domenica 11 ottobre 2026

IL 7 OTTOBRE E L’OCEANO DI SANGUE PALESTINESE IN CUI CI SPECCHIAMO OGNI GIORNO - Lavinia Marchetti

Da: Lavinia Marchetti - https://laviniamarchetti.substack.com - Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti Biologa e filosofa politica che scrive su Gaza, i genocidi contemporanei, l'ideologia della guerra giusta, il corpo delle donne in guerra e le forme quotidiane di resistenza.

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Forse ci voleva un oceano di sangue palestinese per mostrarci il nostro volto. Scrivere questa frase mi imbarazza perché i morti palestinesi non avevano alcun dovere verso la nostra coscienza. Nessun bambino di Gaza doveva morire perché un europeo scoprisse qualcosa su se stesso e sul sistema di sfruttamento e disumanizzazione in cui vive. Eppure oggi, tre anni dopo il 7 ottobre 2023, riesco solo a dire che Gaza ci ha tolto parecchie illusioni e alcune erano le migliori che avevamo. 

Abbiamo scoperto quanto vale davvero il diritto internazionale quando a violarlo è un alleato dell’Occidente, abbiamo anche visto quanto dura l’universalismo europeo quando l’essere umano da proteggere è palestinese, e abbiamo anche appreso, senza possibilità di appello, quanta parte della nostra superiorità morale sopravvive davanti a una convenienza che sia ideologica, militare, diplomatica, o peggio, commerciale. Poco, nulla. Altro che illuminismo e “valori cristiani”. 

Per anni abbiamo raccontato l’Occidente a noi stessi, noi eh, gli altri lo sapevano bene chi eravamo, attraverso il lessico stucchevole della democrazia liberale, dei bellissimi da dire “diritti umani”. Eravamo quelli che si fregiavano di Norimberga, della Convenzione sul genocidio, delle Convenzioni di Ginevra; quelli che sbandieravano al resto del mondo che la ragion di Stato incontra un limite davanti all’essere umano. Beh, la politica estera degli USA di cui siamo sudditi avrebbe già dovuto farcelo capire. Ma dopo arriva Gaza e il limite comincia a diventare poroso, pietoso e agghiacciante. 

Ho riletto Fisher tante volte in questi tre anni perché aveva capito che il capitalismo possiede una capacità straordinaria di inglobare persino la critica morale rivolta contro se stesso, a condizione che quella critica lasci in pace ciò che conta davvero per quel sistema basato sulla diseguaglianza. In Realismo capitalista scriveva: 

«Presi assieme, gli immobilisti (con la loro ammissione implicita che il capitalismo non potrà mai essere rovesciato, e che nei suoi confronti non si può tentare altro che opporre resistenza) e i comunisti liberali (per i quali gli eccessi immorali del capitalismo vanno temperati dalla filantropia e dalla beneficenza) danno il senso di come le potenzialità politiche dell’oggi siano circoscritte proprio dal realismo capitalista. Se gli immobilisti ricorrono a forme di protesta dal sapore sessantottesco in nome della resistenza al cambiamento, i comunisti liberali sposano energicamente la causa della “novità”. Žižek ha senz’altro ragione quando fa notare che il comunismo liberale, anziché essere una specie di correttivo progressista dell’ideologia capitalista ufficiale, è esso stesso l’ideologia dominante del capitalismo contemporaneo». 

«gli eccessi immorali del capitalismo». 

Affinché un sistema possa parlare dei propri eccessi immorali deve prima stabilire tacitamente che il funzionamento ordinario possiede una zona moralmente neutra, qualcosa che procede secondo leggi economiche e che successivamente può essere corretto dalla filantropia, dai diritti tanto sbandierati e mai applicati e comunque ritirabili se lo richiedono il sistema o i suoi infiniti stati d’eccezione. 

Gaza ci ha mostrato il volto del nostro “ordine”. Un ordine fondato completamente sull’accumulazione, sulla concorrenza e su disuguaglianze che vengono continuamente prodotte. Un sistema “imperfetto” ci diciamo tra noi, per non raccontarci che funzioniamo a patto di far stare male gli altri, a patto di escluderli dal benessere e ricattarli. E come qualcuno degli “altri” alza la testa li sterminiamo senza pietà. Un sistema simile, un ordine simile può anche contenere norme morali, e qualche volta può essere costretto a rispettarle e vantarsene nei propri documenti ufficiali. Ma la morale entra sempre come limite conquistato, imposto attraverso lotte e rapporti di forza politici, niente è stato regalato, anzi... Il motore continua a essere altrove. Quando quel limite diventa troppo costoso, scopriamo quale dei due ordini comanda. 

Tre anni di Gaza hanno fatto questo esperimento davanti a miliardi di persone senza neppure la necessità del pudore di chiudere la porta del laboratorio. I governi europei possono parlare dei diritti dei palestinesi al mattino e mantenere relazioni economiche e politiche con Israele nel pomeriggio. Dentro il nostro sistema marcio alle fondamenta (le) due cose riescono perfettamente a coesistere. In certe fasi della mia vita avevo creduto che la contraddizione producesse almeno la vergogna, ma Fisher lo aveva capito meglio il trucchetto: il sistema può incorporare la propria denuncia, può perfino finanziarla, e poi andare avanti come se nulla fosse. 

La parola «ipocrisia» mi pare quasi troppo benevola. L’ipocrita conosce la norma e prova almeno il bisogno di fingere di rispettarla. Il fenomeno che abbiamo davanti possiede qualcosa di ancora più radicale. La norma cambia valore secondo il soggetto al quale viene applicata. Bombardare civili può essere terrorismo oppure autodifesa secondo chi sgancia la bomba. Il genocidio si chiama sicurezza. Poi ci raccontiamo che il diritto è universale. E la storia, che avevamo educatamente sistemato nei musei, ritorna precisamente attraverso questo vecchio trucco della classificazione morale delle vittime. René Girard lo aveva studiato partendo dalle persecuzioni. Il persecutore ha bisogno di credersi giusto. La sua vittima deve dunque portare una colpa sufficientemente grande da trasformare la violenza esercitata contro di lei in qualcosa che assomigli alla giustizia. Nel Capro espiatorio scrive:

«Fra tutte le rappresentazioni del testo esiste quindi una relazione di reciprocità, una corrispondenza di cui non si può dar conto se non seguendo un’unica ipotesi. Il testo che noi leggiamo deve radicarsi in una persecuzione reale, riferita secondo la prospettiva dei persecutori. Questa prospettiva è necessariamente ingannevole per il fatto che i persecutori sono convinti del giusto fondamento della loro violenza; essi si considerano dei giustizieri, e hanno quindi bisogno di vittime colpevoli, senonché questa loro prospettiva è vera solo in parte, perché la certezza di avere ragione incoraggia gli stessi persecutori a non occultare nulla dei loro massacri». 

Girard scriveva di persecuzioni avvenute in altri tempi e l’accostamento con Gaza appartiene a me. La sua intuizione, tuttavia, spiega quel meccanismo che abbiamo osservato con una continuità impressionante dopo il 7 ottobre. Perché l’uccisione di civili su scala spropositata diventasse politicamente tollerabile, occorreva che Gaza fosse prima trasformata in un luogo colpevole, che anche i bambini lo fossero. Hamas aveva compiuto un massacro, indotto o meno lo dirà la Storia, ma comunque il materiale iniziale esisteva già. Il passaggio successivo consisteva nell’estendere quella colpa finché il confine fra combattente e popolazione diventasse sempre meno importante nell’opinione pubblica. «Hamas usa gli ospedali», «Hamas si nasconde tra i civili», «Hamas governa Gaza», Hamas è diventato l’arcinemico, poi Hezbollah, poi l’Iran, poi la Siria. Così la responsabilità individuale ha cominciato a dilatarsi fino ad aderire a tutti i paesi confinanti. Il punto girardiano è molto importante, perché svela la necessità di una vittima colpevole. Chi uccide deve poter continuare a percepirsi come colui che punisce. E noi occidentali, spettatori assai partecipi perché armiamo, commerciamo, e siamo collusi ad ogni livello con Israele, avevamo bisogno della stessa colpevolezza per continuare a considerarci il luogo politico dei diritti umani. Il palestinese perfettamente innocente avrebbe creato un problema morale ingestibile, invece il palestinese sempre prossimo alla fantomatica Hamas (che sembra ancora godere di buona salute) lo risolve. Basta un sospetto, una vicinanza, perfino una provenienza geografica, Naza lo spiega bene. 

La Shoah per noi europei è un dato acquisito, leggiamo fin da piccoli tutta la sua evoluzione storica, sappiamo tutto sull’Olocausto e per una parte della mia vita ho creduto, forse ingenuamente, che il risultato morale più prezioso prodotto dall’Europa dopo il 1945 fosse una specie di anticorpo storico. Il mio ragionamento era molto intuitivo, alla fin fine avevamo visto fin dove poteva arrivare una società civile quando classificava gli esseri umani secondo diritti differenti, o per etnia, avevamo visto il volto della disumanizzazione. Mi sembrava improbabile potesse riprodursi in Europa. Infatti si è riprodotta con lasciapassare europeo, ma da un’altra parte. 

Oggi quella fiducia mi appare un atto illusorio. Volevamo crederci. Certo, la storia certamente non ritorna identica, e proprio per questo studiarla aiuta, voglio dire, gli ebrei del 1942, i ruandesi del 1994 o i palestinesi di Gaza appartengono a vicende irriducibili l’una all’altra. Ma ritorna la capacità di costruire eccezioni dentro princìpi proclamati universali e dunque ritorna l’abilità con cui una società colta trova il cavillo, il lessico necessario per abiurare ogni livello di civiltà che dava per acquisito. Facciamo schifo. E noi europei siamo bravissimi in questo mestiere, dalle crociate in poi. Abbiamo tribunali internazionali scintillanti, celebrazioni della Memoria in pompa magna, e che dire dei corsi universitari sui genocidi? Migliaia di articoli e di studi sul tema. Poi arriva la prova in tempo reale e cominciamo a disquisire se fermare un alleato sia diplomaticamente opportuno. La cosa che trovo offensiva è che il diritto continui ad esistere. Perché? USA e Israele quel diritto lo hanno già distrutto. E quindi proprio la sua esistenza rende la faccenda più grave, disgustosa oserei dire. Le famose istituzioni giudiziarie internazionali che tanto decantiamo e che ci appuntiamo al petto come differenza tra un “noi” e gli “altri” hanno parlato. Hanno detto che c’è un genocidio. E noi abbiamo potuto misurare la distanza fra la solennità delle regole e la volontà politica di farle valere. 

Certo, se chiamiamo democrazia soltanto il fatto di votare periodicamente, possiamo dormire sonni tranquilli. Se però nella parola includiamo l’eguaglianza davanti alla legge e il limite effettivo imposto al potere, Gaza (e non solo) ci mostra quanto siamo corrotti. Sì, viviamo in un (più o meno) ordine elettivo. Ricchissimo di procedure. Può possedere tribunali (quasi) indipendenti e un decimo dei giornali che ci danno qualche notizia vera ogni tanto. Eppure possiamo partecipare alla distruzione di un popolo intero continuando a raccontarci al mondo come custodi della civiltà. Le due cose, abbiamo scoperto, convivono benissimo. 

Questa è la lezione che mi resta più nella carne del 7 ottobre. Abbiamo passato decenni a credere che il problema fondamentale fosse convincere gli esseri umani ad avere principi migliori, e Gaza ci ha costretti a guardarci e a vedere quanto poco possano valere quei principi quando l’ordine economico e geopolitico che li ospita decide che applicarli costa troppo. Questo non significa, tuttavia, che una società che tollera tutto questo non conservi al suo interno cittadini degni, movimenti capaci di opporsi, persone che riempiono le piazze e rifiutano la complicità. Parlerei quindi con molta attenzione del «noi», perché milioni di persone hanno visto e hanno protestato, sono state arrestate, prese a manganellate e annoverate (loro, noi!!!) tra i terroristi. 

Il problema riguarda ciò che governa quel noi, le istituzioni che agiscono in nostro nome e questo maledetto sistema economico che continua a fare i propri conti durante il massacro. Facciamo schifo, sì, se per «facciamo» intendiamo l’Occidente ufficiale che ha costruito per settant’anni la propria autorità morale sulla lezione dei crimini europei e ha poi scoperto una quantità sorprendente di eccezioni quando le vittime erano palestinesi, iraniane, somale, slave, siriane, irachene e così via. Forse ci voleva davvero un oceano di sangue perché questa cosa apparisse in tutta la sua miseria. Avrei preferito scoprirla in un libro. 

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