mercoledì 21 febbraio 2018

Sull' URSS - Marcello Grassi

Da: http://www.resistenze.org


Alcune verità sulla storia sovietica

A proposito di storia sovietica importanti contributi sono venuti dai seguenti storici anglosassoni, docenti di prestigiose università, che hanno attinto alle fonti documentarie, accessibili dopo la perestroika e il crollo dell’URSS.
Ho letto con qualche fatica in inglese i seguenti volumi e articoli.

S. Fitzpatrick The cultural front. Power and revolutionary Russia Cornell University Press 1992
S. Fitzpatrick Educational level and social mobility in Soviet Union 1921-1934 Cambridge University Press 1979
J A Getty Origin of great purges: the soviet communist party reconsidered 1933-1938 Cambridge University Press 1999
J A Getty R T Manning Stalinist terror: new perspectives CambridgeUniversityPress 1993
S G Wheatcroft Toward explaining the changing levels of Stalinist repression in 1930s. mass killing Europe-Asia studies 51;113-145.1999
S G Wheatcroft Victims of Stalinism and the Soviet Secret Police. The comparability and reliability of archival data. Not the last word Europe-Asia Studies 51; 515-545, 1999
R W Davies M Harrison, S G Wheatcroft The economic transformation in Soviet Union 1914-1945 Cambridge University Press 1994

Poiché è mia abitudine documentarmi in modo imparziale aggiungo che ho letto i seguenti libri sulle vicende sovietiche di vittime delle repressioni o di autori anti sovietici o di oppositori di Stalin:

L’arcipelago gulag di Solzhenitzin, Il grande terrore di R.Conquest, Lo Stalinismo di R. Medvedev, Il lungo terrore di F. Bettanin, L’epoca e i lupi di N. Mandelstam, Ho amato Bucharin di Anna Larina, moglie di Bucharin, Il redivivo tiburtino di D. Corneli, Viaggio nella vertigine di Natalia Ginsburg. Ho letto anche la biografia di Bucharin di Stephen Cohen e buona parte delle opere di Trotzki, in particolare La mia vitaLa rivoluzione traditaStoria della rivoluzione russa.

Va precisato che le opere di Conquest, Medvedev, Bettanin e Solzhenitsin sono state scritte e pubblicate prima dell’apertura degli archivi dello stato sovietico e in particolare degli organi giudiziari e del KGB, responsabili della repressione e delle condanne degli oppositori veri o presunti del regime; esse, soltanto per questo, sono largamente inattendibili, in quanto non fondate su adeguata documentazione.

Prima ancora che si arrivasse ad una corretta documentazione a me parvero scarsamente fondate le cifre dei suddetti autori sulle vittime del comunismo in URSS, spesso usate dai corifei del sistema capitalistico per liquidare, con la condanna dell’esperienza sovietica, ogni progetto e velleità di proposta alternativa alla società capitalistica.

Del resto basta riferirsi ai due censimenti, quello tenuto segreto del 1937 e quello reso pubblico del 1939 per rendersi conto delle falsità insostenibili dei Conquest, Medvedev ecc.
Nel 1937 (gennaio) il censimento indicò in 162.000.000 la popolazione dell’URSS; nel 1926 (dicembre) il censimento dette la cifra di 147.000.000.
Questo significa che in quel periodo la popolazione crebbe dello 1,02 %° l’anno, incremento identico a quello italiano e superiore al contemporaneo incremento medio annuale di Francia, Inghilterra e Germania.
Il censimento del gennaio 1939 indicò in 170.000.000 la popolazione dell’URSS; secondo attendibili fonti la cifra è tropo alta e va ricondotta a 168-169.000.000.
Anche accettando le cifre più basse abbiamo un incremento medio rispetto al 1926 (dicembre) del 1,42%°, nettamente superiore a quello degli altri paesi dell’Europa occidentale.
La popolazione dell’URSS nel 1939, sempre accettando la cifra più bassa, incideva sul totale della popolazione mondiale per il 7,77 % (1919 7,50%); nello stesso periodo (1919-39) la Francia passa dal 2,17 al 1,91, la Germania dal 3,33 al 3,13, il Regno Unito dal 2,39 al 2,13, l’Italia dal 2,11 al 2 ( malgrado la campagna demografica del fascismo), gli USA dal 5,84 al 6 e il Giappone dal 3,03 al 3,05.
Le cifre sono tratte dal I volume dell’opera di Mario Silvestri La decadenza dell’Europa occidentale Einaudi ed.

Bastava leggere i numeri per rendersi conto che le cifre dei repressi e delle vittime sono state addirittura decuplicate, in alcuni casi, nei vari libri neri, al punto che lo stesso coautore del Libro nero del comunismo, Nicholas Werth, ha dovuto rettificare al forte ribasso le cifre gonfiate presenti nell’opera, come riconosciuto da lui stesso in un articolo dei primi annni ’90 sulla rivista L’Histoire.

Sia chiaro: nessuno vuole giustificare quanto di eccessivo e di arbitrario vi fu nelle repressioni che accompagnarono il primo tentativo di costruzione di una società socialista. Più in generale, da un punto di vista laico, che non concede illusioni, speranze o timori di vite diverse da quella che viviamo su questa terra, il bene più prezioso è la vita. Aggiungo che la consapevolezza del suo valore aumenta con la vecchiaia, quando le delusioni hanno smorzato molti eroici furori e la meta finale è sempre più vicina, fermo restando che esistono valori e principi per i quali comunque la vita può e deve essere messa in gioco.

Resta il fatto che la storia è percorsa ininterrottamente dalla violenza, costantemente impiegata dalle classi dominanti sulle classi oppresse, e che le vittime delle rivoluzioni sono a conti fatti ben poca cosa rispetto alle tragedie di massa e plurisecolari provocate dalle guerre, dalla povertà, dalla sottoalimentazione, dalle inumane condizioni di lavoro, dalle emigrazioni, dal colonialismo e dalle conquiste a spese di intere popolazioni, che hanno costellato la lunga storia delle società divise in classi.

E’ lecito chiedersi se i colpi , peraltro spesso inefficaci, dei catenacci garibaldini a Calatafimi fossero meno omicidi delle fucilate borboniche o se i colpi molto più efficaci delle artiglierie nordiste fossero meno violenti delle repliche sempre più fioche dei soldati della confederazione sudista: certo è che, anche sfrondando quelle vicende dalla retorica inevitabilmente connessa, non posso fare a meno di schierarmi con i garibaldini e con Lincoln; senza quelle violenze i neri sarebbero rimasti schiavi e l’ottusa monarchia borbonica avrebbe continuato a tenere fuori dal consorzio civile le genti del meridione d’Italia, checchè dicano i nostalgici di Re Bomba e di Franceschiello.
Questo non ci impedisce di guardare con rispetto ed ammirazione agli ultimi difensori di Gaeta o al bravo generale Lee, che con forze nettamente inferiori tenne in scacco e battè più volte i generali nordisti.

Va detto anche che libri neri furono scritti anche sul Risorgimento (De Sivo, Buttà) e sulla fine del regno delle Due Sicilie e ovviamente non senza dati di fatto e qualche buona ragione. Anche in questo caso le cifre furono usate per attribuire ai vincitori orrori e nefandezze di ogni genere; storici borbonici parlano di un milione di morti su una popolazione di 9.000.000 di abitanti del regno, comportandosi come i Pansa e i Conquest a proposito della Resistenza e della storia dell’URSS.
Si tratta evidentemente di cifre inaccettabili; tuttavia è certo, e documentato dagli stessi proclami e bandi dei vari Pinelli, Cialdini, La Marmora, dalle leggi eccezionali emanate dal neonato Regno d’Italia, dalla sospensione delle garanzie costituzionali, dal brutale trattamento dei prigionieri di guerra napoletani, che la repressione delle insorgenze delle popolazioni del sud contro lo stato italiano, sbrigativamente classificate come brigantaggio, fu durissima e feroce. Episodi come la fucilazione degli ultimi difensori di Civitella del Tronto, dove dopo Gaeta si ammainò l’ultima bandiera borbonica, da parte dei vincitori sono una delle tante pagine nere del nostro risorgimento: E se non ci fu 1.000.000 di vittime, certamente il numero dei fucilati superò i 100.000.

Dopo questa lunga ma non inutile digressione è tempo di tornare alla storia delle repressioni che accompagnarono la contraddittoria e complessa vicenda sovietica, cercando di rispondere ai seguenti quesiti: quanti furono i condannati dagli organi giudiziari di vario tipo (troike, tribunali ordinari, polizia politica, tribunali militari), quali categorie furono particolarmente colpite e quali furono le dinamiche politiche, istituzionali, sociali alla base delle repressioni.

Gli storici russi Zemskov, Dugin e Klevniuk hanno potuto disporre dei dati di archivio, e comunicarli in numerosi articoli e libri; specialmente informato e rigoroso il primo, membro dell’Istituto di storia dell’Accademia delle Scienze Russa; egli ha pubblicato le sue ricerche nei primi anni ’90, alla fine e dopo il crollo dell’URSS, avendo accesso agli archivi del Ministero dell’interno (MVD-KGB), del precedente commissariato del popolo agli interni (NKVD), della polizia di stato (OGPU-NKVD), degli organi giudiziari.

Le cifre complessive furono pubblicate da Zemskov, Getty e Rittesporn in American Historical Revue. giugno 1994
Dal 1921 al 1953 furono condannate per attività controrivoluzionaria circa 4.000.000 di persone, delle quali 780.000 furono fucilate; nei campi di lavoro, colonie penali e prigioni morirono 600.000 detenuti politici. Si possono calcolare pertanto in 1.400.000 i morti per motivi politici nell’URSS dalla fine della guerra civile alla morte di Stalin.
Sono come è evidente cifre pesanti, ma ben lontane da quelle riferite dai vari Conquest, Medvedev, Solzhenitzin, che oscillano tra 10.000.000 e 40.000.000 milioni di esecuzioni.
Nel sistema penale sovietico i condannati potevano, nei casi più gravi, essere inviati nei campi di lavoro forzato (Gulag), per reati meno gravi nelle colonie di lavoro, dove i condannati erano impiegati nelle fabbriche o nell’agricoltura e percepivano un regolare salario, o in particolari zone di residenza con proibizione di risiedere in alcune città, in genere Mosca o Leningrado. In quest’ultimo caso godevano in genere dei diritti politici; in attesa della sentenza gli accusati erano tenuti nelle prigioni.
Il totale dei condannati nei Gulag oscillò tra un minimo di 510.000 nel 1930 a un massimo di 1.711.202 nel 1952.
I condannati presenti nei Gulag, colonie di lavoro e prigioni oscillarono fra 1.335.032 del 1944 e 2.561.351 del 1950. Mancano i dati complessivi fino al 1939, quando si raggiunse la cifra generale di 2.000.000.

Le cifre, drammatiche, ma di gran lunga inferiori a quelle proposte da “storici” di parte e privi di documentazione, debbono essere completate dai dati sulla mortalità e meritano qualche commento. La mortalità generalmente oscillante intorno al 3% annuo toccò punte elevate nel 1942 e 1943, 17%, durante il periodo bellico, quando anche le condizioni alimentari, igieniche, di salute della popolazione civile peggiorarono drammaticamente. Al tempo stesso la popolazione dei Gulag diminuì drasticamente, perché molti condannati furono arruolati nell’esercito.
Il forte incremento degli anni postbellici è in parte da attribuire alla presenza di prigionieri di guerra, condannati per diserzione e collaborazione con gli occupanti tedeschi

E’ comunque interessante notare che la popolazione detenuta nel suo complesso arrivò a toccare al massimo il 2,4% della popolazione adulta; nel 1996 erano detenuti negli USA 5.500.000 persone cioè il 2,8% della popolazione adulta.
E’ appena il caso di sottolineare che si tratta di due situazioni completamente diverse: da una parte un paese uscito da una guerra mondiale e civile, combattute sul suo territorio, sede di un drammatico rivolgimento sociale, impegnato in una lotta mortale per la sopravvivenza, prima con un gigantesco sforzo di edificazione economica e culturale , poi in una guerra vittoriosa a prezzo di immense perdite materiali e umane; dall’altra il paese più ricco e tecnologicamente del mondo , che pur partecipando alle due guerre mondiali, non ebbe un centimetro quadrato toccato dal nemico, soffrì perdite umane di gran lunga inferiori e trasse non pochi vantaggi economici dalle guerre stesse.
Le statistiche, finalmente disponibili, ci dicono anche che la grande maggioranza dei condannati (80-90%) riceveva pene inferiori a 5 anni, meno del 1% superiori a 10.
Vanno anche ricordati i provvedimenti di amnistia, i più larghi dei quali, che interessarono oltre un milione di detenuti, nel 1945 e nel 1953.

Credo che qualunque paragone con i campi di concentramento nazisti sia un offesa alla verità; lì i deportati erano destinati, se ebrei, rom o di razze considerate inferiori, a morte certa; nessun tribunale aveva decretato la loro condanna; le pene non prevedevano un termine, non c’erano amnistie; non c’era la possibilità di revisione della condanna e di riabilitazione, come, anche in epoca staliniana avvenne per non pochi condannati: per quanto dure potessero essere le condizioni nei campi sovietici, e mi riferisco alle memorie di Ginsburg, Larina, Corneli, Solzhenitsin, non erano paragonabili a quelle dei lager nazisti.
Non era infrequente che condannati che avevano scontato la pena restassero a lavorare come liberi nelle strutture produttive dei campi o nelle colonie di lavoro.
Infine i politici rappresentarono costantemente non più del 25-30% dei condannati.

Prima di procedere ulteriormente nella nostra analisi credo necessaria qualche premessa.

La rivoluzione russa scoppia nell’anello più debole del sistema capitalista-imperialista, nel mezzo di una guerra mondiale, caratterizzata da immani perdite umane e materiali; alla fine del I conflitto mondiale si contarono 10.000.000 di caduti, ai quali si debbono aggiungere almeno il doppio di feriti e mutilati. Come conseguenza della guerra e delle precarie condizioni igieniche e alimentari di larga parte della popolazione mondiale oltre 20.000.000 di persone morirono per la pandemia influenzale “spagnola”.

Fu una rivoluzione contro “il Capitale”, secondo la definizione che ne dette acutamente Gramsci, intendendo con ciò che la rivoluzione, vincitrice in un paese con poche isole proletarie in un paese in gran parte contadino, aveva smentito le previsioni marxiste di vittoria del socialismo nei paesi industrialmente più avanzati e tecnologicamente progrediti con un numeroso ed evoluto proletariato.

Nella stessa Russia la rivoluzione d’ottobre, malgrado la vulgata e la mitologia sovietiche, non fu maggioritaria, anche se fu genuinamente proletaria.
I bolscevichi ebbero la maggioranza nei soviet degli operai e dei soldati, ma non nell’intera popolazione, come testimoniarono le elezioni per l’assemblea costituente tenutesi nel gennaio 1918, pochi mesi dopo la presa del potere dei bolscevichi.
Questi ebbero circa il 25% dei voti, contro circa il 50% dei socialisti rivoluzionari (in gran parte) e menscevichi ; il resto andò a partiti di destra e partiti delle minoranze nazionali.
Lenin dedicò un’analisi attenta alle elezioni, rilevando che nelle due capitali, Mosca e Pietrogrado e in generale nei centri industriali i bolscevichi avevano la maggioranza assoluta dei voti, nell’esercito circa il 40-45% pressappoco come i socialrivoluzionari, a loro volta divisi in una sinistra, che si alleò con i bolscevichi e una destra contraria al potere sovietico, uscito dalla rivoluzione dell’ottobre 1917. La gran massa contadina votò per i socialisti rivoluzionari.
La guardia rossa sciolse l’Assemblea costituente alla fine della sua unica seduta.

Dunque fin dall’inizio il potere si dovette confrontare con una realtà se non ostile certamente con molte riserve; i contadini avevano avuto la terra con l’Ottobre e durante la guerra civile finirono con appoggiare o comunque non osteggiare i rossi, ma non di rado distinguevano nella loro confusione tra bolscevichi che avevano dato le terre e comunisti che requisivano con la forza il grano per nutrire operai e soldati rossi.

Altro elemento di debolezza e fonte di problemi e difficoltà fu il carattere sostanzialmente russo dell’ottobre; in Ucraina i bolscevichi ebbero il 10% dei voti; in Georgia la maggioranza era menscevica; nell’oriente musulmano i bolscevichi erano rappresentati in gran parte da operai e intellettuali russi.

In sostanza le basi del potere erano operaie e, dal punto di vista nazionale, russe, anche se nel partito bolscevico erano presenti ai vertici molti esponenti delle nazionalità non russe dai georgiani (Stalin, Ordzhonikidze), ai polacchi (Dzerzhinski) agli armeni (Mikoian), ai Lettoni (Latsis, Peterson, Kollontaj) agli ebrei (Trotzki, Zinoviev, Kamenev, Kaganovich).

Ovviamente non mi scandalizzo: rivoluzioni altrettanto decisive nella storia mondiale ebbero il sostegno di minoranze più o meno numerose e la neutralità diffidente, se non l’ostilità, della maggioranza; basti pensare alle fragili basi popolari del nostro Risorgimento (i plebisciti furono non meno falsi delle elezioni pro URSS nei paesi baltici nel 1939), o al sostegno sostanzialmente minoritario di Kemal Ataturk o al contrasto fra la Parigi dei giacobini e dei comunardi e il resto di buona parte della Francia. Purtroppo bisogna ammettere che, sia pure in un clima di violenze, i nazisti nel 1933 e Mussolini nel 1924 godettero di un consenso elettorale spontaneo superiore a quello dei bolscevichi nel 1918.
Come disse Robespierre la virtù è stata sempre minoranza e i “virtuosi” non possono venir meno al dovere di esercitare (spesso rudemente) le loro virtù.

Mi sono molto allontanato dal tema delle repressioni nella lunga vicenda dello stato sovietico ma ritengo utile questa premessa per cercare di capire, che non significa giustificare ciò che è stato e che, in non pochi casi, non può essere giustificato.

La rivoluzione aveva vinto in un paese dove l’analfabetismo toccava mediamente il 70%, la produzione industriale era nel 1926 inferiore ai bassi livelli prebellici del 1913, in alcuni casi (acciaio, petrolio) inferiore del 50% e le illusioni su una prossima rivoluzione in occidente definitivamente svanite.
Ancora una volta si poneva il drammatico interrogativo che per altri motivi si era posto Lenin:”Che fare?”

La scelta del gruppo dirigente, e in particolare di Stalin, come nell’ottobre, fu un atto di volontà e di fede, cioè la rapida, forzata industrializzazione con il proposito di modernizzare il paese, di garantirne la potenza militare e il progresso tecnico, culturale, scientifico: il tutto, malgrado i buoni propositi e le enunciazioni ufficiali, a spese di una cospicua componente della classe contadina.

Il processo fu tumultuoso e disordinato, largamente caratterizzato da volontarismo e inesperienza; il fine fu complessivamente raggiunto, con una conclusione che vide contemporaneamente l’ascesa di vecchi e nuovi operai, di un’intellighentsia di origine operaio-contadina, che affiancò e sostituì la vecchia intellighentsia prerivoluzionaria, e che costituì la base di consenso, insieme con operai vecchi e nuovi, del regime. Diversa fu la sorte della classe contadina, che , seppure godette di alcuni vantaggi (istruzione, sanità), e per la parte povera anche economici, nell’insieme pagò il tributo fondamentale al rapido, tumultuoso balzo in avanti dei due primi piani quinquennali 1929-1938.

Il cammino percorso può essere indicato dalle seguenti cifre tratte da Huntington “Lo scontro delle civiltà”; la produzione manifatturiera della Russia incideva nel 1913 su quella mondiale per circa l’8%, nel 1928 per circa il 5%, nel 1938 per il 9%.
Al tempo stesso si ebbe una rapida ascesa della classe operaia verso posizioni di direzione politica, tecnica, amministrativa: nel partito gli operai passarono dal 56 al 65% dal 1927 al 1932 (Rigby Il partito comunista sovietico Feltrinelli 1977), mentre i meccanismi promozionali rappresentati dalle rabfak (facoltà operaie), dalle scuole di fabbrica e professionali, dai tecnicum, che bypassavano le scuole medie superiori, portarono all’assunzione di ruoli dirigenti, soprattutto nelle attività produttive, da parte di una neonata intellighentsia operaia.

L’idea generalmente diffusa di un partito ferreo, monolitico, perfettamente organizzato, diretto con fredda determinazione dall’alto e in particolare da Stalin deve cedere il passo ad una diversa realtà. Si deve allo studioso americano M.Fainsod, in possesso degli archivi della federazione di Smolensk del PCUS, pervenutigli dai tedeschi, uno studio di quella, che con ogni probabilità era la situazione organizzativa generale del partito. Il disordine era grande: tessere non consegnate, trasferimenti di iscritti non registrati, elenchi degli iscritti incompleti o tenuti in modo negligente, tessere di defunti ancora in possesso dei familiari, che le utilizzavano per fini privati, quote di iscrizione non riscosse, e frequenti denunce di abusi e malversazioni dei boss locali.

Nelle periodiche epurazioni, incruente e generalmente attuate in pubbliche riunioni davanti alle assemblee di cellula, la causa più frequente di espulsione era l’ubriachezza, seguita da reati di natura penale e amministrativa.

Il mitico ferreo partito di Lenin era piuttosto lontano dal modello preconizzato dal suo fondatore e di un metallo molto più molle di quello evocato dal nome di battaglia del suo segretario.

Tra gli elementi di tensione, a parte le latenti o manifeste rivalità al vertice drammaticamente aumentate con il tumultuoso balzo in avanti nel settore industriale e la contemporanea crisi nel settore agricolo in seguito alla campagna di collettivizzazione, c’era lo scontro tra nuova intellighentsia operaia e vecchio personale tecnico prerivoluzionario, tra gli ultrainnovatori in campo scolastico e culturale e la linea prudente del commissariato all’istruzione, tra quadri emergenti del partito ed establishment politico, tra una base spesso scontenta dell’autoritarismo dei vecchi dirigenti, detentori del potere e dei poteri (talvolta dei privilegi) ai vari livelli. Tutto ciò è ben documentato da molti degli autori citati all’inizio, Getty e FItzpatrick in particolare, e dalla documentazione pervenuta a Fainsod.

Tutto questo per dire che le purghe e le conseguenti repressioni furono solo in parte il risultato di un premeditato piano calato dall’alto, mentre una parte non secondaria deve essere attribuita a movimenti e spinte incontrollate che partirono dal basso, nel partito e nella società.

Un altro elemento di tensione fu determinato dalla nascita del movimento stachanovista, quando operai cosiddetti d’avanguardia misero in discussione l’organizzazione del lavoro e le norme di produzione nell’industria; appoggiati da Stalin gli stachanovisti entrarono in conflitto, con parte dei quadri tecnici in alto, e con una parte dei lavoratori di base, elevando i ritmi di lavoro e innalzando i traguardi e gli obiettivi da raggiungere. Con il movimento stachanovista si accentuarono le differenze retributive nel mondo del lavoro, con qualche tensione all’interno della stessa classe operaia.

Forti erano anche i timori di una guerra imminente, dopo l’affermazione del nazismo in Germania e per la sua politica aggressiva, mentre ai confini orientali minacciava il Giappone, con il quale ci fu una guerra non dichiarata sul finire degli anni’30, vinta dai sovietici con le battaglie di Kalchin Gol e del lago Khassan. Forti sospetti destava l’atteggiamento remissivo e talvolta complice delle maggiori potenze democratiche, Francia, Inghilterra, USA nei confronti della politica di aggressione e di conquista degli stati fascisti.

Nel partito, obbligato ad una forzata unanimità operativa, una volta prese le decisioni dagli organi dirigenti, in nome del centralismo democratico, permanevano vaste aree di dissenso, testimoniate dalla comparsa di piattaforme politiche alternative clandestine, in genere elaborate da dirigenti non di primissimo piano, ma vicini al vertice. Tali furono nei primi anni ‘30 le piattaforme di Riutin, di Syrtsov e Lominadze, di Tolmacev ed Eismont, senza contare l’atttività dei gruppi rimasti in collegamento con Trotzki, esiliato ma che poteva contare, per sua stessa ammissione, su un discreto numero di seguaci all’interno del partito e dello stato.

Fu su questo partito che si abbattè non una delle periodiche, incruente epurazioni, ma la durissima Ezhovscina, dal nome di N.I. Ezhov commissario del popolo agli interni e capo della polizia politica, detto per la sua bassa statura e per la sua ferocia il nano sanguinario, che travolto dallo stesso meccanismo da lui diretto, finì probabilmente fucilato nel 1939.

Nel corso della purga del 1937-38 furono fucilate circa 700.000 persone ed espulsi oltre 100.000 membri del partito, in buona parte finiti davanti al plotone di esecuzione.
Contro chi fu diretta la purga?
Non vi è dubbio che essa colpì in gran parte membri dell’establishment politico e statale, mentre i precedenti provvedimenti repressivi colpirono nel paese appartenenti alle classi sconfitte, kulak e parte dei contadini medi, in alcuni casi esponenti dell’intellighentsia prerivoluzionaria e, nel partito, prevalentemente la base.

Nel volume di Getty e Mannings in due capitoli si cerca di tipizzare i soggetti più frequentemente colpiti.
Si trattava in genere di dirigenti a livello alto-medio del partito, per lo più entrati nel partito prima e soprattutto durante la rivoluzione e la guerra civile, membri dell’apparato statale sia a livello pansovietico che delle singole repubbliche, maschi, di elevato o medio livello di istruzione; ovviamente furono colpiti quasi al completo i membri delle vecchie opposizioni di destra e di sinistra; nell’ambito delle professionalità i più colpiti furono gli ingegneri e in genere i tecnici impiegati in attività produttive, più facilmente imputabili di sabotaggio; relativamente immuni furono medici, artisti, letterati, insegnanti.
Meno colpiti furono anche i rappresentanti superstiti della vecchia intellighentsia.
Altro settore investito dalla purga fu l’esercito, ai suoi livelli più alti.

La grande purga del 1937-38 fu preannunciata dal primo dei tre grandi processi pubblici del’agosto 1936, che vide sul banco degli imputati i vecchi oppositori Kamenev e Zinoviev insieme ad altre figure minori.
Essa fu preceduta da due eventi: la nuova costituzione che estendeva il suffragio a tutti i cittadini dell’URSS, eliminando le precedenti esclusioni per gli appartenenti alle classi sconfitte o comunque considerati elementi alieni (preti, ex guardie bianche, ex kulak, ex nepman), e nel 1936 una stagnazione nel settore industriale e il peggior raccolto degli anni trenta.

L’inizio ufficiale si ebbe con una risoluzione del Comitato Centrale del febbraio 1937 che invitava “a smascherare e identificare senza pietà e rapidamente i mimetizzati nemici del popolo”.
Un’ ondata di denunce , di arresti e di condanne investì l’intero partito; l’impulso partito dall’alto fu raccolto e amplificato alla base per vari motivi: il desiderio di sbarazzarsi di dirigenti considerati troppo autoritari o colpevoli di favoritismi, abusi o semplicemente ritenuti ostacolo all’ascesa di elementi più giovani, la spinta a trovare capri espiatori per insuccessi da ascrivere a incompetenza, difficoltà obiettive di funzionamento degli impianti, improvvisazione ed eccessiva fretta nel realizzare obiettivi di produzione spesso fissati senza tener conto delle reali possibilità, la scarsa preparazione e cultura delle leve politiche e manageriali ascese durante il I piano quinquennale, l’atmosfera di paura e di sospetto che pervadeva l’intero paese.
Non mancavano certamente reali colpevoli di cospirazioni e di complotti, soprattutto se consideriamo la responsabilità politica di quanti, convinti che la direzione staliniana avrebbe condotto al disastro il paese e il partito, si muovevano in modo più o meno organizzato o concertato per rovesciarla, come dall’esterno incitava a fare Trotzki.
Alla fine si trattava in ogni caso di comunisti, che da una parte o dall’altra, avrebbero impiegato ogni mezzo, legale o illegale, per attuare la linea ritenuta più adatta per la vittoria del socialismo o impedirne la sconfitta.

Secondo una non sospetta testimonianza di Humbert-Droz (L’Internazionale comunista tra Lenin e Stalin Feltrinelli), amico di Bucharin, dirigente del Comintern e uscito dalle fila comuniste nel secondo dopoguerra, nel 1928 Bucharin e gli oppositori di destra d’accordo con gli oppositori di sinistra (Bucharin aveva incontrato clandestinamente Kamenev nel 1928) progettavano l’eliminazione fisica di Stalin.
I contatti tra Bucharin e Kamenev sono confermati nelle memorie della vedova di Bucharin , Anna Larina.
E’ verosimile che il corso degli eventi andò oltre le intenzioni del vertice, tanto è vero che nel gennaio del 1938 l’assemblea plenaria del comitato centrale intervenne per invertirne la direzione, denunciando gli eccessi e gli abusi della purga, con conseguente diminuzione degli arresti e la riabilitazione di molti membri radiati o espulsi; tuttavia il processo non poteva essere facilmente arrestato ed ebbe fine realmente negli ultimi mesi del 1938.

Al congresso del PCUS del febbraio 1939 Stalin, Molotov, Mechlis, soprattutto responsabile del versante militare della purga, denunciarono gli eccessi: Il più purtroppo era fatto, in un drammatico turnover, che spesso vedeva nello stesso luogo di detenzione accusati e inquirenti, man mano che, soprattutto a livello degli organi di sicurezza, si poteva essere colpiti per scarsa vigilanza o al contrario per eccessi ed abusi nel portare avanti la grande purga.

La grande maggioranza del popolo non fu toccata e forse non furono in pochi a rallegrarsi per i colpi subiti da un’elite ritenuta responsabile delle difficoltà della vita quotidiana, dalle quali era sostanzialmente esente.

Alcuni miti , alimentati dagli storici antisovietici e trotzkisti, vanno smentiti.
Contrariamente a quanto affermato la maggioranza dei vecchi bolscevichi non fu colpita: dei 24.000 iscritti prima del 1917 ne sopravvivevano 12.000 nel 1922, 8.000 nel 1927, meno di 5.000 (cioè tra 4.500 e 5.000 n.d.r.) nel 1939, dopo la grande purga. Dei 420.000 membri del PCUS nel 1920 ne rimanevano 225.000 nel 1922, 115.000 nel 1927, 90.000 nel 1939 ( Rigby IL PCUS 1917/1976). Altri dati forniti da JA Getty indicano in 182.600 gli iscritti prima del 1920, dei quali 125.000 erano presenti nel 1939.
Considerando che una parte morì per cause naturali e una parte fu solamente radiata o espulsa senza ulteriori conseguenze è ragionevole pensare che circa il 20% dei vecchi bolscevichi fu vittima dell’ezhovscina. La percentuale fu probabilmente più elevata ai livelli più alti e certamente superiore a quella della popolazione in generale e del personale tecnico e amministrativo non iscritto.

La purga investì l’esercito, ma non nella misura indicata dai vari Conquest, Medvedev ecc. Dei 144.300 ufficiali e commissari dell’Armata Rossa 34.300 furono espulsi per ragioni politiche; di questi 11.586 entro il maggio 1940 furono reintegrati nel posto e nel grado; le vittime della purga nell’esercito furono pertanto 22.705, cioè il 7,7% del totale. Anche in questo caso furono gli alti gradi ad essere più colpiti.
In particolare furono fucilati comandanti di stato maggiore come Tuchacevski e altri in un processo segreto.

Molto si è scritto sull’affare Tuchacevski; una versione è che falsi documenti attestanti il tradimento furono fabbricati e passati dai servizi segreti nazisti a Benes, presidente cecoslovacco, e che questi li trasmise, credendoli autentici, ai servizi sovietici. Stalin potrebbe averne approfittato per decapitare il vertice dell’esercito per prevenire tentazioni bonapartiste da parte dei militari in caso di guerra e difficoltà dell’URSS sul terreno militare; è noto che legami abbastanza stretti si erano stabiliti tra i vertici militari e russi dopo la pace di Versailles, quando i tedeschi, non potendo riarmarsi a casa loro, approfittarono della collaborazione e dell’ospitalità dei militari sovietici.

La collettivizzazione delle campagne aveva avuto echi particolarmente sfavorevoli, raccolti anche ai vertici, tra i soldati in gran parte contadini; storici non stalinisti, come Deutscher e recentemente Getty ritengono probabile una cospirazione a livello dei vertici militari per rovesciare un potere ritenuto impopolare e incapace di affrontare una guerra moderna.
Come sempre dobbiamo capirci e pensare a uno scontro di natura politica, portato alle estreme conseguenze, in cui fu il successivo svolgimento dei fatti, in particolare la vittoria nella grande guerra patriottica, a stabilire le ragioni e i torti in termini politici.

Ancora due parole sull’ assassinio di Kirov, il segretario della federazione di Leningrado, collaboratore stretto di Stalin e suo fedele seguace, ucciso con un colpo di pistola da un giovane studente, Nikolaiev, nel suo ufficio il 1 dicembre 1934.
A seguito del rapporto segreto di Krustsciov fu diffusa la voce che dietro l’assassinio ci fosse la mano di Stalin; numerose commissioni nominate dal partito furono incaricate di far luce sull’episodio. In nessun caso fu evidenziata la responsabilità di Stalin; l’ultima presieduta da Jakovlev, gorbacioviano e poi passato all’antisovietismo, l’ha esclusa.

Credo che meglio di ogni commento personale valga citare la conclusione di JA Getty sulla grande purga del ’37-38: ”I dati concreti indicano che la ezhovscina deve essere ridefinita. Non era stata il prodotto di una burocrazia fossilizzata che eliminava dei dissidenti e distruggeva dei vecchi rivoluzionari radicali. In realtà è possibile che le purghe fossero tutto il contrario. Non è incompatibile con i dati disponibili argomentare che le purghe fossero una reazione radicale contro la burocrazia. I funzionari ben sistemati erano eliminati dal basso e dall’alto in un’ondata caotica di volontarismo e di puritanesimo rivoluzionario.” JA Getty Origin of the great purges; the soviet communist party 1933-38.”

Un dato è certo e fu rilevato dopo la guerra dall’ambasciatore USA Davies che era a Mosca negli anni della grande purga: i nazisti, che avevano trovato appoggio e collaborazione da parti cospicue delle classi dirigenti dei paesi invasi, Petain e Laval in Francia, De Grelle in Belgio, Quisling in Norvegia, Mussert in Olanda, Monsignor Tiso in Slovacchia, non li trovarono nell’URSS invasa e mortalmente minacciata.
L’URSS dal 1928 al 1940 attraversò un periodo, denso di luci ed ombre tra la collettivizzazione delle campagne, i due piani quinquennali, la grande purga del 1937-38.

Alcune cifre desunte da Dobbs- L’economia sovietica, e sostanzialmente coincidenti con quelle di altri AA. (M.Silvestri, Davies- Harrison- Wheatcroft già citati) testimoniano dello sforzo compiuto.
La produzione dell’acciaio passò da 4,3 a 18,3 milioni di tonnellate, del carbone da 15,5 a 135,9, del petrolio da da 11,6 a 31,1, del cemento da 1,5 a 5,7, dell’elettricità da 5 a 18,3 miliardi di kwh, la produzione di cereali da 73,6 a 77,9 milioni di tonnellate, il livello del bestiame ritornò, dopo il crollo conseguente alla collettivizzazione, ai livelli del 1926.
Fu sconfitto l’analfabetismo, fu garantito un livello generale, anche se non elevato, di assistenza sanitaria a tutta la popolazione, aumentarono grandemente docenti e discenti nei vari gradi dell’istruzione, conquiste notevoli furono realizzate in campo scientifico, particolarmente in fisica, chimica, matematica; ma soprattutto emerse una nuova classe dirigente, di origine operaia e in misura minore contadina e una nuova intellighentsia tecnico-produttiva. Erano gli homines novi emersi dai piani quinquennali, che non avevano partecipato ai dibattiti e alle divisioni del gruppo dirigente del vecchio partito, non conoscevano l’occidente, non avevano ascoltato i travolgenti discorsi di Trotzki, non avevano letto i dotti saggi filosofici di Bucharin e individuavano nella direzione staliniana la causa e la garanzia della loro ascesa; essi si identificavano con il gruppo dirigente staliniano e in particolare in un leader, che come loro, si vantava di essere un praktik, che insieme agli altri praktiki, aveva tenuto in piedi il partito durante i duri anni della repressione zarista tra il 1905 e il ’17, che si esprimeva con uno stile forse monotono, ma chiaro, talvolta infiorato da vecchi proverbi russi, e non privo di un certo buon senso contadino. Senza questa base di consenso e lo sviluppo culturale e tecnico connesso non potremmo spiegarci la capacità che ebbe il paese di organizzarsi, affrontare e vincere la guerra. Non sarebbe bastata tutta la polizia politica moltiplicata per 10 a spiegare le vittorie di Mosca, di Stalingrado, di Leningrado, di Kursk e infine di Berlino.

Fu la generazione che combattè e vinse al grido di battaglia.”Za rodina, za Stalina” (per la patria per Stalin), e che sotto l’occupazione tedesca, quando vennero riaperti molti luoghi di culto chiusi dal regime, cantava a bassa voce:”Doloi zerkov, doloi chram - Doloi Hitlera i trista gram - Davai klubo i kino- Davai staliskoie kilo" (al diavolo la chiesa - al diavolo la cattedrale - al diavolo Hitler e i trecento grammi - dateci circoli e cinema - e il chilo (di pane) di Stalin.

Credo di aver dato un piccolo contributo di conoscenze a quella che fu parte essenziale, nel bene e nel male, della storia del movimento comunista, senza assoluzioni e giustificazioni per quanto non può essere assolto e giustificato.
Penso che sia comunque giusto ricercare e ristabilire la verità contro tutti i tentativi di farne una storia di ininterrotti delitti, mentre fu storia drammatica, e anche gloriosa, di un immenso sforzo di emancipazione umana. 


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