.

domenica 15 settembre 2024

50 miliardi per l’Africa, la Cina si rilancia - Marco Santopadre

Da: https://pagineesteri.it - Marco Santopadre, giornalista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e del Nord Africa. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale.

Leggi anche: L’Africa al centro dello scontro tra potenze - Marco Santopadre 

Vedi anche: Medio Oriente* - Alberto Negri, Marco Santopadre 



Pagine Esteri, 11 settembre 2024 – A Pechino, dal 4 al 6 settembre, c’erano i rappresentanti di tutti e 53 i paesi africani per partecipare al Forum of Chinese-African Cooperation (Focac). All’evento politico e diplomatico più importante degli ultimi anni – come l’ha definito il Ministero degli Esteri cinese – mancava solo eSwatini (l’ex Swaziland), piccolo paese incastonato tra Sudafrica e Mozambico che mantiene rapporti diplomatici con Taiwan.

“La Cina dalla parte dell’Africa”
L’importanza del summit – realizzato all’insegna dell’altisonante mission “Unire le forze per promuovere la modernizzazione e costruire una comunità Cina-Africa di alto livello per un futuro condiviso” – è stata dimostrata dalla continua presenza del presidente della Repubblica Popolare, Xi Jinping, che nel discorso d’apertura ha annunciato l’elevamento al rango strategico delle relazioni diplomatiche con i paesi africani ed ha incontrato vari tra presidenti e primi ministri. 

Il nono summit finora organizzato da Pechino – se ne svolge uno ogni tre anni ormai dal 2000 – è stato quello del rilancio dell’influenza cinese nel “continente nero” e di un parziale cambiamento di strategia rispetto al passato. A partire dal 2019, infatti, gli investimenti del gigante asiatico erano progressivamente diminuiti e ora Pechino ha voluto rimpinguarli, pur confermando una contrazione della spesa rispetto al decennio precedente. «Dopo quasi 70 anni di duro lavoro, le relazioni tra Cina e Africa vivono il loro miglior momento storico» ha detto il presidente cinese, sostenendo che la modernizzazione «è un diritto inalienabile di tutti, ma l’approccio dell’Occidente ha inflitto immense sofferenze ai Paesi in via di sviluppo».

«Gli africani dicono che la Cina è dalla parte dell’Africa» ha sottolineato invece Yassine Fall, ministro degli Esteri del Senegal. Una lettura fatta propria dai rappresentanti cinesi che hanno ribadito l’appartenenza del gigante asiatico – ormai grande potenza economica – al sud del mondo, identificandosi con i paesi africani e contrapponendosi agli Stati Uniti, all’Unione Europea e all’occidente in generale, associati al colonialismo e allo sfruttamento. Pechino ha difeso il principio di non interferenza negli affari interni dei paesi del continente ed ha promesso di rappresentare gli interessi africani nelle istituzioni internazionali. 

Pechino mobilita 50 miliardi 

martedì 13 giugno 2017

Medio Oriente* - Alberto Negri, Marco Santopadre

*Presentazione: "Il Musulmano errante" di Alberto Negri (edizioni Rosenberg e Sellier).
noirestiamo insieme all'autore e a Marco Santopadre (contropiano.org), 27/03/2017. Campus Einaudi.
Vedi anche:   https://www.internazionale.it/notizie/2016/01/05/sunniti-sciiti-differenze

domenica 7 luglio 2024

Xenofobia e liberismo, il “nuovo” volto dell’estrema destra francese - Marco Santopadre

Da: https://pagineesteri.it - Marco Santopadre, giornalista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e del Nord Africa. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. 


La possibile formazione di un governo di “quasi unità nazionale” tra diverse formazioni, al solo scopo di escludere l’estrema destra vincitrice del primo turno delle elezioni legislative francesi, ha concesso nuovi argomenti al Rassemblement National, tornato a dipingersi come forza anti-sistema discriminata dall’establishment.

Negli ultimi giorni la campagna elettorale ha quindi visto tornare in auge i toni populisti classicamente utilizzati in passato dall’estrema destra francese, precedentemente attenuati al fine di presentare il partito come forza di governo responsabile e pragmatica.

La “nuova destra” di Jordan Bardella 

La linea Bardella si è discostata in parte dal messaggio politico e identitario diffuso negli scorsi anni da Marine Le Pen, che per l’occasione ha fatto un passo di lato puntando su un personaggio giovane e non accostabile ai trascorsi fascisti del Front National. La formazione ha tentato di accreditarsi come un partito di stampo conservatore e nazionalista, escludendo una parte della “vecchia guardia” e aggiustando il tiro nella propaganda.

Ma negli ultimi giorni, animati forse dall’euforia della vittoria o da un sentimento di rivalsa a lungo represso, molti militanti dell’estrema destra – non tutti necessariamente riconducibili al partito di Le Pen – si sono dedicati ad aggressioni e minacce nei confronti di esponenti dei partiti centristi o di sinistra, di attivisti, giornalisti, avvocati, semplici rifugiati e cittadini di origine araba o africana, legittimati dall’ondata nera del 30 giugno.

sabato 14 dicembre 2024

Gli Usa a Kiev: “al fronte i 18enni”. Ma è boom di diserzioni - Marco Santopadre

Da: https://pagineesteri.it - Marco Santopadre, giornalista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e del Nord Africa. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. 

Pagine Esteri, 9 dicembre 2024In primavera, dopo mesi di polemiche e di tira e molla tra il governo e le gerarchie militari, il parlamento di Kiev ha approvato una legge che abbassa l’età minima per la mobilitazione a 25 anni e riduce i casi in cui è possibile, per i richiamati alle armi, evitare il fronte.

La misura non sembra però aver sortito gli effetti sperati, e i ranghi dell’esercito ucraino si assottigliano sempre più sull’onda delle perdite registrate ma anche dell’altissimo numero di richiamati che fuggono all’estero o si rendono irreperibili in patria e di soldati che disertano. Inoltre, anche se i comandi militari non divulgano dati esatti, secondo varie fonti l’età media degli ucraini che combattono o che lavorano nelle retrovie si aggirerebbe intorno ai 40 anni, parecchi in più delle truppe russe notevolmente più giovani oltre che più numerose e meglio equipaggiate. 

“Nato e USA: al fronte i 18enni”

Nelle ultime settimane gli sponsor occidentali dell’Ucraina sono quindi tornati ad operare pressioni su Zelenskyi e sul governo di Kiev affinché vari nuove misure per infondere nuova linfa allo sforzo bellico, per quanto difficili possano apparire.
«Ad esempio, molti di noi pensano che sia necessario coinvolgere i giovani nel conflitto. In questo momento, i 18-25enni non sono coinvolti», ha detto in un’intervista il segretario di Stato americano Antony Blinken.
Tra i vari funzionari occidentali che hanno espresso opinioni simili c’è anche il nuovo leader della NATO, Mark Rutte. «Dobbiamo assicurarci, ovviamente, che ci siano abbastanza persone disponibili in Ucraina per combattere. (…) Abbiamo bisogno di più persone da spostare in prima linea» ha detto il capo dell’Alleanza Atlantica. 

Volodymyr Zelenskiy e i suoi ministri hanno però già dichiarato di non avere in programma un ulteriore abbassamento dell’età di mobilitazione, che potrebbe rivelarsi una mossa molto impopolare presso un’opinione pubblica sempre più stanca di una guerra che vede l’esercito ucraino continuare a perdere territori (1600 kmq tra settembre e novembre). 

sabato 22 aprile 2023

Filippine: gli USA rafforzano la tenaglia militare contro la Cina - Marco Santopadre

Da: https://pagineesteri.it - Marco Santopadre, giornalista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e del Nord Africa. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. 



La competizione economica e geopolitica tra Stati Uniti e Cina sta scivolando sempre più velocemente verso il confronto sul piano militare.
Mentre la tensione si alza soprattutto intorno a Taiwan – la provincia ribelle di cui Pechino pretende la reintegrazione nel territorio nazionale – Washington rafforza le sue posizioni nel quadrante Indo-Pacifico dando vita ad una vera e propria tenaglia che accerchia la Repubblica Popolare dal Giappone fino all’Australia, passando per la Corea del Sud e le Filippine.
Al di fuori del proprio territorio nazionale Washington possiede, caso unico al mondo, circa 700 installazioni militari distribuite in 80 diversi paesi nei cinque continenti. Solo in Corea del Sud gli Stati Uniti possono contare su 56 mila soldati, ai quali occorre aggiungere i 25 mila dispiegati in Giappone. 

Nelle ultime settimane, poi, gli Stati Uniti hanno rafforzato in maniera consistente la propria presenza nelle Filippine, suscitando la dura reazione di Pechino.

Per Washington quattro nuove basi militari nelle Filippine
All’inizio di aprile, il governo di Manila ha formalizzato l’ubicazione di altre quattro basi militari sul proprio territorio nelle quali le forze armate statunitensi potranno schierare le proprie truppe sulla base dell’Accordo di cooperazione militare rafforzata (Enhanced Defence Cooperation Agreement, Edca) siglato con Washington nel 2014 e dell’Accordo sulle forze in visita (Vfa) del 1998.

L’Edca, che i due paesi hanno informato di voler ulteriormente potenziare, consentiva già a un elevato numero di militari statunitensi di utilizzare cinque basi filippine per portare avanti varie attività e per realizzare piste di decollo, magazzini, alloggi ed altre infrastrutture. Washington, tra l’altro, aveva già annunciato lo stanziamento di 82 milioni di dollari per potenziare le infrastrutture nelle cinque basi già utilizzate, che formalmente rimangono sotto il controllo di Manila.
Poi, lo scorso 2 febbraio, i due governi hanno annunciato l’estensione dell’accordo dopo un incontro nella capitale filippina tra il presidente Ferdinando Marcos Jr e il segretario americano alla Difesa, Lloyd Austin.

domenica 26 gennaio 2025

Mosca punta sulla Libia per sostituire la Siria come trampolino per l’Africa - Marco Santopadre

Da: https://pagineesteri.it - Marco Santopadre, giornalista e saggista, già direttore di Radio Città Aperta, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive anche di Spagna, America Latina e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, El Salto Diario e Berria. 


La dislocazione delle truppe russe in Africa 


Il repentino crollo del regime di Bashar Assad in Siria ad opera delle milizie islamiste di Hayat Tahrir al-Sham (provenienti da Al Qaeda e dallo Stato Islamico, sostenute dalla Turchia e da alcune petromonarchie) ha posto la Russia di fronte all’urgente necessità di riconfigurare il proprio schieramento militare allo scopo di non perdere il presidio nel Mediterraneo e la conseguente proiezione nel continente africano.

Il massiccio intervento militare russo del 2015 aveva impedito che le fazioni fondamentaliste avessero la meglio sulle forze governative e su quelle inviate dal cosiddetto “asse della resistenza” (Iran, Hezbollah, milizie sciite irachene), ottenendo in cambio l’ampliamento della base aerea di Khmeimim e della base navale di Tartus – concesse da Hafez Assad nel 1971 – fondamentali per l’invio delle armi e dei militari di Mosca nel Corno d’Africa e nel Sahel.

Ma la vittoria, in Siria, degli islamisti guidati da Ahmed al-Sharaa – che la Federazione Russia non ha voluto o saputo impedire – ha rimesso tutto in discussione. Il nuovo regime siriano e i suoi sponsor, certamente ostili alla Russia così come all’Iran, per ora stanno lanciando segnali discordanti sulla continuazione della presenza militare russa nel paese. Il nuovo leader, finora noto con il nome di battaglia di Abu Mohammad Al Jolani, ha lanciato messaggi distensivi e pubblicamente non ha mai chiesto la restituzione delle basi di Khmeimim e Tartus.

Al tempo stesso però Damasco ha bloccato l’importazione delle merci russe, insieme a quelle israeliane e iraniane, e non sono mancati gesti ostili nei confronti dei contingenti militari di Mosca che nelle scorse settimane hanno rapidamente abbandonato varie installazioni sparse nel paese per tornare in patria o raggiungere le due basi principali sulla costa mediterranea.

lunedì 21 novembre 2022

L’Africa al centro dello scontro tra potenze - Marco Santopadre

Da: https://pagineesteri.it - Marco Santopadre, giornalista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e del Nord Africa. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale.

L’Africa al centro dello scontro tra potenze
 L’invasione russa dell’Ucraina ha rinfocolato il conflitto tra le diverse potenze impegnate nel continente africano. Di fatto l’Africa è diventata la principale arena della competizione tra le diverse potenze e le rispettive multinazionali alla ricerca di risorse, sbocchi economici, corridoi, alleanze politiche, militari e commerciali.

L’Africa, un’arena sempre più affollata
Negli ultimi anni il numero di paesi in gara per il controllo delle risorse e dei territori africani è costantemente cresciuto. Alle tradizionali potenze coloniali – in particolare Francia e Gran Bretagna – rimaste a spadroneggiare nonostante la conquista dell’indipendenza formale da parte dei paesi africani a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, si sono uniti ben presto gli Stati Uniti, interessati a condizionare i nuovi governi contro l’influenza dell’Unione Sovietica sulle correnti nazionaliste e progressiste e a perseguire i propri interessi economici e geopolitici.
Dopo il crollo dell’Urss, l’Africa si è gradualmente affollata di nuovi attori, protagonisti di una spoliazione del continente più o meno vorace, man mano che le potenze coloniali originarie perdevano posizioni. La Cina, la Russia e la Turchia sono entrate prepotentemente nell’agone, approfittando del rinnovato risentimento delle popolazioni africane e di alcuni governi nei confronti del dominio neocoloniale e perseguendo strategie di penetrazione di diverso tipo. Mentre Pechino consolida la sua egemonia economica, basata sulla realizzazione di grandi infrastrutture, Mosca forza le tappe offrendo assistenza militare e armi a governi e aziende alle prese con l’insorgenza islamista o semplicemente con i movimenti di opposizione. Da parte sua il sultano Erdogan si propone come partner alla pari in nome delle comune osservanza musulmana e di una presunta fratellanza terzomondista.
Ma se si guarda soprattutto il fronte degli investimenti e dei partenariati, risalta la crescente presenza nell’agone africano di molti altri paesi: dall’India al Giappone, dall’Indonesia alla Corea del Sud per quanto riguarda l’Asia, a praticamente tutti i paesi arabi – in particolare Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar – fino al Canada e all’Australia. 

venerdì 22 ottobre 2021

Una Libia sparita e spartita - Alberto Negri

Da: https://ilmanifesto.it - https://www.facebook.com - Alberto Negri è giornalista professionista dal 1982. Laureato in Scienze Politiche, dal 1981 al 1983 è stato ricercatore all'Ispi di Milano. Storico inviato di guerra per il Sole 24 Ore, ha seguito in prima linea, tra le altre, le guerre nei Balcani, Somalia, Afghanistan e Iraq. Tra le sue principali opere: “Il Turbante e la Corona – Iran, trent’anni dopo” (Marco Tropea, 2009) e “l musulmano errante. Storia degli alauiti e dei misteri del Medio Oriente” (Rosenberg & Sellier, marzo 2017).

Leggi anche: Afghanistan: «Fallimento politico-militare ma anche ideologico» - Alberto Negri

Vedi anche: In viaggio in Medio Oriente: Iraq/Afghanistan - Alberto Negri
In Viaggio in Medio Oriente: Siria - Alberto Negri
Medio Oriente* - Alberto Negri, Marco Santopadre


Nel nulla di fatto la Libia è sparita e spartita. Nel decennale dell’uccisione di Gheddafi alla Sirte della Libia importa poco. Se non per elevare appelli più o meno credibili alla “stabilità”, di cui si è parlato anche ieri alla conferenza internazionale di Tripoli. 



Nel nulla di fatto la Libia è sparita e spartita. Nel decennale dell’uccisione di Gheddafi alla Sirte della Libia importa poco. Se non per elevare appelli più o meno credibili alla “stabilità”, di cui si è parlato anche ieri alla conferenza internazionale di Tripoli, la prima del genere tenuta in Libia, unica nota positiva dell’evento. Stabilità e sicurezza della Libia hanno in realtà per noi un significato assai limitato: prima di tutto bloccare le ondate migratorie, il resto viene tutto dopo, dalle elezioni al ritiro delle truppe mercenarie la cui presenza il premier Dabaiba ha definito ieri “inquietante”. Ma a Tripoli non si è giunti a nessuna conclusione né sui soldati e i mercenari turchi e russi né sulle elezioni presidenziali e legislative. 

Neppure una parola è stata spesa per le migliaia di esseri umani schiavizzati nei campi libici. Eppure i giudici di Agrigento che hanno archiviato le accuse alla nave della Ong Mediterranea _ che si rifiutò di consegnare i migranti ai libici _ sono stati espliciti: non solo è giusto non comunicare con la “guardia costiera libica” ma dalle conclusioni della magistratura emerge una stridente contraddizione. Chi finanzia e addestra la “guardia costiera libica”, ovvero l’Italia, è contro il diritto internazionale ed è complice di condotte criminali. 

domenica 22 agosto 2021

Afghanistan: «Fallimento politico-militare ma anche ideologico» - Alberto Negri

Da: https://www.ventuno.news -  Alberto Negri è giornalista professionista dal 1982. Laureato in Scienze Politiche, dal 1981 al 1983 è stato ricercatore all'Ispi di Milano. Storico inviato di guerra per il Sole 24 Ore, ha seguito in prima linea, tra le altre, le guerre nei Balcani, Somalia, Afghanistan e Iraq. Tra le sue principali opere: “Il Turbante e la Corona – Iran, trent’anni dopo” (Marco Tropea, 2009) e “l musulmano errante. Storia degli alauiti e dei misteri del Medio Oriente” (Rosenberg & Sellier, marzo 2017) 

Vedi anche: In viaggio in Medio Oriente: Iraq/Afghanistan - Alberto Negri 

In Viaggio in Medio Oriente: Siria - Alberto Negri

Medio Oriente* - Alberto Negri, Marco Santopadre



Il fallimento in Afghanistan? Politico-militare ma anche ideologico. Dopo i sovietici, i talebani hanno sconfitto anche gli occidentali, pur con importanti differenze. E ora costruiranno l’Emirato II, con nuovi partner e una nuova struttura statale. Per capirne qualcosa di più, Ventuno ne ha parlato con Alberto Negri, giornalista tra i massimi esperti di esteri, che conosce l’Afghanistan – dove è stato una dozzina di volte a partire dagli anni ’80 – come le sue tasche. Editorialista de Il Manifesto, quotidiano che ha compiuto 50 anni, Negri è stato a lungo inviato di guerra per Il Sole 24 Ore, seguendo in prima linea, tra le altre, le guerre nei Balcani, in Somalia, in Afghanistan e in Iraq. 


Cosa sta succedendo in Afghanistan?

«Per dirlo in maniera dettagliata bisognerebbe essere sul posto. Abbiamo sempre un taglio della realtà afghana che proviene soprattutto da Kabul, la capitale. Sappiamo poco, però, di quello che accade nelle province. Questo è un limite dell’informazione attuale che ci dovrebbe far riflettere, perché la storia dell’Afghanistan non è solo quella di una guerra sbagliata, ma anche di una narrativa sbagliata. Per esempio si ignora che i talebani controllavano già il 40-50% del territorio quattro-cinque anni fa. Soprattutto nelle province. Questo spiega perché c’è stata una loro rapida avanzata, dovuta ovviamente alla dissoluzione dell’esercito nazionale afghano, ma anche al fatto che in questi anni i talebani hanno consolidato la loro presenza, stando molto più attenti che in passato ai rapporti con la popolazione civile».

martedì 20 settembre 2022

Armenia sotto shock, scontri anche tra Kirghizistan e Tagikistan - Marco Santopadre

 Da: https://pagineesteri.it - Marco Santopadre, giornalista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e del Nord Africa. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale.


Pagine Esteri, 17 settembre 2022 – La settimana che si chiude ha visto una nuova escalation nello scontro bellico infinito tra Armenia e Azerbaigian; in contemporanea, alla frontiera tra Kirghizistan e Tagikistan, si è riacceso l’annoso conflitto tra le due ex repubbliche sovietiche. Il Caucaso e l’Asia Centrale rischiano seriamente di esplodere e di trascinare con sé le varie potenze regionali e internazionali che manovrano nella regione. 

Dopo la cocente sconfitta dell’autunno 2020, l’Armenia si lecca nuovamente le ferite, scioccata dall’isolamento  internazionale riscontrato dopo l’aggressione militare da parte azera. 

Mentre Baku denuncia 77 perdite, ieri il primo ministro di Erevan, Nikol Pashinyan, ha elevato a 135 il bilancio delle vittime – in gran parte militari – provocate dalle incursioni e dai bombardamenti delle truppe azere contro numerose località nel sud-est del paese. «Sappiamo che questa cifra è destinata a crescere perché ci sono molti feriti, anche gravi» ha detto il premier. Numerosi militari armeni, inoltre, sarebbero stati catturati dalle truppe nemiche nel corso delle incursioni compiute dagli azeri.

Grazie ai droni da bombardamento “Bayraktar TB2” forniti da Ankara, gli azeri hanno di nuovo avuto velocemente la meglio sulle deboli difese armene. L’esercito di Erevan, rifornito principalmente da Mosca, può contare infatti su armi obsolete, mentre le truppe azere da tempo dispongono di armi pesanti e dispositivi di ultima generazione acquistati dalla Turchia e da Israele (oltre che dalla stessa Russia) grazie ai rilevanti introiti dell’industria petrolifera. 

L’assalto di Baku non si è fermato neanche dopo il raggiungimento, mercoledì mattina, di un primo cessate il fuoco mediato da Mosca. Bombardamenti e incursioni sono continuate fino a giovedì mattina finché Russia, Stati Uniti, Francia e Turchia non hanno aumentato la pressione sui contendenti ottenendo la sospensione dei violenti combattimenti.

venerdì 7 febbraio 2025

Il Congo, insanguinato dallo scontro tra Usa, Ue e Cina - Marco Santopadre

Da: https://pagineesteri.it - Marco Santopadre, giornalista, già direttore di Radio Città Aperta di Roma, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e del Nord Africa. Collabora con il Manifesto, Catarsi e Berria. Scrive, tra le altre cose, di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. 
Leggi anche: L’ipocrisia della Commissione Europea sul Congo https://www.peacelink.it/editoriale/a/50551.html

(Mercenari romeni si arrendono alle truppe ruandesi) 

Pagine Esteri – Dopo l’occupazione di Goma, capoluogo della provincia congolese del Nord Kivu, le ben armate e addestrate milizie filo-ruandesi e quelle schierate contro il governo di Kinshasa stanno proseguendo l’avanzata nel Sud Kivu verso Bukavu. 

Dopo un iniziale sbandamento dell’esercito congolese, aggravato dalla decisione di circa 300 mercenari, per lo più romeni, di arrendersi ai ribelli e di consegnargli le loro armi, sembra che le truppe di Kinshasa stiano ora reagendo con maggiore determinazione.

A sostenere l’esercito regolare del Congo ci sono le milizie locali della “Coalizione Wazalengo” e le truppe del Burundi (rivale storico del Ruanda). Sul campo sono schierate anche le truppe dell’Uganda, che in teoria dovrebbero contribuire alla stabilità del Congo ma sembrano più interessate a impossessarsi di una parte del paese.

Al contrario, i caschi blu della Monusco e i militari inviati dalla Comunità di Sviluppo dell’Africa Australe, formata da Malawi, Sudafrica e Tanzania, non sono stati in grado di frenare l’avanzata delle milizie ribelli.

Negli ultimi giorni sia il dittatore ruandese Paul Kagame sia i leader ribelli hanno pronunciato parole di fuoco nei confronti della presenza militare sudafricana in Congo, dopo che nei giorni scorsi 14 soldati di Pretoria sono stati uccisi negli scontri.

Dopo che il presidente del Congo, Felix Tshisekedi, ha fatto appello alla mobilitazione generale per contrastare l’avanzata dei ribelli sostenuti dal Ruanda, uno dei leader dell’M23 ha chiarito che il suo movimento intende rovesciare il governo. «Vogliamo andare a Kinshasa, prendere il potere e guidare il paese» ha detto Corneille Nangaa.

Intanto nelle aree dove si combatte l’emergenza umanitaria è sempre più grave. Gli scontri e i saccheggi hanno causato finora un migliaio di morti e molte migliaia di feriti, che intasano gli ospedali incapaci di far fronte alla situazione. Il coordinatore umanitario dell’Onu in Congo, Bruno Lemarquis, ha affermato che nella regione di Goma mancano cibo, acqua e medicine, e molti abitanti della zona, insieme a 6 milioni di persone già sfollate da altri territori, sono allo sbando.

Le radici etniche e politiche del conflitto 

venerdì 7 ottobre 2022

"Il prezzo del gas è in aumento da marzo 2021" - Giorgio Bianchi intervista Demostenes Floros

Da: Visione TV - 
Giorgio-Bianchi è un fotoreporter che ha girato il mondo, documentando con il suo lavoro storie da Siria, Burkina Faso, Vietnam, Myanmar, Nepal, India e tutta l'Europa, compresa l’Ucraina, che segue fin dal 2013. https://www.facebook.com/giorgio.bianchi.photojournalist - 
Demostenes Floros è un analista geopolitico ed economico. E’ docente a contratto presso il Master in Relazioni Internazionali d’Impresa Italia-Russia, dell’Università di Bologna Alma Mater, oltre ad essere responsabile e docente del IX corso di Geopolitica istituito presso l’Università Aperta di Imola (Bologna). https://www.facebook.com/demostenes.floros.7