sabato 12 settembre 2026

RUSSIA-UCRAINA //“Gli Usa pronti ad accettare le condizioni di Mosca, l’Europa frena” - Intervista ad Aldo Ferrari

Da: https://www.ilsussidiario.net - Aldo Ferrari è docente ordinario di lingua e letteratura armena, storia dell'Eurasia, storia del Caucaso e dell'Asia centrale presso l'Università Ca' Foscari di Venezia, dove dirige l'Osservatorio di politica e relazioni internazionali (OPRI). Per l'Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI) di Milano dirige il programma di ricerca su Russia, Caucaso e Asia Centrale. È presidente dell'Associazione per lo studio in Italia dell'Asia centrale e del Caucaso (ASIAC). 

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La vittoria dell’Ucraina è sempre più improbabile: l’Europa dovrebbe riconsiderare il suo sostegno e puntare sulle trattative con Mosca:
«Io credo che noi europei, a questo punto, dovremmo seriamente riconsiderare la nostra politica, che può essere considerata moralmente corretta, ma pragmaticamente non serve o addirittura danneggia la stessa Ucraina che vogliamo proteggere». 
Aldo Ferrari, docente di Storia dell’Eurasia all’Università Ca’ Foscari Venezia e direttore delle ricerche su Russia, Caucaso e Asia Centrale dell’ISPI di Milano, affida a Sussidiario TV una lettura molto netta dell’attuale fase della guerra. A suo giudizio, la sproporzione tra Russia e Ucraina rende sempre più difficile immaginare una svolta militare per Kiev. Il nodo, sostiene, è ormai soprattutto politico: capire quanto a lungo possa continuare la resistenza ucraina e quando potranno aprirsi trattative diplomatiche effettive.

Quali margini di manovra vede per Zelensky in vista di una possibile ripresa dei negoziati?

Se valutiamo concretamente la situazione militare, la situazione economica dei due Paesi e la sproporzione di forze, io credo che l’Ucraina, nonostante il sostegno che noi europei continuiamo a dare al governo di Zelensky, prima o poi dovrà arrendersi — è una parola grossa — o comunque trattare con la Russia, accettando condizioni che Mosca ha esplicitato già da molto tempo: dal riconoscimento dei territori occupati alla neutralità dell’Ucraina, fino al mancato inserimento nella NATO. Non credo sia prevedibile concretamente uno scenario differente, a meno che in Russia non avvenga qualcosa di oggi imprevedibile che destabilizzi il Paese.

Quanto può ancora resistere l’Ucraina con il sostegno occidentale?

Potrà continuare a resistere ancora qualche mese, forse persino uno o due anni. Gli ucraini stanno combattendo con straordinaria tenacia, nonostante i gravissimi problemi di reclutamento e le distruzioni che subiscono. Però credo sia legittimo porci il problema, visto che i finanziamenti che consentono all’Ucraina di continuare a resistere arrivano da parte nostra: se sia razionale continuare a rifornire un Paese semidistrutto che, a mio giudizio, non ha la possibilità di vincere la guerra. Noi finanziamo una resistenza a oltranza senza poter garantire la vittoria, ma soltanto nuove distruzioni e nuove perdite.

Vede ancora la possibilità di una svolta militare?

Francamente no. Il disegno della guerra mi sembra ben delineato ormai dal 2023, dalla grande controffensiva ucraina. L’evoluzione militare è molto lenta: la Russia non ha messo in campo troppe risorse, probabilmente perché non è in grado di sostenerle economicamente e non vuole tentare una leva generale per non entrare in contrasto con la popolazione. Sta di fatto che il conflitto, militarmente, appare segnato. L’insufficienza dei sistemi missilistici difensivi esporrà inoltre l’Ucraina, con l’avvicinarsi dell’inverno, a un’altra stagione molto dura. Il Donbass, pian pianino, i russi lo stanno conquistando.

Lei dice che la questione sembra essere principalmente politica. Che cosa intende?

Che bisogna rendersi conto che quello che si poteva fare è stato fatto e che andare avanti in questa situazione non porta alcun bene all’Ucraina e agli ucraini. È possibile che, una volta raggiunti determinati obiettivi, i russi si fermino, ma vorranno la legittimazione delle loro conquiste. E non vedo come gli ucraini, nonostante la tenacia della resistenza, possano evitarlo quando finalmente si andrà a trattative diplomatiche serie, fatte non per finta, ma avendo già condiviso, almeno in fase preliminare, gli esiti. A quel punto credo che la Russia riuscirà a ottenere quanto chiede, a torto o a ragione, da anni.

Un cambiamento politico in uno dei grandi Paesi europei potrebbe modificare la linea dell’Unione Europea?

Probabilmente sì. Se anche uno solo dei grandi Paesi europei, la Francia per prima, mandasse al governo forze diverse da quelle che negli ultimi anni hanno promosso la politica del sostegno incondizionato all’Ucraina, è probabile che comincerebbe un ripensamento generale dell’Unione Europea. Naturalmente è la mia personale opinione, ma considero la nostra politica irrazionale. Le situazioni politiche, però, sono complesse e possono essere molto diverse Paese per Paese. Mi sembra comunque di poter dire che questa posizione di sostegno intransigente all’Ucraina non sia così condivisa tra le popolazioni europee come sembrerebbe esserlo a livello politico.

Che peso attribuisce, in questo quadro, al costo economico della scelta europea?

C’è anche un costo economico. Si possono fare tutti i discorsi di questo mondo, ma il gas e il petrolio russo sarebbero per noi più convenienti di quelli che acquistiamo a prezzi assai maggiori e con difficoltà da tanti altri Paesi. Le economie europee sono in difficoltà e questo elemento, a mio giudizio, non può essere separato dalle scelte che abbiamo compiuto. È anche per questo che credo dovremmo seriamente riconsiderare la nostra politica: può essere considerata moralmente corretta, ma pragmaticamente non serve o addirittura danneggia la stessa Ucraina che vogliamo proteggere.

Come valuta la richiesta italiana di coinvolgere maggiormente Roma e Varsavia accanto a Francia e Germania?

Sono rimasto un po’ sconcertato da questa dichiarazione del ministro Tajani, perché Francia e Germania hanno un ruolo privilegiato: stanno dando e promettono di dare molto all’Ucraina, laddove l’Italia, al di là del sostegno verbale, dà assai poco. Anche la Polonia, nonostante la sua russofobia, si è impegnata sinora non così tanto. Francamente, mi sembra quindi una richiesta un po’ singolare. Francia e Germania sono assai più forti politicamente, militarmente ed economicamente. Credo che un Paese debba semplicemente accettare di contare per quel che vale. Questa uscita del nostro ministro mi sembra un pochettino velleitaria, se posso permettermi.

Quanto pesano le divisioni e le fragilità interne dell’Ucraina?

È un Paese che già prima di essere invaso dalla Russia, oltre a una terrificante corruzione, aveva profonde divisioni geografiche e contrasti d’interesse tra gli oligarchi. Evidentemente non è certo migliorato, da questo punto di vista, negli anni di guerra. Noi ci dimentichiamo che nell’89 aveva 51 milioni di abitanti e si calcola che oggi ne siano rimasti 28 milioni: è un Paese profondamente destrutturato. Avrà un enorme bisogno, dopo la conclusione della guerra, di rimettere mano alla ricostruzione economica e sociale e, forse, nella misura del possibile, anche morale. Ma parlare della morale o dell’immoralità altrui è sempre facile: ogni Paese ha evidentemente i suoi problemi.

Che cosa potrebbe aprire, secondo lei, trattative diplomatiche vere?

Gli Stati Uniti sarebbero disposti ad accettare quasi totalmente le condizioni di pace desiderate dalla Russia, anche perché con l’attuale presidenza hanno un grande desiderio di business con Mosca, e la Russia è anch’essa favorevole. Il vero ostacolo alla pace, anche se è brutto a dirsi, siamo noi europei, che continuiamo a sostenere l’Ucraina senza darle una vera possibilità di vittoria, ma solo di prolungare la resistenza. Se, per ragioni interne, per una pressione americana o per un possibile collasso del fronte ucraino, anche una sola di queste condizioni si verificasse, il raggiungimento della pace attraverso trattative diplomatiche vere si avvicinerebbe. È possibile, ma non è detto che questo avvenga in tempi brevi. 

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