Da: Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti
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POSSIAMO FARE UNA DISCUSSIONE NON IDEOLOGICA SUL CONFLITTO RUSSO-UCRAINO? (so già che la risposta è no, ma pazienza)
Molte ore di treno mi hanno permesso di leggere la maggior parte dei commenti al mio post precedente. Ho preso appunti. Molti dei commenti erano assai seri, altri mi invitavano a «calarmi i pantaloni» davanti a Putin. Un signore ha stabilito che per annientare la Russia basterebbero due atomiche (bontà sua).
Ho trovato 8 argomentazioni che potrebbero riassumersi in altrettanti tipi psicologici. Analizziamole assieme.
1. I devoti della deterrenza
Sono i più numerosi. Pronunciano la parola «deterrenza» come dei bobbiani dell’ultim’ora, quasi come se nessuno di noi, poveri sprovveduti, ci avesse mai pensato. La dottrina ha antenati illustrissimi, da Bernard Brodie a Thomas Schelling. La distruzione reciproca assicurata renderebbe il primo colpo irrazionale dal momento che chi attacca per primo riceverà comunque una risposta devastante. Anche la NATO fonda la propria sicurezza sulla compresenza di forze nucleari e convenzionali. Dico la verità, finché si espone la teoria non fa una grinza. Poi subito dopo ci viene richiesto l’atto di fede. Tutti devono interpretare correttamente le intenzioni avversarie, conservare il controllo della catena di comando e infine reagire secondo una razionalità identica alla nostra. La storia, mi pare, ci offre qualche motivo di cautela. Durante l’esercitazione Able Archer del 1983, i sovietici prepararono forze nucleari all’impiego immediato, convinti che le manovre potessero coprire un attacco reale. L’ufficiale americano Leonard Perroots (come mi ricordava un commento) evitò di rispondere all’aumento dell’allerta sovietica. Decise, così, per intuito, ignorando la gravità della situazione. I documenti declassificati descrivono rapporti ridotti a un autentico «grilletto facile». Non parliamo della Baia dei Porci e così via. Essere sopravvissuti fino ad ora, prova soltanto che finora la catena degli errori si è interrotta in tempo. Ridurre questa fortuna in una legge storica è un po’ mettersi nelle mani della fede nella Provvidenza, con l’aggiunta dei missili balistici.
2. I tecnici della guerra convenzionale
Sono quelli che hanno fornito la risposta più seriosa e anche quella più comune sui nostri media, dove il fatto che la Russia abbia 6.000 testate nucleari sembra un dettaglio da poco. In questa visione il riarmo europeo servirebbe a impedire una facile vittoria convenzionale russa. L’atomica tutt’al più resterebbe sullo sfondo e garantirebbe il limite del conflitto. L’Ucraina dimostrerebbe che una potenza nucleare può combattere per anni con carri armati e droni, subendo attacchi sul proprio territorio senza lanciare testate. Ed è verissimo. Il problema comincia con uno scontro diretto fra Russia e NATO. Poniamo che Mosca stia perdendo e consideri la sconfitta una minaccia alla propria sopravvivenza politica. La dottrina nucleare russa aggiornata nel 2024 contempla il ricorso all’atomica anche davanti a un’aggressione convenzionale capace di produrre una minaccia critica alla sovranità o all’integrità territoriale della Russia. Il tecnico presume (atto di fede) che il conflitto resterà convenzionale perché entrambe le parti temono l’escalation. È precisamente il risultato che dovrebbe dimostrare. La cecità nasce dalla fiducia nel controllo. La guerra, però, rappresenta il luogo storico nel quale il controllo si degrada con maggiore rapidità. Altrimenti non parleremmo di escalation.
3. I virili del «calarsi i pantaloni»
Per loro il problema nucleare costituisce anzitutto un esame di carattere. Chi teme seimila testate è un vigliacco. Chi propone prudenza e raziocinio di fronte all’apocalisse vuole consegnare l’Europa allo zar. Qui c’era senz’altro Calenda che scriveva dalla trincea come Ungaretti. Dietro questa reazione vedo la paura di apparire deboli. È una paura antica e politicamente impeccabile, specie se e quando il coraggio richiesto dovrà esercitarlo qualcun altro. Il loro precedente prediletto è Monaco 1938. Qualsiasi trattativa diventa appeasement e ogni concessione prepara una nuova invasione. La crisi di Cuba racconta anche altro. Kennedy accettò un compromesso e fece ritirare segretamente i missili americani dalla Turchia. Chruščëv ritirò quelli sovietici da Cuba. Entrambi subirono l’accusa di debolezza da parte dei rispettivi falchi. Insomma noi scriviamo oggi e il pianeta sopravvisse grazie alla loro scarsa virilità. Succede. Ovviamente si riduce la prudenza davanti all’apocalisse atomica a codardia. Così ci si può permette di sottrarsi al calcolo delle conseguenze. Le ceneri atomiche, del resto, avrebbero serie difficoltà a distinguere gli eroi dai vili.
4. I giuristi dell’ordine internazionale
La Russia ha invaso uno Stato sovrano. L’Ucraina possiede il diritto di difendersi e di scegliere le proprie alleanze. Tutto corretto. Ovviamente non si applica né a Israele né agli USA perché sono amici. Comunque, questa posizione è chiarissima: il diritto stabilisce responsabilità e obblighi. La strategia militare deve indicare come farli rispettare evitando una catastrofe superiore all’ingiustizia che intende combattere. La correttezza normativa, etica, valevole solo per la Russia resta assolutamente distinta dal meccanismo capace di governare l’escalation. Questo tipo psicologico, di fronte alla paura, cerca riparo nella norma. È comprensibile. L’idea che un diritto possa esistere senza una forza capace di garantirlo risulta insopportabile. Basta non guardare cosa fanno gli USA e Israele da quasi 80 anni. Resta però possibile, metto un tarlo, che la forza necessaria a garantirlo distrugga il soggetto che avrebbe dovuto proteggere. Il diritto può dirci chi ha torto, senza dubbio alcuno. Ma se le superpotenze non lo rispettano chi è che può esercitarlo? Quindi la questione atomica permane.
5. Gli storici con l’anno di partenza preferito
Per gli atlantisti la storia comincia il 24 febbraio 2022. Tutto ciò che precede appare una distrazione filorussa. Per i loro avversari comincia con l’allargamento della NATO, oppure con Maidan e gli accordi di Minsk. L’invasione finisce così per sembrare una conseguenza quasi automatica. Ovvio che secondo che data scegliamo, alla fine scegliamo, in anticipo, il colpevole. Un trucchetto che Israele usa alla perfezione. Certo che è indiscutibile che l’espansione della NATO abbia modificato la sicurezza europea e alimentato la percezione russa dell’accerchiamento. Mosca ha comunque deciso di invadere l’Ucraina. Queste due affermazioni possono convivere senza provocare un collasso cerebrale a nessuno. Il problema sorge con l’identificazione. Una volta scelta la squadra, anche la cronologia viene messa in divisa. I fatti favorevoli acquistano un’enorme capacità esplicativa e quelli sgraditi diventano propaganda.
6. I seguaci del “cui prodest”
Sono coloro che indicano l’industria militare, le lobby delle armi e il trasferimento di risorse dallo Stato sociale alla difesa. Il sospetto possiede eccellenti credenziali. Eisenhower denunciò il complesso militare-industriale nel 1961, e difficilmente può essere accusato di simpatie bolsceviche. Un riarmo privo di un obiettivo politico definito può davvero trasformarsi in una spesa permanente, assai redditizia per chi vende e assai dolorosa per chi vede scomparire ospedali o servizi. Non nego di fare parte (anche se non completamente) di questo tipo psicologico. Tuttavia se l’incentivo economico spiega la spinta al riarmo, la governabilità dell’escalation resta senza risposta, a meno che Putin e i russi non siano d’accordo. Sapere chi guadagna dalle armi aiuta a comprendere il bilancio pubblico e probabilmente anche l’origine dei tagli al nostro welfare. Serve assai meno quando occorre spiegare come fermare una rappresaglia nucleare.
7. I credenti nel Grande Regista
Le élite avrebbero già preparato tutto. La guerra seguirebbe un progetto prestabilito e le popolazioni europee sarebbero il materiale sacrificabile. Pensare a una forma di congiura possiede un grosso valore psicologico. In qualche modo un nemico onnipotente svolgerebbe quasi una funzione paterna (Putin per gli uni, poteri occulti europei per altri) poiché garantirebbe che almeno qualcuno sappia cosa sta accadendo. Un dittatore assassino è molto meno angosciante di una stanza di comando piena di burocrati ricchi stanchi che non sanno cosa stanno facendo e mirano solo al profitto. Able Archer suggerisce proprio questa seconda possibilità. Il pericolo nacque da percezioni errate e informazioni incomplete. Nessun regista aveva previsto l’esito. La catastrofe sfiorata fu fermata dalla decisione contingente di un singolo ufficiale.
8. I pacifisti apocalittici
Sono quelli che condividono la mia paura e invocano la pace a qualunque costo. Capisco benissimo il sentimento. Rimane da stabilire chi debba sostenere quel costo e quali garanzie possano proteggere l’Ucraina da una nuova aggressione. La pace è anche un obiettivo politico, provo, per una volta, a fare la realista. Per raggiungerla servono condizioni verificabili e un accordo capace di durare. Anche la paura razionale può diventare una scorciatoia, ne sono consapevole. Ci Avverte del pericolo, poi è ovvio che il negoziato richiede qualcosa di ulteriore, perché Mosca e Kyiv prima o poi dovranno pur accettare una soluzione prima che l’Europa possa celebrarla dai propri divani.
La mia domanda rimasta senza risposta
Dopo centinaia di commenti posso correggere leggermente la mia prima affermazione. Molti hanno risposto a una parte della domanda. Nessuno ha risposto all’intera questione. Quindi va formulata meglio. Mea culpa:
Poniamo che la Russia colpisca un paese NATO e che la risposta europea porti Mosca verso una sconfitta convenzionale. Quale meccanismo dovrebbe persuadere la leadership russa a rispettare il limite convenzionale? Se venisse impiegata una sola arma nucleare tattica, quale risposta occidentale conserverebbe la deterrenza evitando lo scambio strategico? Chi prenderebbe quella decisione, e con quanti minuti a disposizione? Pronunciare la parola «deterrenza» lascia intonso il quesito. Ho ricevuto dottrine pseudofilosofiche e parecchi sermoni e tantissime lezioni di fermezza impartite dalla tastiera.
ANDIAMO NEL CONCRETO – IPOTESI NUCLEARE
Un ordigno colpisce un’installazione NATO in Italia. La scelta del bersaglio resta impossibile da prevedere attraverso fonti pubbliche. Potrebbe trattarsi di una struttura militare, scelta per presentare l’attacco come «limitato». La vicinanza a zone abitate renderebbe tale distinzione totalmente inutile. Un’atomica tattica resta un’atomica. L’esplosione produrrebbe un impulso termico e un’onda d’urto. Il materiale radioattivo verrebbe poi trasportato dal vento, con effetti dipendenti dalla potenza dell’ordigno e dal tipo di detonazione. Le comunicazioni potrebbero interrompersi proprio mentre la popolazione attende istruzioni. Gli ospedali rimasti operativi riceverebbero migliaia di persone esposte, ustionate o magari semplicemente terrorizzate. Le indicazioni sanitarie internazionali prescrivono, in caso di emergenza radioattiva, di entrare nell’edificio più vicino e attendere le comunicazioni delle autorità. Interessante dover confidare nella continuità delle comunicazioni dopo un attacco concepito anche per disorganizzare lo Stato, in primis le comunicazioni.
Chi ci avvertirebbe? Riceveremmo un messaggio IT-alert prima dell’impatto oppure quando la detonazione fosse già avvenuta? Esistono rifugi accessibili e protocolli comunali conosciuti dalla popolazione? Quanti ospedali possiedono reparti capaci di trattare contemporaneamente un numero enorme di contaminati?
Noi non possiamo verificare l’esistenza e la consistenza di un piano italiano pubblico dedicato a un attacco nucleare militare. L’unico piano pubblico (ho fatto ricerche) risulta essere il Piano nazionale del 2022, ma riguarda soprattutto le conseguenze di incidenti avvenuti in centrali oltreconfine. Il decreto precisa inoltre che tali scenari restano distinti dalle misure di Difesa civile, affidate al Ministero dell’Interno. In caso di guerra entrerebbe dunque in funzione un apparato diverso, i cui tempi operativi e la cui capacità reale sfuggono alla verifica pubblica.
Poi comincerebbe il problema politico.
La NATO possiede un Nuclear Planning Group, incaricato della consultazione sulle questioni atomiche. Le sue decisioni vengono prese per consenso. Il famoso «bottone della NATO» appartiene più o meno alla fantascienza. Esistono governi alleati chiamati a consultarsi e potenze nucleari che conservano la propria catena nazionale di comando. Ognuno potrebbe fare ciò che vuole, ma prima di coordinarsi, se fosse un attacco serio, saremmo tutti morti.
L’impiego dell’arsenale statunitense ovviamente richiede l’autorizzazione del presidente americano, al quale il sistema di comando nucleare trasmette informazioni e opzioni militari. Il governo britannico attribuisce l’autorizzazione esclusivamente al primo ministro. La Francia resta fuori dal Nuclear Planning Group e mantiene una forza autonoma. Nel marzo 2026 l’Eliseo ha ribadito che la decisione finale appartiene al solo presidente della Repubblica.
Dunque chi risponderebbe a un’esplosione in Italia? Il presidente americano potrebbe autorizzare l’uso di un’arma statunitense. Il primo ministro britannico valuterebbe separatamente l’impiego del proprio arsenale. Parigi deciderebbe secondo la definizione francese degli «interessi vitali» (quindi, ciao). Nel frattempo gli alleati dovrebbero raggiungere un consenso politico, mentre i comandi militari tenterebbero di capire se l’attacco sia isolato o rappresenti l’inizio di una salva più ampia.
I tempi esatti di questa procedura sono riservati. A seconda del vettore e del luogo di lancio, l’allarme potrebbe ridursi a pochi minuti. La risposta atomica occidentale, tuttavia, potrebbe essere decisa anche dopo l’impatto, poiché le forze sopravvissute e i sottomarini garantiscono la capacità di secondo colpo. Hollywood sbaglia dunque la scena della mano immediatamente posata sul pulsante. A decidere sarebbero persone rinchiuse in centri di comando, mentre arrivano notizie incomplete sul numero delle vittime e sull’eventuale presenza di altri missili in volo. A quel punto si aprirebbero due possibilità, entrambe fondate su una previsione psicologica del nemico. Una risposta convenzionale potrebbe segnalare la volontà di arrestare l’escalation. Mosca potrebbe interpretarla come l’autorizzazione a usare un secondo ordigno. Una rappresaglia nucleare limitata cercherebbe invece di ristabilire la credibilità della deterrenza. Il Cremlino si troverebbe sottoposto alla stessa pressione, perché accettare il colpo significherebbe mostrare che la Russia può essere attaccata atomicamente senza reagire.
Qualcuno dovrebbe scegliere quale interpretazione attribuire alle intenzioni russe. Lo farebbe mentre il nostro territorio conta i morti.
Tutto questo nell’ideologia della «deterrenza» raramente si legge. La deterrenza spiega perché due governi dovrebbero evitare il primo impiego. Dice assai poco su ciò che accade dopo che uno dei due lo ha compiuto. Da quel momento ciascuna risposta destinata a dimostrare fermezza può apparire all’avversario come la preparazione del colpo successivo. Riarmarsi significa assumere una responsabilità verso le popolazioni che verranno trasformate in bersagli. Prima di sottrarre miliardi alla sanità e allo Stato sociale, vorrei conoscere almeno lo scenario politico che dovrebbe rendere impiegabili quelle armi senza condurci alla distruzione. Vorrei sapere chi deciderà per noi, quali informazioni avrà e quale piano esista per le persone rimaste vive dopo l’esplosione. Vi sembra chiedere troppo? Dal momento che ogni giorno i nostri giornaloni ci allettano con l’ipotesi della guerra alla Russia. Ho ricevuto molte spiegazioni sul motivo per cui una guerra atomica sarebbe irrazionale. Lo sapevo già.
Io chiedevo cosa succederebbe se… perché a questa domanda non risponde mai nessuno degli armiamoci e partite.
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