Chiarezza - Shlomo Sand
Israele/Palestina. Alle radici del conflitto - Joseph Halevi
PALESTINA. Economia e occupazione: dal Protocollo di Parigi ad oggi. - Francesca Merz
Shlomo Sand, L'invenzione del popolo ebraico, 2008.
Tra le conseguenze del processo di liberalizzazione ed etnicizzazione degli anni Ottanta vi fu anche la nascita di un nuovo partito arabo-ebraico, più radicale del partito comunista tradizionale che fino ad allora aveva dato voce alla protesta araba e molto più fermo nell’opposizione alla politica identitaria dello Stato d’Israele.
Nelle file della Lista progressista per la pace capeggiata da Muhammad Miarri cominciò a profilarsi un nuovo tipo di critica indirizzata alla natura stessa dello Stato israeliano e che proponeva una sua «desionizzazione». Erano solo le prime avvisaglie. La Commissione elettorale della Knesset non ammise il nuovo partito alle elezioni, insieme alla lista di estrema destra di rav Me’ir Kahana, ma una sentenza della Corte suprema, istituzione che stava diventando il baluardo del liberalismo israeliano, annullò la decisione e i due partiti furono accettati. Contrariamente ai movimenti arabo-israeliani che lo avevano preceduto, come al-Ard (La terra) negli anni Sessanta e i Bene ha-kefar (Figli del villaggio) negli anni Settanta, la Lista progressista per la pace, che presentò come secondo candidato il generale in pensione Mati Peled, ottenne due seggi in parlamento.
La nuova Knesset reagì a questo modesto successo approvando nel 1985, con una maggioranza schiacciante e senza opposizione, un nuovo emendamento alla Legge fondamentale del Parlamento. Il comma 7a stabiliva per la prima volta in modo esplicito che non sarebbe stata autorizzata a partecipare alle elezioni per il parlamento israeliano alcuna lista che includesse nel programma uno dei seguenti obiettivi: «1. negare l’esistenza dello Stato d’Israele come Stato del popolo ebraico; 2. negare la natura democratica dello Stato; 3. incitare al razzismo». Malgrado la nuova legge, la Lista progressista per la pace non fu bloccata, ancora una volta in virtù dell’intervento della Corte suprema.
In seguito comparvero altri partiti arabi i quali, pur muovendosi con cautela per non entrare esplicitamente in polemica con la legge, non smisero tuttavia di mettere pubblicamente in discussione la natura dello Stato. Una intera generazione di intellettuali palestinesi, troppo giovani per aver vissuto la Nakba e il regime militare e che si erano integrati nella cultura israeliana affiancandola a quella araba di partenza, cominciò a esprimere con crescente fermezza la propria insoddisfazione per la situazione politica: lo Stato in cui gli arabo-israeliani erano nati, di cui costituivano un quinto della popolazione e di cui erano formalmente cittadini a tutti gli effetti, sosteneva apertamente di non essere loro, ma di appartenere a un altro popolo che continuava in gran parte a vivere all’estero.
Tra le figure di spicco del movimento di opposizione all’esclusivismo ebraico c’era lo scrittore e traduttore Anton Shammas. Questo straordinario intellettuale bilingue, autore del romanzo Arabeschi in cui si confronta con la sua conflittuale identità nazionale, dichiarò pubblicamente: «Facciamo in modo di essere tutti israeliani multiculturali, formuliamo una sovra-identità nazionale comune che non annulli le identità d’origine ma punti a una futura simbiosi israeliana tra ebrei e arabi cittadini dello Stato». A.B. Yehoshua, uno dei maggiori scrittori israeliani ed esponente di spicco della sinistra sionista, respinse immediatamente e con fermezza questo invito: Israele doveva continuare a essere la nazione del popolo ebraico disperso, non diventare lo Stato di tutti i suoi cittadini. Dal momento che «la Legge del ritorno era il principio morale del sionismo», si doveva respingere ogni pericolosa proposta di una doppia identità nello Stato ebraico, sosteneva l’autorevole scrittore di Haifa, terrorizzato all’idea di diventare un ebreo-israeliano (come gli imperfetti ebrei-americani) e che voleva invece continuare a essere un ebreo perfetto e senza trattino; se questo non piaceva a un «nuovo israeliano» come Anton Shammas, non aveva che da prendere le sue cose e trasferirsi nel nascituro Stato nazionale palestinese. Si trattò forse dell’ultima volta in cui un intellettuale arabo-israeliano noto avanzò la proposta di condurre una vita intellettuale comune in una democrazia liberale pluralista ma ugualitaria. Le reazioni negative della sinistra sionista israeliana e l’intifada popolare scoppiata nel 1987 resero uscite del genere ancora più rare. La crescente identificazione degli arabo-israeliani con la lotta di liberazione nazionale condotta da coloro che, nei territori occupati, erano stati sottomessi e privati dei diritti politici non era sfociata fino a quel momento nella rivendicazione di una separazione nazionale territoriale; l’orgoglio per la cultura palestinese oppressa e il desiderio di preservarla a ogni costo aveva invece indotto molti a lanciare un appello affinché Israele diventasse una democrazia consociativa o multiculturale. La richiesta comune era che lo Stato d’Israele diventasse anche il loro: solo allora sarebbero stati disposti a essere suoi.
Il problema dello «Stato del popolo ebraico» si fece sempre più scottante. Negli anni Novanta, la definizione dello Stato divenne una questione chiave del dibattito postsionista che animava molti circoli intellettuali: se in passato l’antisionismo si era identificato nella negazione del diritto a esistere dello Stato degli ebrei e se il comune denominatore che ancora univa tutti i sionisti era l’ostinata affermazione della necessità per Israele di continuare a essere lo Stato esclusivo degli ebrei nel mondo, il postsionismo sosteneva invece il completo riconoscimento dello Stato d’Israele quale definito dai confini del 1967, congiuntamente, però, alla categorica pretesa che si trasformasse in uno Stato per tutti i suoi cittadini israeliani. Quanto più il mito territoriale, che considerava l’intera «Eretz Yisra’el» proprietà del popolo ebraico, andava declinando (a seguito degli accordi di Oslo del 1993 e persino dopo lo scoppio della seconda intifada nel 2000), tanto più andava invece affermandosi la pretesa di un possesso esclusivo dello Stato d’Israele da parte del popolo ebraico. Se una parte rilevante della destra storica si era lentamente ma inesorabilmente trasformata in una destra etnocentrica saldamente razzista, lo schieramento liberalcentrista aveva cominciato a trincerarsi su posizioni sioniste che cercava di legittimare giuridicamente e filosoficamente.
Nel 1988 Me’ir Shamgar, presidente della Corte suprema e insignito del premio Israele, dichiarò: «L’esistenza dello Stato d’Israele come Stato del popolo ebraico non è in contraddizione con il suo carattere democratico come la “francesità” della Francia non ne contraddice il carattere democratico». Questo improponibile paragone (tutti i cittadini della Francia, vecchi e nuovi, sono notoriamente riconosciuti come francesi e al contempo nessun cittadino non francese ritiene di fare segretamente parte di quel paese) segnò il punto di partenza di un percorso legislativo che sollevò una vasta gamma di reazioni. Nel 1992 due Leggi fondamentali, quella sulla dignità e libertà dell’uomo e quella sulla libertà d’impiego, asserivano categoricamente che Israele era «uno Stato ebraico e democratico». Anche la legge sui partiti promulgata quello stesso anno stabiliva l’esclusione dalle elezioni di qualunque partito si fosse opposto all’esistenza di Israele come Stato ebraico e democratico. Paradossalmente, da questo momento in poi divenne impossibile trasformare lo Stato degli ebrei in una democrazia israeliana intraprendendo un processo liberaldemocratico. Si trattava di una normativa pericolosa, poiché non chiariva che cosa esattamente rendesse uno Stato (ossia una struttura politica sovrana che dovrebbe essere al servizio dei propri cittadini) uno Stato «ebraico» e che cosa potesse minacciarlo o annullarlo in quanto tale.
Fu il professor Sammy Smooha, sociologo dell’Università di Haifa, a prendere seriamente in esame le problematiche e le anomalie di una democrazia che si definiva «ebraica». Già nel 1990 mutuò dal sociologo politico dell’Università di Yale Juan José Linz l’espressione «democrazia etnica» e la applicò a Israele. Nel corso degli anni elaborò un’indagine critica in base alla quale Israele veniva a trovarsi al livello più basso nella classifica dei regimi democratici. Nel quadro di una comparazione sistematica delle democrazie liberali, repubblicane, consociative e multiculturali il sociologo giunse infatti alla conclusione che non era possibile ricondurre Israele a nessuno di questi modelli. Insieme a paesi come l’Estonia, la Lituania e la Slovacchia, ricadeva invece nella categoria dei regimi che avrebbero potuto essere definiti come «democrazie parziali» o «democrazie di basso livello».
La democrazia liberale rappresenta l’intera società esistente all’interno dei suoi confini, garantendo assoluta uguaglianza ai propri membri, indipendentemente dalla loro origine e appartenenza culturale. La sua funzione principale è quella di vigilare sui diritti e sulle norme e il suo intervento sul profilo culturale dei suoi cittadini è marginale (la maggior parte degli Stati anglosassoni e scandinavi rientra a diversi livelli in questa definizione). La democrazia repubblicana assomiglia al primo modello per quanto riguarda la piena uguaglianza dei suoi cittadini, ma è maggiormente coinvolta nell’espressione culturale della collettività nazionale. Stati di questo tipo risultano meno tolleranti rispetto alle sottoidentità culturali, che cercano di assorbire in una sovracultura nazionale; la Francia ne è un esempio lampante.
La democrazia consociativa riconosce formalmente gruppi linguistico-culturali differenti, si preoccupa a livello istituzionale di garantire loro un rapporto egualitario con la sovranità tramite il diritto di veto in merito alle decisioni comuni, promuovendo così la piena autonomia di ciascun gruppo; Svizzera, Belgio e Canada rientrano in questa tipologia.
La democrazia multiculturale, infine, esprime in modo meno ufficiale la diversità e la molteplicità culturale al suo interno, ma rispetta, protegge e conferisce diritti comunitari alle minoranze senza tentare di imporre loro una cultura unica; la Gran Bretagna e l’Olanda sono paesi che incarnano questo modello in modo emblematico.
L’aspetto rilevante in questo elenco è il tratto comune a tutti questi regimi, ossia che si considerano rappresentanti di tutti i cittadini del loro paese, anche nei casi in cui siano presenti gruppi linguistico-culturali dominanti accanto a minoranze.
In base alla sua indagine, Smooha sostiene che Israele non può essere classificato in nessuno dei summenzionati gruppi in quanto non si considera espressione politica della società civile che vive sul suo territorio. Non solo il sionismo è stata l’ideologia ufficiale che ha guidato lo Stato ebraico nella sua fondazione, ma ci si aspetta anche che i suoi cittadini continuino a realizzarne gli scopi particolaristi. Se nelle zone sotto la giurisdizione israeliana, entro i confini della linea verde, sorgerebbe dunque un’entità democratica (dal momento che vi sussistono diritti civili, sono garantite la libertà d’espressione e di associazione politica e vi si svolgono libere elezioni), tuttavia la mancanza di una fondamentale uguaglianza civile e politica differenzia Israele da tutti i tipi di democrazie occidentali.
A dispetto dei suoi sforzi di evitare la formulazione di giudizi esageratamente normativi, nell’analisi di Smooha è insita una critica radicale allo Stato d’Israele, anche se le sue conclusioni politiche erano molto più moderate di quanto ci si sarebbe potuto aspettare. Secondo il sociologo di Haifa non è realistico pensare che Israele possa trasformarsi in uno Stato per tutti i suoi cittadini. Di conseguenza la prospettiva di una democrazia etnica riveduta e corretta in cui la discriminazione sia contenuta ma si preservi una matrice esclusivista è la più accettabile: «La soluzione migliore dal punto di vista arabo-israeliano è naturalmente la democrazia consociativa, ossia uno Stato binazionale; tuttavia, l’opposizione degli ebrei a questa opzione, che cancellerebbe lo Stato ebraico, è irremovibile e dunque la sua realizzazione si tramuterebbe in una terribile ingiustizia per la maggior parte della popolazione». Si può non condividere l’impianto concettuale di Smooha (una democrazia consociativa come la Svizzera, per esempio, non è esattamente uno Stato plurinazionale), si possono avanzare riserve sul giudizio secondo cui porre fine alla discriminazione di una minoranza oppressa costituirebbe una «terribile ingiustizia» per la maggioranza egemone, ma non si può negare che lo studioso abbia conseguito un importante risultato: è stato il primo nel mondo accademico israeliano ad accostarsi scientificamente al vaso di Pandora della politica identitaria israeliana.
L’approccio critico del suo saggio ovviò a un notevole vuoto teorico, il che naturalmente suscitò molte reazioni sia da parte degli intellettuali nazionali sia degli studiosi postsionisti e arabo-israeliani. In risposta alle critiche avanzate da Smooha, ma ancor più in seguito alla legislazione «ebraica» dell’inizio degli anni Novanta, alcuni dei maggiori studiosi israeliani, conservatori e liberali, si impegnarono a dimostrare che Israele era una democrazia normativa. Di seguito presenterò una gamma di posizioni tutte ascrivibili a personaggi culturalmente rilevanti del panorama israeliano. Non a caso si tratta di personalità insignite del premio Israele, il prestigioso riconoscimento con il quale lo Stato gratifica una selezionata aristocrazia intellettuale e scientifica, riuscendo in tal modo a corroborare la propria concezione del mondo. Se i detentori del premio Israele costituiscono il fulcro della scena culturale israeliana, le loro posizioni sono espressione dell’essenza ideologica nazionale e attestano con particolare nitidezza il carattere che ha recentemente assunto. Secondo Eli‘ezer Schweid, per esempio, professore di Filosofia ebraica all’Università ebraica di Gerusalemme e naturalmente vincitore del premio Israele, non vi è alcuna contraddizione interna nell’espressione «Stato ebraico e democratico». Israele è sorto infatti per «restituire al popolo ebraico quei diritti democratici fondamentali che gli erano stati negati nel corso di molte generazioni di Esilio. […] Non sussiste dunque alcuna motivazione di carattere etico per cui il popolo ebraico debba rinunciare a questo diritto nello Stato che ha costruito per sé con le proprie mani, in cui ha investito uno straordinario vigore creativo, per il quale ha versato il proprio sangue e di cui ha fondato l’economia, la società e la cultura».
Nell’ottica del filosofo ogni ragionamento che contrapponga antiteticamente ebraismo e democrazia è infondato, dal momento che «nella religione ebraica e nel nazionalismo ebraico si trovano le basi etiche secondo cui sono stati definiti i diritti dell’uomo e il concetto di patto sociale che costituisce il fondamento della democrazia». Inoltre, se Israele non esistesse come Stato del popolo ebraico, la sua sopravvivenza non avrebbe alcun senso.
Il professor Shelomoh Avineri, dell’Università ebraica di Gerusalemme, ex direttore generale del ministero degli Esteri e anch’egli vincitore del premio Israele, ritiene, al contrario, che Israele come «Stato ebraico» sia di gran lunga preferibile alla Repubblica francese che assimila e cancella le differenti identità. Quanto a tolleranza Israele assomiglia invece alla Gran Bretagna e per molti aspetti le è persino superiore. Per esempio, il divieto di matrimoni civili e il contestuale mantenimento del matrimonio religioso (come avveniva sotto l’Impero ottomano), accanto alla divisione del sistema scolastico, indicherebbe che in Israele sussiste de facto una vasta autonomia culturale per i suoi cittadini non ebrei: «Senza averlo mai deciso, lo Stato d’Israele riconosce l’uguaglianza di diritti per i cittadini arabi non solo come individui, ma come collettività». Per questo motivo, secondo il professore gerosolimitano, lo Stato ebraico è chiamato a mantenere tutti i propri simboli (bandiera, inno e leggi ebraiche, in particolare la Legge del ritorno che non differisce dalle altre leggi sull’immigrazione) al fine di isolare dal punto di vista legislativo la maggioranza ebraica dalle altre minoranze che vivono accanto e in mezzo a essa e continuare a essere una democrazia multiculturale di alto livello, come avviene negli Stati più profondamente liberali del mondo. Sicuramente il professore di Scienze politiche, pur essendo uno specialista di filosofia tedesca, conosce la sentenza della Corte suprema americana del 1954 («Brown contro il Provveditorato agli studi di Topeka») secondo la quale «separate but equal» non può essere «equal» e costituisce dunque una violazione del quattordicesimo emendamento della Costituzione in base a cui tutti i cittadini americani sono uguali. Eppure questa decisione storica, che rinvigorì la lotta per l’uguaglianza civile e nel tempo contribuì a un completo cambiamento della politica identitaria degli Stati Uniti, non ha fatto breccia nel pensiero sionista del più autorevole erudito vivente di Gerusalemme (sia detto per inciso, la capitale «unificata» in cui decine di migliaia di palestinesi annessi a Israele nel 1967 vivono come residenti permanenti senza però avere il diritto di partecipare alle elezioni, ossia alla sovranità su se stessi).
Anche secondo Asa Kasher, professore di filosofia dell’Università di Tel Aviv e detentore del premio Israele per i risultati conseguiti nel campo dell’etica, Israele non è diverso dalle migliori democrazie del mondo e non vi è alcuna contraddizione nell’espressione «ebraico e democratico». La problematicità dello Stato nazionale democratico non sarebbe, secondo il filosofo telavivense, precipua di Israele: «In Spagna ci sono i baschi, nei Paesi Bassi i frisoni e in Francia i corsi. In quest’ottica lo Stato d’Israele, in cui il 20 per cento della popolazione appartiene a un altro popolo, non costituisce un’eccezione». Dunque lo Stato d’Israele sarebbe democratico nel suo «ideale pratico» ed è inutile pretendere che diventi esplicitamente lo Stato di tutti i propri cittadini. Naturalmente il senso di appartenenza della maggioranza è diverso da quello della minoranza, ma questa differenza sarebbe tipica delle nazioni moderne. Quello che Asa Kasher apparentemente non sa, malgrado la sua erudizione, è che sebbene la cultura e la lingua castigliana siano dominanti in Spagna, lo Stato iberico appartiene a tutti gli spagnoli, siano essi castigliani, catalani, baschi o altro. Se il governo spagnolo osasse dichiararsi lo Stato dei castigliani e non di tutti gli spagnoli avrebbe vita breve. La Francia considera i corsi francesi a tutti gli effetti, per quanto tra gli abitanti dell’isola esista una minoranza che non lo gradisce. La Repubblica francese non appartiene in alcun modo ai soli cittadini cattolici del continente, ma appartiene anche agli abitanti della Corsica, esattamente come ai francesi ebrei, protestanti e persino musulmani. Secondo il filosofo ebreo che vive in Israele, tuttavia, questa «leggera» differenza circa le definizioni nazionali non merita attenzione. La «democrazia del popolo ebraico» è dunque simile per il suo elevato status morale a qualunque altra società occidentale.
Tra i diversi tentativi teorici compiuti per risolvere il problema della definizione di Israele come Stato democratico del «popolo ebraico» spiccano in modo particolare quelli di carattere giuridico. Dal momento in cui le Leggi fondamentali introdussero il termine «ebraico» nel loro lessico, giudici e professori di Diritto si sentirono obbligati a darsi da fare per produrre accurati e argomentati scritti apologetici per questa nuova tendenza legislativa. Furono redatte pagine su pagine per convincere tutti gli scettici che lo Stato poteva aderire alla tradizione ebraica e al contempo trattare con assoluta eguaglianza i non ebrei. Leggendo questi scritti si ha l’impressione che il concetto di «uguaglianza» sia molto prossimo a quello di «indifferenza».
Per Chayyim Hermann Cohen, presidente dalla Corte suprema in pensione, ex ministro della Giustizia e detentore del premio Israele, le cose sono molto semplici: «I geni dei nostri progenitori sono dentro di noi, che lo si voglia o meno. Un uomo che abbia rispetto di se stesso cerca di comprendere non solo dove si trova e dove è diretto ma anche da dove proviene. L’eredità d’Israele, nel senso più ampio dato a questo termine, è un’eredità che lo Stato ha ricevuto naturalmente alla sua nascita e che l’ha reso intrinsecamente uno Stato ebraico». Queste parole non fanno di Chayyim Cohen un razzista. È sempre stato un giudice liberale (nella causa Rufeisen fu lui infatti il solo a esprimersi a favore della richiesta del polacco, avvallando una definizione identitaria volontarista) e sa bene che la «continuità biologico-genetica è un elemento molto incerto». Ma nel corso dei suoi affannosi tentativi di definire la matrice dell’ebraismo non religioso dello Stato asserisce: «L’identità ebraica non si riduce a una continuità biologico-genetica: è molto più importante quella spiritual-culturale. La prima consente di identificare lo Stato come Stato degli ebrei; la seconda di identificarlo come Stato ebraico. Non v’è contraddizione tra queste due identità che si completano reciprocamente e forse sono dipendenti l’una dall’altra». Deve essere in virtù di questa «dipendenza» che Cohen include nella continuità ebraica e nella tradizione israeliana non solo la Bibbia, il Talmud e i midrashim ma anche Spinoza, filosofo che abbandonò l’ebraismo e fu messo al bando per questo. Nel suo farraginoso tentativo di definire la natura della democrazia ebraica non viene fatta menzione di quel 20 per cento di suoi cittadini arabi e nemmeno di quel 5 per cento scrupolosamente registrato come «non ebreo» dal ministero degli Interni, pur essendo costituito in maggioranza da cittadini che parlano l’ebraico e che pagano le tasse.
Aharon Baraq, ex presidente della Corte suprema e altro decorato del premio Israele, è ritenuto, insieme a Chayyim Cohen, uno dei giudici più liberali e illuminati della storia del Diritto israeliano. Nel 2002, rivolgendosi al pubblico del Trentaquattresimo congresso sionista, scelse di affrontare il tema dei «valori di Israele come Stato ebraico e democratico». Quali sono le norme ebraiche dello Stato? Una combinazione di norme halakiche e sioniste: l’universo della halakah è una «fonte inestinguibile», mentre quello del sionismo comprende la lingua, i simboli nazionali, la bandiera, l’inno, le festività, la Legge del ritorno e anche «uno Stato che redime le terre statali tramite la colonizzazione ebraica». Quali sono i valori democratici? La separazione dei poteri, il primato della legge, la tutela dei diritti dell’uomo, compresi quelli delle minoranze. Questi due sistemi di valori devono trovare un punto di equilibrio: «Concedere agli ebrei il diritto all’immigrazione non costituisce una discriminazione nei confronti di chi non è ebreo. Vi è in questo il riconoscimento di una differenza che non è discriminatorio. Ma un individuo che risieda nella nostra dimora nazionale ha diritto all’eguaglianza, indipendentemente dalla religione o dalla sua nazionalità». Perciò il giudice si batte per un trattamento equo della minoranza araba, dal momento che sa molto meglio degli altri giudici come l’uguaglianza sia il fulcro della democrazia moderna. Come può esserci uguaglianza in questa «dimora nazionale» i cui valori sono la «redenzione della terra tramite la colonizzazione ebraica»? Il brillante giurista e giudice della Corte suprema Baraq, pur avendo delle soluzioni, non ritenne necessario esporle al congresso sionista tenutosi a Gerusalemme. Il pubblico non era rimasto sorpreso quando in una precedente occasione il democratico Baraq aveva definito le caratteristiche dello Stato con parole simili: «Lo Stato ebraico è uno Stato in cima alle cui preoccupazioni sta l’insediamento degli ebrei nei suoi territori, città e villaggi [...]. Uno Stato ebraico è quello in cui il diritto ebraico svolge un ruolo importante e in cui la normativa sui matrimoni e sui divorzi degli ebrei è determinata in base al diritto biblico». In altre parole per Aharon Baraq, liberale e laico, Israele è uno Stato ebraico, tra l’altro, in virtù di progetti come l’«ebraizzazione della Galilea», in piena sintonia con il consolidato sistema legislativo di segregazione di ebrei e non ebrei.
Daniel Friedman non era un giudice, ma era stato nominato ministro della Giustizia dal primo ministro Ehud Olmert. Prima di allora era professore di Diritto all’Università di Tel Aviv e naturalmente anch’egli è stato insignito del premio Israele. In replica a un articolo da me scritto dopo l’uccisione di tredici palestinesi-israeliani nel corso dei tumulti (non armati) nel 2000, manifestò il suo profondo stupore di fronte all’argomentazione che «la definizione di Stato come Stato ebraico implicava in realtà una componente di diseguaglianza». Se la maggioranza degli Stati erano Stati nazionali perché a Israele era proibito esserlo? In che cosa Israele era diverso dall’«Inghilterra»? In Inghilterra esistono una minoranza ebraica e una minoranza musulmana che godono della parità di diritti; tuttavia è chiaro che non possono lamentarsi del fatto che l’Inghilterra sia il paese degli Inglesi, che la religione dominante sia quella cristiana, che la monarchia, simbolo dello Stato inglese, sia legata alla Chiesa anglicana e che la lingua dominante – e di fatto l’unica che possa essere impiegata nel contesto pubblico – sia l’inglese. Le minoranze non possono pretendere l’intronizzazione di un re ebreo o musulmano, come non possono pretendere che un’altra lingua venga parificata all’inglese. A quanto pare, sarebbe troppo pretendere che un professore di Diritto israeliano impegnato a dimostrare come il suo Stato sia una democrazia perfetta, adotti una terminologia più precisa. È vero che il termine «Inghilterra» è spesso usato come sinonimo di Gran Bretagna, ma nel contesto di un dibattito tanto delicato come quello su nazione e nazionalismi una simile sciatteria è inaccettabile. Dal 1707 l’Inghilterra non è, come tutti sanno, uno Stato sovrano, ma una parte del Regno Unito della Gran Bretagna insieme alla Scozia, al Galles e all’Irlanda del Nord (dal 1801). Naturalmente il retroterra storico-culturale del Regno Unito è cristiano, ma la cristiana «Inghilterra» non interviene sulle scelte matrimoniali di un ebreo che vi risiede, il quale può sposare una sassone cristiana e «perfino» una musulmana di origine pachistana. È superfluo aggiungere che la Gran Bretagna non è il paese di tutti gli anglicani nel mondo, a differenza di Israele che è il paese degli ebrei, secondo la definizione proposta del professor Friedman, e anche che l’«Inghilterra» non è lo Stato degli inglesi, per quanto la lingua inglese sia quella egemone. Un ebreo non può diventare re della Gran Bretagna, ma nemmeno un inglese che non appartenga alla dinastia reale. A ogni modo, da tempo la sovranità non appartiene al re ma al parlamento e Michael Howard, figlio di immigrati ebrei rumeni e segretario del partito conservatore all’inizio del ventunesimo secolo, ha cercato – pur senza riuscirvi – di diventare primo ministro britannico (invece di emigrare in Israele). La Gran Bretagna è lo Stato di tutti i suoi cittadini (inglesi, scozzesi, gallesi, irlandesi, musulmani immigrati e divenuti cittadini, perfino degli ebrei ortodossi che riconoscono solo la sovranità divina). Per legge, sono tutti cittadini britannici e lo Stato appartiene espressamente a ciascuno di loro. Se l’«Inghilterra» dichiarasse che la Gran Bretagna è lo Stato degli inglesi, come Israele è lo Stato degli ebrei, ancor prima che i figli degli immigrati pachistani scendano in piazza sarebbero i sassoni e i gallesi a separarsi immediatamente dal Regno Unito. Contrariamente a Israele, inoltre, la Gran Bretagna è uno Stato multiculturale e le sue principali minoranze come i sassoni e i gallesi hanno da tempo diritto a un notevole grado di autonomia. Ma per Daniel Friedman gli araboisraeliani locali assomigliano di più a immigrati che hanno ricevuto di recente la cittadinanza che non a storici abitanti autoctoni come i sassoni e i gallesi dell’«Inghilterra».
L’elenco dei giuristi che si sono schierati in difesa dello «Stato del popolo ebraico» è ancora lungo; mi limiterò tuttavia a menzionarne ancora uno, che è stato autore, in collaborazione con uno storico, di un saggio interamente dedicato alla questione. Amnon Rubinstein, professore di Diritto, ex ministro dell’Istruzione e naturalmente vincitore di un premio Israele, nel 2003 pubblicò insieme ad Alexander Yakobson Yisra’el u-mishpachat ha-‘ammim (Israele e la famiglia delle nazioni), libro che può senza dubbio essere considerato la più accurata opera critica finora divulgata sul postsionismo. Rubinstein e Yakobson non sono soddisfatti del funzionamento della «democrazia ebraica». Non solo entrambi sono a favore di un più ampio godimento dei diritti umani e dell’uguaglianza in Israele, ma il loro impianto argomentativo intende fondarsi programmaticamente su norme universali. D’altro canto, i due studiosi non esitano ad affermare che non v’è contraddizione alcuna nella definizione dello Stato come ebraico e democratico. I problemi di Israele sono infatti quelli tipici del mondo «libero» e per risolverli basta migliorare metodi di governo e principi giuridici. Il percorso dei due autori prende le mosse dalla seguente premessa: ciascun popolo ha diritto all’autodeterminazione e di conseguenza anche il «popolo ebraico». Inoltre, nessuno Stato è culturalmente neutrale e dunque non c’è motivo per pretendere che Israele lo sia. Secondo Rubinstein e Yakobson, dal momento che nel 1947 l’Onu ha riconosciuto il diritto degli ebrei all’autodeterminazione, lo Stato dev’essere preservato fino a quando l’ultimo ebreo non avrà deciso di «fare ‘aliyyah». I due non rivendicano in alcun modo lo stesso diritto per il popolo ebraico-israeliano che si è costituito in Medio Oriente, perché non riconoscono l’esistenza di alcuna entità nazionale israeliana.
Ma la realtà può essere un problema per i giuristi sionisti: all’inizio del ventunesimo secolo non esistono ebrei che non possano lasciare il paese in cui vivono; ciononostante, questi stessi ebrei si rifiutano categoricamente di esercitare il loro diritto alla sovranità nazionale. Il bilancio dell’emigrazione verso Israele è dunque in passivo: mentre scrivo queste pagine, il numero di coloro che lasciano Israele supera quello di coloro che bussano alle sue porte. Il grande vantaggio di Rubinstein rispetto agli altri pensatori sionisti è che nel suo libro scritto con Yakobson si mostra relativamente consapevole dell’impossibilità di considerare Israele uno Stato nazionale alla stregua delle altre democrazie liberali dell’Occidente. I due autori presentano ai lettori le concezioni nazionali della destra ungherese, dell’Irlanda e della Grecia prima delle riforme costituzionali, della Germania prima del 1990, della Slovenia dopo la caduta della Iugoslavia. Leggendo gli esempi proposti nell’intento di giustificare la politica etnocentrica dello Stato d’Israele, viene però da chiedersi se i due studiosi sarebbero disposti come ebrei a vivere in uno dei paesi dell’Europa orientale da loro elogiati o se invece non preferirebbero vivere in democrazie liberali più normative. Il profondo senso di attaccamento che molti ebrei nutrono verso Israele è inoltre presentato da Rubinstein e Yakobson come indice di una consapevolezza nazionale. L’assenza di un discrimine tra un trasporto basato in gran parte su ricordi dolorosi e su un sentimento postreligioso con un tocco di tradizione da un lato, e l’aspirazione a una sovranità nazionale dall’altro, offusca l’opera dei due scrupolosi studiosi.
Sfortunatamente il nazionalismo non è un mero senso di appartenenza nazionale a un qualsiasi corpo collettivo, non è soltanto un sentimento di solidarietà o una simpatia; se così fosse, i protestanti formerebbero una nazione al pari di coloro a cui piacciono i gatti. La consapevolezza nazionale è innanzitutto il desiderio di vivere in un’entità statale autonoma. La consapevolezza nazionale richiede che coloro che la possiedono vivano e siano educati all’interno di una cultura popolare omogenea. Questa è stata l’essenza stessa del sionismo fin dalla sua nascita e tale è rimasta in tutte le diverse fasi del suo sviluppo, fino ai tempi recenti. Il nazionalismo ebraico aspirava a una sovranità autonoma, ed è riuscito a conseguirla. Naturalmente non sono mancati altri movimenti di solidarietà ebraica, ma la maggior parte di essi non era nazionalista, e alcuni erano persino marcatamente antinazionalisti. Tuttavia, come si è detto, le masse ebraiche non sono entusiaste di vivere sotto la sovranità ebraica e le teorie sioniste hanno pertanto dovuto superare ogni logica nazionalista. La debolezza dell’ideologia sionista di oggi dipende dalla sua incapacità di riconoscere la complessità di una realtà in cui gli ebrei possono preoccuparsi del destino di altri ebrei senza per questo voler vivere con loro un’esistenza nazionale.
Inoltre un altro grave errore in cui cade il saggio di Rubinstein e Yakobson, un errore comune a tutti gli avvocati della «democrazia ebraica», si lega alla comprensione della democrazia moderna, che rimanda a un sistema concettuale controverso su cui vale la pena di soffermarsi brevemente. Sono state date molte definizioni di democrazia, alcune complementari altre mutualmente esclusive. Dalla fine del diciottesimo secolo fino alla metà del ventesimo il termine fu impiegato per indicare soprattutto la sovranità popolare contrapposta a ogni regime premoderno in cui il sovrano regnava per grazia di Dio su tutti i propri sudditi. Dalla seconda guerra mondiale in poi, soprattutto con la guerra fredda, nel mondo occidentale questo termine fu impiegato solo per le democrazie liberali, il che naturalmente non impedì a tutti gli Stati socialisti di continuare a considerarsi democrazie popolari, superiori persino al modello parlamentare occidentale.
Data la persistente confusione ideologica è opportuno puntualizzare la differenza teorica e storica che esiste tra liberalismo e democrazia.
Il liberalismo è sorto in seno alle monarchie dell’Europa occidentale, contribuendo alla nascita del parlamento, del pluralismo politico, della separazione dei poteri, dei diritti dei cittadini di fronte all’arbitrarietà del potere e anche di una serie di nuove libertà personali fino ad allora sconosciute. La Gran Bretagna della metà del diciannovesimo secolo costituisce un perfetto esempio di governo liberale non democratico. Il diritto di voto era ancora limitato a ristrette élite e una parte consistente del popolo era esclusa dalla partecipazione politica. La moderna idea di democrazia, ossia la concezione che un popolo intero debba essere sovrano di se stesso, ha invece fatto irruzione nell’arena storica come una tempesta d’intolleranza marcatamente antiliberale. I suoi primi portavoce sono stati Maximilien Robespierre, Saint-Just e altri giacobini della Rivoluzione francese, i quali si prefiggevano di imporre il suffragio universale e l’uguaglianza politica e cercarono di farlo con mezzi estremamente autoritari, persino totalitari. Solo alla fine del diciannovesimo secolo, per una serie di complessi motivi dei quali non si può dare conto in questa sede, iniziò ad affermarsi una democrazia liberale che propugnava il principio di sovranità popolare e che riuscì allo stesso tempo a preservare i diritti e le libertà conquistate prima di allora con l’avanzamento del liberalismo. Li ampliò e li radicò trasformandoli in pietre miliari della cultura politica contemporanea. Le democrazie liberali che si instaurarono in America del Nord e nell’Europa settentrionale erano tutte nazionaliste, e – nelle loro fasi iniziali – ben lungi dall’essere perfette. Alcune non attribuivano il diritto di voto alle donne, altre lo concedevano solo a cittadini in età avanzata. In alcuni casi, specifiche categorie sociali avevano diritto a un doppio voto; in altri Stati-nazione «etnici» e «non etnici» si tardò a includere nel corpo elettorale tutti i cittadini in modo egualitario. Ma a differenza delle poche democrazie esistite nel mondo greco antico, le moderne democrazie nacquero tutte con un segno distintivo: una tensione universale dettava il loro sviluppo e le spingeva a orientarsi verso un crescente egualitarismo civico, che fu messo in atto nell’ambito dello Stato nazionale. «L’uomo», categoria che non esisteva nel mondo antico, divenne, accanto ai concetti di «cittadino», «nazione», «Stato», uno degli elementi fondanti del discorso politico moderno. Per questo, la sovranità e l’uguaglianza di tutti gli uomini della società civile costituiscono il requisito minimo perché uno Stato possa essere definito come democrazia. Il grado di diritti e di libertà garantito ai singoli individui e alle minoranze o il livello di separazione tra i poteri e di indipendenza del sistema giudiziario testimoniano invece della natura liberale della democrazia.
Israele può dunque essere definito un’entità democratica? Non v’è dubbio che gli siano propri molti tratti distintivi liberali: la libertà di espressione e di associazione nell’Israele pre-1967 era elevata anche se confrontata con quella delle democrazie occidentali e la Corte suprema serviva e serve ancora da utile freno all’arbitrarietà del potere. Stupisce che anche in epoche segnate da duri conflitti militari in Israele si sia mantenuto un certo pluralismo, non inferiore a quello presente in diversi paesi liberaldemocratici in tempo di guerra. Il liberalismo israeliano è però limitato e limitante e i diritti del cittadino sono costantemente violati. Per esempio, l’impossibilità di contrarre matrimoni civili e celebrare funerali civili che non siano privati, l’assenza di trasporti pubblici durante lo shabbat e le festività, e la costante violazione dei diritti di proprietà terriera dei cittadini arabi sono aspetti molto poco liberali nella legislazione e nella cultura quotidiana israeliane. Inoltre, la più che quarantennale dominazione su un intero popolo, completamente privato dei suoi diritti, nei Territori occupati a partire dal 1967, non ha contribuito all’affermazione e all’ampliamento di un solido e apprezzabile liberalismo nelle zone sotto la giurisdizione di Israele. Tuttavia, malgrado le gravi carenze sul piano dei diritti individuali, Israele preserva le libertà fondamentali e un principio democratico basilare: nel paese si svolgono periodicamente elezioni generali e il governo è scelto da tutti i suoi cittadini. Non si potrebbe quindi considerarla una democrazia classica con il controllo su un territorio coloniale come furono le potenze europee del passato, anche se forse un po’ in ritardo rispetto al panorama mondiale? Va inoltre precisato che le difficoltà nel definire Israele una democrazia non dipendono dal fatto che lo shabbat e le festività ebraiche siano giorni di festa nazionali o che i suoi simboli statali provengano dalla tradizione ebraica. E d’altro canto il legame storico e affettivo della società ebraico-israeliana con le comunità ebraiche di tutto il mondo non è in contraddizione con il carattere democratico del paese. Se negli Stati Uniti le comunità linguistico culturali mantengono stretti legami con i loro paesi d’origine, se l’identità castigliana è quella predominante in Spagna e se nella laica Francia una parte delle festività ha origine nella tradizione cattolica, non c’è motivo alcuno per cui il contesto culturale e simbolico israeliano non debba essere ebraico. Naturalmente in una democrazia normativa in cui esistono minoranze linguistico culturali sarebbe opportuno aggiungere alle festività tradizionali esclusive, simboli e feste civili che creino un senso di condivisione e di unità generale. Non sorprende che nello Stato ebraico non siano stati effettuati tentativi in questo senso. Il carattere specifico della sovraidentità in Israele, la cui antica matrice, come si è visto, risale alle prime fasi dell’affermazione del sionismo, mette in dubbio il fatto che lo Stato «ebraico» possa contestualmente essere anche democratico. Il nazionalismo ebraico che domina sulla società israeliana non si associa a una concezione identitaria aperta e inclusiva che invita gli altri a diventarne parte e o a esistere in autonomia, uguaglianza e simbiosi accanto e lei. Con le proprie affermazioni e la propria cultura, invece, esso segrega e isola gran parte delle minoranze, ribadendo che lo Stato appartiene soltanto alla maggioranza, e garantendo, come già detto in precedenza, eterno diritto di possesso a un altro gruppo umano, persino più vasto, che ha scelto di non vivere entro i suoi confini. Così facendo esclude necessariamente la minoranza dalla partecipazione attiva e armoniosa alla sovranità e alle pratiche democratiche, impedendole di trovare in esse un’identificazione politica.
Quando un governo democratico guarda al suo elettorato, dovrebbe in primo luogo vedervi solo ed esclusivamente dei cittadini. Eletto e creato da loro, dovrebbe innanzitutto essere al loro servizio. Il bene comune dovrebbe includere egualitariamente, almeno in teoria, tutti i cittadini. Solo in seconda o terza istanza un governo democratico, che sia anche liberale, ha il diritto di distinguere i vari sottogruppi culturali e, di conseguenza, può arginare i più forti e difendere i più deboli, adoperandosi quanto più possibile perché si instaurino tra essi mutui rapporti ed evitando di offendere le loro identità. La democrazia, infatti, non dovrebbe essere neutrale dal punto di vista culturale, ma nel caso in cui vi sia una sovra-identità statale che informi la cultura nazionale, dovrebbe aprirsi a tutti o almeno fingere di essere di tutti, anche nel caso in cui una minoranza si ostini a sottrarsi alla stretta nazionale egemonica. In tutti i tipi di democrazia esistenti è la minoranza culturale a cercare sempre di difendere la propria specificità e identità dal dominio della maggioranza ed è in virtù del suo essere minoritaria che ha diritto a determinati privilegi. In Israele la situazione è esattamente rovesciata: i privilegi sono riservati alla maggioranza ebraica e «a coloro ancora dispersi nella diaspora». Questo accade grazie a una serie di misure come la legge sui proprietari assenti e quella sull’acquisizione dei terreni, approvate nelle prime fasi di vita dello Stato; come la Legge del ritorno; come la normativa sui matrimoni e i divorzi e comi i vari statuti e disposizioni in cui si fa riferimento all’assolvimento dell’obbligo militare per discriminare gravemente, sia dal punto di vista dei diritti sia su quello della distribuzione delle risorse, i cittadini arabo-israeliani (che sono esclusi dal servizio militare). Volendo essere più precisi, lo si potrebbe definire «un’etnocrazia ebraica con tratti distintivi liberali», ossia uno Stato il cui scopo principale non è essere al servizio di un «démos» civicoegualitario ma di un «éthnos» biologico-religioso, assolutamente fittizio dal punto di vista storico ma pienamente vitale, esclusivo e discriminante nella propria essenza politica. Questo Stato, malgrado il liberalismo e il pluralismo a esso connaturati, è costretto con mezzi ideologici, pedagogici e legislativi a isolare l’«éthnos» prescelto non solo dai propri cittadini che non sono definiti come ebrei e dai figli dei lavoratori stranieri per i quali Israele è il paese natale, ma anche dal resto dell’umanità.
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