Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query Lavinia Marchetti. Ordina per data Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query Lavinia Marchetti. Ordina per data Mostra tutti i post

domenica 14 giugno 2026

ISRAELE È UN ESPERIMENTO COLONIALE FALLITO. UN ESPERIMENTO DA CHIUDERE. - Lavinia Marchetti

Da: https://laviniamarchetti.altervista.org - - Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti -

Leggi anche: «EBRAICO E DEMOCRATICO»: UN OSSIMORO? - Shlomo Sand 
“Solo la pressione della società civile può fermare il genocidio” - Andrea Umbrello intervista Michael Lynk 


ISRAELE È UN ESPERIMENTO COLONIALE FALLITO. UN ESPERIMENTO DA CHIUDERE. 
Settantotto anni di dati attendono un verbale che l'Occidente non vuole firmare. 


Quando un esperimento fallisce, la scienza impone il dovere di sospendere il protocollo e di esaminare i risultati. Nessun laboratorio serio insisterebbe per settantotto anni su un’ipotesi che i dati smentiscono con tale abbondanza. Eppure l’Occidente continua ad armare e ad assolvere Israele, l’ultimo dei suoi esperimenti coloniali e il più costoso, in denaro e in vite umane, un accanimento terapeutico che può solo finire peggio. L’esperimento è fallito, lo vediamo tutti. Resterebbe da redigere il resoconto.

Che si trattasse di un’impresa coloniale lo sapevano per primi i fondatori, i quali parlavano la lingua del loro tempo senza alcun imbarazzo. Herzl, nel 1896, prometteva alle potenze europee “un avamposto di civiltà contro la barbarie”, e nel 1902 scriveva a Cecil Rhodes, il colonizzatore della Rhodesia, invitandolo a riconoscere nel progetto sionista “qualcosa di coloniale”. Jabotinsky, nel 1923, ammise con una franchezza che oggi nessun portavoce si concederebbe, come la colonizzazione potesse procedere soltanto dietro un “muro di ferro” di baionette, poiché sapeva bene storicamente, che nessuna popolazione indigena ha mai acconsentito di buon grado alla propria sostituzione etnica. La dichiarazione Balfour, nel 1917, fu l’atto con cui un impero dispose di una terra altrui in favore di un movimento nato in Europa, riservando agli abitanti, allora il novanta per cento della popolazione, la qualifica sprezzante di “comunità non ebraiche esistenti”. Il vocabolario dell’esperimento era completo prima ancora che l’esperimento cominciasse.

domenica 11 ottobre 2026

IL 7 OTTOBRE E L’OCEANO DI SANGUE PALESTINESE IN CUI CI SPECCHIAMO OGNI GIORNO - Lavinia Marchetti

Da: Lavinia Marchetti - https://laviniamarchetti.substack.com - Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti Biologa e filosofa politica che scrive su Gaza, i genocidi contemporanei, l'ideologia della guerra giusta, il corpo delle donne in guerra e le forme quotidiane di resistenza.

Leggi anche: Sì, un altro mondo era possibile - Lavinia Marchetti 

IL VELO E LA BOMBA - Lavinia Marchetti 

ISRAELE È UN ESPERIMENTO COLONIALE FALLITO. UN ESPERIMENTO DA CHIUDERE. - Lavinia Marchetti 

CISGIORDANIA. Le nostre vite sono un fardello - Mais Abu Ghoush e Ahmed Al-Arouri 

Vedi anche: Da Milano intervista Omer Bartov (https://www.raiplay.it/video/2026/09/Il-cavallo-e-la-torre---Puntata-del-07102026-6526f19b-c40c-486a-9f72-998108f5494d.html)


Forse ci voleva un oceano di sangue palestinese per mostrarci il nostro volto. Scrivere questa frase mi imbarazza perché i morti palestinesi non avevano alcun dovere verso la nostra coscienza. Nessun bambino di Gaza doveva morire perché un europeo scoprisse qualcosa su se stesso e sul sistema di sfruttamento e disumanizzazione in cui vive. Eppure oggi, tre anni dopo il 7 ottobre 2023, riesco solo a dire che Gaza ci ha tolto parecchie illusioni e alcune erano le migliori che avevamo. 

Abbiamo scoperto quanto vale davvero il diritto internazionale quando a violarlo è un alleato dell’Occidente, abbiamo anche visto quanto dura l’universalismo europeo quando l’essere umano da proteggere è palestinese, e abbiamo anche appreso, senza possibilità di appello, quanta parte della nostra superiorità morale sopravvive davanti a una convenienza che sia ideologica, militare, diplomatica, o peggio, commerciale. Poco, nulla. Altro che illuminismo e “valori cristiani”. 

Per anni abbiamo raccontato l’Occidente a noi stessi, noi eh, gli altri lo sapevano bene chi eravamo, attraverso il lessico stucchevole della democrazia liberale, dei bellissimi da dire “diritti umani”. Eravamo quelli che si fregiavano di Norimberga, della Convenzione sul genocidio, delle Convenzioni di Ginevra; quelli che sbandieravano al resto del mondo che la ragion di Stato incontra un limite davanti all’essere umano. Beh, la politica estera degli USA di cui siamo sudditi avrebbe già dovuto farcelo capire. Ma dopo arriva Gaza e il limite comincia a diventare poroso, pietoso e agghiacciante. 

Ho riletto Fisher tante volte in questi tre anni perché aveva capito che il capitalismo possiede una capacità straordinaria di inglobare persino la critica morale rivolta contro se stesso, a condizione che quella critica lasci in pace ciò che conta davvero per quel sistema basato sulla diseguaglianza. In Realismo capitalista scriveva: 

«Presi assieme, gli immobilisti (con la loro ammissione implicita che il capitalismo non potrà mai essere rovesciato, e che nei suoi confronti non si può tentare altro che opporre resistenza) e i comunisti liberali (per i quali gli eccessi immorali del capitalismo vanno temperati dalla filantropia e dalla beneficenza) danno il senso di come le potenzialità politiche dell’oggi siano circoscritte proprio dal realismo capitalista. Se gli immobilisti ricorrono a forme di protesta dal sapore sessantottesco in nome della resistenza al cambiamento, i comunisti liberali sposano energicamente la causa della “novità”. Žižek ha senz’altro ragione quando fa notare che il comunismo liberale, anziché essere una specie di correttivo progressista dell’ideologia capitalista ufficiale, è esso stesso l’ideologia dominante del capitalismo contemporaneo». 

giovedì 24 settembre 2026

"Io chiedevo cosa succederebbe se… perché a questa domanda non risponde mai nessuno degli armiamoci e partite." - Lavinia Marchetti

Da: Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti -  Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti 

Leggi anche. IL VELO E LA BOMBA - Lavinia Marchetti 

PERCHÉ TANTO ODIO NEI CONFRONTI DI FRANCESCA ALBANESE? - Lavinia Marchetti 


POSSIAMO FARE UNA DISCUSSIONE NON IDEOLOGICA SUL CONFLITTO RUSSO-UCRAINO? (so già che la risposta è no, ma pazienza)

Molte ore di treno mi hanno permesso di leggere la maggior parte dei commenti al mio post precedente. Ho preso appunti. Molti dei commenti erano assai seri, altri mi invitavano a «calarmi i pantaloni» davanti a Putin. Un signore ha stabilito che per annientare la Russia basterebbero due atomiche (bontà sua).

Ho trovato 8 argomentazioni che potrebbero riassumersi in altrettanti tipi psicologici. Analizziamole assieme.

1. I devoti della deterrenza

Sono i più numerosi. Pronunciano la parola «deterrenza» come dei bobbiani dell’ultim’ora, quasi come se nessuno di noi, poveri sprovveduti, ci avesse mai pensato. La dottrina ha antenati illustrissimi, da Bernard Brodie a Thomas Schelling. La distruzione reciproca assicurata renderebbe il primo colpo irrazionale dal momento che chi attacca per primo riceverà comunque una risposta devastante. Anche la NATO fonda la propria sicurezza sulla compresenza di forze nucleari e convenzionali. Dico la verità, finché si espone la teoria non fa una grinza. Poi subito dopo ci viene richiesto l’atto di fede. Tutti devono interpretare correttamente le intenzioni avversarie, conservare il controllo della catena di comando e infine reagire secondo una razionalità identica alla nostra. La storia, mi pare, ci offre qualche motivo di cautela. Durante l’esercitazione Able Archer del 1983, i sovietici prepararono forze nucleari all’impiego immediato, convinti che le manovre potessero coprire un attacco reale. L’ufficiale americano Leonard Perroots (come mi ricordava un commento) evitò di rispondere all’aumento dell’allerta sovietica. Decise, così, per intuito, ignorando la gravità della situazione. I documenti declassificati descrivono rapporti ridotti a un autentico «grilletto facile». Non parliamo della Baia dei Porci e così via. Essere sopravvissuti fino ad ora, prova soltanto che finora la catena degli errori si è interrotta in tempo. Ridurre questa fortuna in una legge storica è un po’ mettersi nelle mani della fede nella Provvidenza, con l’aggiunta dei missili balistici.

giovedì 3 luglio 2025

"contro le due destre" - Moni Ovadia

Da: Lavinia Marchetti - Moni Ovadia, Salomone Ovadia detto Moni, è un attore, cantante e scrittore italiano di origine bulgara. (moniovadia)

Leggi anche: IL VELO E LA BOMBA - Lavinia Marchetti 


Questa è la mia trascrizione di un discorso di Moni Ovadia, in un convegno al senato del 28 Maggio 2025 per la presentazione del libro "contro le due destre". Non ha detto chissà cosa, ma quello che ha detto non lo dice nessuno che abbia anche solo un minimo di rappresentanza. Che l'opposizione in Italia non esista ce ne eravamo accorti da molto tempo, e allora, per questo, è bello che un 80enne, in senato, ricordi i nostri valori e ristabilisca un principio di realtà. (Lavinia Marchetti)

---------------------------------
"Sono un militante. Lo sono dall’età di 14 anni. Non mi sono mai voluto occupare direttamente di politica, perché mi occupo di cultura, nella forma delle arti scenico-rappresentative. Tuttavia, sono stato un militante molto appassionato. E da un certo punto in avanti, come tanti italiani – tantissimi – mi sono sentito raggirato. 

Per anni ho militato nella sinistra, e poi, da parecchi anni – persino tre decenni – mi sono sentito come un criceto nella ruota. Ogni elezione continuo a girare, ma non succede nulla di nulla. Poi ho capito che nei confronti di noi cittadini veniva perpetrata una truffa. L’elezione era solo una sanzione di parvenza democratica per non cambiare niente. 

Secondo me lo si è capito dal linguaggio che ha cominciato a entrare in circolo. Il linguaggio annuncia le trasformazioni. Quando ho sentito per la prima volta la parola “risorse umane”, ho capito che stavano fottendo i lavoratori. 

Mi è capitato di essere invitato a parlare in contesti sindacali, e siccome io sono gloriosamente un estremista – lo rivendico – l’ho detto anche una volta a quel ciuciolone di David Parenzo. È stata una delle rare volte in cui sono stato invitato in TV. Soprattutto perché vengo considerato un terrorista, un ebreo antisemita. “State attenti, perché lui è un estremista”. Io ho detto a Parenzo, che purtroppo conosco da quando portava ancora i pantaloncini all’inglese: “Grazie per la definizione. Ma chi ha governato questo Paese per 75 anni? I moderati.” 

E guarda dove cazzo siamo finiti. L’Italia è l’unico Paese in cui la parola “moderazione” porta con sé una ferocia dilatoria. Qui siamo molto moderati, per cui la mafia impera, ma guai a fare troppo chiasso.
Anche la parola “divisivo”, d’origine americana: cosa significa? Che non c’è più opposizione, perché se critichi sei divisivo. Ebbene, io sono antifascista. Non posso non essere divisivo. Persino l’ANPI è caduta in questa trappola. 

Ho persino pensato di restituire le mie due tessere dell’ANPI: una con medaglia d’onore, l’altra mia. Stavo già pensando di strapparle, perché io vorrei vedere, il 25 aprile, un corteo che sfili con le bandiere del popolo palestinese. Solo così oggi si fa Resistenza. 

Per me, dunque, è stata una grande boccata d’ossigeno essere coinvolto, pur nei miei limiti. Sono un teatrante, lo ripeto, ma porto il piccolo contributo che posso, perché riesco a raggiungere persone che da anni non militano più, che non votano più, ma che conservano un sentimento. Nella loro amarezza per essere stati raggirati, mantengono ancora un ardore d’indignazione per ciò che stiamo vedendo.
La democrazia – se mai c’è stata – è morta. A mio modesto parere, votare ciclicamente non è democrazia. In fondo, come diceva Gaber, libertà è partecipazione. 

Poi un’altra cosa fondamentale: è stato bandito dal linguaggio – hanno cominciato le destre – il principio più alto che l’umanità abbia mai conquistato, a mio parere, nel suo travagliato e doloroso cammino: il principio dell’uguaglianza. 

Io, come teatrante e un po’ giarratano, mi sono persino permesso di criticare i rivoluzionari francesi, dicendo che commisero un errore: non “liberté, égalité, fraternité”, ma “égalité, liberté, fraternité”. Perché solo fra uomini uguali si può parlare di libertà. Altrimenti, la parola “libertà” diventa l’arbitrio dei ricchi e dei potenti. Infatti, Berlusconi l’amava moltissimo: “Casa della Libertà”, che significava “faccio i cazzi miei, e i poveracci si fottano”. 

Questa iniziativa è un’iniziativa per cui vale la pena rimboccarsi le maniche. Io sono un uomo ormai proprio sul crinale della vecchiaia – l’anno prossimo compirò 80 anni – ma è una battaglia per cui vale la pena combattere. Mettere a menare fendenti – intendo, metaforicamente. Sarà una lotta non facile, perché – come è stato detto – l’informazione è in mano al potere. Anzi, direi che l’informazione non c’è, perché non informano su nulla, tranne che autoreferenzialmente. L’abbiamo visto con la questione della Palestina. 

Per me è stato un dolore terribile. Come ebreo, mi sono sentito pugnalato alla schiena, al cuore, alla gola. I sionisti sono, a mio parere, il più grande fallimento della storia ebraica. Una catastrofe – non solo per i palestinesi, con cui io sto – ma anche per l’ebraismo. 

Il monoteismo ebraico è la prima fonte culturale e spirituale che dichiara l’uguaglianza degli uomini su una base incontrovertibile, perché afferma – parlo del Genesi – che tutti gli uomini discendono da un solo esemplare. I sionisti hanno distrutto il presupposto fondante della Torah ebraica. 

Per questo io considero Netanyahu non una deviazione, ma la vera anima del sionismo. 

Il velato “due popoli due stati” è una truffa sanguinosa. I moderati che dicono che Israele “ha diritto a difendersi” sono complici di questo genocidio, che è stato definito tale dal professor Amos Goldberg, docente di Storia dell’Olocausto presso il Dipartimento di Storia Ebraica dell’Università Ebraica di Gerusalemme. 

E poi, c’è la dolorosa questione dei sopravvissuti alla Shoah, e noi ne siamo stati coinvolti. Io sono un grandissimo amico della senatrice Liliana Segre, che da qualche tempo non frequento più per non crearle problemi. Però mi corre l’obbligo di dire una cosa. 

A Londra, il sopravvissuto Stephen Kapos, deportato ad Auschwitz all’età di sette anni, gira davanti al numero 10 di Downing Street con appeso al collo un cartello: “Stop genocide in Gaza”. E con lui ci sono altri sopravvissuti. Quindi lasciamo fuori la Shoah da questa storia. 

Io, come ebreo, dico che lo sfregio più grande alla Shoah lo hanno fatto i sionisti, facendone uno strumento di aggressione, da sbattere addosso ai galantuomini che difendono i diritti di tutti gli esseri umani su questa terra.  

Grazie." 
Moni Ovadia

mercoledì 15 luglio 2026

A CHI CONVIENE CHE NON SI PARLI DI “LOTTA DI CLASSE”? Fra eguali diritti decide la forza. - Lavinia Marchetti

Da: https://laviniamarchetti.substack.com - Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti -  Lavinia Marchetti 

Leggi anche: (Lavinia Marchetti che-cosa-vuole-davvero-il-comunismo) 

Orientarsi nel labirinto della lotta di classe* - Elena Maria Fabrizio 

La lotta di classe nell’antichità greca e romana*- Geoffrey de Ste. Croix 

Per il comunismo. Il concetto di classe - Roberto Fineschi 

Sulla coscienza di classe nell'attuale fase del capitalismo* - VITTORIO RIESER 

Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 - Friedrich Engels, Introduzione (1895) 

MARX E LA RIVOLUZIONE DEL 1848 - Irene Viparelli 

La Comune di Parigi e i giudizi dei contemporanei - In appendice l'"indirizzo" di K. Marx sull'epica impresa dei "comunardi" 

CLASSE (lotta di) - Emiliano Brancaccio 

Classe, lotta di classe e prostituzione - Gianfranco Pala

Le classi nel mondo moderno* - Alessandro Mazzone 

Classi e lotta di classe dopo la “crisi del marxismo”?* - Alessandro Mazzone

ESSERE MARXISTA, ESSERE COMUNISTA, ESSERE INTERNAZIONALISTA OGGI - Samir Amin 

IL CAPITALE E’ UN RAPPORTO SOCIALE (MA QUALE?) - Gianfranco La Grassa 

Salario minimo - Gianfranco Pala 

Vitalità della riflessione marxiana e marxista sull’ideologia - Alessandra Ciattini 

LA LOTTA DI CLASSE DOPO LA LOTTA DI CLASSE - Luciano Gallino 

il comunista: Ripensare Marx - Stefano Garroni -


Vi sono parole che non si possono più pronunciare senza provare il tipico senso di disagio dei nostri tempi, quasi avessimo paura di essere considerati anacronistici, o sentirci dare degli “idealisti”, peraltro senza che nessuno abbia la minima “idea” di che cosa significhi idealismo. La volta scorsa abbiamo parlato della parola “comunismo”, stavolta ce n’è un’altra, se possibile ancora più controversa, talmente controversa che non la sento nominare da anni: “lotta di classe”. Non la sento nominare e mai come oggi abbiamo “classi”. L’abbiamo seppellita con solennità alla caduta del Muro, e di nuovo quando ci hanno spiegato che eravamo diventati tutti “ceto medio”, piccoli azionisti di noi stessi, imprenditori della propria biografia. Eppure la parola ritorna, ostinata, come ritornano i morti a cui non è stata data giusta sepoltura. Ritorna nei magazzini della logistica dove il tempo si conta in secondi, si affaccia dagli appartamenti tenuti sfitti in attesa del rendimento, riappare nella cifra oscena per cui dodici uomini valgono, in denaro contante, quanto la metà povera dell’umanità, torna nella costante perdita di diritti, sul lavoro, nelle piazza e inesorabilmente torna quando per salvarci la vita dobbiamo pagare 800 euro per una tac e non li abbiamo. Questa è la “differenza di classe”. Non è niente di complicato.

Il Manifesto del 1848 esordiva appunto con uno spettro, e con una tesi che il tempo non ha smentito, «la storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotte di classi». Al di là dello slogan e oltre la sua caricatura, voglio prenderla sul serio questa frase, interrogandomi e interrogandovi, con lentezza, su che cosa significhi davvero lotta di classe, quali siano le classi che si fronteggiano dietro la scenografia dell’uguaglianza formale, e a chi giovi, con esattezza, che di tutto ciò si smetta di parlare. Un lettore, commentando il mio scritto sul comunismo, mi ha obiettato che la lotta di classe andrebbe archiviata perché seminerebbe odio. Anche molti studenti, dopo il mio intervento, mi hanno parlato dei dubbi che li assillavano davanti a questi termini che associano alle rivolte degli anni ‘60/’70 del secolo scorso, o addirittura, qualcuno, allo stalinismo.

CHE COS’È UNA CLASSE?

sabato 22 novembre 2025

LA "PACE" - Lavinia Marchetti

Da: Lavinia Marchetti - https://laviniamarchetti.altervista.org - Lavinia Marchetti -

Leggi anche: LA RIMOZIONE DEL GENOCIDIO PALESTINESE DOPO IL "CESSATE-IL-FUOCO", COME PREVEDIBILE. - Lavinia Marchetti 


RAID ISRAELIANO AD AIN AL-HILWEH: 14 GIOVANI UCCISI NEL CAMPO PROFUGHI PALESTINESE. 28 MORTI A GAZA SOTTO I BOMBARDAMENTI.

La Palestina, il Libano, insomma i fronti ancora attivi (tutti) dove Israele continua a bombardare e uccidere, sono silenziati dalla stampa. Sembra non interessare più a nessuno. Se il giornalismo non fa il suo lavoro, tocca a noi trovare fonti e mettere insieme i pezzi e cercare di informare. 

Sidone (Libano), 19 novembre 2025, Un raid aereo israeliano ha colpito il campo profughi palestinese di Ain al-Hilweh, nel sud del Libano, uccidendo almeno 14 persone, in gran parte ragazzi che stavano giocando a calcio. L’attacco, avvenuto la sera di martedì 18 novembre, è stato il più letale in Libano dall’entrata in vigore della tregua con Hezbollah nel 2024 e ha gettato nel lutto la città di Sidone e la comunità palestinese locale. Secondo il Ministero libanese della Sanità, oltre ai morti vi sono diversi feriti, alcuni dei quali in gravi condizioni. I soccorritori hanno lavorato per ore tra le macerie attorno alla moschea Khaled bin al-Walid, dove l’esplosione ha devastato auto e strutture vicine: “Nessuno dei corpi era integro”, ha riferito un medico dell’ospedale di Sidone, a testimonianza della violenza della deflagrazione. 

Le versioni dell’esercito israeliano e di Hamas 

sabato 17 ottobre 2026

Discutere su (e di) NAZA è facilissimo, è indagare Israele per ciò che dice NAZA che sembra impossibile. - Lavinia Marchetti

Da: https://laviniamarchetti.substack.com - Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti Biologa e filosofa politica che scrive su Gaza, i genocidi contemporanei, l'ideologia della guerra giusta, il corpo delle donne in guerra e le forme quotidiane di resistenza. 

Leggi anche: IL 7 OTTOBRE E L’OCEANO DI SANGUE PALESTINESE IN CUI CI SPECCHIAMO OGNI GIORNO - Lavinia Marchetti 


Commento ad un articolo di Aluf Benn su Haaretz del 6 ottobre 2026 (https://www.haaretz.com)

Stamattina Aluf Benn, su Haaretz, ha spostato il focus da NAZA come film a ciò che NAZA denuncia. “Finalmente!”, mi viene da dire. Finalmente si è capito che il problema non è il docufilm, ma i contenuti al suo interno. Benn parte dal finale che tanto ha fatto discutere gli unici e soli vittimisti con patente, quello in cui il treno di Shoah di Claude Lanzmann viene accostato a un convoglio che corre lungo l’autostrada Ayalon, con le testimonianze dei soldati israeliani a scandire il passaggio. Benn considera quel paragone facile e addirittura rozzo. Posizione legittima, non sono d’accordo. Ma insomma chi se ne frega, quello che conta è la frase successiva:

«Simili paragoni a buon mercato con l’Olocausto nulla tolgono al contenuto delle testimonianze registrate dei soldati, che offrono una rara finestra sul meccanismo interno delle Forze di difesa israeliane per individuare, identificare e attaccare obiettivi a Gaza».

Così, a occhio, mi sembra un buon punto da cui ripartire dal momento che, non so se ci avete fatto caso, ma nelle ultime settimane siamo riusciti a fare precisamente ciò che facciamo spesso davanti a Gaza. Abbiamo trasformato “dei fatti” in una discussione sul modo in cui “i fatti” sono stati raccontati. Ok, il film usa Lanzmann in maniera impropria? Discutiamone. L’accostamento storico regge? Discutiamone ancora. Qualcuno trova il titolo eccessivo, qualcun altro trova problematica l’anonimità di alcune fonti. Benissimo. Parliamone, discutiamone quanto volete. Eppure, nel frattempo, dentro quel film, soldati israeliani descrivono procedure che portano dalla “classificazione” di un essere umano alla decisione di ucciderlo attraverso un software e l’AI. Uno di loro prende un pennarello nero, traccia una specie di percorso operativo, e alla fine del percorso una bomba cade sopra una casa. Non so voi, ma io continuo a pensare a quella casa. Perdersi nella filologia di NAZA è facilissimo. Ne nasceranno trattati. Ma quella casa aveva dentro persone innocenti uccise perché “forse” in zona c’era un miliziano di Hamas.

sabato 21 febbraio 2026

È ANCORA POSSIBILE OPPORSI AD UN GENOCIDIO. CHI NON LO FA (QUASI TUTTI) È COMPLICE. VOGLIO RINGRAZIARE QUESTE PERSONE A CUI È RIMASTA ADDOSSO DELL’UMANITÀ. - Lavinia Marchetti

 Da: https://laviniamarchetti.altervista.org - Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti -

Vedi anche: Disunited Nations Medio Oriente: l'ONU nella bufera 

I casi del telecronista Stefan Renna, della regista Kawthar ibn Haniyya e della relatrice ONU Francesca Albanese.

– Stefan Renna: ha trasformato una telecronaca tecnico-sportiva in un atto di denuncia politica, scatenando un dibattito globale sui confini del giornalismo sportivo e sulla coerenza etica delle organizzazioni internazionali come il Comitato Olimpico Internazionale (CIO). Durante la discesa dell’equipaggio israeliano composto dal pilota Adam Edelman e dal frenatore Menachem Chen, Renna ha sospeso il consueto commento su traiettorie e tempi intermedi per focalizzarsi sul profilo ideologico dell’atleta Edelman. Il giornalista ha citato esplicitamente le dichiarazioni pubbliche del bobbista, che si era autodefinito “sionista fino al midollo” e aveva descritto l’operazione militare a Gaza come “la guerra più moralmente giusta della storia”.

L’analisi di Renna non si è limitata alla citazione, ma ha esteso il campo alla condotta extra-sportiva di Edelman. Il bobbista, nato a Boston ma rappresentante di Israele, è stato accusato di aver utilizzato i suoi canali social per minacciare attivisti internazionali, tra cui Greta Thunberg e i membri della “Global Sumud Flotilla”, auspicando per loro un incontro con Hamas a Gaza come “metodo diverso per ottenere lo stesso risultato finale”. Renna ha sottolineato come la partecipazione di atleti con posizioni così radicali e bellicose ponga un interrogativo profondo sulla missione olimpica di pace. Il giornalista ha ricordato come l’istituzione olimpica abbia escluso gli atleti russi e bielorussi a causa del conflitto in Ucraina, invocando la neutralità politica dello sport. Tuttavia, tale rigore sembra svanire di fronte al sostegno esplicito di atleti israeliani a operazioni militari definite da commissioni d’inchiesta delle Nazioni Unite come potenziali atti di genocidio.La risposta della RTS è stata indicativa della fragilità del sistema dell’informazione di fronte a temi polarizzanti. Sebbene il broadcaster abbia ammesso la veridicità fattuale delle informazioni riportate da Renna, ha rimosso il filmato dal proprio sito web, giustificando la scelta con l’inappropriatezza del formato e della lunghezza dell’intervento all’interno di un commento sportivo. La critica interna ed esterna ha però sollevato il dubbio che tale rimozione fosse dettata dal timore di ritorsioni politiche e diplomatiche, specialmente in un momento in cui la Svizzera si trovava a discutere il rinnovo della propria legge sulla radiotelevisione.

domenica 26 ottobre 2025

«CI ASPETTAVAMO DI MORIRE». STORIE DI OSTAGGI PALESTINESI RILASCIATI IL 13 OTTOBRE 2025 - Laviinia Marchetti

Da: Lavinia Marchetti - https://www.academia.edu/144589843/CI_ASPETTAVAMO_DI_MORIRE_STORIE_DI_OSTAGGI_PALESTINESI_RILASCIATI_IL_13_OTTOBRE_2025

Leggi anche: IL VELO E LA BOMBA - Lavinia Marchetti 


Il dossier raccoglie e organizza testimonianze di ex detenuti palestinesi rilasciati il ​​13 ottobre 2025, così come riportate da testate quali +972 Magazine, Reuters, The Guardian, ABC News e Il Fatto Quotidiano. L'obiettivo è duplice: preservare il valore documentale delle narrazioni individuali e discutere la fallacia della memoria traumatica senza sminuirne la portata probatoria quando convergono pattern ricorrenti. Il corpus evidenzia pratiche di deprivazione prolungata, shabeh, percosse, umiliazioni, isolamento, ostacoli all'accesso a cure mediche e sovraffollamento, con effetti cumulativi sulla capacità di ricordare in modo lineare tempi, sequenze e dettagli. L'analisi mette in rilievo come la memoria ferita alterni vuoti e iper-dettagli, ma tenda a convergere su nuclei fattuali condivisi che descrivono un regime detentivo a carattere disumanizzante. Il contributo del lavoro consiste nell'offrire un archivio testimoniale curato, utile a studi giuridici, forensi e psicosociali, e nel proporre criteri di lettura critica della memoria traumatica che tengono insieme debolezza cognitiva e consistenza intersoggettiva delle fonti. 

Dei quasi 2.000 detenuti palestinesi liberati nella prima fase dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas, oltre 1.700 provengono dalla Striscia di Gaza. Il 13 ottobre 2025. Dopo essere stati visitati, i detenuti/ostaggi hanno lasciato l’ospedale e hanno percorso le strade in rovina della città, tutti ancora vestiti con le uniformi grigie del carcere che coprivano i loro corpi emaciati. Avevano la testa rasata, la barba lunga, il volto solcato dai segni di settimane, mesi e talvolta anni di sofferenza. - «Dio ci ha riportati dagli abissi della tomba», è stata la frase più ripetuta. 

 Vediamo alcune testimonianze tratte da +972 e altre testate. 

 

HAITHAM MOEIN SALEM, 43 anni, residente a Beit Lahiya, nel nord della Striscia di Gaza. Era stato arrestato dall’esercito israeliano poco più di un anno prima, durante un’incursione a Gaza City. Il 10 settembre, un mese prima della sua liberazione, un attacco aereo israeliano ha colpito la tenda della sua famiglia nella cosiddetta “zona sicura” di Al-Mawasi, vicino a Khan Younis, uccidendo sua moglie e i tre figli: Iman, Layan e Baraa. Lui credeva che lo stessero aspettando per il ritorno a casa. «Nessuno mi ha informato che la mia famiglia era stata colpita». «L’esercito israeliano era solito recapitare brutte notizie da Gaza, soprattutto quando le nostre famiglie venivano attaccate o uccise». Quando ha sentito la notizia, è crollato ed i paramedici hanno dovuto trasportarlo in sedia a rotelle. Per oltre un mese aveva preparato un piccolo dono per la figlia Layan, intagliandolo con noccioli d’oliva raccolti da terra. Lo ha tenuto in tasca per tutto il tempo, conservandolo per quello che sarebbe stato il suo nono compleanno, il 18 ottobre. «Ho iniziato a contare i giorni [in prigione], sperando di uscire in tempo per festeggiare il suo compleanno», ha ricordato. «Ma oggi, a soli cinque giorni da quella data, ho saputo che era stata martirizzata». [...]  

sabato 20 dicembre 2025

FUGA DA LIMES. DIMISSIONARI, FILOPUTINIANI, TANTA PROPAGANDA PER NULLA. - Lavinia Marchetti

Da: Lavinia Marchetti - https://laviniamarchetti.altervista.org - Lavinia Marchetti - 



Per quanto si possa essere in disaccordo con svariate posizioni prese negli anni, per me Limes resta una sorta di oggetto raro, oserei dire un lusso, dentro un paese che vive di politica estera come vive di meteorologia, a spanne, per sentito dire. Iniziai a leggerla dai primi anni Duemila, conscia che lì non avrei trovato il coraggio di una posizione netta, ma anche convinta che l’Italia, fuori da riviste di settore più specialistiche e quindi più ostiche nella lettura e spesso filoatlantiste, abbia avuto a disposizione poche cose capaci di tenere insieme mappe, storia, interessi materiali, rapporti di forza, senza scadere nel bollettino militare di giornata. 

Sull’Ucraina, per esempio, Limes è stata utilissima. Per quanto i social sembrino un coacervo di tuttologi, in realtà dobbiamo ricordarci che in media si conoscono bene 2-3 argomenti. Io ho sempre studiato, sul lato storico, il medio oriente, quindi, prima dell’invasione russa, dell'Ucraina avevo in testa un bagaglio da liceo mal digerito e qualche nome lanciato in aria, Stalin, il salto nel vuoto di Janukovyč, un’idea vaga di frontiera postsovietica, ma avrei saputo nominare giusto due regioni. Poi arriva la guerra e ti accorgi che “sapere” significa sapere poco, oppure sapere male. Limes ti mette davanti cartine, geografie energetiche, dati concreti e analisi e ti fa vedere dove finisce la retorica e dove iniziano i vincoli storici. Anche quando sbaglia, è successo, anche a Caracciolo, almeno sbaglia davanti ai fatti, con un testo firmato e una presa di responsabilità. 

IL FUGGI FUGGI, COSI', "DE BOTTO" 

Negli ultimi giorni quattro nomi illustri hanno sbattuto la porta, denunciando un insostenibile "filoputinismo" strisciante fra le pagine dirette da Lucio Caracciolo. Il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore e oggi responsabile Difesa per Azione, ha dichiarato al Corriere: «Non potevo restare un minuto di più accanto a tutti quei filoputiniani sfegatati». Si, a me ha fatto ridere, un po'. Non troppo. Dietro a queste parole, via social, abbiamo saputo delle sue dimissioni dal Consiglio scientifico di Limes. Il motivo? L’incompatibilità con quella che definisce “la linea politica di mancato sostegno ai principi del diritto internazionale, stracciati dall’aggressione russa all’Ucraina”, insomma, secondo l’ex generale, Caracciolo e soci peccano di ignavia quando c’è da condannare Mosca: troppa equidistanza (in tempi di guerra inventata non si può), se non aperta indulgenza, verso Putin (sic.). Camporini non è solo. Lo hanno preceduto di poche ore Federigo Argentieri (politologo della John Cabot University), Franz Gustincich (analista) e Giorgio Arfaras (economista), veterani dei comitati di Limes. Anche loro, con un telegramma gelido, hanno chiesto la rimozione immediata dei propri nomi dalla prestigiosa testata. Si sono svegliati tutti assieme, così, "de botto". Una defezione collettiva mai vista in oltre trent’anni di storia della rivista, paragonabile a un ammutinamento in piena regola. Il professore Argentieri, penna presente sin dal primo numero del 1993, ha spiegato ad Adnkronos di aver maturato una scelta “politica e morale”, dettata dall’escalation della guerra in Ucraina e dall’impossibilità di tollerare oltre il bias anti-Kiev del magazine: «Il vero problema è il pregiudizio strutturale che la rivista ha nei confronti dell’Ucraina da oltre vent’anni», accusa Argentieri Già dalla Rivoluzione Arancione del 2004, a suo dire, Limes avrebbe assunto una postura diffidente se non ostile verso Kiev. Ci ha messo solo 21 anni per farlo presente. In passato la rivista avrebbe persino ospitato contenuti discutibili come L’autobus di Stalin di Antonio Pennacchi, “un’orrenda apologia cinica del dittatore”, proprio mentre altrove si denunciavano i crimini staliniani in Ucraina. Insomma, una linea editoriale giudicata filorussa ante litteram, divenuta per Argentieri “irrespirabile” nel contesto attuale: «La copertura mediatica sull’Ucraina ormai è una nube tossica che avvelena il pubblico» ha dichiarato, puntando il dito contro Caracciolo come responsabile di contribuire alla disinformazione invece di combatterla. 

venerdì 12 dicembre 2025

Caccia alle streghe: l'eretico e l'Inquisizione: perché l'Occidente teme Francesca Albanese - Michele Leonardi

Da: https://www.counterpunch.org - Michele Leonardi - Francesca Albanese è una giurista e docente italiana, specializzata in diritto internazionale e diritti umani. Dal 2022 è relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.- Francesca Albanese -


Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967 , rappresenta una minaccia sistemica ed esistenziale alla narrazione della "civiltà occidentale" e al mito della supremazia propagandato quotidianamente dall'establishment. 

Nel panorama mediatico italiano, Maurizio Molinari (ex direttore de La Repubblica e La Stampa ) e l'opinionista televisivo Davide Parenzo sono i principali esempi di questo marciume sistemico, rappresentando due dei peggiori esempi di media dominati dal sionismo in Italia. Come ha sottolineato Chris Hedges lo scorso fine settimana in un forum a Roma, queste persone – come i loro omologhi americani del New York Times o del Washington Post – non possono essere considerate giornalisti, ma servitori del potere e, in questo caso, dell'hasbara israeliana (il sistema di propaganda sionista).

La ferocia della caccia alle streghe contro Albanese non è casuale; è una risposta al panico. È pericolosa per l'establishment non perché sia ​​una politica che usa slogan, ma perché brandisce l'arma tecnica e inattaccabile del diritto internazionale contro una macchina propagandistica costruita sulla menzogna. Questa paura si è manifestata in attacchi che sono degenerati in isteria medievale, perpetrati non solo da Israele, ma da un'alleanza occidentale – che include gli Stati Uniti e la maggior parte degli Stati membri dell'UE – profondamente complice del genocidio in corso. 

domenica 23 agosto 2026

SE I TERRORISTI DI HAMAS SONO NAZISTI, PERCHÉ ISRAELE NON LI TRATTA COME TALI? - Gideon Levy

Da: https://www.haaretz.com - https://laviniamarchetti.substack.com - trad. it. Lavinia Marchetti - Gideon Levy è un giornalista israeliano. Dal 1982 scrive per il quotidiano israeliano Haaretz e dal 2010 anche per il settimanale italiano Internazionale. Considerato un esponente della sinistra israeliana, nella sua attività giornalistica è sempre stato molto critico sulla politica israeliana di occupazione dei territori dello Stato di Palestina. (Gideon Levy)

Leggi anche: «EBRAICO E DEMOCRATICO»: UN OSSIMORO? - Shlomo Sand 

Il cielo sopra Israele sta diventando cupo - Gideon Levy

I COLONI ISRAELIANI: DALLE RADICI DEL SIONISMO ALLA REALTÀ CONTEMPORANEA - Lavinia Marchetti 

Vedi anche: La politica israeliana tra occupazione e massacro - Gideon Levy 


Dal punto di vista di Israele, gli hamasnik sono sette volte peggio dei nazisti. Agli occhi della maggior parte degli israeliani, chiunque si trovi a Gaza è Hamas, ed essere Hamas significa ricevere una condanna a morte, anche quando la persona uccisa è un medico, un insegnante o un contabile.

Le immagini del caffè sulla spiaggia di Gaza intriso di sangue, questa settimana, hanno fugato qualsiasi dubbio: Israele sta violando il cessate il fuoco e l’uccisione di massa continua, seppure a un ritmo più lento. Fa male, però meno di prima.

Il portavoce delle Forze di difesa israeliane ha farfugliato qualcosa a proposito di «comandanti della Nukhba riuniti per un incontro», di un comandante di compagnia e tre comandanti di plotone che sarebbero stati neutralizzati, poi di «piani terroristici» e dell’«eliminazione di una minaccia immediata». Le solite cose. Nessuna parola sul bambino ucciso o sulle altre vittime del bombardamento.

Qualsiasi comandante di plotone di Hamas viene considerato un bersaglio legittimo e, agli occhi di quasi tutti gli israeliani, merita di essere eliminato. Essere Hamas significa essere condannati a morte, anche quando la persona uccisa è un medico, un insegnante, il contabile di una municipalità, un assistente sociale di un centro comunitario o un agente della polizia stradale. La sentenza è già stata pronunciata.

Molti israeliani credono che gli hamasnik siano nazisti e che ciascuno di loro meriti di morire.

L’identificazione di Hamas con i nazisti sminuisce l’Olocausto fino a sfiorarne la negazione. Vorrei che lo Stato di Israele trattasse Hamas nello stesso modo in cui gli Alleati vittoriosi trattarono i nazisti alla fine della Seconda guerra mondiale.

domenica 31 agosto 2025

LA MORTE DI AMR - Chris Hedges

Da: Lavinia Marchetti - Tratto da: Chris Hedges, fazieditore.it/un-genocidio-annunciato -  Chris Hedges è un giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha lavorato come capo dell'Ufficio per il Medio Oriente e dell'Ufficio balcanico per il giornale. -

Leggi anche: Chris Hedges: "Un genocidio annunciato" - Alessia Arcolaci 

Vedi anche: Piergiorgio Odifreddi, Le radici nazi-fasciste di Netanyahu e Israele (https://www.youtube.com/watch?v=1xi9aBzLbRE)


Per chi non avesse letto questo testo fondamentale, copio qui un capitolo, il capitolo 3, non è tecnico, è "solo" un fatto, un morto tra le decine di migliaia di morti, eppure fa capire più di mille saggi geopolitici cosa significhi vivere un genocidio sulla propria pelle. (Lavinia Marchetti)


"3. La morte di Amr  

La mattina in cui è stato ucciso, Amr Abdallah si era svegliato prima dell’alba per recitare le preghiere del Ramadan insieme al padre, la madre, due fratelli più piccoli e una zia, in un campo nella zona meridionale di Gaza. «Te noi adoriamo e a Te chiediamo aiuto», pregavano. «Guidaci sulla retta via – la via di coloro che hai colmato di grazia, non di coloro che sono incorsi nella Tua ira, né di quanti hanno abbandonato la retta via». 

Era buio. Sono tornati nelle loro tende. La loro vecchia vita non c’era più: il paese, Al-Qarara, la casa costruita con il denaro messo da parte dal padre di Amr nei trent’anni di lavoro nel Golfo Persico, i frutteti, la scuola, la locale moschea e il museo culturale della cittadina con manufatti risalenti al 4000 avanti Cristo. Tutto ridotto in macerie. 

Amr, che aveva diciassette anni, avrebbe preso il diploma di maturità nel 2024, ma le scuole sono state chiuse nel novembre 2023. Sarebbe andato all’università, forse sarebbe diventato un ingegnere come il padre, una figura di spicco nella sua comunità. Amr era uno studente dotato. Adesso viveva in una tenda in un’area indicata come “sicura” che Israele bombardava sporadicamente. Faceva freddo e pioveva. La famiglia si stringeva assieme per scaldarsi. La fame li avvolgeva come una serpentina. «Quando si fa il nome di Amr è come se stessi parlando della luna», mi dice lo zio Abdulbaset Abdallah, che vive nel New Jersey. «Era il tipo speciale: bello, brillante, gentile». 

martedì 11 novembre 2025

Crimini infami contro i palestinesi - Luciano Beolchi

Da: https://transform-italia.it - Luciano Beolchi, Università degli Studi di Milano - State University of Milan (Italy), History, Emeritus. (https://transform-italia.it/autori)

Leggi anche: RAKEFET SIGNIFICA CICLAMINO. Il nome di fiore per un luogo senza sole. - Reportage del The Guardian sul carcere inumano dove molti detenuti vengono trattenuti senza accuse né processo. Al momento ci sarebbero almeno 100 Palestinesi. - https://www.facebook.com/permalink.php? - Lavinia Marchetti 

Il linguaggio del terrore: quando un ex parlamentare israeliano cita Hitler per Gaza. Paolo.Consiglio

LA RIMOZIONE DEL GENOCIDIO PALESTINESE DOPO IL "CESSATE-IL-FUOCO", COME PREVEDIBILE. - Lavinia Marchetti 


A metà ottobre Israele ha restituito a Gaza 120 corpi, poi altri 15, in base a un accordo con Hamas che prevede la restituzione di 15 corpi di palestinesi per ogni corpo di ostaggio che sarà recuperato da Hamas sotto le macerie di Gaza distrutta dai bombardamenti israeliani. 

I corpi restituiti erano ancora ammanettati, orrendamente offesi, con segni di torture e impiccagioni, o bendati e giustiziati con un colpo di arma da fuoco tra gli occhi. 

Questo dice poco sugli autori dei misfatti, anche perché i corpi sono stati consegnati senza nome, accompagnati solo da un numero. E’ un fatto però che tutti i detenuti usciti dalle carceri israeliane denunciano sistematiche e violente torture fisiche e psichiche e lo stesso hanno fatto gli oltre quattrocento attivisti imbarcati sulla flotilla, arrestati illegalmente in acque internazionali. I venti ostaggi israeliani liberati, nelle centinaia di interviste rilasciate non hanno parlato di torture e la cosa è stata spiegata come un effetto della sindrome di Stoccolma, il fenomeno psicologico per cui nel corso di una lunga detenzione il detenuto si affeziona al carceriere. Curioso clima, quello di Palestina e curiosa anche la sindrome di Stoccolma che ha colpito tutti e venti gli ostaggi israeliani e nessuno tra le centinaia di migliaia di palestinesi che Israele ha detenuto nelle sue carceri. E’ prevedibile che le autorità israeliane diranno e faranno dire che l’autore dell’orrendo sfregio è Hamas, ma ciò che rende le loro accuse poco credibili non è tanto che i corpi straziati vengono dai cimiteri dei numeri, dagli obitori israeliani, dalle carceri di Megiddo e di Ofer e da altri luoghi di detenzione come la base militare di Sde Teiman, ma il fatto che esse si rifiutano sistematicamente di rivelare i nomi e le circostanze, i luoghi e le date in cui quei cadaveri sono venuti nella loro disponibilità, tutte informazioni che avvicinerebbero indubbiamente alla verità e che la comunità internazionale deve richiedere con forza. Dobbiamo pretendere da Israele nomi e non numeri. 

lunedì 5 gennaio 2026

«EBRAICO E DEMOCRATICO»: UN OSSIMORO? - Shlomo Sand

Da Shlomo Sand, L'invenzione del popolo ebraico, 2008 - Lavinia Marchetti - https://laviniamarchetti.altervista.org -  - Lavinia Marchetti - Leggi anche: PALESTINA. Economia e occupazione: dal Protocollo di Parigi ad oggi. - Francesca Merz
Chiarezza - Shlomo Sand
Israele/Palestina. Alle radici del conflitto - Joseph Halevi 
PALESTINA. Economia e occupazione: dal Protocollo di Parigi ad oggi. - Francesca Merz

PEZZI DI STORIA IMPRESCINDIBILI.
Shlomo Sand, L'invenzione del popolo ebraico, 2008. 

Tra le conseguenze del processo di liberalizzazione ed etnicizzazione degli anni Ottanta vi fu anche la nascita di un nuovo partito arabo-ebraico, più radicale del partito comunista tradizionale che fino ad allora aveva dato voce alla protesta araba e molto più fermo nell’opposizione alla politica identitaria dello Stato d’Israele. 

Nelle file della Lista progressista per la pace capeggiata da Muhammad Miarri cominciò a profilarsi un nuovo tipo di critica indirizzata alla natura stessa dello Stato israeliano e che proponeva una sua «desionizzazione». Erano solo le prime avvisaglie. La Commissione elettorale della Knesset non ammise il nuovo partito alle elezioni, insieme alla lista di estrema destra di rav Me’ir Kahana, ma una sentenza della Corte suprema, istituzione che stava diventando il baluardo del liberalismo israeliano, annullò la decisione e i due partiti furono accettati. Contrariamente ai movimenti arabo-israeliani che lo avevano preceduto, come al-Ard (La terra) negli anni Sessanta e i Bene ha-kefar (Figli del villaggio) negli anni Settanta, la Lista progressista per la pace, che presentò come secondo candidato il generale in pensione Mati Peled, ottenne due seggi in parlamento. 

La nuova Knesset reagì a questo modesto successo approvando nel 1985, con una maggioranza schiacciante e senza opposizione, un nuovo emendamento alla Legge fondamentale del Parlamento. Il comma 7a stabiliva per la prima volta in modo esplicito che non sarebbe stata autorizzata a partecipare alle elezioni per il parlamento israeliano alcuna lista che includesse nel programma uno dei seguenti obiettivi: «1. negare l’esistenza dello Stato d’Israele come Stato del popolo ebraico; 2. negare la natura democratica dello Stato; 3. incitare al razzismo». Malgrado la nuova legge, la Lista progressista per la pace non fu bloccata, ancora una volta in virtù dell’intervento della Corte suprema. 

In seguito comparvero altri partiti arabi i quali, pur muovendosi con cautela per non entrare esplicitamente in polemica con la legge, non smisero tuttavia di mettere pubblicamente in discussione la natura dello Stato. Una intera generazione di intellettuali palestinesi, troppo giovani per aver vissuto la Nakba e il regime militare e che si erano integrati nella cultura israeliana affiancandola a quella araba di partenza, cominciò a esprimere con crescente fermezza la propria insoddisfazione per la situazione politica: lo Stato in cui gli arabo-israeliani erano nati, di cui costituivano un quinto della popolazione e di cui erano formalmente cittadini a tutti gli effetti, sosteneva apertamente di non essere loro, ma di appartenere a un altro popolo che continuava in gran parte a vivere all’estero. 

giovedì 11 settembre 2025

Solidarietà “terrorista” - Carla Filosa

Da: https://www.marxismo-oggi.it - Il video è di dodonewlife 
Carla Filosa insegna dialettica hegeliana e marxismo. Collabora con l’Università Popolare Antonio Gramsci (https://www.unigramsci.it - https://www.facebook.com/unigramsci - https://rivistacontraddizione.wordpress.com). - 

                                                                         

In attesa di sapere se la Global Sumud Flotilla sarà intercettata dall’esercito israeliano perché definita “terrorista” dal sionismo oscurantista, proponiamo la ripubblicazione di un articolo del 1988 scritto per la rivista “La Contraddizione”, intitolato Palestina/Imperialismo, in cui si curò una cronologia dell’imperialismo, e non solo. Per chi ancora si trastulla sull’uso o meno giuridico del termine genocidio per definire l’intento israeliano sull’attuale sterminio palestinese, può essere utile “rammentare” i precedenti passi di una storia che non comincia il “7 ottobre”.

Il presente sotto gli occhi di tutti viene monitorato in tanti punti informativi, in cui può rimanere difficile distinguere verità da propaganda, realtà oggettive da menzogne politiche. Il passato storico, accompagnato dall’analisi del tempo, non può più veicolare interessi, invece, di cui non si capiscono obiettivi e collusioni perché oggi ancora in via di sviluppo.

giovedì 1 ottobre 2026

Sì, un altro mondo era possibile - Lavinia Marchetti

Da: Lavinia Marchetti - https://laviniamarchetti.substack.com - Lavinia Marchetti -  Lavinia Marchetti 

Leggi anche: Il senso della fine - Francesco Piccioni

"Io chiedevo cosa succederebbe se… perché a questa domanda non risponde mai nessuno degli armiamoci e partite." - Lavinia Marchetti

"Perché il mondo aveva bisogno di 24 israeliani per credere a ciò che i palestinesi dicevano per quasi tre anni?" - Abo Nasr 

Il palestinese accettabile: articolo esclusivo per RedH di Jaldia Abubakra (Palestina) 

"Cosa ti ha radicalizzato?" - Caitlin Johnstone 

Ascolta anche: Caffè&Cornetto. La vicenda di Autistici/Inventati con Stefano Lucarelli ed Emanuele Barga https://grad-news.blogspot.com/2026/09/caffe-la-vicenda-di-autisticiinventati.html 


Sulla cima dell’Helseggen, la Nuvolosa, un uomo con i capelli bianchi si è disteso a riposare sull’orlo di un precipizio di roccia nera e lucida, con mezzo corpo proteso nel vuoto, e spiega al viaggiatore che ha accompagnato fin lassù di sembrare vecchio senza esserlo, perché «è bastato meno di un giorno a mutare questi capelli dal nero di giaietto al bianco». Edgar Allan Poe pubblicò la sua discesa nel Maelström nel maggio del 1841, su una rivista di Filadelfia, e la ambientò sulla costa della Norvegia, al sessantottesimo grado di latitudine, dove la marea, quando monta e quando cala, torce il mare fra l’isola di Moskoe e la terraferma in un gorgo che la gente del posto chiama Moskoe-ström. Tre anni prima, racconta il pescatore, lui e i suoi due fratelli rientravano dai banchi con il loro peschereccio quando un uragano li sorprese nell’ora sbagliata della marea. Il più giovane sparì insieme all’albero maestro, al quale si era legato per sentirsi al sicuro, e la corrente trascinò la barca verso l’orlo del gorgo.

Mentre si avvicinavano all’abisso, il fratello maggiore, impazzito di terrore, abbandonò il barile vuoto per l’acqua a cui si teneva a poppa e si avventò sull’anello di ferro dove si reggeva l’altro, cercando di strappargli le mani, perché l’anello era troppo piccolo per offrire a entrambi una presa sicura. L’altro glielo lasciò e andò a poppa, al barile. Poi accadde la cosa più strana del racconto.

«Può sembrare strano, ma ora che ci trovavamo proprio tra le fauci del gorgo mi sentivo più calmo di quando ci stavamo soltanto avvicinando. Avendo deciso di non sperare più, mi liberai di gran parte di quel terrore che all’inizio mi aveva snervato. Credo che fosse la disperazione a tendermi i nervi. [...] Dopo un poco fui preso dalla più acuta curiosità per il vortice stesso. Provavo davvero il desiderio di esplorarne le profondità, pur a costo del sacrificio che stavo per compiere, e il mio dolore più grande era che non avrei mai potuto raccontare ai miei vecchi compagni a terra i misteri che avrei visto».

La barca finì sospesa a metà di un imbuto immenso, dalle pareti lisce come l’ebano, sulle quali la luna piena, affacciata da uno squarcio fra le nubi, riversava una luce dorata fino ai recessi più profondi dell’abisso, e in fondo, sopra la nebbia sollevata dall’urto delle acque, pendeva «un magnifico arcobaleno, simile a quel ponte stretto e vacillante che i musulmani dicono essere l’unico passaggio tra il Tempo e l’Eternità».

Guardando i relitti che roteavano con la barca lungo la parete, il narratore si accorse che, fra due corpi della stessa grandezza, il cilindro veniva inghiottito più adagio, e più tardi, a salvezza avvenuta, un vecchio maestro di scuola del distretto gli avrebbe spiegato perché un cilindro che galleggia in un vortice «oppone maggiore resistenza al risucchio ed è trascinato giù con maggiore difficoltà di un corpo di pari volume e di qualsiasi altra forma». Prima di legarsi al barile cercò di far capire al fratello che cosa intendeva fare, indicandogli con i gesti i barili che galleggiavano accanto a loro, e il fratello «scosse la testa disperatamente e rifiutò di muoversi dal suo posto accanto al golfare». Poi si gettò in mare legato al barile, e dopo un’ora, forse, vide la barca compiere tre o quattro giri frenetici e precipitare nella schiuma portandosi dietro il fratello, una volta per tutte e per sempre.

Da un po’ di tempo penso spesso a quei due fratelli, perché credo incarnino alla perfezione due modi di stare dentro la storia che conosco bene, e che ho visto convivere nella stessa persona, a volte nello stesso giorno.

sabato 8 novembre 2025

LA RIMOZIONE DEL GENOCIDIO PALESTINESE DOPO IL "CESSATE-IL-FUOCO", COME PREVEDIBILE. - Lavinia Marchetti

Da: Lavinia Marchetti - https://laviniamarchetti.altervista.org - Lavinia Marchetti - 

Leggi anche: "contro le due destre" - Moni Ovadia

Moni ovadia qualche mese fa lo disse chiaramente che il periodo peggiore sarebbe stato subito dopo il cessate-il-fuoco. L’attenzione internazionale si sarebbe allentata e dopo la distruzione il piano di sostituzione etnica avrebbe avuto il suo acme. Aveva ragione, ma lo sapevamo bene anche noi che sarebbe successo. Come avrete notato la narrazione pubblica sulla Palestina è stata drasticamente ridimensionata dopo il cosiddetto cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. Quello che si rivela un falso armistizio, una tregua solo nominale, ha coinciso con un calo brusco dell’attenzione mediatica, graduale, succede sempre così, una notizia in meno al giorno, un po’ come quando si scala un farmaco: l’algoritmo dei social network pare aver “declassato” i contenuti sulla Palestina e le testate mainstream hanno quasi azzerato le notizie sul tema. La crisi non è risolta tutt’altro. Non è che improvvisamente non muoia più nessuno. Semplicemente, l’orrore in Terra Santa è stato rimosso dal discorso pubblico dominante, congelando l’indignazione collettiva proprio quando ce ne sarebbe più bisogno. È un processo subdolo di oblio programmato, in cui la sofferenza di un popolo viene progressivamente espunta dalla coscienza globale: un caso esemplare di come si manipola l’opinione pubblica affinché un genocidio venga dimenticato, e soprattutto vengano dimenticati, alla chetichella, i carnefici. 

Sui social network, attivisti e utenti hanno denunciato un sensibile calo di visibilità dei post legati a Gaza e Cisgiordania, quasi fossero oggetto di shadow banning. Del resto, un rapporto delle Nazioni Unite ha confermato che le piattaforme occidentali hanno rimosso in modo sproporzionato i contenuti di solidarietà col popolo palestinese, molto più rigorosamente di quanto abbiano filtrato contenuti apertamente violenti anti-palestinesi (ci sono dati oggettivi in merito). Questa censura algoritmica, mascherata da politica di moderazione, contribuisce a seppellire la causa palestinese sotto un assordante silenzio digitale.