martedì 20 giugno 2017

LA FORMA DI MERCE DELLA FORZA-LAVORO*- Gianfranco Pala**

*Bandiera rossa, 49, Milano 1995   http://www.contraddizione.it/scritti.htm   **gianfrancopala economista in pensione...  
                                                 


La capacità di lavoro, se non è venduta, non è niente.
(Jean-Charles-Léonard Simonde de Sismondi)


la comprensione della sola “ricchezza” del proletariato

1. “La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una "immane raccolta di merci" e la merce singola si presenta come sua forma elementare. Perciò la nostra indagine comincia con l’analisi della merce”.

2. “All’inizio la merce ci si è presentata come qualcosa di duplice, valore d’uso e valore di scambio. In un secondo tempo s’è visto che anche il lavoro, in quanto espresso nel valore, non possiede più le stesse caratteristiche che gli sono proprie come generatore di valori d’uso. Tale duplice natura del lavoro contenuto nella merce è stata dimostrata criticamente da me per la prima volta. E poiché questo punto è il perno intorno al quale ruota la com­prensione dell’economia politica, occorre esaminarlo più da vicino”.

3. “Il cambiamento di valore del denaro che si deve trasformare in capitale non può avvenire in questo stesso denaro, poiché esso, come mezzo di acquisto e come mezzo di pagamento, non fa che realizzare il prezzo della merce che compera o paga ... Il cambiamento deve verificarsi nella merce che viene comprata ..., ma non nel valore di essa, poiché vengono scambiati equivalenti, cioè la merce vien pagata al suo valore. Il cambiamento può derivare dunque soltanto dal valore d’uso della merce come tale, cioè dal suo consumo. Per estrarre valore dal con­sumo d’una merce, il possessore di denaro dovrebbe esser tanto fortunato da scoprire, all’interno della sfera della circolazione, cioè sul mercato, una merce il cui valore d’uso stesso possedesse la peculiare qualità d’esser fonte di valore; tale dunque che il suo consumo reale fosse, esso stesso, oggettivazione di lavoro, e quindi creazione di valo­re. E il possessore di denaro trova sul mercato tale merce specifica: è la capacità di lavoro, ossia la forza-lavoro”.

4. “Per forza-lavoro o capacità di lavoro intendiamo l’insieme delle attitudini fisiche e intellettuali che esi­stono nella corporeità, ossia nella personalità vivente d’un uomo, e che egli mette in movimento ogni volta che pro­duce valori d’uso di qualsiasi genere... La forza-lavoro come merce può apparire sul mercato soltanto in quanto e perché viene offerta o venduta come merce dal proprio possessore, dalla persona della quale essa è la forza-lavoro. Affinché il possessore della forza-lavoro la venda come merce, egli deve poterne disporre, quindi essere libero pro­prietario della propria capacità di lavoro, della propria persona. Egli si incontra sul mercato con il possessore di de­naro e i due entrano in rapporto reciproco come possessori di merci, di pari diritti, distinti solo per essere l’uno compratore, l’altro venditore, persone dunque giuridicamente eguali... Il proprietario di forza-lavoro, quale persona, deve riferirsi costantemente alla propria forza-lavoro come a sua proprietà, quindi come a sua propria merce”.

5. “Una cosa è evidente, però. La natura non produce da una parte possessori di denaro o di merci e dall’al­tra puri e semplici possessori della propria forza lavorativa. Questo rapporto non è un rapporto risultante dalla storia naturale e neppure un rapporto sociale che sia comune a tutti i periodi della storia. Esso stesso è evidentemente il ri­sultato d’uno svolgimento storico precedente, il prodotto di molti rivolgimenti economici ... Esso nasce soltanto do­ve il possessore di mezzi di produzione e di sussistenza trova sul mercato il libero lavoratore come venditore della sua forza-lavoro e questa sola condizione storica comprende tutta una storia universale”.

6. “Ormai dobbiamo considerare più da vicino quella merce peculiare che è la forza-lavoro. Essa ha un va­lore, come tutte le altre merci... determinato dal tempo di lavoro necessario alla produzione e, quindi anche alla ri­produzione, di questo articolo specifico ... ossia: il valore della forza-lavoro è il valore dei mezzi di sussistenza ne­cessari per la conservazione del possessore della forza-lavoro ... la somma dei mezzi di sussistenza necessari alla produzione della forza-lavoro include i mezzi di sussistenza delle forze di ricambio, cioè dei figli dei lavoratori, in modo che questa razza di peculiari possessori di merci si perpetui sul mercato... È un sentimentalismo troppo a buon mercato il trovare brutale queste determinazioni del valore della forza-lavoro, la quale deriva dalla natura stessa del­la cosa”.

7. “La natura peculiare di questa merce specifica, la forza-lavoro, ha per conseguenza che, quando è con­cluso il contratto fra compratore e venditore, il suo valore d’uso non è ancor passato realmente nelle mani del com­pratore, ... ma il suo valore d’uso consiste soltanto nella successiva estrinsecazione della sua forza... Il valore d’uso che il possessore del denaro riceve, per parte sua, nello scambio, si mostra soltanto nel consumo reale, nel processo di consumo della forza-lavoro. Il processo di consumo della forza-lavoro è allo stesso tempo processo di produzione di merce e di plusvalore. Il consumo della forza-lavoro, come il consumo di ogni altra merce, si compie fuori del mercato ossia della sfera della circolazione. Quindi, assieme al possessore di denaro e al possessore di forza-lavoro, lasciamo questa sfera rumorosa che sta alla superficie ed è accessibile a tutti gli sguardi, per seguire l’uno e l’altro nel segreto laboratorio della produzione sulla cui soglia sta scritto: Vietato l’ingresso agli estranei - No admittance except on business. Qui si vedrà non solo come produce il capitale, ma anche come lo si produce, il capitale. Final­mente ci si dovrà svelare l’arcano della fattura del plusvalore”.

8. “Tutti i termini del problema sono risolti e le leggi dello scambio delle merci non sono state affatto vio­late. Si è scambiato equivalente con equivalente ... La trasformazione del denaro in capitale deve essere spiegata sulla base di leggi immanenti allo scambio di merci, cosicché come punto di partenza valga lo scambio di equiva­lenti ... deve avvenire entro la sfera della circolazione e non deve avvenire entro la sfera della circolazione... Tutto questo svolgimento, la trasformazione in capitale del denaro ... avviene e non avviene nella sfera della circolazione. Avviene attraverso la mediazione della circolazione, perché ha la sua condizione nella compera della forza-lavoro sul mercato delle merci; non avviene nella circolazione, perché questa non fa altro che dare inizio al processo di va­lorizzazione, il quale avviene nella sfera della produzione. E così tout est pour le mieux, dans le meilleur des mon­des possibles”.

Queste sono le condizioni del problema. Hic Rhodus, hic salta!”.


Così - è ben noto - Marx comincia e articola lo studio del capitale nel Capitale. Nell’a­pertura di un dibattito sulla (rinnovata) attualità di Marx nulla di maggiormente significativo può essere dell’invito a (ri)leggere con estrema attenzione le più importanti analisi di Marx stes­so. Le otto proposizioni riportate in apertura rispondono a questo invito. E rispondono a esso in molteplici significati. Non sono mere “citazioni”, bensì riscrittura di un testo troppo spesso igno­rato, dimenticato o frainteso. Vogliono essere proposizioni di concetti, categorie e determinazio­ni economiche delle quali è inutile tentare parafrasi o rielaborazioni artificiose, giacché non po­trebbero essere scritte meglio. La “provocazione” - alla maniera brechtiana, di critica della falsa “originalità” di supponenti “nuovi” teoristi - consiste proprio nel mostrare che è l’autenticità marxiana (in accezione ortodossa e non in trasposizione dogmatica o, peggio, fideistica), an­ziché presunte e plurime interpretazioni marxiste, a dare ragione dell’attualità dell’analisi scien­tifica condotta da Marx stesso.

La lettura di quelle otto proposizioni conduce a spiegare come Marx denoti quale sia il carattere dominante della merce nella “forma di società che noi dobbiamo considerare”: poiché sapere per prima cosa con quale oggetto reale si ha a che fare è il solo modo scientificamente corretto di procedere nell’analisi e nella comprensione di ciò che si vuole spiegare, ed eventual­mente trasformare. Altrimenti ci si rifugia nel peggiore sentimentalismo romantico. È già un po’ di tempo che la cosiddett “sinistra” (non di classe) - più o meno avvitata nel “nuovismo”, ma altresì radicata in una fondamentale pregressa e datata ignoranza tradizionale del marxismo - si sta ri­producendo in sortite vieppiù preoccupanti, ancorché vecchie e stantìe. Le categorie elementari semplici, sopra ricordate, che Marx espresse intorno alla forma di merce, sono assolutamente ignorate e unilateralmente rimosse.

Nei vari sogni di fuoriuscire-dal-mercato, di produrre valori-d’uso-immediati, magari pel tramite di lavori-socialmente-utili (o necessari o dilettevoli), in una sorta di “riserva indiana” au­toghettizzante, semmai presumendo che il capitale ormai produce merce-senza-valore-d’uso - c’è chi giunge a proclamare che questo o quell’altro non è merce. Dunque, sulla base di codesta ignoranza dei caratteri fondamentali semplici della merce, è dato leggere che “l’istruzione non è una merce”, “la salute non è una merce”, “la casa non è una merce”. Non si può discutere qui l’i­nesattezza di tali affermazioni relative a quelle merci. Che tutte codeste componenti basilari del­la ricchezza sociale non nascano come merce - nulla nasce come merce, neppure il pane - è fin troppo ovvio. Ma che esse - e tendenzialmente tutte le cose fruibili, pure coscienza e onore - in epoca moderna, nelle società in cui predomina il modo di produzione capitalistico, non lo siano diventate o non lo diventino crescentemente è molto meno ovvio. E non solo di ovvietà si tratta, poiché siffatto convincimento è anche profondamente errato.

Il massimo di confusione, su cui conviene qui brevemente concentrarsi, è raggiunta dall’errata convinzione, che tutte le riassume e le supera, secondo la quale “il lavoro non è una merce”. Con la pretesa negazione del lavoro (ossia, per essere precisi della forza-lavoro) come merce - per essere meno “brutali” e sembrare più “umani”, a buon mercato - si nega ai lavoratori l’unico valore di loro proprietà, la sola fonte della loro ricchezza.

Considerando le proposizioni marxiane sopra riscritte emergono tutte le più gravi dimen­ticanze con cui il senso comune della sinistra - che non è propriamente il buon senso, né tanto­meno il senso della ragione - oggi tratta i temi del lavoro. Basti una breve elencazione:

- la duplicità del lavoro (concreto e astratto) è il “perno” attorno al quale ruota la com­prensione dell’eco­nomia politica; la pretesa separazione e autonomizzazione, adialettica, del la­voro “utile” dalla sua forma storica vòlta alla produzione di “merce” significa che non si è com­presa l’economia politica;

- la forma di merce della forza-lavoro è tale proprio perché il suo valore d’uso, ossia il lavoro stesso, nella sua rammentata duplicità, è dialetticamente unito con la sua antitesi, il suo valore (di scambio) come contraddizione in divenire; la pretesa di trattare del valore della forza-lavoro (e del salario) staccandolo violentemente dal suo uso (estrinsecazione della forza fisica e psichica del lavoratore) è il vizio sindacal-rifor­mistico prevalso dai tempi del socialismo borghese ricardiano a oggi;

- il salario, in quanto forma empirica di occultamento del valore della forza-lavoro (e forma di classe, peraltro, non già individuale), è dipendente (in quanto variabile), insieme all’oc­cupazione, dall’andamento del ciclo di accumulazione del capitale, e dunque il capitale stesso tende a esprimere tutta la sua forza per raggiungere in ogni momento la loro massima compres­sione, al fine di ottenere la corrispondente massima estensione del pluslavoro non pagato (circo­stanza che oggi si rappresenta su scala mondiale); la pretesa secondo cui le rivendicazioni sala­riali possano, in determinate circostanze e senza considerare la durevole tenuta di rapporti di forza antagonistici favorevoli, ignorare o vietare tale “dipendenza”, insieme all’altra pretesa che sia lecita l’aspettativa di “piena occupazione”, sono entrambe opinioni false;

- l’uso della forza-lavoro, ceduta come merce dal suo possessore (il lavoratore), ossia le condizioni in cui il capitale ne organizza l’estrinsecazione (organizzazione capitalistica del lavo­ro), rappresenta la peculiarità distintiva del modo di produzione capitalistico, capace di spiegare come si produce il capitale stesso, una volta varcata la soglia dov’è “vietato l’ingresso agli estra­nei”; la pretesa di trascurare la conduzione della lot­ta di classe proprio sul controllo di codesto uso (controllo consistente, a es., nel connettere la riduzione della giornata lavorativa a una im­mutata intensità del lavoro, più che all’invarianza salariale, sia pure questa sociale) significa ri­nunciare alla specificità dell’antagonismo di classe in questa particolare forma storica della so­cietà;

- la forma di merce della forza-lavoro implica che essa sia di proprietà del suo possessore (il lavoratore) che, “libero” di venderla sul mercato, deve poter costantemente riferirsi a essa come sua proprietà e disporre della sua capacità lavorativa come della sua stessa persona; la pre­tesa di sottrarre tale libera disponibilità ai lavoratori loro proprietari, accampando una qualche giustificazione, in nome di una supposta “rappresentan­za” (più o meno istituzionalizzata in orga­nizzazioni sindacali ammesse dall’ordinamento statuale), vìola la condizione basilare della po­tenzialità antagonistica nelle società in cui predomina la produzione capitalistica, spingendo il sistema sociale stesso verso approdi neocorporativi (magari in simmetrica alternativa ad alcune derive provocate dalla degenerazione delle cosidddette economie di comando del realsocialismo, pure caratterizzate dallo svuotamento di tale “rappresentanza” e della libera disponibilità del possesso di forza-lavoro).

Ancora molte altre considerazioni potrebbero essere tratte e sviluppate dalla ripresa di un’osservazione seria che sapesse partire da queste determinazioni “semplici” marxiane, fino a giungere all’esame delle forme di sviluppo della crisi. Ma già quelle qui appena accennate sono ricchissime di prospettive attuali. Del resto, la riproposizione della categoria “forza-lavoro” co­me “merce specifica” - quale punto di partenza di una rinnovata attualità dell’analisi marxiana - risponde all’affermazione, di Marx stesso, secondo cui l’individua­zione delle leggi di funziona­mento di tale categoria rappresenta la sua vera scoperta scientifica. 


1 commento:

  1. Si dice: «Per forza-lavoro o capacità di lavoro intendiamo l’insieme delle attitudini fisiche e intellettuali che esi­stono nella corporeità, ossia nella personalità vivente d’un uomo, e che egli mette in movimento ogni volta che pro­duce valori d’uso di qualsiasi genere... La forza-lavoro come merce può apparire sul mercato soltanto in quanto e perché viene offerta o venduta come merce dal proprio possessore, dalla persona della quale essa è la forza-lavoro». La corporeità dunque. Da un punto di vista materialistico, l'energia necessaria per lavorare proviene dalla "corporeità" dell'individuo. Dal suo essere organismo biologico, ovvero, in ultima istanza, organismo chimico-fisico. L'operaio alla catena di montaggio, che effettua una mansione semplice e ripetitiva, usa soltanto l'energia fisica che proviene dal proprio corpo. Le attitudini intellettuali sono qui ridotte alla fatica per rimanere concentrati, per rispettare il ritmo imposto dal sistema di macchine. Ora anche un robot ben fatto è un organismo chimico-fisico che eroga forza lavoro. O no? Mi chiedo quale difenda ci sia nel processo di valorizzazione della merce tra un operaio-automa e un automa-operaio.

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