Da: https://pagineesteri.it - Mais Abu Ghoush è una giornalista e corrispondente palestinese. Arrestata dalle forze israeliane nel 2019 e rilasciata dopo 15 mesi di carcere. - Ahmed Al-Arouri è un giornalista e ricercatore specializzato nella storia sociale della Palestina.
Viaggio nelle comunità beduine dell’area C, a rischio espulsione per il progetto E1 approvato da Israele per impedire la creazione di uno Stato palestinese
Questo reportage è stato realizzato nell’ambito del progetto “Himayati (“La mia protezione” in arabo) che lavora per rafforzare i servizi di protezione e i meccanismi di risposta alle violazioni dei diritti umani a livello scolastico e comunitario nelle comunità beduine residenti in area C. “Hymayati è promosso da COSPE con Vento di Terra ONG, JLAC e JBCC e finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo.
In una delle sue poesie, Mahmoud Darwish evoca il ritorno ostinato della vita palestinese dopo ogni Nakba: «Le nostre vite sono un fardello per la notte dello storico. Ogni volta che le nascondo, spuntano dall’assenza”. Oggi quei versi sembrano attraversare le colline orientali di Gerusalemme, dove le comunità beduine palestinesi continuano a resistere alle politiche coloniali israeliane che puntano a espellerle e a costruire, sulle rovine delle loro vite, il progetto E1, parte della visione più ampia della «Grande Gerusalemme».
Decine di famiglie palestinesi risiedono in sei comunità all’interno di Khan al-Ahmar, tra cui Abu Nawwar, la Valle di Samen e la Valle di Qteef. La loro vita quotidiana è una testimonianza sia dell’oppressione che della fermezza. Controllata completamente da politiche israeliane che spaziano dagli ordini di demolizione e dai divieti di costruzione agli sfollamenti forzati, alla negazione dei servizi di base, alle restrizioni sull’accesso alla terra, alla confisca del bestiame e all’impunità concessa ai coloni nel compiere attacchi contro queste comunità.
Dagli anni Novanta, i governi israeliani hanno portato avanti il progetto E1 come un tassello strategico dell’espansione coloniale, con l’obiettivo di collegare Gerusalemme Est all’insediamento di Ma’ale Adumim.
Il governo israeliano intende sviluppare insediamenti su circa 12.000 dunam (12 chilometri quadrati) di terreno attualmente appartenente alle città di Al-Za’im, Anata, Al-Eizariya, Al-Issawiya e Abu Dis. L’area interessata è classificata come “Area C” ai sensi degli Accordi di Oslo conclusi tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e Israele.
In sostanza, il corridoio E1 punta a spezzare la continuità geografica tra la Cisgiordania e Gerusalemme Est, rendendo di fatto impraticabile la prospettiva di uno Stato palestinese con Gerusalemme Est come capitale e stringendo ulteriormente queste aree dentro una cintura di colonie israeliane.
Il progetto coloniale interessa circa 7.000 palestinesi che vivono nelle comunità beduine sparse nell’area interessata. Se il governo israeliano dovesse procedere con la sua attuazione, queste comunità andrebbero incontro alla prospettiva di uno sfollamento forzato e di un profondo sconvolgimento delle loro vite.
Casa palestinese abbattuta in Cisgiordania (Foto Eliana Riva/PE)
Area Khan Al-Ahmar
Comunità Abu El-Hilo
«Vogliono distruggere le nostre vite».
Per Eid Khamis al-Jahalin, 60 anni, «presentare E1 come un progetto di sviluppo per le comunità beduine è fuorviante: significa sfollarci, distruggere i nostri costumi, le nostre tradizioni e il nostro modo di vivere». Secondo lui, l’obiettivo reale è liberare l’area dalle famiglie beduine e aprire la strada a nuove iniziative coloniali.
Al-Jahalin, cresciuto all’ombra dell’occupazione del 1967 e che da allora non ha mai conosciuto la stabilità, afferma che nella comunità di Abu El-Hilo vivono circa 300 palestinesi, distribuiti in 42 famiglie. Vivono in uno stato di costante apprensione, mentre le minacce israeliane di sgomberarli dalla zona continuano a intensificarsi.
La comunità, che ospita la scuola, la clinica e la moschea della zona, funge da punto di ritrovo centrale per le comunità beduine di Khan al-Ahmar. I suoi residenti vivono in una costante incertezza, chiedendosi quale futuro li attenda se venissero sfollati e trasferiti con la forza nei siti sovraffollati preparati da Israele nella città di Anata, a nord-est di Gerusalemme.
Passeggiando per la comunità, l’atmosfera di paura e apprensione è inconfondibile, impressa persino sui volti dei bambini. Non hanno mai conosciuto una vita normale, essendo cresciuti vedendo i coloni e i soldati israeliani entrare ripetutamente nella zona, senza comprendere le più ampie realtà politiche che lasciano le vite di migliaia di persone in balia del destino di un progetto coloniale.
Comunità Wadi Qatif
I beduini privati del loro bestiame
Il bestiame che un tempo caratterizzava il paesaggio di Wadi Qatif, sulla strada per Khan al-Ahmar, è diventato uno spettacolo sempre più raro. Il loro numero è diminuito drasticamente a causa delle restrizioni imposte da Israele in seguito alla confisca delle terre e alla distruzione delle aree di pascolo da cui un tempo dipendevano i pastori.
Jamil al-Jahalin, che vive in una comunità di circa 30 famiglie, ha conseguito una laurea in ingegneria agraria e successivamente un master in sviluppo. Eppure, le terre che un tempo sperava di coltivare e sviluppare, rimangono fuori dalla sua portata da quando Israele ne ha assunto il controllo. Ora, anche il terreno su cui sorge la sua comunità è minacciato di confisca, mentre i piani di sfollamento continuano ad avanzare.
«Le aree di pascolo si sono progressivamente ridotte», spiega al-Jahalin. Israele ha istituito un insediamento a nord della comunità, mentre la Strada degli Insediamenti n. 1 ha ulteriormente limitato la libertà di movimento. Allo stesso tempo, gli avamposti degli insediamenti si sono espansi da ovest e i terreni meridionali sono stati dichiarati riserva naturale nel 2023.
I Jahalin ricordano quando le loro mandrie potevano pascolare liberamente sulle montagne circostanti per otto mesi all’anno. Oggi l’accesso a quelle terre è stato negato, costringendo le famiglie ad acquistare foraggio per sfamare i propri animali e aumentando in modo significativo i loro oneri finanziari.
La vita è stata ulteriormente resa difficile dalle ricorrenti interruzioni dell’approvvigionamento idrico causate dagli attacchi dei coloni alle condutture che riforniscono la comunità, afferma al-Jahalin. Allo stesso tempo, le forze israeliane hanno impedito ai residenti di trasportare acqua dalla comunità principale di Khan al-Ahmar, una pratica su cui facevano affidamento da anni.
Le famiglie sono quindi costrette a fare scorte d’acqua per giorni e giorni, conducendo una vita dominata dall’emergenza. Persino i bambini, di fronte all’escalation delle violazioni israeliane, non conoscono altro che la paura, osserva al-Jahalin, paragonando la sua infanzia a quella dei propri figli, i cui primi ricordi sono stati plasmati dalla sofferenza e dall’oppressione.
Solo nel 2025, al-Jahalin è stato trattenuto due volte dalle forze israeliane e dai coloni. La prima volta, stava lavorando a fianco di un’équipe veterinaria al servizio delle comunità beduine. La seconda volta è avvenuta mentre partecipava a un progetto di distribuzione di foraggio realizzato in collaborazione con il Ministero dell’Agricoltura. Ha trascorso nove giorni in detenzione, dove afferma di essere stato picchiato, insultato e rilasciato solo dopo essere stato costretto a pagare una multa.Um al Kheir, Masafer Yatta,
Cisgiordania occupata (Foto di Eliana Riva – PE)
La vita sotto gli attacchi dei coloni
Comunità Wadi al-Samn
Le difficoltà della vita quotidiana a Wadi al-Samn non sono diverse da quelle vissute in altre comunità beduine. La comunità si trova in un’area fortemente presa di mira dai progetti coloniali volti ad espandere i confini di Gerusalemme sotto il controllo israeliano.
Musa Al-Tabneh (80 anni), la sua famiglia e la comunità nel suo complesso stanno affrontando un’escalation senza precedenti della violenza dei coloni, un modo di aumentare la pressione su di loro e a favorirne l’allontanamento dalla zona. Le famiglie riferiscono che gli attacchi sono spesso diretti contro le infrastrutture di base della comunità, comprese le reti idriche e altri servizi essenziali per la vita quotidiana, attraverso ripetuti atti di sabotaggio e distruzione.
Lo scorso maggio, i coloni hanno fermato Younis (21 anni), figlio di Musa. Il ragazzo ricorda di essere stato picchiato prima di essere consegnato alla polizia israeliana, che lo ha trattenuto per diversi giorni «senza che avesse commesso alcun reato». Il suo rilascio è avvenuto solo dopo che la famiglia ha pagato una multa di 1.500 shekel (circa 500 dollari), aggravando ulteriormente le pressioni finanziarie su una famiglia il cui sostentamento era già stato compromesso dal devastante impatto sulla pastorizia.
Le famiglie ricordano un’epoca in cui la sola comunità possedeva più di 1.400 capi di bestiame. Oggi quel numero è sceso a poche decine, poiché molti sono stati costretti a vendere i propri animali per far fronte alle crescenti pressioni finanziarie causate dall’aumento del costo del foraggio, dalla perdita dell’accesso ai pascoli circostanti e dai continui attacchi dei coloni.
«Il 2007 è stato il principale punto di svolta», afferma Al-Tabneh, riflettendo su decenni di difficoltà. Spiega che le restrizioni israeliane si sono progressivamente intensificate da quell’anno, mentre le sofferenze si sono ulteriormente aggravate in seguito alla costruzione di un ponte sotto la Strada n. 1, che passa vicino alla comunità. Il progetto ha aumentato le difficoltà di spostamento e ha isolato ulteriormente la comunità dalle aree circostanti, costringendo i visitatori a percorrere un itinerario difficile attraverso zone dominate dai coloni.
«Le nostre vite sono legate alle montagne e alla terra. Non ci piace vivere nei grandi edifici delle città», dice Al-Tabneh, con il volto segnato dalla tristezza. Indicando i bambini che corrono davanti a lui, parla della paura che ora li accompagna quotidianamente e del declino dei servizi di base dopo che la clinica medica mobile che un tempo serviva la comunità ha cessato di funzionare lo scorso marzo.Villaggio palestinese di Tuwani,
Cisgiordania occupata (Foto di Eliana Riva – PE)
Comunità di Wadi Abu Hindi
«Vorrei che tornassero quei giorni in cui ero bambino», dice Mohammed Hamadeen (65 anni), della comunità di Wadi Abu Hindi a est di Gerusalemme. Ricorda un’infanzia caratterizzata dalla libertà di movimento tra montagne e pianure, quando il bestiame costituiva la principale fonte di sostentamento per le famiglie beduine palestinesi. Oggi, contrappone quei ricordi a quella che descrive come una «vita d’assedio» a Wadi Abu Hindi, una realtà che ha preso forma attraverso successive ondate di espansione degli insediamenti israeliani nella zona.
La famiglia di Mohammed si stabilì a Wadi Abu Hindi nel 1968 dopo essere stata sfollata dalle proprie terre a Beer El-Sabe durante la Nakba del 1948, un viaggio forzato che li condusse attraverso diverse località della Cisgiordania prima che si stabilissero definitivamente nella comunità. Ma lo sfollamento non finì lì. Per le circa 75 famiglie di Wadi Abu Hindi, tutte appartenenti alla famiglia Jahalin, un secondo capitolo di difficoltà è iniziato nel 1975 con la fondazione dell’insediamento “Ma’ale Adumim”. Quello che era iniziato come un piccolo avamposto coloniale si è gradualmente espanso fino a diventare uno dei più grandi insediamenti della zona, estendendosi su oltre 48.000 dunam e ospitando circa 40.000 coloni, secondo le statistiche pubblicate dal movimento israeliano “Peace Now”. L’insediamento è stato costruito su terreni sottratti alle città palestinesi a est di Gerusalemme, tra cui Abu Dis e al-Eizariya.
Nel 1991, il governo israeliano ha concesso a «Ma’ale Adumim» lo status di città, e i governi israeliani che si sono succeduti hanno ripetutamente insistito sul fatto che essa rimarrà sotto il controllo israeliano in qualsiasi futuro accordo politico. L’insediamento è stato a lungo presentato come una pietra miliare del più ampio progetto della «Grande Gerusalemme», concepito su terreni appartenenti alle comunità palestinesi.
«I beduini amano la libertà», ripete Mohammed, con lo sguardo fisso sugli insediamenti che ora circondano la comunità. Dopo la fondazione di «Ma’ale Adumim», Israele ha costruito l’insediamento di «Kedar» su terreni appartenenti alla città di Sawahreh al-Sharqiya. Wadi Abu Hindi si è così ritrovato intrappolato tra due insediamenti che, sostenuti dalla potenza militare israeliana, hanno finito per plasmare la realtà spaziale e politica che governa la vita delle famiglie beduine palestinesi. Per le famiglie, la minaccia dello sfollamento rimane sempre presente. Come spesso ricordano, generazioni di beduini sono cresciute con la consapevolezza che il loro stile di vita dipendeva dalla libertà di movimento, dalla possibilità di spostarsi con le loro mandrie e dall’accesso a terre che, prima della fondazione di Israele, si estendevano libere davanti a loro.
La trasformazione del paesaggio ha inoltre alterato radicalmente i mezzi di sussistenza tradizionali. Prima dell’occupazione, le famiglie beduine coltivavano terreni di cui possedevano documenti che ne attestavano la proprietà e l’uso, producendo grano, orzo e altri cereali che sostenevano sia le persone che le mandrie. Nel corso del tempo, tuttavia, l’agricoltura e l’accesso a queste terre sono stati sempre più limitati dalle politiche israeliane. Aree un tempo destinate alla coltivazione e al pascolo sono state contrassegnate come zone militari chiuse o dichiarate «riserve naturali», misure che le organizzazioni palestinesi e internazionali per i diritti umani hanno ripetutamente identificato come meccanismi attraverso i quali Israele priva i palestinesi dell’accesso alla loro terra.
Le conseguenze si fanno sentire non solo nella perdita della terra, ma anche nella crescente vulnerabilità della stessa vita pastorale. «Oggi il beduino teme per le sue pecore, non solo per se stesso», afferma Mohammed, descrivendo un altro aspetto della vita sotto assedio a Wadi Abu Hindi. Oltre alla costante paura di essere sfollati, le famiglie ora temono il furto del bestiame da parte delle forze israeliane e dei gruppi di coloni. Secondo le organizzazioni palestinesi e internazionali per i diritti umani, la violenza dei coloni e gli attacchi contro le comunità palestinesi si sono intensificati in modo significativo dall’inizio della guerra genocida nella Striscia di Gaza, il 7 ottobre 2023.
Durante i mesi della guerra genocida, gruppi di coloni hanno organizzato visite guidate nella zona, alimentando i timori delle famiglie che Wadi Abu Hindi potesse subire lo stesso destino di altre comunità beduine costrette ad abbandonare le proprie terre a seguito delle continue violenze perpetrate dai coloni sotto la protezione delle forze israeliane. Questi timori sono stati rafforzati dalle politiche della coalizione di governo israeliana, i cui partiti di destra hanno apertamente promosso progetti volti ad ampliare il controllo sul territorio palestinese e a facilitare lo sfollamento della sua popolazione.
Le pressioni a cui è sottoposta la comunità vanno oltre la minaccia dello sfollamento in sé. Mohammed ricorda come un tempo le famiglie conducessero le loro mandrie alle sorgenti d’acqua come Ein Fara durante i mesi estivi, dove gli animali potevano abbeverarsi, e si radunassero attorno a fonti d’acqua che da tempo occupano un posto centrale nella memoria e nella vita quotidiana dei beduini. Negli ultimi anni, tuttavia, il crescente controllo esercitato dai coloni su queste sorgenti attraverso rivendicazioni religiose radicate nei racconti biblici si è intensificato, riflettendo un fenomeno più ampio attraverso il quale ai palestinesi è stato negato l’accesso alle risorse naturali in tutta la Cisgiordania.
«Non possiamo rinunciare alla terra in cui siamo radicati», afferma Mohammed. Nonostante decenni di sfollamenti, accerchiamenti e restrizioni crescenti, le famiglie continuano a rifiutare la prospettiva di andarsene. Richiamando un detto beduino tramandato di generazione in generazione, “Nurture beats nature” letteralmente “l’educazione vince sulla natura”, descrive un legame forgiato dall’infanzia, dalla memoria, dai mezzi di sussistenza e dalla vita quotidiana su quella terra.
Eppure, rimanere su quella terra comporta affrontare una serie di difficoltà che vanno oltre quelle imposte dalle politiche israeliane. La natura selvaggia circostante ospita serpenti, scorpioni e altri animali pericolosi, e la comunità subisce regolarmente morsi e punture. L’accesso all’assistenza sanitaria rimane gravemente limitato. La loro unica clinica è priva di personale medico permanente, con un’équipe medica che si reca sul posto solo una volta ogni due settimane. In caso di emergenza, le famiglie devono percorrere una strada sterrata vicino all’insediamento di «Kedar», che le autorità israeliane vietano loro di asfaltare o riparare. Il viaggio verso la città palestinese più vicina, a più di 15 chilometri di distanza, spesso le espone alle vessazioni delle forze israeliane o dei coloni, aumentando al contempo il rischio che le condizioni di un paziente possano peggiorare prima di poter ricevere cure.
Queste restrizioni influenzano non solo il presente, ma anche le prospettive future dei bambini della comunità. Quando viene chiesto loro quali siano le loro aspirazioni, molti faticano a immaginare cosa li attenda. Le opportunità educative rimangono limitate, poiché Israele ha impedito lo sviluppo dell’unica scuola di Wadi Abu Hindi, dove l’istruzione termina alla settima classe. Per proseguire oltre quel livello è necessario recarsi nelle scuole delle vicine comunità palestinesi, un percorso irto di pericoli, in particolare a causa degli attacchi e delle vessazioni da parte dei coloni. Le famiglie ricordano quante ragazze non hanno potuto proseguire gli studi, poiché i genitori temono di esporre le figlie a tali rischi. Per molti bambini che crescono a Wadi Abu Hindi, le barriere che circondano la comunità si estendono oltre i suoi confini fisici, limitando gli orizzonti di ciò che possono immaginare per il proprio futuro.
foto di Jlac
Comunità di Abu Falah
L’incertezza che caratterizza l’infanzia in queste comunità non è un fenomeno esclusivo di Wadi Abu Hindi. Per Dawood al-Jahalin (48 anni), membro della comunità di Abu Falah nell’area di Khan al-Ahmar, alcuni dei suoi primi ricordi riguardano i veicoli dell’Amministrazione Civile israeliana che entravano nella comunità per emettere ordini di demolizione e divieti di costruzione nei confronti della sua famiglia e di altre. Oggi, Abu Falah ospita circa 18 famiglie, tra cui circa 50 bambini che vivono sotto la costante minaccia di ripetuti attacchi da parte dei coloni.
Al-Jahalin ricorda che le autorità israeliane hanno demolito le abitazioni della comunità sin dagli anni ’90, in particolare quando la crescita naturale delle famiglie le costringeva a costruire ulteriori alloggi. Tuttavia, descrive i mesi della guerra genocida come il periodo più difficile che la comunità abbia mai vissuto. Da quando i coloni hanno istituito un avamposto nell’area circostante, gli attacchi contro i residenti si sono intensificati, aggravando ulteriormente il senso di insicurezza che da tempo caratterizza la vita quotidiana della comunità.
Le famiglie delle comunità beduine di Khan al-Ahmar e delle varie zone a est di Gerusalemme condividono origini familiari comuni e una storia condivisa di sradicamento dalle loro terre a Beer El-Sabe durante la Nakba del 1948. Oggi condividono anche un futuro incerto, plasmato dalle successive politiche israeliane volte ad allontanarle dalla zona e ad espandere i progetti di insediamento sulle loro terre. L’ultimo capitolo di questa lotta è arrivato con una decisione firmata dal ministro delle Finanze israeliano e ministro presso il Ministero della Sicurezza, Bezalel Smotrich, che porta avanti i piani di sfollamento delle comunità palestinesi della zona. La decisione è arrivata dopo anni in cui lo sfollamento era stato ripetutamente rinviato grazie alla resistenza palestinese, che ha incluso mobilitazioni popolari, l’allestimento di accampamenti di protesta sui terreni di Khan al-Ahmar e ricorsi legali dinanzi alla Corte Suprema israeliana. Sebbene questi sforzi siano riusciti a ritardarne l’attuazione, non hanno eliminato la minaccia in sé. Di conseguenza, i palestinesi rimangono sospesi tra la speranza che le circostanze politiche possano cambiare e il timore di politiche israeliane sempre più aggressive, che molti descrivono come intensificatesi a livelli senza precedenti durante la guerra genocida.
Per Dawood al-Jahalin, questi sentimenti plasmano ogni fase della vita. Il percorso comunemente associato all’età adulta altrove – che comprende il completamento degli studi, la frequenza dell’università, la ricerca di un impiego, l’avvio di un’attività o i viaggi alla ricerca di nuove opportunità – è in gran parte assente dagli orizzonti a disposizione di molti giovani beduini a Khan al-Ahmar. Al contrario, i giovani uomini spesso faticano a costruire una modesta struttura di lamiera in cui iniziare la vita coniugale e crescere una famiglia. Anche questo rimane incerto, poiché qualsiasi nuova costruzione rischia la demolizione se individuata dalle squadre dell’Amministrazione Civile israeliana. Questi sforzi sono sempre più sostenuti da organizzazioni di coloni che monitorano le costruzioni palestinesi nelle aree designate come «Area C» in base agli Accordi di Oslo, che costituiscono circa il 60 per cento della Cisgiordania, comprese le terre su cui vivono queste comunità.
foto di Jlac
La vita delle famiglie della comunità di Abu Falah è gravata da molte preoccupazioni che vanno oltre la costante paura dello sfollamento. Negli ultimi anni, a questi fardelli si è aggiunto un peggioramento delle condizioni economiche, spiega Dawood, ricordando come ogni famiglia possedesse un tempo centinaia di capi di bestiame prima che il loro numero si riducesse a poche decine a causa delle politiche coloniali israeliane che confiscano la terra e la rendono inaccessibile ai beduini attraverso vari decreti coloniali. Ciò li ha costretti a sostituire il pascolo di erbe selvatiche con costoso foraggio per il bestiame, trasformando il bestiame da fonte di reddito a peso economico. Le difficoltà economiche sono state ulteriormente aggravate dal rifiuto da parte di Israele di concedere permessi di lavoro alla maggior parte dei giovani uomini, come misura punitiva nei confronti delle famiglie a causa del loro coinvolgimento nella lotta pacifica di protesta contro i piani di sfollamento dalle terre di Khan al-Ahmar.
Mentre parla, Dawood sposta lo sguardo tra le case con il tetto di lamiera della comunità e le colline di Khan al-Ahmar, dove insediamenti e zone industriali come «Mishor Adumim» continuano ad espandersi nel paesaggio. La scena riporta alla mente ricordi di un’altra epoca, quando le famiglie beduine si spostavano ancora stagionalmente da una regione all’altra alla ricerca di pascoli e di sollievo dal caldo estivo. Ricorda come le famiglie si recassero nelle montagne più fresche intorno a Ramallah e Gerusalemme durante i mesi estivi, per poi tornare in inverno nelle terre di Khan al-Ahmar, dove generazioni avevano vissuto e fatto affidamento sulle risorse della zona. Le famiglie, osserva, continuano a conservare documenti che attestano la loro presenza di lunga data su queste terre e il loro utilizzo.
Sebbene le esperienze delle famiglie differiscano da una comunità all’altra, tutte concordano su un punto: il periodo trascorso dall’inizio della guerra genocida contro Gaza nel 2023 è stato il più difficile che abbiano mai dovuto affrontare. Oltre alla minaccia sempre presente dello sfollamento, molte comunità vivono ora sotto pressione costante a seguito dell’istituzione di nuovi avamposti di coloni. Abu Falah non fa eccezione. Descrivono una forte escalation degli attacchi da parte dei coloni, compresi gruppi identificati come i «Giovani delle Colline».
Per Dawood, l’impatto di questa realtà è forse più visibile nella vita dei bambini, che spesso, impauriti, si precipitano in casa appena sentono il rumore di un veicolo in avvicinamento, temendo che possano essere i coloni. Le ripetute incursioni nella comunità, unite alle aggressioni, hanno alimentato un clima di paura che si estende fino agli spazi più intimi della vita quotidiana. Le famiglie affermano che questi attacchi hanno lo scopo di rendere la vita sempre più insopportabile e di spingerle ad abbandonare la zona.
foto di Jlac
Una notte libera dalla paura, un unico desiderio!
«Tutto ciò che desideriamo è dormire una notte al sicuro», dice Dawood, esprimendo un desiderio condiviso da molte famiglie della comunità. Vivono sotto la costante minaccia degli attacchi dei coloni, che la polizia israeliana fa ben poco per impedire. Dawood ricorda che una volta gli agenti di polizia dissero alla sua famiglia: «Non avete il diritto di opporvi alle incursioni dei coloni nella comunità, e non avete nulla se non ciò che si trova all’interno delle vostre case».
Una lotta per una «vita normale»
Comunità di Al-Mutash
Al-Muhtash è una delle sei comunità che compongono Khan al-Ahmar. Ospita famiglie palestinesi appartenenti ai clan Karshan e al-Ar’ara, entrambi facenti parte dei Jahalin, che furono sfollati con la forza in questa zona nel 1948 dopo che Israele assunse il controllo delle loro terre ad Arad, parte del distretto di Beer El-Sabe.
Dopo lo sfollamento, le famiglie si stabilirono nei pressi di sorgenti d’acqua come Ein Fara e al-Fawwar. All’epoca non avrebbero mai immaginato che Israele avrebbe occupato anche questa zona nel 1967, riportando ancora una volta la minaccia dello sfollamento nelle loro vite.
Abu Suleiman Karshan ricorda come la guerra del 1967 e la successiva occupazione della Cisgiordania abbiano separato i membri della stessa famiglia. Alcuni dei suoi parenti si erano recati in Giordania poco prima della guerra per quella che doveva essere una visita di routine ai familiari dall’altra parte del fiume Giordano. Quando scoppiò la guerra, fu loro impedito di tornare.
Khan al-Ahmar, dice Karshan, occupa una posizione strategica tra Gerusalemme, Gerico e Ramallah. Ricorda la libertà di movimento che un tempo caratterizzava la vita nella zona. Un sospiro accompagna le sue parole mentre rievoca le montagne e le valli che attraversava da bambino, seguendo le mandrie insieme alla sua famiglia durante le migrazioni stagionali che hanno plasmato la vita beduina.
«Il beduino che un tempo possedeva 300 capi di bestiame ora ne ha solo poche decine», dice Karshan, guardando verso le colline che un tempo erano a loro disposizione. Nel corso degli anni, queste terre sono state chiuse da ordini militari israeliani e da politiche che hanno designato vaste aree come zone militari o le hanno dichiarate “riserve naturali”,
«Abbiamo rifiutato tutte le alternative che ci sono state offerte perché avrebbero distrutto il nostro stile di vita beduino», afferma Karshan, ricordando come le famiglie di Khan al-Ahmar abbiano dovuto affrontare piani di sfollamento sin dai primi anni dell’occupazione. Negli ultimi anni, le autorità israeliane hanno ripetutamente emesso ordini di sfratto contro le comunità, ma i beduini si sono rifiutati di andarsene o di accettare proposte di ricollocazione, rimanendo sulla loro terra nonostante le difficili condizioni e i continui attacchi dei coloni.
Molti degli attacchi alla comunità, dice Karshan, provengono da un avamposto di coloni vicino a Khan al-Ahmar. Solo poco tempa fa, ci dice, i coloni hanno danneggiato le condutture idriche che riforniscono la zona: «sono dipendenti del governo israeliano, inviati per rendere la vita delle famiglie un inferno e spingerle verso lo sfollamento, mentre la polizia israeliana non fa nulla per chiamarli a rispondere delle loro azioni o per fermarli».
I coloni prendono sempre più di mira ciò che sta al centro della vita beduina: il bestiame. Karshan racconta episodi in cui i coloni hanno portato pecore presumibilmente rubate durante attacchi ad altre comunità palestinesi e le hanno liberate tra le abitazioni di Khan al-Ahmar nel tentativo di provocare le famiglie. Allo stesso tempo, devono affrontare una lotta quotidiana anche solo per raggiungere le città vicine come Ramallah, Gerusalemme e Gerico.
Raggiungere Gerico richiede più di 40 minuti, dice Karshan, aumentando la stanchezza a cui sono sottoposti i palestinesi di Khan al-Ahmar. Le famiglie vivono con la costante preoccupazione che qualcuno possa ammalarsi o ferirsi e aver bisogno di cure mediche urgenti, data la mancanza di servizi locali, la presenza dei coloni lungo le strade e la lunga distanza che separa le comunità dagli ospedali governativi.
Karshan descrive le ragazze della comunità che hanno conseguito una laurea come una «grande storia di successo», poiché perseguire un’istruzione rimane un sogno irrealizzabile in tali condizioni. La comunità dispone di una sola scuola, che offre istruzione fino al livello della scuola media. Qualsiasi ragazza che desideri proseguire gli studi deve prima recarsi in una zona lontana per completare la scuola secondaria e successivamente affrontare il viaggio quotidiano per raggiungere l’università. Questa lotta si svolge sullo sfondo di condizioni economiche in peggioramento, poiché le famiglie devono affrontare il calo dei redditi, il crollo dei mezzi di sussistenza basati sull’allevamento, l’accesso limitato alla terra e le difficoltà più ampie che affliggono la Cisgiordania sin dalla guerra.
Lo stesso Karshan ha ricevuto sei ordini di demolizione per la sua casa dall’Amministrazione Civile israeliana. Alla domanda su cosa tenga le famiglie radicate in un luogo costantemente minacciato dalla demolizione e dallo sfollamento, risponde semplicemente: «I nostri costumi, le nostre tradizioni e la nostra cultura sono beduini, tramandati di padre in nonno. I nostri antenati vivevano a Beer El-Sabe, e lì amavano la libertà di movimento, l’agricoltura e la pastorizia».
Racconta che l’UNRWA propose ai suoi nonni di costruire dei campi profughi per loro dopo lo sfollamento del 1948, ma essi rifiutarono, determinati a rimanere sulle montagne per coltivarle e pascolarvi, perché «nutrivano una grande speranza di tornare presto a Beer El-Sabe».
Oggi i beduini palestinesi vivono con la speranza di un ritorno che persiste fin da quegli anni, mentre, al contempo, il «fantasma dello sfollamento» è diventato più presente nelle loro vite, a seguito dell’escalation delle misure coloniali israeliane durante la guerra genocida e delle recenti decisioni di Smotrich.
foto di Jlac
Circa 700 palestinesi vivono nella comunità beduina di Abu Nuwar, a est delle città di Al-Eizariya e Abu Dis, considerata una delle più grandi comunità beduine. Vivono una vita prolungata di miseria e sofferenza, ereditata dai loro antenati che si insediarono nella regione e furono sfollati durante la guerra del 1948. Israele, tuttavia, non si accontentò della prima migrazione e li inseguì fino a questa regione.
Fin dagli anni ’80 le restrizioni sono continuate, ricorda Ibrahim al-Jahalin, descrivendo come Israele abbia messo in atto una serie di vessazioni volte a espellerli dalla zona e come queste politiche abbiano spinto altre famiglie ad andarsene.
La comunità era stata fondata prima della costruzione dell’insediamento di «Ma’ale Adumim» e conduceva una vita agricola e beduina, ma l’insediamento li ha assediati in ogni aspetto della vita, afferma al-Jahalin. E racconta come le famiglie, con il sostegno di attivisti, abbiano istituito una scuola e un asilo per garantire l’istruzione ai bambini, che vivono in attesa di un futuro incerto.
Come per il resto delle comunità, le condizioni economiche si sono deteriorate dopo che gli insediamenti hanno circondato la terra e i coloni hanno attaccato i pastori e rubato il bestiame. Al-Jahalin ricorda come un tempo le famiglie vendessero formaggio e latte e dipendessero principalmente da questi commerci per il proprio sostentamento, ma oggi hanno paura di portare il bestiame al pascolo.
Ibrahim al-Jahalin racconta la storia della comunità mentre si reca in un’altra comunità beduina vicino a Ramallah, dove vive suo fratello. Durante l’intervista è giunta la notizia che i coloni stavano attaccando la zona. Con un senso di amara ironia, ha osservato: «Ovunque andiamo in questo Paese, Israele ci perseguita».
Gli attacchi dei coloni contro diverse comunità possono verificarsi contemporaneamente; come durante la guerra, i loro metodi e le tattiche delle incursioni che compiono contro i palestinesi si sono ulteriormente evoluti. Le organizzazioni per i diritti umani hanno registrato un aumento delle violazioni coloniali, con i gruppi paramilitari «Hilltop Youth» in prima linea, che si considerano una nuova avanguardia del progetto coloniale israeliano, incaricati di esercitare pressioni sulle comunità e sui villaggi beduini al di fuori del quadro dell’esercito e del governo israeliani.
Mentre si cammina per la comunità, la lotta che si sta svolgendo in tutta la Cisgiordania, e in particolare nelle comunità beduine, si presenta davanti agli occhi senza bisogno di spiegazioni. Grandi insediamenti si estendono da Gerusalemme verso le terre delle città orientali, mentre in mezzo a questo paesaggio, gruppi sparsi di case di lamiera lottano per sopravvivere e assicurarsi i mezzi per restare, affrontando progetti coloniali sostenuti dalle istituzioni statali e da un’ideologia che guida questa espansione a spese delle vite dei palestinesi.
Ogni dettaglio della vita qui è calcolato. L’acqua, l’elettricità, l’istruzione e il diritto alla sopravvivenza sono tutti regolati, in ultima analisi, da dinamiche più ampie, all’interno di una lotta che va avanti da decenni.
Ciò che al-Jahalin e le famiglie della comunità chiedono è semplicemente che il mondo sia giusto nei loro confronti, come dicono loro stessi. Dopo essere già stati sfollati una volta, devono subire ancora una volta l’espulsione dalla loro terra? È una domanda che lasciano aperta, mentre osservano e sentono parlare di decine di altre comunità che sono state sfollate dopo aver subito numerosi attacchi da parte dei coloni e politiche di demolizione e privazione delle risorse.
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