martedì 15 gennaio 2019

Una lettera di Rosa Luxemburg e la risposta di Karl Kraus ad una lettrice di "Die Fackel"

Da: https://www.facebook.com/notes/maurizio-bosco - [Die Fackel, nr. 546-550, luglio 1920, pp.6-9; e nr. 554-556, novembre 1920, pp. 6-12] -





Vedi anche:
ROSA L. - Margarethe Von Trotta (1986)

Rosa Luxemburg - Angelo d'Orsi



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Dedico alla memoria della più nobile vittima la lettura della seguente lettera, che Rosa Luxemburg scrisse dal carcere femminile di Breslavia a Sonja Liebknecht a metà dicembre 1917.

«Ormai è un anno che Karl è in carcere a Luckau. In questo mese ci ho pensato spesso: proprio un anno fa Lei era a casa mia, qui a Wronke, e mi ha donato quel bell’albero di natale…Quest’anno me ne sono procurato uno,ma me lo hanno portato molto scadente e con qualche ramo mancante – non c’è confronto con quello dell’anno scorso. Non so come potrò appenderci le otto piccole luci che mi sono porcurata. E’ il mio terzo Natale in carcere , ma non la prenda sul tragico. Io sono tranquilla e serena come sempre. Ieri sono rimasta sveglia a lungo – ormai non riesco a prender sonno prima dell’una, ma devo coricarmi già alle dieci – e poi nel buio mi abbandono a tanti sogni dunque pensavo: è strano come io viva costantemente in una lieta ebrezza – e senza alcun motivo particolare. Così, per esempio, giaccio in questa cella buia su un materasso duro come la pietra, tutto intorno a me regna il solito silenzio di tomba, sembra di essere già morti: dalla finestra si staglia sulla coperta il riflesso di un lampione, che arde tutta la notte davanti al carcere. Di quanto in quanto si sente, smorzato, lo strepito lontano di un treno che passa o, vicinissimo sotto la finestra, il tossicchiare della sentinella che, per sgranchirsi le gambe irrigidite, fa due passi lentamente nei suoi pesanti stivali. Sotto questi passi la sabbia scricchiola così disperatamente, che tutto il vuoto e l’inesorabilità dell’esistenza risuonano nella notte umida e oscura. Ed io giaccio sola, avvolta nei molteplici panni neri delle tenebre, della noia, della prigionia dell’inverno – ma il mio cuore intanto batte di un’intima gioia sconosciuta, inconcepibile, come se camminassi su un prato fiorito nella chiara luce del sole. Nel buio io sorrido alla vita, come se fossi consapevole di un magico segreto, che annulla il male e la tristezza e li trasforma in pura luminosa felicità. Cerco un motivo per questa gioia, non lo trovo e sorrido di me stessa. Penso che il segreto non sia che la vita stessa; le profonde tenebre notturne sono belle e morbide come il velluto, basta saper guardare. Ed anche nello scricchiolio della sabbia umida sotto i passi lenti e pesanti della sentinella, risuona un piccolo e dolce canto sulla vita – basta saper ascoltare. In questi momenti io penso a Lei, e vorrei comunicarLe la chiave magica, perché possa cogliere, sempre ed in ogni circostanza, la gioiosa bellezza della vita, perché anche Lei possa vivere in questa ebrezza e camminare come su un prato fiorito. Non voglio certo propinarLe ascetismo e gioie immaginarie: Le auguro tutte le reali gioie dei sensi. A queste vorrei solo aggiungere la mia inesauribile gioia interiore, per essere tranquilla sul Suo conto, per essere sicura che Lei affronti la vita avvolta in un mantello trapunto di stelle, che La protegga da ogni piccineria, volgarità angoscia. Nel parco di Steglitz Lei ha colto un bel mazzo di bacche nere e rosso-viola. Per quelle nere, si può trattare di sambuco – le sue bacche pendono in pesanti e fitti corimbi fra grandi foglie pennate, le conosce certamente – o di ligustro: piccole, esili pannocchie dritte, tra foglie sottili e lanceolate- Le bacche rosa-viola, nascoste tra le piccole foglie, potrebbero essere quelle del nespolo nano; in realtà sono rosse, ma in questa stagione avanzata sarebbero fin troppo mature, e un po’ marcite appaiono spesso di un rosa violetto; le foglioline sono simili a quelle del mirto, piccole e aguzze in cima, di un verde scuro, ruvide nella parte inferiore e simili al cuoio in quella superiore.
(Sonjuša, conosce di Platen Verhängnisvolle Gabel? Me la può spedire o mandare? Karl una volta aveva accennato di averla letta quando era ancora a casa. Le poesie di George sono belle: adesso so da dove viene il verso E nel fruscio del grano rosso-dorato!>, che Lei citava di solito, quando passeggiavamo fra i campi. E, all’occasione, può ricopiarmi il nuovo Amadis, amo tanto questa poesia – naturalmente grazie alla canzone di Hugo Wolff – ma non l’ho qui. Continua a leggere La leggenda di Lessing? Io ho ripreso in mano la sua storia del materialismo di Lange, che mi stimola e mi ristora sempre. Vorrei tanto che la leggesse anche Lei).
Ah, Sonička, qui ho provato un dolore così acuto: nel cortile dove passeggio arrivano spesso dei carri militari, sovraccarichi di sacchi o di vecchie giubbe e camicie militari, spesso macchiate di sangue. Si scarica tutto qui, che poi viene suddiviso nelle celle, rattoppato, ricaricato e rispedito ai soldati. Poco tempo fa è arrivato uno di questi carri, e invece di cavalli vi erano attaccati dei bufali. Era la prima volta che vedevo da vicino questi animali. Sono di costituzione più robusta e larga dei nostri buoi, con le teste piatte e le corna piatte e rivolte all’indietro, più simili quindi alle nostre pecore per la forma della testa, tutti neri e con grandi e dolcissimi occhi neri. Sono preda di guerra e provengono dalla Romania. I soldati che guidano questi carri dicono che è stato molto arduo catturare questi animali selvaggi e ancora di più utilizzarli per il trasporto, dato che erano abituati alla libertà. Vennero picchiati terribilmente fino a che si resero conto che l’unica parola valida è vae victis…Sembra che solo a Breslavia ce ne sia un centinaio: abituati ai ricchi pascoli della Romania, ricevono ora foraggio scarso e cattivo. Vengono sfruttati senza scrupolo per il traino dei carri e crepano quindi molto presto. Qualche giorno fa, dunque, è arrivato uno di questi carri, carico di sacchi, così ingombranti, che i bufali non riuscivano a superare la soglia dell’ingresso. Il soldato che li accompagnava, un tipo brutale, cominciò a picchiare gli animali col pesante manico della frusta con tale violenza, che la sorvegliante, indignata, gli chiese se non provasse pietà! rispose egli con un sorriso cattivo, e picchiò ancora più forte… Gli animali fecero ancora uno sforzo e superarono l’ostacolo, ma uno di essi sanguinava…. Sonička, la pelle dei bufali è proverbialmente spessa e resistente, ma questa si era lacerata. Mentre scaricavano, le bestie, sfinite, stavano quiete e una, quella che sanguinava, guardava fisso davanti a sé, con l’espressione, sul muso nero e nei dolci occhi neri, di un bimbo in lacrime. Era veramente l’espressione di un bambino che è stato duramente punito, ma non ne capisce il motivo e lo scopo e non sa come sfuggire al male e alla cruda violenza… Io ero lì, l’animale mi guardava, le lacrime mi scorrevano sul volto – erano le sue lacrime, non si può singhiozzare con maggior dolore per un fratello amato di quanto singhiozzassi io, impotente di fronte a quella silenziosa sofferenza. Com’erano lontani, irraggiungibili e perduti i liberi, pingui e verdi pascoli della Romania! Come diverso vi splendeva il sole, soffiava il vento, come diversi erano i bei canti degli uccelli e il melodioso richiamo dei pastori! Ma qui – questa orribile città straniera, la stalla cupa, il ripugnante fieno ammuffito mescolato a paglia, gli uomini stranieri e tremendi, e – le percosse, il sangue che gocciola dalla ferita fresca….Povero bufalo, mio povero ed amato fratello, siamo qui tutti e due, impotenti e inermi, uniti nel dolore e nella nostra debolezza, nella nostalgia. Nel frattempo i carcerati si affannavano attorno al carro, scaricavano i sacchi pesanti e li trascinavano dentro; il soldato, invece, con le mani in tasca, percorreva a gran passi il cortile e sorridendo fischiettava un motivo popolare. E tutta la gloriosa guerra mi passò davanti agli occhi…
Sonjuša, carissima, nonostante tutto, stia tranquilla e serena. Questa è la vita e bisogna accettarla, con coraggio, senza timore e sorridendo – nonostante tutto».
Rosa Luxemburg
[da «Die Fackel, nr. 546-550, luglio 1920, pp.6-9]
Una donna priva di sentimentalismo risponde a Rosa Luxemburg
Innsbruck, 25 agosto 1920 «Egregio signor Kraus,
l’ultimo numero della sua <Fackel> mi è capitato in mano per caso (sono stata abbonata fino al 4 febbraio u.s.) e vorrei permettermi di ribattere su qualche punto alla lettera di Rosa Luxemburg, che Lei ammira tanto, anche se una corrispondenza proveniente da Innsbruck probabilmente non le riuscirà gradita. Dunque: la lettera è veramente bella e commovente, sono d’accordo con Lei che potrebbe figurare come brano, nei libri di lettura per le scuole elementari e medie, purché corredata nella prefazione da considerazioni didattiche, su come sarebbe trascorsa più lieta e ridente la vita della Luxemburg se, invece di fare l’agitatrice, si fosse occupata come guardiana in un giardino zoologico o simili. In questo caso probabilmente le sarebbe stata risparmiata la “galera”. Date poi le sue conoscenze di botanica ed il suo amore per i fiori, avrebbe in ogni caso trovato una soddisfacente e remunerativa occupazione anche in un vivaio un po’ grande, e non avrebbe certo fatto la conoscenza del calcio dei fucili. Quanto alla descrizione un po’ “larmoyante” del bufalo, sono sicura che non è venuta meno allo scopo ed ha agito sulle ghiandole lacrimali delle mogli dei commendatori e sui giovani esteti di Berlino, Dresda e Praga. Ma chi, come me, è cresciuta in una grande tenuta dell’Ungheria meridionale e conosce dalla giovinezza questi animali, il loro pelo ruvido e spelacchiato e la loro espressione stolida, considera la cosa con maggiore pacatezza. La buona Luxemburg si è lasciata infinocchiare dal soldato in questione ( come fu Benedikt con i cani da miniera); hanno poi certo contribuito anche i ricordi di pantaloni di pelle, di mandrie selvagge di bufali nelle praterie, ecc.. Se i nostri grigi fanti a prescindere dai duri compattimenti che dovettero sostenere in Romania, avessero avuto ancora il tempo, la forza e la voglia di catturare a centinaia bufali selvaggi e addomesticarli immediatamente per farne animali da tiro, sarebbero degni dell’ammirazione generale, e decisamente ancora più sorprendente è il fatto che questi animali primitivi abbiano tollerato un simile trattamento. Si deve invece sapere che in queste regioni i bufali sono allevati e usati di norma come animali da tiro (ed anche per il latte) da tempi immemorabili. Non sono esigenti per il cibo, sono molto robusti, anche se hanno un’andatura lentissima. Perciò non credo che “l’amato fratello” della Luxemburg potesse stupirsi di dover tirare un carro a Breslavia e di essere colpito sul groppone con il manico della frusta. Talvolta è una cosa inevitabile con gli animali da tiro – purché non lo si faccia con troppa rudezza – dato che non sempre afferrano i motivi razionali, - ed io in quanto madre glielo posso assicurare – un ceffone dato a ragazzi robusti è spesso molto salutare. Non bisogna pensare sempre al peggio e commiserare gli uomini (e gli animali), senza conoscere le circostanze. E’ un fatto che può causare più male che bene. La Luxemburg sarebbe stata certamente contenta, se avesse potuto predicare la rivoluzione ai bufali e fondare una repubblica di bufali; è da dimostrare però che sarebbe stata in grado di procurare loro il paradiso sognato – da lei - con <i bei canti degli uccelli e il melodioso richiamo dei pastori>, e se i bufali avrebbero dato tanto peso a queste ultime cose. Esistono appunto donne isteriche, che ficcano il naso in ogni cosa e vorrebbero sempre aizzare gli uni contro gli altri; se sono dotate di spirito e di classe, vengono ascoltate volentieri dalle masse e procurano un mucchio di guai al mondo. E certo non ci si può stupire troppo, se una donna del genere, che ha predicato così spesso la violenza, vada incontro ad una fine violenta.
Forza silenziosa, attività nell’ambiente circostante, quieta benevolenza e spirito di conciliazione sono doti molto più necessarie del sentimentalismo e della provocazione. Non crede?
Distinti saluti Signora von X-Y»

La risposta di Karl Kraus:

La mia opinione è questa: non mi interessa affatto, se un numero della <Fackel> è capitato “per caso”, o in qualche altro modo, nelle grinfie di una simile bestia e se questa è stata abbonata sino al 4 febbraio u.s. o se lo è ancora. Se lo è stata, suscita infinito rammarico che non lo sia più perché, se lo fosse ancora, dal giorno in cui riceve questa lettera, cioè dal 28 agosto u.s. non lo sarebbe più. La Fackel è notoriamente in grado di sfidare il destino e di arrivare ad un indirizzo del genere.
La mia opinione è: questa lettera, proveniente da Innsbruck, così nefasta, è benvenuta, in quanto non altera nella sua essenza l’immagine che ho colto ed ho trasmesso della spiritualità di questa città; al contrario, tutto è come volevasi dimostrare.
La mia opinione è: accanto alla lettera di Rosa Luxemburg, se si potessero indurre le cosiddette repubbliche a trasmetterla alle generazioni future nei libri di lettura, bisognerebbe stampare la lettera di questa megera; si insegnerebbe così ai giovani non solo il rispetto per l’altezza dell’animo umano, ma anche la ripugnanza per la sua bassezza, e il raccapriccio, tramite questo esempio concreto, per l’inestinguibile specie delle vacche da monta tedesche, che vogliono rovinarci l’esistenza con la sicura prospettiva di nuove guerre e che sembra abbiano promesso in voto a Satana di far ancora e sempre accadere ciò che esse, per brama di morti eroiche, non hanno impedito nel 1914.
La mia opinione è: voglio provare a parlare tedesco con questa disumana stirpe di proprietari terrieri, schiavisti ed i loro accoliti, dato che non capiscono il tedesco e non sono in grado di ricavare il mio pensiero dai miei Contraddetti: considero la guerra mondiale un fatto inequivocabile e l’epoca che ha ridotto la vita umana ad un mucchio di merda inesorabilmente chiusa – la mia opinione è: il comunismo come realtà è semplicemente la reazione a una ideologia che svilisce la vita; comunque, grazie a Dio, ha un’origine più pura e ideale, è un antidoto disperato ma con uno scopo più puro e ideale – al diavolo la sua realizzazione, ma Dio ce lo conservi come una continua minaccia che incombe sulla testa di coloro che, possedendo beni, per essere protetti vorrebbero spedire gli altri sui fronti della fame e dell’onore patrio, confortandoli con il pensiero che la vita non è il più grande dei beni. Dio ce lo conservi, affinché questa gentaglia, che per sfrontatezza non sa più cosa fare, non diventi ancora più sfacciata; affinché la società esclusiva di quelli che godono il privilegio del piacere, che ritengono che l’umanità ad essa sottoposta riceva da essa una sufficiente dose d’amore, se le viene trasmessa la sifilide, vada almeno a letto con un incubo! Affinché le passi la voglia di fare la morale alle sue vittime e di fare dello spirito sul loro conto!
A considerazioni su come si sarebbe svolta più proficua e serena la vita della Luxemburg, se si fosse occupata come guardiana in un giardino zoologico invece che come domatrice di belve umane dalla quale alla fine fu sbranata, o se avrebbe trovato un’occupazione più remunerativa ed appagante come coltivatrice di nobili fiori, dei quali comunque aveva nozioni più vaste di una proprietaria terriera, visto che come sarchiatrice di erbaccia umana – a considerazioni simili non si dedicherà neppure un attimo, finché la paura frenerà la sfrontatezza. C’è anche il pericolo che, a una derisione della “gattabuia” in cui si trova una martire, si risponda immediatamente buttando fuori la persona colpevole di una simile vergogna, a meno che non si preferisca un ceffone che, glielo posso assicurare, dato ad una madre di eroi è molto salutare!
La battuta meschina infine sul fatto che Rosa Luxemburg abbia fatto la “conoscenza dei calci di fucile” potrebbe essere ripagata con due colpi, ma dati con il manico della frusta che ha colpito il bufalo di Rosa Luxemburg. Ma niente sentimentalismi! Non abbiamo bisogno di una descrizione larmoyante di simili episodi, non è roba per libri di lettura.
Chi è cresciuto in una grande tenuta dell’Ungheria meridionale, dove la pelle dei bufali, già di per se ruvida e spelacchiata, non suscita più alcuna compassione e la “stolida espressione del loro muso” – un’espressione che non reclama la tenera pietà di una Luxemburg, ma le zampe di un’oca, i calci di un’oca – è così diversa dal volto ideale dei proprietari terrieri dell’Ungheria meridionale, sa che in Ungheria ci sono ben altri modi di trattare le creature di Dio, e peraltro senza batter ciglio. E che le proprietarie terriere e le mogli dei commendatori sono d’accordo. Sono convinto certo che non ci si deve entusiasmare per i tribunali rivoluzionari, né simpatizzare con le opinioni di quegli ufficiali che, dato che l’onore è l’ultima cosa loro rimasta, si sentono indotti a castrare il prossimo. Sono però tanto ingiusto, da voler condannare le signore che dicono ancora «i nostri grigi fanti» a pulire il cesso di una caserma e a deporre immediatamente quella nobiltà, da cui non riescono a staccarsi nemmeno quando infamano una morta, pur rimanendo nell’anonimato.
Ad ogni modo penso che “i nostri grigi fanti” a prescindere dai duri combattimenti che dovettero sostenere in Romania, solo perché fino al 1914 i libri di lettura non erano improntati allo spirito della buona Rosa Luxemburg, ma a quello delle proprietarie terriere, abbiano avuto effettivamente il tempo, la forza e la voglia di rubare e addomesticare i bufali e inoltre che, fino a quando la critica delle valchirie tedesche e ungheresi del sud si rivolgerà all’addomesticamento militare di bufali, l’umanità non potrà fare a meno di prediligere gli animali da tiro. Inoltre credo che – dato che voglio che si ascoltino una buona volta anche le mie opinioni e non soltanto il suono delle mie parole – se la parola della buona Rosa Luxemburg non fosse minimamente convalidata dalla realtà e già da un pezzo nessun animale del buon Dio vivesse nei verdi pascoli, ma fossero ormai tutti al servizio del mercante, davanti a Dio essa avrebbe parlato con più verità di una proprietaria terriera, che in un animale loda soltanto la sobrietà alimentare e lamenta soltanto l’andatura troppo tarda, e che l’umanità che considera l’animale un fratello amato, è sempre più degna degli esseri bestiali, che giudicano umoristici questi sentimenti e scherzano con il pensiero che «un bufalo non sia particolarmente stupito» di dover tirare un carro a Breslavia e di essere colpito «sul groppone» con il manico della frusta.
E’ uno spirito ripugnante quello che, «fin dalla giovinezza», informa i padroni del creato e le loro signore che nell’animale non c’è anima, che esso è privo di sensibilità come il suo padrone, semplicemente perché non ha avuto la sua parte di alterigia e non è in grado di esprimere la sua sofferenza nel gergo che questi conosce. Ma, poiché di fronte a questa razza ha il privilegio «di non afferrare sempre le motivazioni razionali», il manico della frusta sembra «di tanto in tanto inevitabile». In realtà essa lo adopera solo per l’ottusa furia che prova nei confronti di un destino insicuro, che crede di frenare in qualche modo! Questa gente schiaffeggia i propri bambini, ne misura la forza confrontandola con la propria, o preferisce farli tormentare da laureandi in teologia sessualmente disponibili, perché la vita o il cielo dà loro motivi di timore.
I figli però hanno sempre il privilegio di poter mitigare la vergogna di essere stati generati da genitori simili con la decisione di diventare migliori o, nel peggiore dei casi, di vendicarsi sui propri figli. Il destino degli animali, invece, che cadono in potere dell’uomo solo con la violenza o con l’inganno, è quello di essere disonorati, per espressa volontà di quest’ultimo, prima di essere mangiati. L’uomo offende gli animali offendendo i suoi simili con il nome degli animali, la creatura tout court è per lui un termine offensivo. Egli non si stupisce più di niente e non permette di farlo neanche all’animale che non ha ancora disimparato la meraviglia. Come il padrone, l’animale non deve stupirsi della vergogna che gli viene inflitta; come il bufalo non si deve stupire di Breslavia, così non si stupisce il proprietario terriero se l’uomo fa una brutta fine. Egli trova infatti che tutto è in ordine, quando il mondo va a pezzi per amore dell’ordine.
Cosa vuole la buona Luxemburg? Certo, lei che non possedeva altro che il suo cuore, che considerava il bufalo un fratello, sarebbe stata contenta di poter esortare i bufali alla rivoluzione, di fondare una repubblica di bufali, possibilmente con «il bel canto degli uccelli e i melodiosi richiami dei pastori»; è discutibile però «se i bufali danno un gran peso all’ultimo elemento», poiché preferiscono certamente essere al centro dell’attenzione. Purtroppo non sarebbe stata in grado di realizzare questo sogno, perché al mondo ci sono più uomini-bufalo che bufali! Ma che essa desiderasse compiere un tentativo del genere, lo dimostra il fatto che deve essere annoverata nel numero delle donne isteriche, che ficcano il naso dappertutto e aizzano gli uni contro gli altri.
La mia opinione è: nell’ambiente delle proprietarie terriere, questo quadro clinico si stacca così tanto sullo sfondo delle attività domestiche ed agricole che si è quasi tentati di credere che esse siano delle rivoluzionarie nate. Osservandole più attentamente ci si accorge però che sono soltanto delle stupide oche. In questo modo tuttavia si ricade nella delittuosa presunzione della razza umana, che ama attribuire agli animali indifesi tutti i difetti e le cattive qualità, mentre non è mai venuto in mente ad un bue residente a Innsbruck o ad un’oca cresciuta in una grande tenuta dell’Ungheria meridionale di criticare un abitante di Innsbruck o una proprietaria terriera dell’Ungheria meridionale. E mai, anche se ne fossero capaci, esprimerebbero giudizi su fatti spirituali, né inizierebbero con lo “stile”, riconoscendo benevolmente una qualità che manca così vistosamente a loro stessi. Anche se non sempre afferrano i motivi razionali, avrebbero troppo tatto per spedire una lettera scritta così male, e troppo pudore per scriverla. Nessuna oca ha una penna tanto scadente da riuscirci! Non lo pensa anche Lei? Essa è intelligente, bonaria per natura, accetta di essere mangiata dalla sua padrona, ma non di essere scambiata con lei. Quest’ultima si differenzia dall’oca solo perché in caso estremo, quando si tratta davvero della propria pelle, è in grado di rivolgersi al cielo con le preghiere del catechismo; per di più è tanto generosa da avvertire che «non bisogna pensare sempre al peggio e commiserare gli uomini (e gli animali), senza conoscere le circostanze. E’ un fatto che può causare più male che bene». Male soprattutto per coloro che per destino spadroneggiano sugli uomini (e sugli animali): il loro diritto di proprietà corrisponde ad una legge divina, che solo agitatori ed elementi stranieri, come per esempio un certo Gesù Cristo, vogliono abrogare. Esso però rimane sempre valido perché, grazie a Dio, la brama di beni terreni è più antica del comandamento cristiano e sopravviverà certamente ad esso.
Questa è la mia opinione.
[da Die Fackel, nr. 554-556, novembre 1920, pp. 6-12]

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