mercoledì 27 aprile 2016

Le classi nel mondo moderno III. Nuove frontiere della produzione e dello sfruttamento* - Alessandro Mazzone

*Da:    http://www.proteo.rdbcub.it/
Prima parte:   http://ilcomunista23.blogspot.it/2016/02/le-classi-nel-mondo-moderno-alessandro.html                                                                                                                          Seconda parte:   http://ilcomunista23.blogspot.it/2016/04/le-classi-nel-mondo-moderno-la.html 

Chi edificò Tebe dalle sette porte?                                                                      
Nei libri stanno nomi di re.
Furono i re a trascinare i blocchi di pietra?
E Babilonia, distrutta più volte,
Chi la rifabbricò, altrettante volte?
Dove abitavano i costruttori in Lima splendente d’oro?
E la sera, in cui fu terminata la muraglia cinese, dove andarono
I muratori? La grande Roma
È piena di archi di trionfo. Chi li eresse? Su chi
Trionfavano i Cesari? E Bisanzio tanto celebrata
Aveva soltanto palazzi per i suoi abitatori? Perfino nella leggendaria Atlantide
Nella notte in cui il mare la inghiottì, urlavano ancora
Annegando, per chiamare i loro schiavi.
Il giovane Alessandro conquistò l’India.
Da solo?
Cesare vinse i Galli.
Non aveva con se almeno un cuoco?
Filippo di Spagna pianse, sentendo che la sua flotta
Era andata a picco. Non pianse pure qualcun altro?
La guerra dei Sette Anni fu vinta da Federico secondo. Chi    
Vinse, oltre a lui?
A ogni pagina, una vittoria.
Chi preparò il banchetto?
Ogni dieci anni, un grand’uomo.
Chi ne pagò le spese?
Tante notizie.
Altrettante domande.

Bertolt BRECHT: Domande di un operaio che legge. 


In questa terza e ultima parte cercherò di porre in luce - senza alcuna pretesa di completezza - alcuni problemi che si pongono a chi guarda all’attuale fase della mondializzazione e competizione capitalistica dal punto di vista dei lavoratori. 



Di recente è stato reso pubblico il rapporto dell’Ufficio Internazionale del Lavoro (UIL) di Ginevra, creato dopo la prima guerra mondiale sotto l’egida della Società delle Nazioni, e oggi agenzia dell’ONU. I lavoratori salariati nel mondo sono 2800 milioni, circa il 45% della popolazione globale, e il loro numero è venuto crescendo (oltre 100 milioni in più dall’ultima rilevazione). Questo è il primo dato di fatto: il rapporto di capitale investe ormai la maggioranza della popolazione attiva in tutto il mondo. La classe operaia si espande: di fronte a lei la borghesia, a livello mondiale, acquista una sua struttura sempre più oligarchica; le classi intermedie (piccoli produttori indipendenti, per lo più contadini di sussistenza nelle periferie e nei Paesi del c.d. Terzo Mondo) declinano, e si avviano a essere minoranze. - Nei Paesi “centrali”, le metropoli capitalistiche, i “lavoratori dipendenti” sono da un pezzo oltre il 90% della popolazione attiva [1]

Bisogna partire di qui. La tendenza secolare del capitale all’accumulazione, alla concentrazione di tutti i MP (Mezzi di Produzione) in forma di capitale, alla centralizzazione dei capitali non rallenta, ma anzi si accelera nell’età dell’oligopolio, del capitale finanziario, dell’imperialismo, della gerarchizzazione degli ordinamenti statuali e internazionali in funzione dell’oligarchia capitalistica transnazionale. La nuova [2configurazione del MPC (Modo di produzione capitalista), nuova fase dell’imperialismo, che è quella dei nostri giorni, va compresa in questo quadro [3].

Naturalmente, i dati delle statistiche globali, di per sé, non sono strumenti di analisi. Ma non si tratta (solo) di “disaggregarli” (ripartirli per territori, settori produttivi, ecc.). Ancora, occorre raccordarli a categorie concettuali: cioè a quelle determinazioni e forme di movimento del processo complessivo, che permettono l’interpretazione del dato e la verifica, estensione, correzione della teoria. Senza di questo, il dato anche imponente e incontrovertibilmente significativo come quelli ora ricordati, non ci fa fare passi avanti. 

E qui si presenta il primo problema. “Lavoratori dipendenti” è lo stesso che “lavoratori salariati”? Si dovrà dire che tutti coloro che, non disponendo di mezzi di produzione e vendendo la loro forza-lavoro, sono produttori di valore e plusvalore per il capitale che li impiega e remunera, e dunque sono “classe operaia” - ne abbiano coscienza o no?

La distinzione tra “lavoratori dipendenti” e “lavoratori salariati” va fatta innanzitutto in senso obiettivo. (È da sempre politica dei c.d. “datori di lavoro” il creare distinzioni di status, di modalità di trattamento ecc., per dividere i lavoratori - per es., “operai” e “impiegati” in una stessa azienda). La stragrande maggioranza degli “economicamente attivi” (secondo le statistiche correnti: coloro che “producono” un reddito qualunque) è costituita, in un Paese come il nostro, da “prestatori d’opera”  [4]: qui la forma particolare della remunerazione (salario, stipendio, “contratti atipici”) è irrilevante: interessa sapere se si tratta di lavoratori produttivi per il capitale (cioè che contribuiscono alla sua valorizzazione). Per veder questo, occorre prendere come riferimento una unità di produzione (con divisione del lavoro, cooperazione ecc.), e relativo capitale (una “azienda”) o, poi, un insieme di aziende dipendenti da, o riunite in, una impresa. Nell’ una, e poi nell’altra, si potrà allora parlare di lavoratore complessivo: un collettivo di lavoro che, producendo merci, valorizza il capitale investito [5].

La nozione di lavoratore complessivo si riferisce sempre a una unità di produzione, nella quale il capitale si valorizza: siamo perciò al livello concettuale del Processo di produzione del Capitale: qui le unità di produzione (capitalistiche) sono elementi del genere “Capitale”, soggetto del processo [6], e stanno perciò, idealmente, tutte sullo stesso piano: non abbiamo ancora concentrazione, holdings, finanza privata e pubblica - in una parola, non abbiamo processo complessivo della produzione capitalistica, ma soltanto il suo fondamento, appunto il “Processo di produzione del Capitale”.
Prima di procedere, perciò, sarà bene chiarire il carattere di una partizione del “lavoratore complessivo” che ha grande importanza dal punto di vista della divisione del lavoro nella società, complessivamente intesa, e quindi della lotta di classe e dell’egemonia di classe [7], ma che è artatamente distorta nel senso comune (e nelle statistiche, e nei manuali di sociologia), per dividere i lavoratori. Si tratta della partizione tra “lavoro manuale” e “intellettuale”. A prima vista, può sembrare che quei “prestatori d’opera,” che sono ormai oltre il 90% della popolazione attiva, vadano appunto distinti, per cominciare, in “manuali” e “intellettuali”.

Ma: attenzione! Primo. Una attività “puramente” manuale, innanzitutto, non esiste. Anche lo sterratore deve, non solo usare la vanga, o il bulldozer, conformemente allo scopo di questo suo mezzo di lavoro, e orientandone il movimento secondo uno scopo dato, ma deve per prima cosa volere uno scopo, e dirigere sé stesso e il suo lavoro a quello scopo. Questa differenza può sembrar sottile, ma non è affatto “soltanto” teorica! Ogni attività che sia solo orientata a scopo e conforme a lui può essere automatizzata e affidata a macchine. Nella nostra epoca di automazione, informatizzazione e robotizzazione diffusa, la pratica si incarica di mostrare che la differenza è decisiva. Una volta programmato, il computer è incomparabilmente più veloce di un operatore umano, elabora masse di dati incomparabilmente più grandi, ecc.: ma non “pensa”, cioè non pone lui stesso scopi prima di realizzarli. (Un’altra faccenda è che in molti casi, dove la sostituzione della macchina all’operatore umano sarebbe possibile, resti l’operatore umano con un compito ripetitivo e monotono, per motivi di “convenienza”).

Secondo. La distinzione di “lavoro manuale” e “intellettuale” è di grado, non di qualità. L’attenzione - cioè la tensione psico-fisica  c’ è sempre, nel costruire un muro e nello studiare seduti a tavolino. La combinazione delle varie forme di energia umana operanti nell’esecuzione di qualunque lavoro varia nel tempo, secondo le forze produttive sociali (e i rapporti di produzione in cui esse operano). Dunque la distinzione di lavoro manuale e intellettuale è storica, sempre. E deve esser considerata sotto due aspetti: quello dell’interesse immediato e quello delle possibilità di sviluppo della società nel suo complesso. Il primo aspetto tende a identificarsi con gli interessi della classe dominante, in particolare quando essa, come è per l’odierna borghesia oligarchica, non è più dirigente, cioè la promozione delle sue condizioni di esistenza e di potere non importa promozione di sviluppo sociale e umano di altre classi.

Ma storico è il rapporto di lavoro manuale e lavoro intellettuale non solo nel lungo periodo (come è intuitivo: si pensi alle masse contadine e al tenue strato di intellettuali-chierici nel Medioevo, p. es.): esso è anzi processo in ogni istante, il cui ambito generale di variazione (ma solo l’ambito generale!) è la forma di moto della Riproduzione sociale complessiva, e quindi, in lei, il rapporto di produzione fondamentale. Così le funzioni “fisiche” e “intellettuali” del lavoro sono, nel loro complesso, quelle che la Riproduzione sociale complessiva in un determinato istante esige. Esse costituiscono un insieme di potenze sociali, che può essere promosso e ampliato, o viceversa disperso e lasciato decadere. Dunque: il rapporto di lavoro manuale e intellettuale riguarda tutta intera la classe lavoratrice. Nel mondo moderno, questo rapporto è una questione di classe e di lotta di classe, nello scontro sulla quale si gioca una fondamentale partita di egemonia.

Si pone qui il problema dell’istruzione-educazione. Esso è ben diverso dalla questione delle c.d. “competenze” richieste a breve termine dalle esigenze della produzione in rapporti dati! Infatti (come si è accennato nella Parte II), la produzione di futuri produttori capaci, e capaci di apprendimento può emergere solo da una concezione alta e ampia del processo sociale e del progresso umano - dei tipi umani che in quel processo sono diventati e diventano possibili, anzi necessari per lo sviluppo di ciascuno, e per questa via, della collettività [8].

Quello qui indicato come oggetto della lotta egemoniale di classe, dirà qualcuno, è un obiettivo comunista! Sia pure: ma appunto, questo obiettivo NON è un astratto “futuribile”! Esso è portato dallo sviluppo delle forze produttive, che, con la rivoluzione del controllo, rende impensabile la sussunzione del lavoratore sotto una mansione vita natural durante (come fu nell’epoca della divisone manufatturiera del lavoro). Non vale più “la vita è breve, l’arte lunga”, ma proprio - ormai - l’opposto. (Pensabile e praticabile, naturalmente, è la precarizzazione generalizzata, la forza-lavoro usa-e-getta, lo scialo massiccio di energie ed esistenze umane. Ci torneremo più avanti.)

È purtroppo diffusa nel nostro Paese, ma profondamente errata e retrograda, la veduta della formazione delle nuove generazioni sotto il profilo del rendimento scolastico (quando non, peggio, delle banali “pagelle”). La gran diffusione di questa veduta si può spiegare con la meschina demagogia (“scuola facile”, tutti promossi) e l’ignavia (tanti rappezzamenti, nessuna riforma organica, in 60 anni) di governanti, prima democristiani, poi neoliberali, che - mentre l’Italia diventava Paese industriale e poi “terziarizzato” - han fatto della scuola pubblica un grande serbatoio clientelare prima, e poi un campo di rovine. È vero: senza una scuola pubblica aperta a tutti, democratica, repubblicana (“laica”), capace di promuovere i capaci e meritevoli senza riguardo al censo, non c’è progetto di educazione e formazione in vista dello sviluppo collettivo e di ogni individuo. E non c’è neppure progetto capace di mettere la nazione in grado di competere civilmente con le altre paragonabili (come mostrano le statistiche internazionali, lo studio P.I.S.A, in cui l’Italia figura agli ultimi posti). Tutto questo è vero. Ma va detto anche che tutto questo è solo la condizione, lo strumento, forse anche il principio organizzativo della pubblica istruzione-educazione: ma non di più. Va detto, e fatto capire, che manca ancora il contenuto, e il contenuto è dato dagli scopi che si perseguono - dall’ideale di cultura umana che sta a monte di tutti i programmi di insegnamento e di studio, dà loro vita e senso, e senza il quale quei programmi diventano vuoti e umilianti schematismi. Chi va a scuola oggi, sarà uomo e donna matura nel 2030, nel 2050. Che cosa farà allora, e fino allora? Basta fare questa semplicissima riflessione per vedere che la questione dello “ideale formativo” non è solo una questione di produzione di ricchezza, e neppure del benintenzionato auspicio per un’Italia nazione “più colta”! A monte di tutto ciò è la questione di classe. Una questione di classe, alla stregua della quale si misurò la capacità egemonica della borghesia finché essa fu progressiva, e si misura oggi il carattere distruttivo di un potere oligarchico, che pare non aver altra prospettiva che quella del Re Sole - “dopo di me, il diluvio!”, e che va detto propriamente, tirannide. “Tirannide”, infatti, vuol dire esercizio del potere contro la vita e gli interessi fondamentali di chi quel potere subisce.

Ben altro, dunque, si nasconde sotto la classificazione sociologica e immediata delle mansioni “manuali” e “intellettuali”. Il potere dell’oligarchia capitalistica (nazionale e transnazionale)diventa tirannico, là dove e in quanto i rapporti di produzione capitalistici cominciano ad entrare in contrasto con lo sviluppo delle forze produttive - umane in primo luogo.

2. Aziende, imprese, filiere

Abbiamo visto che i lavoratori dipendenti si distinguono obiettivamente, non secondo il tipo di remunerazione che ricevono (salario, stipendio), né secondo il tipo di prestazione (“manuale”, intellettuale”), ma secondo il loro rapporto con la produzione di plusvalore, la valorizzazione del capitale che li usa.

Questa valorizzazione, come sappiamo, implica il ciclo del capitale: il prodotto-merce deve essere venduto (“realizzato”) per fungere davvero come merce, quindi anche come capitale, e generare profitto. Ma la modalità e l’ambito della realizzazione è un fenomeno storico entro la produzione industriale capitalistica (come mostrava A. Smith nella Ricchezza delle Nazioni,all’alba della Rivoluzione Industriale). Essa dipende caso per caso da determinanti economiche, geografiche (distanze, trasporti), storico-sociali [9] - non dal c.d. puro “mercato” [10]

In condizioni capitalistiche alquanto sviluppate, avremo una figura nuova del capitale commerciale, il “capitale per il commercio di merci”: la parte terminale del ciclo D-M-D’, cioè la commercializzazione e vendita delle merci prodotte [p...M’ - D’ ], diventa oggetto dell’attività di altri capitali, che rilevano queste merci dai capitalisti industriali e le rivendono, vuoi ad altri produttori capitalisti a valle nella catena produttiva, vuoi al consumatore finale. Nei capitalismi della seconda metà del XX secolo, si diffonde larghissimamente la figura dei lavoratori della distribuzione commerciale branche affini [11]. La “grande distribuzione”, del resto, è oggi familiare a tutti.

Tuttavia, quando si è già prodotto M’ (cioè merce carica di valore e plusvalore), la metamorfosi M’-D’ (la realizzazione in denaro) è momento della pura circolazione del capitale, e non sembra produrre nuovo valore e plusvalore [12]. La domanda che ci poniamo ora è: i lavoratori dipendenti del commercio, della distribuzione, e delle branche affini, sono “produttivi” (di plusvalore, di profitto) o no? E se non lo sono, in che senso si può dire che sono “lavoratori” come gli altri (p. es., gli operai di fabbrica), cioè producono, complessivamente, la ricchezza reale, ossia la massa complessiva di valori d’uso (come sempre: “materiali” o “immateriali” non importa), di cui è costituita appunto la “ricchezza”, l’insieme di quello che può essere acquistato e goduto o consumato (in un regime capitalistico)? Per rispondere a questa domanda ci serviremo di alcune nozioni marxiane [i], ma unicamente per intendere che il problema si pone al livello della produzione e circolazione nel suo insieme, nel “Processo complessivo della produzione capitalistica”, e quindi riguarda la divisione del lavoro, non più (solo) nelle unità di produzione (aziende, imprese), ma nella società posto, beninteso, e come al solito, che per clausola di astrazione si abbia che tutta la produzione sia capitalistica.

Oltre a questa clausola, Marx affronta il problema introducendone una seconda: e cioè, che i molti capitali, in concorrenza tra loro, possano “trasmigrare” in tempi relativamente brevi, entro un settore o branca di produzione e da un settore a un altro, muovendo sempre a quegli impieghi che offrono il profitto più elevato. (Nel capitalismo di libera concorrenza, questa clausola permette un avvicinamento alla realtà, rispetto all’astrazione della pura e semplice “Produzione del capitale” [come in Capitale I], pur studiandosi sempre “il fenomeno nella forma pura”). Ciò posto, Marx mostra che il capitale commerciale partecipa alla spartizione generale del plusvalore, nella forma di una quota del profitto totale (profitto di tutto il capitale fungente in una economia in un istante tproporzionale al capitale investito, sebbene il capitale per il commercio di merci, come somma sborsata, sia di regola molto più grande del “normale” c+v (c, capitale costante, indica i mezzi di produzione, che qui sono uffici, magazzini, mezzi di trasporto ecc.; v, come sempre, indica il capitale variabile, cioè sborsato in salari dei lavoratori occupati). Infatti, l’operazione-base è qui: D-M (acquisto delle merci dai produttori industriali capitalisti, dove “industriali”comprende naturalmente la produzione agricola capitalistica), e M-D (rivendita delle stesse merci). L’argomentazione di Marx si svolge tutta al livello della produzione e riproduzione sociale complessiva [13], e verte sul fatto che, da questo punto di vista, il capitale totale investito è, a parità di effetto (e quindi di saggio del profitto sul capitale totale stesso, perciò di saggio medio), sempre di nuovo minore di quello che sarebbe se i singoli produttori capitalisti dovessero destinare risorse (magazzini, contabili, ecc.) a vendere essi stessi, all’ingrosso e al dettaglio, le merci prodotte. Non è il caso di entrare qui nel dettaglio di questa argomentazione. Va osservato, però, che la riduzione del tempo di produzione (=tempo di lavoro + tempo di circolazione), e quindi della rotazione dei singoli capitali [i], è di grande attualità nella “terza maniera” dell’imperialismo, quella odierna! Qui, infatti, svolge una funzione importante la c.d. “qualità totale” - ottenuta sostanzialmente con la riduzione tendenzialmente a zero del tempo che intercorre tra il completamento del prodotto-merce e la sua realizzazione, e, soprattutto, con la precarizzazione o “flessibilizzazione” massima della forza-lavoro impegnata.

Si può dimostrare, mediante un modello teorico, che nella produzione “a rete” una quota del plusvalore prodotto nelle aziende subappaltatrici o nelle fasi esternalizzate viene assorbito dal”centro”, cioè nell’impresa in cui sono concentrate le determinazione del prodotto finito e del “target” di mercato. In genere, i fenomeni di “decentramento produttivo... spesso si accompagnano a... intensi processi di concentrazione finanziaria e proprietaria” [14].

Questa doppia tendenza si accentua nella c.d. “filiera produttiva”. Per rendersene conto, si consideri uno schema in cui il “centro” programmi un prodotto o una gamma di prodotti in qualunque modo collegabili (l’affinità merceologica non è necessaria: basti pensare ai “marchi”). Questa progettazione complessiva è fatta dunque in vista della realizzazione, la metamorfosi M’-D’. La produzione in tutte le sue fasi, dalle materie prime ai mezzi di lavoro specifici, agli investimenti fissi, alla confezione, imballaggio, trasporto, nonché la commercializzazione in tutte le sue fasi, vengono programmate al “centro”, in funzione della realizzazione. Ma la produzione vera e propria può essere scomposta in (1) prodotti a monte (materie prime, ecc.); (2) componenti; (3) montaggio del prodotto finito. (1) e (2) possono essere delegati a terzi, per esternalizzazione e delocalizzazione: questi terzi restano economicamente legati al “centro”, cui trasferiscono una parte del plusvalore, mentre sfruttano condizioni localmente “favorevoli” (basso prezzo della forza-lavoro, vantaggi fiscali, o altro). Ancora: (1) impiegherà a sua volta materie prime e mezzi di lavoro, macchine ecc., che gli verranno ceduti da terzi. L’integrazione verticale non sarà più necessariamente industriale, ma piuttosto finanziaria (si pensi a holdings composite, come la ITT, p. es.); oppure, (2) potrà ricevere dal centro i suoi mezzi di produzione specifici, p. es sotto forma di leasing del macchinario (in sostanza, una forma di prestito ad interesse). Le varianti sono numerose, possono essere combinate tra loro e permettono alla “filiera” transnazionalexxx di scegliere in ogni momento le condizioni più convenienti, in Paesi diversi. La progettazione complessiva delle “linee” di prodotti e del loro smercio fornisce la base per istituire e consolidare vincoli economici e finanziari tra il “centro” e la periferia in cui è dislocata la produzione, o alcune sue fasi. Lo stesso vale a valle: confezione, imballaggio, trasporto, commercializzazione, promozione pubblicitaria, possono essere demandati a terzi, “esternalizzati”, secondo la convenienza del momento.

Alle linee di comando “tecnologiche” ed economiche garantite dalla progettazione complessiva di tutti i flussi, materiali e monetari, fatta al “centro”, si aggiungono, per le imprese transnazionali, le linee di comando proprie del capitale finanziario.

Condizione tecnica di tutto ciò è la riduzione delle distanze fisiche economicamente rilevanti, e la flessibilizzazione totale della produzione al centro, grazie all’automazione del controllo e alla possibilità di produrre per serie maggiori o minori, sempre just in time (“qualità totale”). Ma la condizione essenziale è la “flessibilizzazione” della forza-lavoro, mediante la segmentazione giuridica e geografica dei rapporti di lavoro, il supersfruttamento e la precarizazione.

L’uso segmentato della forza-lavoro (che naturalmente sarà remunerata al ribasso, secono il “costo del lavoro” più conveniente nelle periferie geografiche e sociali dove ha luogo la esternalizzazione) si accompagna al governo dei flussi materiali, che ribalterà sugli “indipendenti” (“indotto” a monte e a valle, subappalti ecc.) le fasi di minore smercio, il passaggio a nuove “linee” di prodotti, ecc. - E ancora: l’uso segmentato della forza-lavoro, insieme alla possibilità di scelta di condizioni materiali esterne (infrastrutture), nonché giuridiche, fiscali, e normative in genere, in un ambito plurinazionale che contiene differenziali diversamente sfruttabili, garantisce la fluidità - cioè riduce i tempi di rotazione del capitale investito e permette nuove forme di profitto di monopolio, limitate in genere nel tempo, ma sempre rinnovabili [15].

Di fatto, le “filiere” sono essenzialmente transnazionali
 sono un aspetto dell’internazionalizzione del capitale [16]. Possiamo ancora parlare di un “lavoratore complessivo” che comprenda tutti i salariati, a qualsiasi titolo, nelle diverse imprese che si assommano nella filiera? Per un certo verso, sì: in quanto un prodotto (o una gamma di prodotti), che passa nelle diverse fasi in imprese diverse inserite nella filiera, ed è progettato fin dall’inizio come valore, come merce vendibile, incorporerà tutte le attività lavorative scomposte e localizzate in imprese diverse. Queste attività, che concorrono alla fabbricazione e vendita del prodotto (o gamma), permettono la valorizzazione del capitale.

Ma è chiaro che questo aspetto della cosa può esser tenuto fermo solo mettendo in ombra la presenza e il ruolo decisivo dei capitali “centrali” nella filiera, il carattere di oligopoli che essi spesso hanno, le funzioni del capitale finanziario, e, all’interno della filiera, la gerarchia, mobile ma ineliminabile, della varie unità di produzione. Al profitto del capitale “centrale” del “baricentro” della filiera [17] - si aggiunge un “vantaggio competitivo” (M. E. Porter), che viene sì ri-acquisito sempre di nuovo, e idealmente, in ogni istante, ma non è meno un superprofitto di monopolio. Alla capacità del “baricentro” di attrarre a sé quote del plusvalore prodotto nei segmenti esternalizzati o delocalizzati si associa, come abbiamo visto, il carattere oligopolistico della “offerta”. Che vale tanto nei confronti di altri capitali cui vengono venduti mezzi di produzione, quanto nei confronti dell’ultimo acquirente, il “consumatore”, i cui comportamenti vengono preordinati e influenzati in ogni caso (v. le c.d. utilities, servizi di trasporto, telecomunicazione ecc.).

3. Possibili campi di azione

In queste condizioni, la segmentazione locale e internazionale della classe operaia sembra costituire, al presente, un vantaggio insormontabile del capitale. Ma vi sono almeno due altri aspetti.

Primo. Nei Paesi capitalistici “centrali”, la informatizzazione della produzione e delle attività connesse (dalla progettazione alla commercializzazione ai servizi bancari, ecc.) tende anche ad omogeneizzare le prestazioni di lavoro. Questo va, in prospettiva, oltre la proletarizzazione di fatto di strati “intermedi - impiegati, tecnici, insegnanti, sia nel privato che nel pubblico, - più volte segnalata nell’ultimo mezzo secolo, sia per il reddito che per gli stili di vita. Riemerge qui, anzi, il carattere di classe della formazione. Una formazione fondamentale, scientifica, e poi polivalente è possibile. L’imporla dipende dai rapporti di forza tra le classi, nel senso dell’egemonia, e quindi nel quadro delle tradizioni di cultura e di democrazia in ogni Paese. Questi rapporto di forza, attualmente, non sono favorevoli, come è noto. Nondimeno, per questo lato la segmentazione è parvenza. Quel che è segmentato, in realtà, non sono i lavoratori, ma le prestazioni. Ma si tratta di prestazioni che si modificano rapidamente nel tempo, e non è più possibile sussumere un lavoratore sotto una funzione parziale relativamente permanente come ai tempi della manifattura, prima delle macchine. I lavoratori diventano sì appendici del processo, come nel sistema di macchine ottocentesco e poi in quello “fordista”: ma si tratta ora di un processo che per sua natura e organizzazione, con la rivoluzione del controllo, deve mutare continuamente, o in tempi brevi.

Nella macchina informatica l’oggetto di lavoro sono informazioni, appunto, da trasmettere ad altri (“in rete”), o ad automi (progettazione e manifattura del prodotto computer aided): ma una volta schematizzate e programmate, queste informazioni possono venire incorporate nel sistema, e l’operatore umano al terminale è necessario (tecnicamente) solo per apprendere dal sistema novità per sé, o per introdurre nel sistema novità per il sistema. La produzione di schemi di flusso, di sequenze informatiche, di programmi è oggi devoluta a uno strato di specialisti. Ma anche qui, una volta messi in opera, questi schemi e programmi andranno ri-progettati in una fase ulteriore, che interverrà in tempi medio-brevi. Segmentate sono così “competenze” e “mansioni” transeunti per definizione. Se la risposta capitalistica a questa sfida è il subappalto e la precarizzazione, la risposta operaia può essere l’educazione politecnica in senso nuovo [18], e la solidarietà sulla base di una vera alfabetizzazione informatica universale. Questa non significa certo diffondere le basi di future “competenze” singole da sfruttare precariamente e poi scartare! Al contrario, si tratta di costruire una comune e condivisa capacità civilizzatoria, che - aggiungendosi alla alfabetizzazione vera e propria - crei uno spazio universale di idee [19], e che perché comune e condivisa capacità, praticata nel lavoro, sarà sviluppabile nel cursus vitae di ciascuno [20].

Secondo. La segmentazione operaia nella figura di “filiera” può creare anche elementi di debolezza per il capitale. La filiera è, sì, mobile per definizione. Ma un arresto della produzione, nel Messico o a Hong Kong, se avviene e nel momento in cui avviene, può colpirla nel suo punto decisivo - la “qualità totale” che vuol dire “qualità subito” (G. Gattei). Certo: la solidarietà internazionale dei lavoratori può essere, oggi, solo un obiettivo a lungo termine. Nessuno può rallegrarsi della crisi di iscritti, di capacità d’azione, di prospettive, in cui versano i sindacati “storici”; mentre il neocorporativismo, dentro e fuori di essi, viene promosso e alimentato, economicamente e ideologicamente. Ma il ricatto padronale sui lavoratori dei Paesi “centrali” ha un limite: il tentativo di ridurre tutti a salari “cinesi” (o romeni...) si scontra con la necessità di realizzazione di merci prodotte in rapporto allo sviluppo civilizzatorio di questi stessi Paesi. Così la “crisi di lavoro” è, in realtà, soltanto l’apparenza della “crisi di capitale” - come ha scritto Gianfranco Pala.

Ma con questo aspetto si apre la strada a due questioni ancora più ampie. La prima è quella dei caratteri nuovi che il capitalismo monopolistico di Stato, che non è morto di certo, acquista nell’ epoca della mondializzazione “tronca” e distorta (Samir Amin), delle funzioni che la normativa giuridica e il potere di Stato assumono per garantire e agevolare il libero movimento dei capitali, e in parte delle merci, ma per regolamentare quello del lavoro vivo. Con questa complessa questione si intreccia, all’orizzonte, quella della riduzione del tempo di lavoro socialmente necessario in senso complessivo (o, come si può dire, su scala macroeconomica). Nei Paesi “centrali” del capitale la produttività del lavoro sociale è cresciuta e continua a crescere, anche grazie alla produzione “a rete”, ma soprattutto in seguito alla rivoluzione industriale del controllo, all’utilizzazione della scienza e delle forze della natura, fino ad avvicinarsi a quel limite in cui, secondo Marx, essa “non ha più comune misura” con il capitale nel suo processo, cioè “con la forma storica determinata dei rapporti di produzione”. Però questo fenomeno, se lascia apparire all’orizzonte un’epoca nuova, non si produce affatto uniformemente nelle varie regioni del pianeta, e ciò non già nonostante la mondializzazione capitalistica, ma anzi proprio in conseguenza di essa, e della polarizzazione tra vecchi e nuovi “centri” e “periferie” che essa porta con sé. È in questo quadro che si pongono, io credo, iproblemi della lotta di classe che sono davanti a noi, oggi. 


[1] Cfr. R. MARTUFI e L. VASAPOLLO, Eurobang. La sfida del polo europeo nella competizione globale. Roma, Mediaprint, 2000. Pag. 39 ss.
[2] Cfr. G. GATTEI, Tre maniere dell’imperialismo, in: AA.VV., Il piano inclinato del capitale. Jacabook, Milano 2003.
[3] Altro che “spettro di Marx” e “previsioni azzeccate” del Manifesto dei comunisti del 1848! Certo: nel Manifesto leggiamo che “la borghesia... costringe tutte le nazioni ad adottare il [suo] modo di produzione”. Ma non si trattò di divinazione! Sono le forme o “leggi”) di movimento del MPC, elaborate nel Capitale, che trovano sostanziale conferma, oggi, quando non più il 5-10% della produzione (come quando Marx scriveva), ma ormai la massa maggiore della produzione nel mondo ha forma capitalistica.
[4] Codice civile, § 2094 ss.: “prestatore d’opera” è il “prestatore di lavoro subordinato”, manuale o intellettuale, nell’impresa.
[5] Cfr. Capitale I, cap. 14, inizio: “Col carattere cooperativo del processo lavorativo si amplia.... il concetto del lavoro produttivo e del veicolo di esso, cioè del lavoratore produttivo. Ormai... per lavorare produttivamente non è più necessario por mano personalmente al lavoro, è sufficiente essere organo del lavoratore complessive compiere una qualsiasi delle sue funzioni subordinate”. - La direzione operativa, più o meno gerarchizzata, ed economico-finanziaria del collettivo esercita una duplice funzione: di razionalizzazione permanente dei MP e del lavoro (c.d. “risorse umane”) in vista del prodotto (“materiale” o “immateriale” che sia - è indifferente); e di produzione del profitto. Le due funzioni non coincidono. È poi noto che la remunerazione dei c.d. managers comprende di fatto, e spesso anche formalmente (attribuzione di quote azionarie ecc.) parti del profitto, sebbene questi agenti del capitale siano, come elementi tecnici del lavoratore complessivo, suoi salariati.
[6] Cfr. la Parte II, nel n° precedente di “Proteo”.
[7] Cfr. in “Proteo”, 1/2004, Il movimento dei lavoratori e la nozione storica di egemonia, p. 119 ss.
[8] Tanto decisiva questione di classe è questa, che proprio qui si registrano le più straordinarie falsificazioni e mistificazioni. I futuri lavoratori capaci e capaci di apprendere, che si tratta di educare ora, e naturalmente anche nella scuola, ma non solo a scuola, fin da bambini e non solo in certe ore o mesi, ecc., saranno dunque flessibili. Ma appunto, NON nel senso reso corrente dalla pubblicistica di Lorsignori (il “lavoro flessibile” di trista notorietà), ma proprio al contrario. “Flessibili” perché capaci di sviluppare sé stessi e così la loro attività nel corpo sociale. Non-ossificati, non-settorializzati, ecc.
[9] In tal senso va intesa anche la nota espressione di Marx, secondo cui la compravendita delle merci ai prezzi di produzione suppone un grado di sviluppo più elevato che non il loro scambio al valore: il “grado più elevato” è quello di uno sviluppo della produzione capitalistica tale, da poter rispondere alle clausole di modellizzazione del valore di mercato e quindi del tasso medio del profitto, sulla cui base è reale, e capitalisticamente calcolabile, il “prezzo di produzione”.
[10] Sui “valori” di quest’espressione camaleontica, che presa assolutamente di per sé è priva di significato, si legga l’arguto e istruttivo saggio di V. GIACCHÈ, I mille volti di Mister mercato, in “La contraddizione”, n° 105, 2004.
[11] Ciò si è verificato dapprima negli USA, come è noto. Storicamente, gli impiegati nel commercio furono in una prima fase lavoratori più qualificati e meglio pagati. Poi le cose cambiano. Negli USA, già verso il 1960, il loro salario medio era pari al 60% di quello degli operai dell’industria.
[12] Questo non riguarda il trasporto a destinazione delle merci, o altre operazioni, che - secondo Marx - pur svolgendosi nella sfera della circolazione, completano la vera e propria produzione delle merci, ma solo i “puri costi di circolazione).
[i] Capitale III, cap. 17, Il profitto commerciale.
[13] La “Riproduzione sociale complessiva” in senso stretto, cfr. Parte II, in “Proteo” 2, 2004.
[i] Capitale II, cap. 7, tempo di rotazione e numero delle rotazioni.
[14] R. MARTUFI e L. VASAPOLLO, Eurobang, cit., p. 163.
[15] Questo, ritengo, può spiegare i vantaggi competitivi che godono le “piccole” e medie multinazionali, oltre alle grandi.
[16] A metà degli anni 1980 Horst HENNINGER e Lutz MAIER distinguevano gli aspetti “transnazionali” da quelli “internazionali”, sottolineando in particolare i problemi di regolazione che ne derivano, in Internationaler Kapitalismus, Dietz, Berlin (DDR), 1987, parte I, cap. 4.3, p. 157 ss.
[17] M. DONATO e G. PALA, La catena e gli anelli. Divisione internazionale del lavoro, capitale finanziario e filiere di produzione. Napoli 1999.
[18] Cfr. K. MARX, Capitale I, cap. 13, 9. Marx intravvede allora la possibilità, data la “inevitabile” presa del potere politico da parte della classe operaia, di una istruzione politecnica che avviiasse il superamento della divisione del lavoro nel “sistema di macchine”.
[19] Di idee, sì. Non si tratta davvero del “chatting” sulla “Gran rete”, che qualche sprovveduto ha scambiato per “democrazia telematica”.
[20] Andavano in questa direzione i progetti - rimasti poi sulla carta - per l’uso dell’informatica nella RDT. V. l’ annuario “Politiche Oekonomie” del 1987, con ricca documentazione e bibliografia. 



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