Samir Amin è stato un economista, politologo, accademico e attivista politico egiziano naturalizzato francese.
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"Cina 2013" - Samir Amin
La nozione di popolo in Marx, tra proletariato e nazione* - Isabelle Garo**
Io sono marxista. Per me vuol dire “partire da Marx”. Sono convinto che la critica che Marx ha messo nell’agenda del pensiero e dell’azione – la critica del capitalismo, la critica della sua rappresentazione centrale (l’economia politica del capitale), la critica della politica e del suo discorso – costituisce l’asse centrale e imprescindibile delle lotte per l’emancipazione dei lavoratori e dei popoli.
Io non sono “neo-marxista”. Per esserlo, bisogna confondere Marx e i marxismi storici, il che non è il mio caso. I “neo-marxisti” vogliono rompere con il marxismo storico e pensano che bisogna andare “oltre Marx”. Di fatto, essi si oppongono solo a quelli che io definisco “paleo-marxisti”, cioè ai seguaci acritici del marxismo storico, in particolare il “marxismo-leninismo” nelle sue diverse versioni. Essere marxista come intendo io non significa essere “marxiano” (che trova “interessante” una qualche “teoria” di Marx, isolata dal resto dell’opera), né essere “marxologo”.
Significa necessariamente essere comunista.
Significa necessariamente essere comunista.
Marx non dissocia teoria e prassi. Non si può seguire la scia di Marx se non ci si impegna nella lotta per l’emancipazione dei lavoratori e dei popoli. Essere comunista significa anche essere internazionalista. L’internazionalismo non è solo un’esigenza della ragione umanista. Non si cambierà mai il mondo se si dimentica l’immensa maggioranza dei popoli che lo costituiscono, quelli delle periferie.
Questi popoli hanno la responsabilità del proprio avvenire. Non sono i popoli dei centri imperialisti opulenti che possono da soli “cambiare il mondo” (in meglio). La carità, gli aiuti, l’umanitarismo, che si vuole sostituire all’internazionalismo, inteso come solidarietà nelle lotte, contribuiscono solo a consolidare il mondo come è, o, peggio, ad avviarlo verso la costruzione di un apartheid su scala mondiale.
Nel testo che segue, tento di esplicitare le conclusioni cui sono giunto oggi, rispetto alla critica del capitalismo e alle lotte intraprese dalle sue vittime. Non si tratta di “conclusioni definitive”, termine estraneo al mio pensiero (che, penso, si unisce qui a quello di Marx). Un buon numero delle tesi qui presentate hanno la loro storia nel percorso del mio lavoro. Da una prima formulazione alla seguente, ho evidentemente beneficiato di nuove letture – o riletture – ma ho anche tentato di tener conto dell’evoluzione del capitalismo e delle nuove lotte. Ho voluto che il testo restasse di facile lettura e per questo non ho fatto riferimento al percorso dei concetti e delle proposte in questione.
1. Conflitti politici, conflitti sociali. Realtà e rappresentazioni