* https://traduzionimarxiste.wordpress.com/ Il
testo seguente è una versione più lunga di un precedente
saggio: Perpetrator
or victim? Russia and contemporary imperialism,
di Renfrey Clarke e Roger Annis, pubblicato sul sito Links
International Journal of Socialist Renewal, nel febraio del 2016.
**Renfrey Clarke, scrittore ed attivista australiano, nel corso degli anni Novanta ha svolto il ruolo di corrispondente da Mosca per Green Left Weekly. Roger Annis, lavoratore del settore aerospaziale oggi in pensione, attivista e blogger, ha compiuto numerosi viaggi di ricerca in Crimea e nel Donbass. Entrambi sono tra i curatori del sito New Cold War (newcoldwar).

Tradizionalmente,
la sinistra marxista ha utilizzato il termine “imperialismo” con
un alto grado di discernimento. Dunque, per i marxisti,
l’imperialismo non è un qualcosa che emerge misteriosamente quando
i leader si lasciano sovrastare dall'”avidità”. Né può essere
ridotto alla semplice azione militare esterna, per quanto aggressiva.
Per i marxisti, viceversa, l’imperialismo attuale nasce da
specifiche caratteristiche dell’ordine economico e sociale dei
paesi capitalistici più avanzati.
La
classica definizione marxista di imperialismo nell’epoca moderna è
stata fornita da Lenin nel suo pamphlet del 1916, L’imperialismo,
fase suprema del capitalismo.
Secondo il punto di vista del leader bolscevico, il capitalismo
avanzato emerso nei decenni precedenti presentava le seguenti
caratteristiche salienti:
“1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli come funzione decisiva nella vita economica; 2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo «capitale finanziario», di un’oligarchia finanziaria; 3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci; 4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo; 5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.” [2]
A partire dagli ultimi decenni del XIX secolo, affermava Lenin, le economie dei paesi più industrializzati si erano mosse in direzione di una nuova fase di “capitalismo monopolistico”. Il controllo sulla vita economica da parte delle maggiori concentrazioni di capitale era giunto al punto che, in ognuno di questi paesi, l’influenza detenuta da un gruppo strettamente interconnesso dei più potenti capitalisti, finanziari e industriali, era fuori questione.
Tuttavia,
ancora incapaci di trovare campi di investimento per buona parte del
capitale accumulato (affetti, in altri termini, da un cronico surplus
di capitali), i magnati finanziari-industriali si vedevano costretti
a moltiplicare ed intensificare le proprie operazioni all’estero.
Con sempre maggior frequenza, le operazioni di mercato del passato
venivano ampliate e superate dagli investimenti diretti, gran parte
dei quali in regioni in cui lo sviluppo del capitalismo era, in
generale, molto più debole. In tali regioni – la “periferia”
dell’emergente sistema imperialista – le nuove figure globali
egemoni potevano trovare materie prime a basso costo, un’abbondante
forza lavoro a bassi salari e clienti per i beni prodotti nei paesi
del “centro”. Alla fine del XIX secolo, la necessità di mettere
al sicuro i nuovi investimenti e respingere i competitori aveva
condotto all’incorporazione di numerose aree della periferia
all’interno di vasti imperi coloniali.
L’imperialismo
si è molto evoluto rispetto all’epoca di Lenin, ma è notevole
quanto appropriata rimanga la sua analisi. Sebbene siano cambiate le
forme specifiche, ciascuno degli aspetti di fondo sottolineati dal
leader bolscevico sono ancora in gran parte presenti. Le
“associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti” di
cui parlava Lenin – i cartelli e i trust – si sono tramutati in
enormi società multinazionali e nelle loro agenzie politiche, l’FMI,
la Banca mondiale e l’OMC. Gli imperi coloniali sono svaniti in
termini formali, e tuttavia la loro essenza persiste in meccanismi
finalizzati a rafforzare aspre disuguaglianze globali, sia di potere
che di ricchezza, estremamente redditizie per il centro globale. Tali
meccanismi di rapina e oppressione post-coloniale includono la
remissione diretta dei profitti da parte delle imprese imperialiste;
la dipendenza da debito; la continua ingerenza del centro; e laddove
falliscono altri metodi, l’embargo economico e la coercizione
armata.
Un
ulteriore meccanismo di saccheggio, meno noto e ciò nonostante tra i
più potenti, è implicito nelle strutture sotterranee del commercio
globale. Si trata di quell’insieme di fenomeni conosciuti come
“scambio ineguale”. Con l’esportazione di capitale, il centro
capitalista globale ha costantemente conservato il proprio monopolio
sulle più avanzate e sofisticate (nonché redditizie) tecnologie e
operazioni economiche. Nell’imperialismo di epoca coloniale, le
imprese del centro utilizzavano i loro vantaggi monopolistici per
vendere beni da esse prodotti a prezzi elevati. I produttori di
matterie prime nelle colonie e semi-colonie erano invece costretti a
competere tra loro, e dunque ad accontentarsi di margini assai
inferiori. I termini del commercio tra centro e periferia erano
quindi profondamente ineguali. Dietro la facciata dell’imparzialità
dei mercati il valore veniva drenato dalla periferia verso il centro.
Drenaggio
di valore insito anche nella differenza tra i massicci investimenti
di capitale nelle fabbriche del centro e la capitalizzazione molto
inferiore tipica delle aziende agricole, delle piantagioni e di altre
aziende della periferia. Inoltre, il divario tra la produttività del
lavoro al centro e nella periferia era enorme. Nello scambiare
le loro materie prime con beni manifatturieri, le colonie e le
semi-colonie in effetti scambiavano grandi quantità di forza lavoro,
e pertanto valore, per quantità molto minori. Gli industriali del
centro, nonostante pagassero salari relativamente alti in casa,
ottenevano enormi profitti. L’accumulazione di capitale a avuto
luogo prevalentemente nei paesi del centro, mentre la periferia è
rimasta povera.
A
partire dalla decolonizzazione, le forme sottostanti lo scambio
ineguale si sono ampiamente evolute, sebbene scopi ed esiti generali
siano rimasti immutati. Complessi di investimento e produzione una
volta uniti sono ormai frantumati tra confini nazionali. Le funzioni
maggiormente specializzate e redditizie – ricerca, sviluppo,
progettazione, marketing e gli aspetti più esigenti della produzione
– vengono ancora monopolizzate dalle aziende del centro. Le
operazioni a bassa redditività sono esternalizzate alla periferia,
dove le imprese locali sono costrette a competere l’una contro
l’altra per i contratti di produzione dei componenti e per
l’assemblaggio.
Affinché
tale sistema funzioni, è necessario un certo grado di
industrializzazione nelle aree più avanzate della periferia. Ciò ha
significato l’emergere di notevoli differenze economiche
all’interno della periferia stessa, al punto che si è reso
necessario parlare di un’ampia “semi-periferia” del capitalismo
globale.
Una
semi-periferia, tuttavia, che rimane inconfondibilmente periferica in
relazione al sistema nel suo complesso. La quale si
ritrova sostanzialmente tagliata fuori dalle funzioni economiche
maggiormente redditizie e la cui industrializzazione è di tipo
distorto, scarsamente radicato e dipendente, nella logica di
massimizzare i profitti imperialisti.
Tra
il centro e la semi-periferia, dunque, permane una voragine economica
e sociale. Fra Stati Uniti e Messico, ad esempio, l’effettiva
differenza negli standard di vita è superiore a tre ad uno, e tra
Germania e Turchia, ben oltre due ad uno. [3] Il capitalismo della
semi-periferia resta sottosviluppato, la sua relativamente debole
macchina statale possedendo solo una limitata capacità di resistenza
al ricatto finanziario imperialista e all’interferenza
politico-militare.
Per
i marxisti, la capacità di discernere tra centro imperialista e
paesi della periferia e semi-periferia – ovvero tra il capitalismo
avanzato e la sua preda – rappresenta uno strumento indispensabile.
La mancanza di chiarezza riguardo a tale divisione rende praticamente
inevitabile compiere grossolani errori politici.
Lenin e l’imperialismo zarista
Prima
di esaminare il posto occupato dalla Russia nell’odierno
capitalismo globale, è necessario chiarire una questione che è
stata fonte di non poca confusione. Ci si riferisce alla
caratterizzazione dell’impero zarista fornita da Lenin nel periodo
immediatamente precedente lo scoppio della Prima guerra mondiale.
Nel
1914, Lenin si ritrovò ad essere uno dei pochi leader socialisti
europei a respingere le sirene della classe dirigente, la quali
facevano appello ai lavoratori perché mettessero da parte
la lotta di classe unendosi allo sforzo bellico nazionale. La sua
posizione, sintetizzata dalla formula “disfattismo rivoluzionario”,
si basava su un’analisi in base alla quale la Russia zarista
costituiva una grande potenza imperiale, e dunque gli operai ed i
contadini russi non avevano niente da guadagnare da una sua vittoria.
Se
la Russia del 1914 venisse comparata con l’imperialismo della
nostra epoca, la categorizzazione di Lenin del suo paese risulterebbe
altamente problematica. Nel 1914, il capitalismo russo poteva
essere definito avanzato, in base ad uno standard mondiale, solo in
alcune enclave; in larga parte del paese la produzione e lo scambio
erano primitivi. Tanto meno la Russia si distingueva per una
sovraccumulazione di capitale; al contrario, rappresentava uno dei
maggiori debitori su scala internazionale. Lenin, tuttavia, non
sbagliava nel ritenere la Russia zarista una potenza imperialista. I
possedimenti coloniali del paese rivaleggiavano con quelli della
Francia, se non della Gran Bretagna. Con la sua vasta popolazione ed
esercito, l’impero zarista costituiva una delle maggiori forze
interventiste nella politica europea, e ciò malgrado la sua
arretratezza. La sua storia, relativamente recente, includeva una
serie di guerre espansioniste contro la Turchia.
Lenin
era profondamente consapevole della contraddizione implicita nel
classificare il primitivo e arretrato Impero russo come forza
imperialista al pari dei moderni imperialismi dell’Europa
occidentale. Scrivendo nel 1916, il leader bolscevico metteva in
chiaro come egli considerasse l’imperialismo russo di natura
qualitativamente differente rispetto a quello occidentale, in quanto
poggiante su fondamenta economiche e sociali distinte. Di conseguenza
tracciava un netta distinzione tra l’imperialismo zarista, definito
“molto più brutale, medioevale, economicamente arretrato” [4], e
quello tratteggiato come “imperialismo capitalista progredito,
europeo” [5].
Quali
erano le radici economiche e sociali dell’imperialismo “medioevale”
cui si riferiva Lenin? Negli imperi russo ed austro-ungarico, durante
i primi decenni del XX secolo, il tradizionale imperialismo
dinastico-feudale e mercantile, basato sull’estrazione della
rendita agraria e sui profitti mercantili, conservava una certa
vitalità. È ovviamente con riferimento a tale “vecchio”
imperialismo, retaggio di una precedente epoca storica, che Lenin
riteneva imperialista la Russia del periodo prerivoluzionario.
I
cambiamenti che accompagnarono la fine della Prima guerra mondiale
segnarono la fine del “vecchio” imperialismo. Oggigiorno,
cercheremmo invano una qualche emanazione di questo vecchio sistema
che ci consenta di indugiare in una caratterizzazione della Russia
come “imperialista”. Le fondamenta materiali per una simile
classificazione sono passate alla storia. Il posto della Russia nel
sistema capitalistico mondiale andrebbe oggi strettamente
inquadrato sulla base del moderno imperialismo
finanziario-industriale, i cui esordi sono stati analizzati da Lenin.
Cosa,
dunque, all’interno del paradigma del moderno imperialismo,
contrassegna uno o più paesi quali membri dell’esclusivo club
imperialista odierno? A parte l’abisso separante il mondo
imperialista dai paesi in via di sviluppo, in termini di prosperità
generale, una serie di criteri può essere identificata.
Naturalmente, i paesi imperialisti considerati individualmente non
manifesteranno necessariamente tutte queste caratteristiche. E
tuttavia, se la Russia di oggi è da considerarsi imperialista, non
mancherà di mostrare un’alta concentrazione delle peculiarità
che verranno ora prese in esame.
Un capitalismo avanzato?
Ai
fini di questo studio, la questione più generale da porre è se il
sistema oggi prevalente in Russia sia nello “stadio supremo del
capitalismo”. [6] Per chiunque abbia la minima familiarità con la
Russia, l’argomento secondo il quale la produzione e lo scambio del
paese possono essere descritti in tal modo appare estremamente
bizzarro. Il prodotto interno lordo pro capite della Russia (misurato
a parità di potere d’acquisto) nel 2015 si è attestato a poco
meno di 24.000 dollari, alquanto al di sotto del livello USA,
significativamente indietro rispetto alla Malesia, e simile alle
cifre del Cile e dell’Argentina. [7]
Il
divario che separa la Russia dai paesi maggiormente prosperi e
sviluppati è ancor più impressionante se si esamina la ricchezza,
intesa come distinta dal reddito. Il Global
Wealth Databook di
Credit Suisse per il 2015 mostra come in molti dei paesi
inequivocabilmente qualificabili come imperialisti, la ricchezza per
adulto agli attuali tassi di scambio, alla metà del 2015, sia stata
superiore a 200.000 dollari. In Russia, il dato si è fermato ad
appena 11.726 dollari. Il che significa poco al di sopra della
Giamaica e del Paraguay, ben al disotto del Brasile, e appena la metà
del Sudafrica, della Cina e del Messico. [8]
Nel
2014, la produttività del lavoro in Russia, indicatore chiave dello
sviluppo economico complessivo, è stata anch’essa bassa e
precisamente meno della metà della media europea, nonché circa il
35 percento del livello raggiunto dagli Stati Uniti. [9]
Molto
altro si potrebbe dire, in un altro contesto, a proposito della
povertà e arretratezza dell’odierna economia russa. Per adesso,
alcuni punti generali necessitano di essere fissati circa la forma e
le strutture del capitalismo di questo paese. Gli economisti politici
di sinistra, in Russia, sottolineano la stranezza di un sistema privo
di corrispondenti stretti, laddove si escludano altri paesi dell’area
post-sovietica. Vi è un certo consenso sul fatto che il capitalismo
russo sia ben lungi dalla “fase suprema” del sistema, e anzi
costituisca una sorta di ritorno al passato perpetuante la
cultura dirigista, così come alcune strutture informali chiave, del
tardo periodo sovietico – ovvero del “socialismo di stato”
burocratizzato nella sua fase finale. [10]
Uno
studio classico sul funzionamento del capitalismo nella Russia
attuale è quello fornito da Ruslan Dzarasov dell’Università russa
di economia Plechanov. Dzarasov descrive un sistema nel quale
lo stato di diritto è fortuito, e gli imprenditori dipendono, per la
loro sopravvivenza commerciale, dai favori dei burocrati corrotti. Il
controllo delle imprese è concentrato nelle mani di alcuni “big
insiders”, i quali, ai fini dell’evasione fiscale e della frode
finanziaria, occultano la loro proprietà sotto un’elaborata “nube
offshore” di società straniere fittizie. Le acquisizioni ostili
sono consuetudine, regolarmente agevolate dalla violenza fisica. In
tali circostanze, gli alti dirigenti compensano l’incertezza
del proprio incarico con il saccheggio delle entrate aziendali,
nascondendo i proventi grazie alla già citata “nube offshore”.
[11]
Simili
fenomeni non sono certo estranei al capitalismo di paesi assai più
ricchi della Russia. La dottrina capitalistica, ovviamente, li
condanna come un pericolo per il sistema. Nei paesi a capitalismo
avanzato non sono prevalenti, almeno non tanto da impedire agli
investimenti e all’accumulazione di andare avanti. Ma in Russia
questi indici di un capitalismo debolmente sviluppato nono sono
incidentali bensì pervasivi, e svolgono un ruolo chiave nel
mantenere l’economia del paese in uno stato di semi-sviluppo. Nel
contesto del “capitalismo giurassico” [12] russo, un piccola
fetta della torta dei profitti rimane agli investitori a meno
che non appartengano essi stessi al novero dei “big insiders”,
o siano strettamente connessi a questi ultimi. Comprensibilmente, i
livelli dell’investimento produttivo sono infimi. [13] Dzarasov
cita dati che dimostrano come l’età media delle attrezzature
industriali russe, all’incirca ventun’anni, sia
approssimativamente il doppio di quella della fine dell’epoca
sovietica. [14]
Il monopolio in Russia
Tra
le forme assunte da capitalismo nella Russia odierna quella
monopolistica è presente in alto grado. In quasi tutti i settori
dell’economia, dominano un pugno di società. Ciò potrebbe
suggerire una stretta corrispondenza tra i processi in atto nel
capitalismo russo e quelli riscontrabili nel sistema dei paesi
avanzati e imperialisti, ma si tratta di un’analogia fuorviante.
Attualmente in Russia, il monopolio, per parafrasare Lenin, non
emerge da una “fase suprema” della produzione ed accumulazione
capitalistiche. Tradizionalmente, i monopoli russi hanno le loro
radici nei vasti ed integrati complessi produttivi favoriti dalla
pianificazione sovietica. A rafforzare la tendenza al monopolio è
stato il fatto che nel violento, e cronicamente instabile, ambiente
d’affari del capitalismo russo, le imprese di medie dimensioni
prosperano raramente.
Frattanto,
va notato che i monopoli non sono più inusuali nei paesi della
semi-periferia capitalista. Oltre a riflettere il processo di
concentrazione che si verifica in tutti i capitalismi, tale
situazione deriva direttamente anche dall’iniziativa statale. I
governi dei paesi in via di sviluppo hanno spesso istituito società
monopolistiche completamente, o prevalentemente , di proprietà dello
stato, come le compagnie petrolifere statali iraniana, saudita e
nigeriana. L’esistenza di simili società non significa che i paesi
in questione siano imperialisti.
I
monopoli privati dei paesi in via di sviluppo tendono ad essere
differenti dalle loro controparti del mondo imperialista, essendo di
dimensioni assai inferiori. La Russia può vantare ben poche società,
sia private che statali, comparabili per dimensioni alle gigantesche
compagnie dell’occidente avanzato. Nella lista delle
duemila maggiori società quotate su scala mondiale, stilata nel
2015 dalla rivista Forbes,
quella russa piazzatasi più in alto è la compagnia di gas Gazprom,
al ventisettesimo posto, mentre la società petrolifera Rosneft
si trova al cinquantanovesimo. [15] La proprietà di entrambe è
prevalentemente statale. La principale società privata Russa
elencata da Forbes è
la LUKOIL, centonovesimo posto. In tutto, la lista registra
ventisette aziende russe – similmente al Brasile, con venticinque e
ben dietro l’India con cinquantasei.
Il
vertice delle società russe è saldamente dominato da imprese basate
sullo sfruttamento di risorse naturali o sulla lavorazione di materie
prime (compresa la metallurgia), e la cui produzione viene in
buona pare esportata. Ad eccezione di due banche sotto controllo
statale, le maggiori otto compagnie russe citate da Forbes presentano
tali caratteristiche. Un peso cosi rilevante per industrie estrattive
orientate all’esportazione è inusuale nel capitalismo avanzato. Ma
è riscontrabile frequentemente nei paesi della periferia – ed in
particolare tra gli stati meno sviluppati e più dipendenti.
La
più potente società russa privata, senza un esplicito legame col
settore delle risorse, è la catena di vendite Magnit, classificatasi
settecentounesima nella lista di Forbes.
Le compagnie russe private non estrattive, o non riconducibili alla
lavorazione di materie prime, sono dunque di modeste dimensioni
rispetto agli standard mondiali.
Un capitalismo finanziario russo?
Lenin
nei suoi scritti sul’imperialismo parla del “formarsi, sulla base
di questo «capitale finanziario», di un oligarchia finanziaria”.
[16] Ma le posizioni chiave dell’odierna élite affaristica russa
non si trovano nel settore finanziario. La fusione di capitale
industriale e finanziario identificata da Lenin col moderno
imperialismo non è il principale volto del capitalismo russo, ed ha
avuto luogo nel paese solo in misura limitata.
Nella
letteratura sulla finanza russa, numerosi commenti e statistiche
attestano quanto tale settore sia ridotto e relativamente poco
sviluppato. La Russia e significativamente povera in fatto di
attività finanziarie. Credit Suisse, nel suo Global
Wealth Databook per
il 2015, in riferimento alle attività finanziarie per
adulto in Russia, alla metà del 2015, riporta la cifra
incredibilmente bassa di 2.490 dollari, se comparata agli 8.204
dollari del Brasile, ai 25.962 dollari del Cile ed ai dati per
l’Europa occidentale che si attestano intorno ai 100.000 dollari.
[17] Le basse cifre della Russia riflettono il debole sviluppo, sin
dall’epoca sovietica, degli strumenti finanziari, incluse le
azioni, le obbligazioni, i fondi di mercato monetario e i depositi
bancari, le quali in molte pari del mondo capitalistico costituiscono
la maggior pare della ricchezza.
All’interno
del capitale finanziario di un paese imperialista, un elemento
centrale è costituito da un sistema bancario altamente sviluppato.
Lenin parla di una “sempre maggiore fusione… una simbiosi del
capitale bancario col capitale industriale, e dall’altro lato al
trasformarsi delle banche in istituzioni veramente di «carattere
universale»”. [18] Ma non vi è niente di universale nelle banche
russe. Un commento del 2012 presenta la seguente nota: “Il settore
bancario rappresenta solo il 75 percento dl prodotto interno lordo,
laddove nelle economie sviluppate le attività bancarie, in genere,
superano il 100 percento del PIL”. [19]
Il
ridotto settore bancario russo è dominato da due banche, la cui
proprietà è a maggioranza statale, discendenti da istituzioni
finanziarie sovietiche. Nessuna delle due è particolarmente
grande su scala mondiale. Nella lista di SNL Financial delle 100
maggiori banche al 31 maggio 2015, Sberbank era classificata al
cinquantanovesimo posto, mentre VTB Group occupava il centesimo
posto. [20] Le restanti banche russe sono molto più piccole.
Con
una capitalizzazione, a maggio del 2015, di 26,9 miliardi di dollari,
Sberbank è meno di un decimo delle dimensioni della più
grande banca al mondo, la statunitense Wells Fargo, e poco più del
40 percento della maggiore banca brasiliana, Itaú Unibanco.
[21] Il Brasile, inoltre, vanta quattro banche nell’elenco di SNL
Financial, a fronte delle sole due russe.
A
partire dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, il sistema
bancario russo ha vissuto una storia caotica, riflesso degli aspetti
criminogeni e delle disfunzioni delle attività economiche russe.
Durante gli anni Novanta, diverse centinaia di piccole banche vennero
fondate da magnati in ascesa, spesso quali malcelati strumenti di
illeciti finanziari. Le cronache circa il sistema bancario russo
lamentavano la scarsità dei prestiti, la mancanza di trasparenza,
gli alti tassi su mutui scadenti, il riciclaggio di denaro e,
talvolta, massicce frodi. Nel dicembre del 2015, Bloomberg riportava
come nel corso di quell’anno all’incirca 100 banche russe,
rappresentanti il 13 percento del settore, fossero state private
della licenza da parte delle autorità bancarie centrali. [22]
Le
due principali banche russe sono importanti attori economici, ma
descrivere l’esiguo capitale finanziario russo come un settore
egemonico costituente il nucleo dell’economia è ingenuo. La vera
forza egemonica del paese è rappresentata da una stretta fusione di
alti funzionari statali e oligarchi dell’industria, questi ultimi
in gran parte provenienti dal campo dell’estrazione delle risorse e
dalla lavorazione dei metalli. Un tale potere, nelle mani di una
simile congrega di burocrati e padroni dipendenti da risorse ed
esportazioni, è un fenomeno con non pochi precedenti nella storia
dei paesi periferici.
Il
capitalismo finanziario russo, d’altronde, non ha mai avuto grande
impatto sul ruolo archetipico svolto da questo settore nel moderno
imperialismo – quale punta di diamante dell’espansione
economica al di fuori delle frontiere del paese. A differenza delle
principali banche occidentali con le loro massicce operazione
internazionali, quelle russe si concentrano in modo soverchiante sui
prestiti domestici. Una parziale eccezione è costituita da VTB
Group, riconfigurata dal governo russo nel 1990 al fine di agevolare
il commercio estero del paese. A partire dal 2013, VTB ha operato in
23 paesi, con notevoli interessi in Bielorussia, Kazakistan ed
Ucraina. Sberbank ha fatto il proprio ingresso in campo
internazionale nel 2006, e nel 2012 ha acquisito banche in
Kazakistan, Ucraina, Bielorussia e Turchia, dichiarando di puntare
alla creazione di circa il cinque percento del proprio reddito netto
al di fuori dei confini russi entro il 2014. [23]
Le
banche russe hanno infine ottenuto una testa di ponte nei mercati
finanziari ucraini. Tuttavia la loro posizione non è mai stata
dominante, anche in relazione ad altri interessi bancari stranieri.
Nel 2014, le banche russe – Sberbank, AlfaBank e VTB Group –
detenevano rispettivamente il 3,2 %, il 2,8 % e 2,8% del mercato
bancario ucraino, contro una quota totale di mercato del 31 percento
posseduta da banche estere. [24]
Industria e commercio russi: imperialismo o dipendenza?
Come
spiegato in precedenza, il rango più elevato delle società russe è
saldamente dominato da aziende con base nell’estrazione e nella
lavorazione delle materie prime. I settori industriali nei paesi
imperialisti presentano, in netto contrasto, funzioni ad alto
coefficiente di conoscenza e valore aggiunto prevalenti. Persino nei
paesi imperialisti in cui l’industria estrattiva è
importante, come Canada e Australia, le economie sono generalmente
diversificate, con un vasto raggio di attività che contribuiscono
notevolmente al PIL.
L’Unione
Sovietica, nei suoi ultimi anni, possedeva un’economia variegata,
con tutti i settori produttivi quantomeno moderatamente sviluppati.
Il ritorno della Russia al capitalismo, tuttavia, ha visto
scivolare ampie aree della produzione in un catastrofico
declino. mentre l’industria degli armamenti rimane globalmente
competitiva, le industrie civili russe hanno vissuto una carestia di
investimenti. Le imprese civili dell’High-tech sono state tra le
più colpite. [25] La natura relativamente arretrata di molta della
produzione industriale russa odierna pone il paese fermamente in
linea col mondo in via di sviluppo, di certo non con quello
sviluppato.
Nelle
loro esportazioni, i paesi imperialisti mostrano tipicamente
un’inclinazione alla vendita di merci sofisticate e ad alto valore;
di servizi tecnici ad alto coefficiente di conoscenza ed anche di
servizi finanziari. Anche qui, la Russia porta i segni della
periferia. Nel 2013, i servizi hanno fornito un misero 11,8 percento
delle esportazioni totali russe, inoltre, in tale settore il paese
sconta un massiccio disavanzo. [26] La struttura dell’esportazione
di merci russa riflette ulteriormente il mancato sviluppo
dell’industria sin dall’epoca sovietica; nel 2013 vettori
d”energia e minerali hanno costituito il 71,5 del totale, con
metalli raffinati, prodotti chimici di base, forestali e
alimentari a formare in larga parte il restante. La categoria dei
macchinari, delle attrezzature e dei veicoli ferma al 5,5 percento,
[27] consistendo prevalentemente di armi e forniture militari. [28]
L’altra faccia della medaglia è un 48,5 percento delle
importazione costituito da macchinari, attrezzature e veicoli. [29]
In
termini assoluti, i dati della Banca Mondiale per il 2013
stimavano le esportazioni di prodotti ad alta tecnologia della
Russia a 8.656 miliardi di dollari – circa la metà del dato
per l’India, grossomodo lo stesso del Brasile e meno del 30
percento dl dato per l’Italia (imperialista). [30] Si consideri che
il Brasile e l’Italia hanno un PIL, ai prezzi correnti, prossimo a
quello della Russia.
Il
quadro che emerge della Russia non è quello di una potenza
imperialista, bensì di un petro-stato che si ritrova a dover pagare
alti prezzi per importare buona parte delle sofisticate attrezzature
di cui necessita, dipendendo al contempo, per la propria solvibilità,
dalla vendita di un pugno di merci generiche a basso valore aggiunto.
Per quanto riguarda la maggior parte delle sue esportazioni chiave
(il gas naturale costituisce un’eccezione), la Russia compete
direttamente con altri paesi a basso reddito e a bassa produttività.
Quando i mercati mondiali per tali merci sono saturi e i prezzi bassi
– come avviene frequentemente – i paesi ricchi, spesso gli
acquirenti principali, possono garantire le proprie necessità per
somme pressoché irrisorie.
Significativamente,
la Russia intrattiene una minima parte del proprio commercio con
i paesi poveri della periferia, le offerte e gli acquisti commerciali
dei quali tendono a replicare i suoi. Le sue stesse fonti di
importazione sono paesi del centro (in particolare del’UE) ed una
serie di stati semi-periferici (la Cina e vari paesi dell’ex URSS)
che ne condividono il generale livello di sviluppo economico. [31] La
Russia, in tal modo, non guadagna quasi niente dalle relazioni
commerciali asimmetriche che drenano valore verso il centro
imperialista, a scapito degli abitanti più poveri del pianeta. Di
fatto, dobbiamo supporre che il paese subisca pesanti perdite dallo
scambio ineguale.
Gli investimenti esteri della Russia: dietro la “nube”
Ogni
capitale mira a espandersi, e nel perseguimento del profitto, i
capitalisti dei paesi semi-periferici cercheranno spesso opportunità
di investimento al di fuori dei propri confini nazionali. E ciò
avviene malgrado la tipica ed acuta carenza di capitali ai fini dello
sviluppo nazionale. Le percentuali di autentico investimento estero
da parte dei paesi non imperialisti, tuttavia, non si avvicinano in
linea di principio a quelle dei paesi del centro imperialista.
Le
cifre grezze per la Russia circa gli investimenti esteri presentano
un groviglio di paradossi. Suggerendo una massiccia esportazione di
capitali, i dati sembrerebbero collocare il paese all’apice
dell’imperialismo. Ma come spiegare il fatto che i dati della Banca
centrale russa, riguardo gli investimenti diretti esteri, individuano
la (di gran lunga) principale destinazione dell’esportazione
di capitali russa in Cipro, seguita dalle Isole vergini britanniche?
[32] Entrambi questi territori sono noti in quanto paradisi fiscali
nonché centri di riciclaggio del denaro.
Gli
imprenditori russi spesso acquisiscono le loro imprese a somme
sorprendentemente ridotte attraverso scalate ostili, spalleggiate da
corruzione e violenza. Se gli affari si rivelano non redditizi,
come avviene spesso, gli asset sono oggetto di spoliazione e vendita.
Le incertezze del capitalismo russo, di conseguenza, rendono
estremamente allettante la fuga di capitali. [33]
Anche
laddove l’obiettivo degli imprenditori non si riduce a spogliare le
società e chiuderle, enormi somme che potrebbero essere utilizzate
per modernizzare le imprese finiscono all’estero. Depredati da
proprietari e alti dirigenti consci di potere essere in ogni momento
estromessi da gangster armati, tali fondi, dopo il riciclaggio,
vengono prevalentemente investiti in occidente – per la maggior
parte, si suppone, in titoli a basso rischio e nell’immobiliare.
Nel
frattempo, anche le banali e quotidiane attività economiche russe
richiedono manovre per aggirare la legge rese irrintracciabili. A tal
fine, enormi somme fanno “avanti e indietro” tra la Russia e le
zone offshore, trasferimenti che vengono registrati come
“investimenti esteri”. Ogni tentativo di determinare quanto del
capitale esportato dalla Russia possa essere descritto come “reale”-
e rivendicato, plausibilmente, quale prova di imperialismo –
contiene così una parte di congettura. Ma dall’indagine su
alcune aziende particolari, e sui loro investimenti identificabili, è
possibile trarre alcune osservazioni.
Uno
studio del 2013 sulle 20 principali multinazionali non finanziarie
russe fornisce un dato, riguardante il totale delle loro attività
estere alla fine del 2011, di 111 miliardi di dollari. [34] Per avere
un termine di paragone, questo totale costituisce all’incirca solo
un terzo delle attività estere, nel 2013, della più grande
multinazionale non finanziaria al mondo, ovvero la general Eletric
Co., con sede negli USA, e meno della metà delle attività estere
della Exxon Mobil Corporation. [35]
A
livello globale, nessuna delle multinazionali non finanziarie russe
figura tra le 100 principali, quando classificate sulla base delle
attività estere. [36] Lo studio del 2013 già citato fissa la
quota estera nelle attività delle 20 principali multinazionali non
finanziarie russe ad un modesto 14 percento.
A livello mondiale, le
principali multinazionali detengono ben oltre la metà
delle proprie attività al di fuori del paese in cui hanno sede,
e per quanto riguarda le imprese estrattive (buona parte dei
principali esportatori di capitali russi si collocano in questa
categoria) si tratta di una tendenza particolarmente marcata. [37]
Sempre
secondo lo stesso studio, il maggiore investitore estero russo,
LUKOIL, ha progetti riguardanti petrolio e gas in 14 paesi stranieri,
così come raffinerie, impianti petrolchimici nonché di stazioni di
rifornimento. Tuttavia con asset esteri, nel 2011, pari a 29,16
miliardi di dollari, [38] essa, in quell’anno, aveva solo un decimo
delle attività estere possedute dalla maggiore multinazionale
petrolifera del mondo, Royal Dutch Shell. [39] Le attività estere
della LUKOIL nel 2011 ammontavano ad appena un terzo di quelle
complessive. [40]
Chiaramente,
le multinazionali russe sono in larga parte cosa da poco, ed i loro
investimenti esteri tendono ad essere meri complementi delle attività
svolte all’interno dei confini russi.
Uno
degli argomenti favoriti dei sostenitori della tesi
dell'”imperialismo russo”, tuttavia, riguarda i piani, guidati
dal conglomerato statale Rostec, per nuovi investimenti russi in
Africa. I dati delle Nazioni Unite mostrano per il passato
l’investimento russo in Africa relativamente ridotto, con un
investimento cumulativo diretto per il 2011 di circa 1 miliardo di
dollari. [41] Ma per il prossimo decennio, Rostec progetta di
costruire una raffineria di petrolio in Uganda da 4 miliardi di
dollari, oltreché un impianto per il platino in Zimbabwe da 3
miliardi di dollari. [42]
Per
quanto impressionanti possano sembrare simili progetti, essi non sono
minimamente paragonabili agli investimenti esteri delle vere potenze
imperialiste. Il Canada, per esempio, ha un PIL a prezzi correnti
simile a quello della Russia. Ma affiancate agli investitori esteri
canadesi, le aziende russe appaiono avare e confinate in casa.
Le compagnie minerarie canadesi, nel 2012, hanno gestito 80 progetti
minerari in America Latina e altri 48 sono in fase di sviluppo o
fattibilità. [43] Nel 2013, gli investimenti diretti esteri canadesi
in Cile ammontavano a 18,2 miliardi di dollari; in Messico a 12,3
miliardi; in Brasile a 11,1 miliardi e in Perù a 8,1 miliardi. [44]
In Africa, gli investimenti russi proiettati sono quasi banali se
paragonati alle esistenti attività delle aziende estrattive
australiane. [45]
Gli investimenti russi nella CSI
Dopo
Cipro e l’Europa occidentale, l’investimento estero russo si è
concentrato in altri paesi ex-sovietici della Comunità degli stati
indipendenti (CSI). [46] Quantificare con precisione questi
investimenti è impossibile, considerando come gran pare di essi
venga incanalato verso la “nube offshore”. Ma con tutte le dovute
cautele, l’espansione delle società russe nei paesi della CSI deve
essere considerata minore per gli standard mondiali, così come in
termini di esportazioni russe totali. [47]
I
dati forniti dal governo russo, per quel che possono valere,
suggeriscono che in termini di fondi accumulati, il solo paese
appartenente alla CSI compreso, nel 2011, tra le principali
destinazioni globali degli investimenti esteri russi è stato la
Bielorussia, al quinto posto. [48] I dati riferiti a transazioni
specifiche rivelano un quadro nel quale i grandi investimenti russi
nella CSI sono stati numericamente pochi. Una lista delle maggiori
acquisizioni globali di azioni da parte di aziende russe, tra il 2005
ed il 2010, mostra che di 24 trattative, solo quattro hanno coinvolto
asset collocati nei paesi della CSI. La più grande ha visto
l’acquisizione da pare dell’azienda russa di telecomunicazioni
Vimpel-Com, nel 2010, della compagnia di telefonia mobile ucraina
Kyvstar, per 5, 589 miliardi di dollari. Altri acquisti, da parte
russa, di azioni nella CSI sono stati molto inferiori, nell’ordine
dei 2,5 miliardi dollari, se non meno. [49] Si tratta di somme
significative, ma è chiaro che in aggregato si collocano
massicciamente dietro, per esempio, agli investimenti canadesi in
America Latina. [50]
In
Ucraina, dati governativi relativi alla fine del 2012 pongono la
Russia ben dietro la Germania e l’Olanda quale fonte di
investimenti esteri cumulati, con un magro sette percento del totale.
[51] La presenza economica russa in Ucraina è di fatto molto più
sostanziosa di quanto suggerito da simili dati, dato che
l’investimento è stato gestito anche attraverso zone offshore. Gli
interessi russi dominano il settore delle telecomunicazioni ucraino,
la raffinazione del petrolio e la produzione di alluminio, con
ulteriori significative quote nella metallurgia, nell’ingegneria
meccanica nonché nella produzione e distribuzione dell’energia.
Gli
sviluppi politici degli ultimi anni, tuttavia, dimostrano pienamente
quanto l’impatto degli investimenti russi in Ucraina sia stato ben
lungi dall’essere egemonico. Le relazioni economiche della Russia
con l’Ucraina, sin dall’epoca sovietica, non sono state
all’insegna della sovranità imperiale della prima sulla
seconda, semmai si sono svolte nel contesto di una
inter-penetrazione economica tra paesi confinanti,
caratterizzati da livelli di sviluppo tecnologico e sociale simili.
Le proprietà di oligarchi ucraini in Russia, va osservato, sono
tutt’altro che trascurabili. [52]
Potenziale militare ed esportazione di armi
Solo
un po’ meno fondamentale del dominio delle strutture economiche
globali da parte delle potenze imperialiste è il ruolo da esse
svolto nel mantenimento dell’ordine mondiale. I paesi del centro,
tipicamente, sono membri di blocchi politico-militari diretti contro
la periferia e la semi-periferia. Le principali potenze imperialiste
possiedono importanti industrie di armamenti, e partecipano come
venditori al mercato globale delle armi.
Il
potenziale militare della Russia, insieme con la sua produzione di
armamenti, suggerisce che il paese può essere considerato parte del
campo imperialista? Il potenziale militare può adempiere compiti
difensivi così come aggressivi. Se esaminiamo le forze armate russe
non semplicemente come un aggregato militare, bensì come un fattore
all’interno di un ampio dispiegamento di forze politiche
internazionali, le evidenze puntano in una direzione decisamente non
imperialista.
Di
gran lunga, il potere militare dominante nell’area europea – e in
verità, nel mondo – è costituito dai 28 stati membri della NATO.
Nella loro spesa combinata per la “difesa” del 2014, i membri
NATO hanno superato la Cina per un fattore di circa 4,4, e la Russia
per oltre dieci a uno. [53] cero, un dollaro nella Russia a basso
reddito compra più potenziale militare che in Europa occidentale o
negli USA. Ma con un aggiustamento appropriato, la differenza è
ancora di almeno cinque a uno. [54]
Nei
decenni successivi alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, la NATO
si è espansa al punto che la Russia si trova a fronteggiare un arco
di stati allineati con gli USA, in prossimità delle sue frontiere,
dalla Turchia al Golfo di Finlandia. Chiunque riconosca l’esistenza
dell’imperialismo dovrebbe concedere che in quanto paese
economicamente vulnerabile – e come oggetto di minacce armate, non
troppo velate, da parte del più potente blocco militare mondiale –
la Russia ha diritto di assegnare risorse relativamente consistenti
alla propria autodifesa.
Una
parte dei costi della difesa militare russa sono coperti dalle
esportazioni di armi. Nel 2014, il complesso russo della produzione
di armi ha venduto armamenti sul mercato mondiale per la cifra
record di 13,2 miliardi. [55] Negli anni fra il 2010 ed il 2014, la
Russia ha gestito il 27 percento delle vendite di armi al livello
globale, seconda solo agli Stati Uniti, con il 30 percento, per
quanto con un raggio più ampio di acquirenti. [56]
Tali
numeri, d’altra parte, vanno posti in prospettiva. Nel 2013, le
imprese russe produttrici di armi hanno realizzato vendite,
domestiche e all’estero, per 31 miliardi di dollari. [57] Una
somma, tuttavia, inferiore a quella ottenuta, lo stesso anno, dalla
principale compagnia di armamenti a livello mondiale, la Lockheed
Martin. [58] Nel 2014, sette aziende russe comparivano nella lista
dei 100 principali produttori di armi. Ma il dato per gli USA era di
42, di cui sette nei primi dieci posti. [59]
Frattanto,
la debolezza dell’affermazione secondo la quale esportazioni di
armi su larga scala sarebbero di per sé prova di imperialismo è
dimostrata dal fatto che, nel 2014, il quarto maggiore esportatore di
armamenti è stata l’Ucraina, fornendo armi sulla base di contratti
conclusi con niente meno che 78 diversi paesi. [60]
Struttura sociale e welfare
Per
molti non specialisti, i fattori economici e persino militari
sono meno importanti, per distinguere tra paesi imperialisti e non,
rispetto ala qualità della vita quotidiana delle masse. Nei paesi
imperialisti, questa è la percezione, tali persone vivono bene, e
quando non è così beneficiano comunque di un sistema sanitario e di
welfare statali funzionanti.
A
voler essere più scientifici, i paesi imperialisti posseggono classi
medie considerevoli, costituite da salariati meglio pagati,
professionisti indipendenti, nonché piccoli e medi imprenditori.
[61] La “buona vita” di questi strati sociali riflette in
larga misura il successo dell’imperialismo nell’estrarre
valore dalle popolazioni del mondo in via di sviluppo. Allo stesso
tempo, la relativa prosperità delle ampie classi medie sostiene
l’imperialismo e ne trae alimento. gli appartenenti alla classe
media, esercitano effettivamente una domanda di consumi che sostiene
una moltitudine di imprese nazionali, inoltre i loro risparmi
rappresentano un enorme contributo al sistema finanziario. Il loro
appagamento nutre le attitudini conservatrici, assicurando la
pace sociale interna ed i consenso per le guerre all’estero.
Come
si colloca la Russia sulla base di questi criteri? La classe media
russa, correttamente intesa, è esigua. in alcun modo la massa dei
lavoratori salariati russi può essere considerata “classe media”.
Una serie di dati del 2013, raccolti prima la rapida
svalutazione del rublo avvenuta negli ultimi mesi del 2014, mostra
una larga maggioranza di russi con un reddito mensile pro capite
compreso in una forbice di 300-800 dollari. [62] Nelle città russe,
specialmente Mosca e San Pietroburgo, una simile cifra, anche ai sui
massimi, copre poco più che le necessità base alimentari e di
vestiario, unitamente alle tariffe di servizi e trasporti. Tali
livelli di reddito sono tollerabili per i lavoratori solo perché
molti di essi non pagano l’affitto, essendo riusciti a privatizzare
i loro appartamenti precedentemente di proprietà dello stato.
Quale
ammontare di reddito, in Russia, conferisce realmente lo status di
classe media, inteso come significativo potere d’acquisto e
capacità di risparmiare? Come criterio assai generoso, in Russia
potremmo definire reddito da classe media la somma necessaria ad
assicurare un modesto standard di vita occidentale.
I
dati del censimento USA 2013 hanno rivelato un reddito medio pro
capite di 1.678 dollari mensili. Una cifra che negli Stati Uniti,
come in Russia, non consente certo uno stile di vita opulento.
Tuttavia, una famiglia russa con un simile reddito pro capite, nel
2013, avrebbe potuto acquistare un’auto usata ed elettrodomestici
durevoli, incluso un televisore a schermo piatto di grandi
dimensioni, nonché indumenti e arredi di un certo gusto. Gli avrebbe
inoltre consentito di accendere un mutuo per un modesto appartamento,
cenare occasionalmente in un ristorante e magari pensare ad una
vacanza in Turchia.
In
quale punto, nella scala del 2013 della distribuzione del reddito in
Russia, interviene il livello succitato? I dati per quell’anno
mostrano come solo un 10,9 percento di russi avesse un reddito
monetario pro capite superiore ai 50.000 rubli al mese – in quel
momento circa 1.520 dollari. [63] Ciò indica chiaramente che in
quell’anno, relativamente prospero, la proporzione di russi con
stili di vita simili a quelli degli americani a reddito medio, o
superiore, non erano più di circa il 10 percento.
Evidentemente,
nel quadro appena tracciato non vi è niente che richiami un’ampia
e prospera classe media, in grado di avanzare una sostanziale domanda
di consumo. Molti russi consumano poco più dell’essenziale, col
risultato che la produzione ed i servizi finalizzati al consumo
permangono deboli.
Nelle
economie imperialiste, l’alta produttività del lavoro viene
sostenuta da una formazione e da servizi sanitari e sociali
sviluppati. Il neoliberismo, negli ultimi decenni, ha posto tali
sistemi sotto un’implacabile attacco, ma essi rimangono una
caratteristica distintiva del capitalismo avanzato.
In
Russia le prestazioni sociali si sono marcatamente deteriorate sin
dall’epoca sovietica. Il paese continua a creare un numero
impressionante di personale altamente qualificato, ma la spesa per
istruzione è oggi ben al di sotto dei livelli medi dell’OCSE, sia
in termini pro capiti assoluti che in proporzione al PIL. [64] La
spesa lorda in ricerca e sviluppo è scesa dal due percento del PIL
nel 1990 ad una cifra da paese in via di sviluppo dell’uno percento
nel 2008, [65] prima di ritornare all’1,5 percento nel 2013.
Quest’ultimo dato, va comparato col 2,8 percento degli USA e della
Germania, nonché col 3,4 percento del Giappone. [66]
È
nel campo dell’assistenza sanitaria, tuttavia, che il capitalismo
russo ha determinato il più spettacolare regresso del paese rispetto
allo status di paese sviluppato. Acute carenze di finanziamenti hanno
costretto a spontanee privatizzazioni su larga scala dei servizi
sanitari. In un’indagine su scala mondiale circa l’aspettativa di
vita, condotta nel 2015, la Russia, con il suo dato di 70,47 anni, si
è classificata al numero 153 in un lista di 224 paesi, dietro
l’Honduras ed i l Bangladesh. [67]
Conclusioni: la necessità dell’analisi leninista
Riassumendo,
quali motivazione potrebbero essere addotte per ammettere la Russia
nel “circolo ristretto” degli stati capitalisti altamente
sviluppati, ovvero dei paesi imperialisti? In sostanza, nessuna – o
forse un, se ignoriamo le specificità della produzione russa di armi
e accettiamo questa come caratteristica “imperialista”, viceversa,
la Russia presenta un denso raggruppamento delle caratteristiche
necessarie ad identificarla come parte della semi-periferia
capitalista.
La
Russia non ospita un capitalismo avanzato, o un’ampia e prospera
classe media. I suoi monopoli tendono ad essere gracili accanto a
quelli di vari paesi chiaramente parte della semi-periferia, per non
parlare delle società di dimensioni mostruose del centro
imperialista. La produzione industriale russa ha perso molta della sua
passata diversificazione, ed il suo livello tecnico complessivo è
decisamente arretrato, mentre nel contesto di un modello che ricorda
le aree meno sviluppate della semi-periferia, il settore estrattivo
rappresenta una notevole percentuale della produzione. Il commercio
estero della Russia ha forti caratteri di dipendenza, ed il paese
esporta prevalentemente matterie prime di base per le quali i prezzi
sono spesso depressi. Intrattenendo ben pochi scambi con le aree
povere della periferia, essa non beneficia significativamente
dallo scambio commerciale ineguale. In Russia, inoltre, non vi è un
complessivo surplus di capitali, e sebbene il paese esporta capitali,
ciò avviene per ragioni distorte e malgrado una quasi catastrofica
carenza di investimenti in infrastrutture e impianti produttivi.
Con
i suoi investimenti esteri concentrati nei paesi del centro, la
Russia ha una parte minima in quella che è la quintessenza
dell’attività imperialista – l’esportazione di capitali verso
la periferia e l’estrazione di profitti dal lavoro e dalle risorse
dei paesi in via di sviluppo. Il captale finanziario russo è
limitato e debole, e la natura largamente criminogena e caotica del
suo settore finanziario esclude qualsiasi possibilità che esso possa
giocare un ruolo egemonico nell’economia.
Non
può sussistere più alcun dubbio: nei termini stabiliti da Lenin, la
Russia odierna non è una potenza imperialista.
Ma
chi è stato dunque Lenin? Ed un secolo dopo che egli ha scritto, la
sinistra di oggi deve ancora mettersi in fila davanti al suo
mausoleo? Non vi sono forse analisi alternative, più moderne,
includenti che includano subiti dall’imperialismo dal 1916?
Senza
dubbio esistono – ma non nel campo marxista. Un’analisi
materialista dell’attuale sistema mondiale capitalistico – e
delle sue caratteristiche salienti, la sconvolgente polarizzazione
globale della ricchezza tra il suo nucleo privilegiato ed i
territori esteriori impoveriti – deve basarsi sulla definizione e
la metodologia forniti da Lenin. Alcune modifiche all’analisi
leniniana sono, di fatto, necessarie, ed il concetto di
semi-periferia è soltanto una di esse. Tuttavia, dobbiamo forse
supporre vi possa essere un’adeguata comprensione del moderno
imperialismo che non si basi sul monopolio, sul potere del capitale
finanziario, sulla sovraccumulazione di capitale da pare del sistema
e sulla conseguente compulsione ad espandere la propria sfera di
azione? E laddove manchino tali elementi, o siano presenti solo in
parte ed ambiguamente, ciò significherebbe avere a che fare con
un’entità fondamentalmente differente, non imperialista?
Probabilmente,
siamo troppo immersi nel reame materiale e nei vincoli che pone al
nostro pensiero. Forse dovremmo applicare delle definizione che
rendano conto dell’agire. Può darsi che che la considerazione
cruciale da fare non sia cosa la Russia é,
bensì cosa cosa fa.
Se un paese utilizza la propria forza militare per immischiarsi in
affari al di fuori dei propri confini, ciò non la rende per
se imperialista?
Il
pericolo insito in questo genere di argomentazione è che conduce
rapidamente a conclusioni non poco bizzarre. Numerose guerre sono
state combattute nello scorso mezzo secolo tra paesi della periferia,
e se classifichiamo la Russia come imperialista semplicemente sulla
base del fatto che ha compiuto incursioni armate nei paesi vicini,
allora dovremmo parlare, come conseguenza logica, di imperialismo
pachistano, o imperialismo iracheno, o persino, riguardo ai tempi
recenti, di imperialismo sudanese.
Se
classifichiamo come imperialisti paesi chiaramente appartenenti al
mondo in via di sviluppo, come spiegheremmo l’abisso, a livello
globale, tra ricchi e poveri? Usato in questo modo impressionistico,
essenzialmente liberale, il termine “imperialismo” perde ogni
potenziale quale strumento di analisi. Comprendere la natura e
la dinamica dell’odierno capitalismo mondiale diviene così
impossibile.
Specificamente,
se rigettiamo un’analisi di tipo materialista, perdiamo la capacità
di distinguere tra gli egemoni globali e le loro vittime. Nei
conflitti cruciali, ci troveremmo a dispiegare una miope equidistanza
che condanna indifferentemente rapinatore e rapinato. In simili
circostanze, la resistenza internazionale alla violenza imperialista
si ritrova ad essere confusa e disarmata. Le vittime si vedono negata
la nostra solidarietà. Da oppositori dell’imperialismo ci
trasformiamo in qualcosa di molto simile ai suoi complici.
Note:
-
Ad alimentare questo dibattito, in particolare, sono stati gli sviluppi in Ucraina, da quando gli imperialismi USA ed europeo occidentale, nel febbraio 2014, si sono assicurati il rovesciamento dell’amministrazione eletta guidata da Viktor Yanukovych. Tale ribaltamento è stato ordito, in alcuni suoi dettagli, da diplomatici statunitensi, e le agenzie USA hanno speso miliardi di dollari per prepararlo. Nel momento in cui l’opposizione al governo di estrema destra di Kiev è sfociato in rivolta popolare in Crimea e Donbass, e ha ricevuto supporto da Mosca, i media occidentali hanno rapidamente accusato la Russia di “imperialismo”. Questo mantra è stato ripreso, e ripetuto acriticamente, da importanti settori della sinistra occidentale.
-
V.I. Lenin, Opere complete, vol. XXII, Editori Riuniti, 1966, p. 266.
-
PIL pro capite a parità di potere di acquisto, Banca Mondiale, 2014, https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_GDP_%28PPP%29_per_capita.
-
Si veda il saggio di Lenin del 1916, Risultati della discussione sull’autodecisione, in V.I. Lenin, Opere complete, vol. XXII, Editori Riuniti, 1966, p. 356.
-
Ibid., p. 340
-
Si veda V.I. Lenin, Opere complete, vol. 22, Editori Riunti, 1966, p. 265: “Ma il capitalismo divenne imperialismo capitalistico soltanto a un determinato e assai alto grado del suo sviluppo, allorché alcune qualità fondamentali del capitalismo cominciarono a mutarsi nel loro opposto, quando pienamente si affermarono e si rivelarono i sintomi del trapasso a un più elevato ordinamento economico e sociale”.
-
Tabelle 2-4, http://publications.credit-suisse.com/tasks/render/file/index.cfm?fileid=C26E3824-E868-56E0-CCA04D4BB9B9ADD5.
-
Calcolato da stats.oecd.org/Index.aspx?DataSetCode=PDB_LV. OECD figures. Si veda http://www.themoscowtimes.com/business/article/russians-named-europes-least-productive-workers/527669.html.
-
Eccezionali esponenti di questa tesi sono gli economisti politici dell’Università statale di Mosca Aleksandr Buzgalin e Andrey Kolganov.
-
Si veda Ruslan Dzarasov, The Conundrum of Russian Capitalism (Londra, Pluto Press, 2014).
-
L’espressiva definizione è di Buzgalin e Kolganov.
-
Secondo la Banca Mondiale, il capitale fisso lordo in Russia, nel 2013, è stato il 21,47 percento del PIL, in calo di oltre il 30 percento alla fine dell’epoca sovietica (www.tradingeconomics.com/russia/gross-fixed-capital-formation-percent-of-gdp-wb-data.html).
-
Dzarasov, op. cit., pp. 203, 204.
-
V.I. Lenin, Opere complete, vol. XXII, Editori Riuniti, 1966, p. 266.
-
Tabelle 2-4, http://publications.credit-suisse.com/tasks/render/file/index.cfm?fileid=C26E3824-E868-56E0-CCA04D4BB9B9ADD5.
-
V.I. Lenin, opere complete, vol. 22, Editori Riuniti, 1966, p. 224.
-
Si veda www.forbes.com/companies/sberbank; http://www.relbanks.com/worlds-top-banks/market-cap; http://www.forbes.com/companies/itau-unibanco-holding/.
-
In un articol odel 2015, la ricercatrice economica moscovita Olga Koshovets ha così commentato il destino dell’industria high tech civile russa: “Le esistenti capacità produttiva e tecnologica sono ormai praticamente esaurite, dalla sua creazione nell’URSS, e dopo la sua caduta, quasi nessuna nuova fabbrica è stata costruita e le strutture produttive esistenti non sono state sviluppate” ((http://www.scientific-publications.net/get/1000007/1409340758352379.pdf).
-
Le esportazioni russe di armi, nonostante il loro successo sul mercato mondiale, non hanno alterato sostanzialmente la struttura delle esportazioni del paese. In anni recenti, armi ed equipaggiamento militare, circa il 60 percento delle esportazioni ad alta tecnologia della Russia, hanno rappresentato solo il 3 percento delle esportazioni complessive del paese. Si veda Olga B. Koshovets, http://www.scientific-publications.net/get/1000007/1409340758352379.pdf.
-
data.worldbank.org/indicator/TX.VAL.TECH.CD/countries.
-
Si veda atlas.media.mit.edu/en/profile/country/rus/#imports.
-
Il Moscow Times, nel maggio 2015, ha citato i dati del governo russo che hanno fissato il flusso netto di capitali del paese, nel 2014, a 154,1 miliardi di dollari, ed il totale, a partire dal 1999, in 550 milioni di dollari. Il giornale nota inoltre che, secondo ricercatori indipendenti, il totale potrebbe essere superiore a mille miliardi di dollari (www.themoscowtimes.com/business/article/russia-massive-capital-flight-continues/520112.html).
-
IMEiMO e Vale Columbia Center, “Global Expansion of Russian Multinational after the Crisis: Results of 2011”. ccsi.columbia.edu/files/2013/10/Russia_2013.pdf.
-
Ibid.
-
Ibid.
-
IMEiMO e Vale Columbia Center, “Global Expansion of Russian Multinational after the Crisis: Results of 2011”. ccsi.columbia.edu/files/2013/10/Russia_2013.pdf.
-
Gli asset tottali della LUKOIL nel 2011 erano di 84 miliardi di dollari. Si veda http://www.forbes.com/lists/2012/18/global2000_2011.html.
-
unctad.org/en/PublicationsLibrary/webdiaeia2013d6_en.pdf.
-
cidpnsi.ca/Canadian-mining-investments-in-latin-america/.
-
http://www.parl.gc.ca/Content/LOP/ResearchPublications/2014-49-3.html; cidpnsi.ca/Canadian-foreign-direct-investment-abroad/.
-
Le aziende australiane che si occupano di risorse nel 2014 hanno operato in oltre 1.000 progetti in 30 nazioni africane, e hanno scoperto minerali per circa 650 miliardi di dollari nel continente nei cinque anni precedenti (www.abc.net.au/news/2014-09-03/miner-look-to-africa-for-new-opportunities/5716934).
-
Uno studio americano ha notato come delle attività estere possedute nel 2011 dalle principali multinazionali russe, oltre il 66 percento era in Europa e Asia Centrali, con il 28 percento nelle ex repubbliche dell’URSS. Si veda ccsi.columbia.edu/files/2013/10/Russia_2013.pdf.
-
Uno studio del 2014, il quale cita i dati della Banca centrale russa, sostiene che delle attività estere russe totali del 2012, 1.241,4 miliardi di dollari, solo 50,4 miliardi di dollari (4,1 percento) si trovavano negli stati della CSI. Si veda http://www.kier.kyoto-u.ac.jp/DP/DP899.pdf. Questi dati, tuttavia, non prendono in considerazione il “fattore Cipro”.
-
A.V. Buzgalin, A.I. Kolganov e O.V. Barashkova, “Rossiya: novaya imperialisticheskaya derzhava?” manoscritto non pubblicato, 2015.
-
Gli acquisti russi di asset della CSI, per il 2005-2010, documentati da Buzgalin, Kolganov e Barashkova (op. cit.), valgono complessivamente meno di 12 miliardi.
-
Si veda lenta.ru/articles/2014/09/04/property.
-
Dati tratti da Stockholm International Peace Research Institute (books.sipri.org/files/FS/SIPRIFS1504.pdf).
-
Nel caso della Russia, il moltiplicatore applicato al PIL nominale in dollari USA per ottenere il PIL a parità di potere d’acquisto e di 2.0 (FMI, Banca Mondiale).
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SIPRI International arms transfers 2014 (books.sipri.org/files/FSSIPRI1503.pdf). Almeno il 60 percento delle vendite di armi russe in questi anni sono state a soli tre paesi, India, Cina e Algeria.
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people.defensenews.com/top-100/.
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La sociologia borghese nordamericana, che nega o mette in discussione il concetto di classe operaia, occulta la struttura di classe del capitalismo avanzato classificando molti lavoratori salariati come “classe media”. Ma se si considera la reale condizione di numerosi di un alto numero di questi lavoratori, spessi dipendenti dal supporto del welfare, tale classificazione appare in tutta la sua assurdità.
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Dati elaborati per questo studio da Anna Ochkina della Penza State Pedagogical University, sulla base dei dati e delle indagini sui bilanci familiari forniti da Rosstat. Email personale del 16 agosto 2015.
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Dati elaborati da Anna Ochkina sulla base di fonti statistiche russe.
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Si veda www.oecd.org/edu/Russian Federation_EAG2013 Country Note.pdf.
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http://www.oecd.org/sti/inno/46665671.pdf,consultato il 7 Febbraio 2016.
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http://www.infoplease.com/world/statistics/life-expectancy-country.html, consultato il 7 Febbraio 2016
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