sabato 17 ottobre 2026

Discutere su (e di) NAZA è facilissimo, è indagare Israele per ciò che dice NAZA che sembra impossibile. - Lavinia Marchetti

Da: https://laviniamarchetti.substack.com - Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti Biologa e filosofa politica che scrive su Gaza, i genocidi contemporanei, l'ideologia della guerra giusta, il corpo delle donne in guerra e le forme quotidiane di resistenza. 

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Commento ad un articolo di Aluf Benn su Haaretz del 6 ottobre 2026 (https://www.haaretz.com)

Stamattina Aluf Benn, su Haaretz, ha spostato il focus da NAZA come film a ciò che NAZA denuncia. “Finalmente!”, mi viene da dire. Finalmente si è capito che il problema non è il docufilm, ma i contenuti al suo interno. Benn parte dal finale che tanto ha fatto discutere gli unici e soli vittimisti con patente, quello in cui il treno di Shoah di Claude Lanzmann viene accostato a un convoglio che corre lungo l’autostrada Ayalon, con le testimonianze dei soldati israeliani a scandire il passaggio. Benn considera quel paragone facile e addirittura rozzo. Posizione legittima, non sono d’accordo. Ma insomma chi se ne frega, quello che conta è la frase successiva:

«Simili paragoni a buon mercato con l’Olocausto nulla tolgono al contenuto delle testimonianze registrate dei soldati, che offrono una rara finestra sul meccanismo interno delle Forze di difesa israeliane per individuare, identificare e attaccare obiettivi a Gaza».

Così, a occhio, mi sembra un buon punto da cui ripartire dal momento che, non so se ci avete fatto caso, ma nelle ultime settimane siamo riusciti a fare precisamente ciò che facciamo spesso davanti a Gaza. Abbiamo trasformato “dei fatti” in una discussione sul modo in cui “i fatti” sono stati raccontati. Ok, il film usa Lanzmann in maniera impropria? Discutiamone. L’accostamento storico regge? Discutiamone ancora. Qualcuno trova il titolo eccessivo, qualcun altro trova problematica l’anonimità di alcune fonti. Benissimo. Parliamone, discutiamone quanto volete. Eppure, nel frattempo, dentro quel film, soldati israeliani descrivono procedure che portano dalla “classificazione” di un essere umano alla decisione di ucciderlo attraverso un software e l’AI. Uno di loro prende un pennarello nero, traccia una specie di percorso operativo, e alla fine del percorso una bomba cade sopra una casa. Non so voi, ma io continuo a pensare a quella casa. Perdersi nella filologia di NAZA è facilissimo. Ne nasceranno trattati. Ma quella casa aveva dentro persone innocenti uccise perché “forse” in zona c’era un miliziano di Hamas.

Comunque proseguiamo nella lettura. Benn scrive che gran parte di ciò che il documentario racconta era già stato pubblicato nel corso della “guerra”, ben prima che Abraham e Szor montassero il film. Cita Haaretz, +972 Magazine, Sicha Mekomit, il New York Times, il Guardian. «Quei servizi comprendevano testimonianze di soldati e sollevavano gravi sospetti che l’IDF avesse commesso crimini di guerra uccidendo civili palestinesi e distruggendo infrastrutture e comunità a Gaza». Infatti mi sorprende che NAZA abbia sorpreso, abbia creato quei silenzi, come se le persone non avessero potuto immaginare o sospettare niente di tutto ciò. In realtà sono tre anni che scriviamo e diciamo le stesse cose. Questo ci riporta con i piedi per terra a una questione che accompagna Gaza da tre anni e sulla quale continuiamo a raccontarci una piccola favola illuminista. Pensiamo ancora che il problema decisivo sia sapere. Io, come molti di voi, ogni giorno provo a portare prove, mostrare immagini e video e a studiare e pubblicare documenti. Faccio/facciamo tutto questo come se l’ostacolo fosse l’ignoranza e bastasse accumulare abbastanza evidenza per provocare una reazione morale. Gaza ci ha dimostrato che non è così, che si possono mostrare bambini bruciati vivi, che saltano in aria sopra i palazzi, pezzi di bambini sull’asfalto e continuare tranquillamente il genocidio. Si possono leggere rapporti terribili durante la colazione e andare al lavoro venti minuti dopo. Si può conoscere il numero dei bambini uccisi, leggere come vengono selezionati gli obiettivi, vedere un medico descrivere il corpo di un bambino colpito e continuare a vivere dentro una società che finanzia e protegge diplomaticamente chi produce il genocidio.

In questi tre anni abbiamo scoperto che sapere, sbattere in faccia quotidiane evidenze, non serve a niente se tutto ciò non ha conseguenze, ma anzi diventa una specie di assuefazione. Accumuliamo le prove come si accumulano le notifiche sul telefono. Alla centesima, la centunesima deve essere ancora più atroce per riuscire a strapparci qualche minuto di attenzione.

NAZA arriva tardi, arriva dopo tutto questo e questo «tardi» gli conferisce una posizione particolare che non ha nulla, nulla a che fare con l’idea infantile del film che finalmente «risveglia le coscienze». Le coscienze, se vogliamo usare questa parola, hanno già avuto a disposizione abbastanza materiale per svegliarsi migliaia di volte. Il film fa un’altra cosa. Porta dentro una sala cinematografica uomini che hanno lavorato nella macchina militare israeliana e li lascia raccontare ciò che hanno visto dal loro posto. Questo è qualcosa che ha rotto l’omertà dietro la quale si trincera Israele. Fa l’effetto dei pentiti di mafia che raccontano con candore omicidi, ricatti, cose abominevoli. Sono dei traditori e come tali Israele li tratta. La reazione iniziale del capo di stato maggiore Eyal Zamir, riferisce Benn, fu violentissima: parlò di «blood libel», accusa di sangue. In seguito la risposta dell’IDF prese un’altra direzione. I testimoni sarebbero «minor cogs», piccoli ingranaggi che conoscevano una porzione ristretta del sistema, persone incapaci di comprendere pienamente il proprio ruolo e forse inclini a ingrandirlo. Questa difesa di Israele che subito crea un controfilm è la cosa più preziosa che ci ha fornito NAZA. Al punto che oggi un giornalista israeliano può scrivere:

«Il punto essenziale di questa discussione riguarda poco la disputa sui dettagli, se siano state autorizzate 500, 200 o forse soltanto 100 vittime civili come “danno collaterale”. Riguarda il fatto stesso che l’IDF afferma di essere soggetto al diritto internazionale e di rispettarlo».

Il che ci porta a molte altre domande del tipo: quanto danno collaterale era accettabile? Quale rapporto fra bersaglio e civili? Quanti morti previsti rendevano ancora legalmente o militarmente conveniente premere il pulsante? A un certo punto con queste domande si arriva al nazismo, alla questione dei numeri, all’oggettificazione dell’altro con annessa disumanizzazione. Dietro quei numeri c’erano persone che dormivano, bambini, speranze, sogni. Ma la procedura ha bisogno di trasformarle in probabilità altrimenti diventa difficile fare massacri a ripetizione.

Ma il punto più importante per cui riporto l’articolo di Benn è questa questione che il dibattito intorno a NAZA avrebbe dovuto produrre ben prima della sua uscita:

«Se l’IDF è vincolato alle leggi di guerra, e se esistono prove, come indicano numerosi rapporti nel corso dei tre anni di combattimenti, che quelle leggi siano state violate su vasta scala quando Israele ha portato la guerra a casa di Hamas, le dichiarazioni sul rispetto delle leggi non bastano». Poi chiede di stabilire se eventuali crimini siano derivati da iniziative locali di soldati mossi dalla vendetta oppure da operazioni compiute da unità inserite in un sistema più ampio. E conclude con due domande: «Quanto era esteso questo sistema, e chi lo guidava?».

Finalmente usciamo da NAZA come film e arriviamo alla responsabilità di comando, alle direttive che c’erano dietro financo ai criteri con cui veniva calcolato il rischio per i civili. Benn scrive che una commissione seria dovrebbe investigare «chi fallì il 7 ottobre e anche ciò che accadde durante i combattimenti successivi». Parlando delle ipotesi sulla futura commissione, osserva che si rischia di concentrare l’attenzione sul fallimento della diplomazia pubblica di Netanyahu, cioè sul danno provocato all’immagine internazionale di Israele. Scrive: «Nessuno nega che la morte e la distruzione di massa a Gaza abbiano creato un problema d’immagine per Israele che resterà con esso per molti anni. Però è impossibile ridurre ciò che Israele ha fatto a Gaza e ai suoi abitanti a un problema di diplomazia pubblica. Ed è impossibile coprire con le pubbliche relazioni seri sospetti di crimini di guerra».

Gaza ci ha già insegnato quanto bene sappiamo metabolizzare le prove quando restano separate dal potere di produrre effetti. Per questa ragione la parte più importante dell’articolo arriva quasi alla fine:

«Le testimonianze di “NAZA”, come le inchieste che le hanno precedute, non ci lasceranno in pace. E richiedono un’indagine approfondita sulla questione se l’IDF, come sostiene, abbia agito nel pieno rispetto del diritto internazionale oppure lo abbia ignorato e abbia mancato di farlo rispettare dalle proprie unità». Poi aggiunge che questo conta molto più dell’ennesima disputa cinematografica sulla rappresentazione di Israele come Stato giudeo-nazista.

Io la metterei ancora più terra terra, anche perché mi sento invischiata nel meccanismo. Abbiamo passato tre anni a chiederci se le immagini fossero abbastanza chiare e vere, ci siamo chiesti se le testimonianze fossero abbastanza numerose e credibili, ogni giorno stiamo lì a verificare. Adesso arrivano anche uomini che hanno lavorato dentro l’esercito israeliano e descrivono esattamente ciò che anche noi vedevamo e leggevamo. Possiamo certamente discutere le loro parole e verificare ancora di più. È esattamente ciò che si deve fare, ma, ehi, il tempo dell’innocenza epistemica è finito da parecchio. Il problema è ormai andato oltre, ormai riguarda ciò che una società decide di fare dopo aver saputo. Non c’era bisogno di NAZA per sapere, ma senz’altro NAZA ha aggiunto un tassello e un tarlo dentro una società genocidaria che si crede innocente… e visto che nessuno dall’esterno interviene a fermarli dobbiamo augurarci un finale in stile “Delitto e castigo”. NAZA potrebbe aver accelerato un processo di autodistruzione. O almeno lo spero.

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