domenica 20 settembre 2026

Autocritica di Engels, l’amico geniale - Stefano Petrucciani

Da: https://ilmanifesto.it - Stefano Petrucciani è Professore ordinario di Filosofia Politica nell’Università di Roma “La Sapienza”. È stato dal 2013 al 2019 Presidente della Società italiana di filosofia politica. È autore di numerosi volumi tra cui: Introduzione a Habermas (2000), Modelli di filosofia politica (2003), Introduzione a Adorno (2007), Marx (2009; trad. inglese 2020), Democrazia (2014), Politica. Una introduzione filosofica (2020). Ha curato una Storia del marxismo (3 voll., 2015). 

Vedi anche: Marx oggi. Letture contemporanee - Stefano Petrucciani 

L'eredità vivente della filosofia di Marx - Stefano Petrucciani  


Uno dei più importanti contributi di Engels allo sviluppo della teoria politica socialista è l’Introduzione che egli scrisse nel 1895 all’edizione dei testi marxiani sulle Lotte di classe in Francia. Lo scritto di Engels, che divenne il suo testamento politico (egli infatti morì in quello stesso anno, mentre Marx era mancato nel 1883) è stato considerato da molti come il testo inaugurale del «revisionismo» di fine secolo e della socialdemocrazia novecentesca. Ma le cose stanno davvero così? Per fare un po’ di chiarezza sulla questione conviene innanzitutto dare uno sguardo al contesto.

Quando Engels concepisce la sua Introduzione il governo tedesco sta cercando di far approvare una nuova ondata di leggi antisocialiste (come quelle che erano state in vigore fino al 1890). In questo contesto politicamente delicato, dove i socialisti rischiano di finire di nuovo fuori legge, Engels si accinge a rileggere i vecchi testi di Marx e a tracciare, con l’occasione, il bilancio politico di mezzo secolo di lotte. Tornando con il pensiero al Manifesto e al 1848, non risparmia le considerazioni autocritiche.

«LA STORIA – scrive senza mezzi termini – ha dato torto a noi» e a quelli che la pensavano come noi. La rivoluzione che allora credevamo imminente non è arrivata. Ma questo sarebbe il meno. La questione più seria è che la rivoluzione sociale non può più essere vista come la si vedeva nel 1848, cioè come la battaglia di una minoranza decisa, la lotta sulle barricate, la conquista del potere attraverso un colpo di mano.

Il tempo delle barricate è finito e la strategia, per Engels, è tutta da ripensare. La socialdemocrazia in Germania è diventata ormai un partito di massa, che raccoglie consensi crescenti nelle competizioni elettorali, e che deve darsi perciò una prospettiva adeguata. Deve puntare innanzitutto su un sapiente utilizzo del suffragio universale, ma anche (questo è un aspetto fondamentale per lo sviluppo della socialdemocrazia) sulla conquista di tutti gli spazi possibili nelle istituzioni statali e locali (quasi che Engels anticipi l’idea, che sarebbe stata lanciata molto più tardi, di una «lunga marcia attraverso le istituzioni»).

IL PARTITO inoltre, e questo è un altro punto decisivo, non deve essere più un partito soltanto operaio: si deve aprire ai ceti medi, alla piccola borghesia, ai contadini. Non solo, in Engels è chiara anche la consapevolezza che un partito di massa (ben diverso dai ristretti gruppi cospirativi che operavano alla metà dell’Ottocento), deve saper ospitare dentro di sé il confronto pluralista tra posizioni diverse. Mettendo in guardia da un utilizzo disinvolto del metodo delle espulsioni, Engels scrive da buon democratico: «Il maggior partito del paese non potrà sopravvivere se non darà a ogni tendenza la possibilità di una piena affermazione».

Non c’è dubbio comunque che uno dei messaggi più forti del testo sia una fiduciosa apologia della battaglia condotta con tutti gli strumenti legali, insieme all’ammonizione a non lasciarsi trascinare sul terreno dello scontro aperto, che darebbe al potere l’opportunità di reprimere il movimento e di ricacciarlo indietro.

Tuttavia, proprio perché viene stampato in una fase politicamente molto delicata, il testo di Engels ha una vicenda piuttosto tormentata. La direzione del Partito gli chiede di sopprimere i passaggi più «rivoluzionari» dello scritto, per esempio quello dove Engels diceva che, se il governo fosse sceso sul terreno della illegalità, i lavoratori non si sarebbero tirati indietro, e lo avrebbero combattuto con ogni mezzo.

LA SOPPRESSIONE di questi passaggi un po’ più arditi, comunque, fu contrattata con Engels ed ebbe il suo consenso. Ciò che invece lo fece arrabbiare fu un editoriale pubblicato da Liebknecht sul giornale del partito che, citando selettivamente alcuni brani del suo testo, lo faceva apparire come «un pacifico fautore della legalità» ad ogni costo, cosa che il rivoluzionario Engels non era e non voleva essere. Fatto sta comunque che il testo engelsiano fu letto da tutti nella sua versione «purgata» (quella integrale fu pubblicata in Urss solo nel 1924) e dette luogo a un acceso conflitto delle interpretazioni. Bernstein vide in esso l’innesco del suo proprio percorso revisionistico, gli dedicò lodi sperticate («Non si apprezzerà mai abbastanza il merito che egli si è acquistato nei confronti del movimento socialista con questo scritto») e arrivò persino a sostenere la tesi (molto poco plausibile) che l’intento di Engels fosse quello di una revisione ancora più profonda rispetto a quella che nel testo era esplicitamente contenuta.

VENT’ANNI PIÙ TARDI, nel pieno della rivoluzione tedesca del 1919, Rosa Luxemburg bollerà invece il testo di Engels come la più classica espressione della erronea concezione politica della socialdemocrazia tedesca, quella che l’avrebbe portata al fallimento. La colpa però, secondo Rosa, non era proprio di Engels, che restava un venerato maestro, ma della dirigenza moderata socialdemocratica che egli con quel testo aveva voluto in qualche modo assecondare.

Forse l’interprete meno tendenzioso era stato Kautsky il quale, dieci anni prima, nel 1909, in polemica con Bernstein, aveva ricordato che Engels tutto voleva, tranne che rinunciare all’idea di rivoluzione.

MA L’INTERESSE DEL TESTO di Engels va oltre la disputa tra riformisti e rivoluzionari. Il punto veramente importante è che esso tentava di avviare un ripensamento in profondità del concetto di rivoluzione, all’altezza del nuovo secolo che stava per cominciare. Un ripensamento non privo di qualche affinità con quello che, decenni dopo, e con un diverso bagaglio di esperienze, sarebbe stato sperimentato anche da Gramsci (in particolare con l’idea della «guerra di posizione» contrapposta alla «guerra di movimento»).

IN QUESTO STAVA sicuramente il valore dell’ultimo Engels. La sua riflessione aveva però il limite di affidarsi a una concezione ancora troppo evoluzionista e, per così dire, «incrementalista» del processo storico, secondo la quale il problema fondamentale era quello di accompagnare, senza interromperlo cadendo in provocazioni, il processo sicuro e costante di crescita dei consensi per il socialismo. Su questa strada, la vittoria sarebbe arrivata quasi da sé.

Ci sarebbe voluto un Walter Benjamin, quasi mezzo secolo dopo, per mostrare quanto fosse illusoria questa idea di una inarrestabile marcia in avanti sospinta dalla corrente della storia. 

Il convegno

Nel pomeriggio di giovedì 17 si apre a Venezia Ca’ Foscari il seminario di studi intitolato a «Engels, l’amico geniale», organizzato dall’associazione Spazio Marx con l’apporto delle Università di Venezia, Padova, Milano Bicocca e Roma Sapienza. L’intento è quello di ricostruire i molti aspetti dell’attività di questo straordinario personaggio, al quale si devono tra l’altro la prima grande inchiesta sulla classe operaia in Inghilterra (ne discute Jamila Mascat), l’edizione del secondo e terzo libro del «Capitale» che Marx aveva lasciato incompiuti (ne parla Roberto Fineschi), il primo e pionieristico studio marxista sulla famiglia (ne parla Anna Guerini), il tentativo straordinario di confrontare il marxismo con gli sviluppi delle scienze naturali (se ne occupa Pietro Omodeo). Si discuterà inoltre di Engels come teorico politico, nei suoi rapporti con il socialismo tedesco (Petrucciani) e italiano (Salvatore Tiné) e nelle sue riflessioni sulla Comune di Parigi (Luca Basso). Di Engels filosofo, non amato dal cosiddetto «marxismo occidentale» (ne parla Kaan Kangal), si occuperanno Giorgio Cesarale, per il tema della dialettica e Vittorio Morfino per quello del materialismo, messo a confronto con le tesi di Timpanaro e di Althusser.

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