Da: https://www.pandorarivista.it - Luciano Canfora, filologo, storico, saggista, professore emerito dell’Università di Bari, membro del Consiglio scientifico dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana e direttore della rivista Quaderni di Storia, Dedalo Edizioni. (Luciano Canfora Podcast) - Francesco Maria Galassi, medico, antropologo, fisico e forense, paleopatologo, umanista. Dottore di ricerca e professore associato di antropologia fisica presso l’Università di Łódź (Polonia).
Vedi anche: Il Testamento di Lenin: Stalin, Trockij ed il socialismo in un solo paese. - LUCIANO CANFORA
Con Il testamento di Lenin. Storia segreta di una lettera non spedita (Fuoriscena 2025), Luciano Canfora esplora uno dei documenti più problematici e controversi della storia politica del Novecento: la Lettera al Congresso, scritta da Lenin fra il 22 dicembre 1922 e il 4 gennaio 1923, nei rari momenti di lucidità concessi dalla malattia che lo avrebbe condotto a morte il 21 gennaio 1924. Dettata in condizioni di precarietà fisica e mentale, e in un clima di vigilanza costante – poiché la segreteria che lo assisteva agiva sotto la supervisione diretta di Stalin – la Lettera è, come scrive Canfora, «un sintomo di crisi profondissima al vertice del bolscevismo».
In quelle pagine, redatte con sforzo estremo, Lenin cerca di «far ordine al vertice del partito». L’obiettivo è duplice: da un lato, segnalare i rischi di una scissione tra Trockij e Stalin, dall’altro ammonire contro l’accentramento del potere nelle mani di quest’ultimo, ossia del Segretario generale del Comitato Centrale del Partito Comunista. Il giudizio leniniano su Stalin, nel poscritto del 4 gennaio 1923, è esplicito: egli è, a giudizio del leader della rivoluzione bolscevica, caratterialmente inadatto a tale ruolo, a causa della sua rozzezza (slishkom grub, «troppo rozzo») nei rapporti con i compagni e della scarsa lealtà.
Lenin formulò giudizi severi su tutti i principali dirigenti del partito: di Trockij sottolineò la baldanza e l’eccessiva attrazione per il lato amministrativo delle questioni, mentre di Bucharin e Pjatakov mise in dubbio l’ortodossia marxista.
Canfora, elaborando le proprie conclusioni a partire da fondamentali studi sul tema quali Lenin’s will di Yuri A. Buranov (1994) e dal riesame diretto delle fonti e dei documenti, dimostra come, con ogni probabilità, il documento fu manipolato. Estremamente significativa è, infatti, l’interpolazione successiva della parola «non-bolscevismo» per Trockij, introdotta sotto il controllo di Stalin, che aveva accesso ai manoscritti tramite le segretarie del leader malato e prossimo ormai al trapasso. Tale aggiunta, osserva Canfora, servì a screditare l’avversario principe di Stalin, manipolando, in ultima analisi, il senso dell’intero documento, dal momento che «sembra[va] significare infatti che [ancora allora] tale [fosse] la caratteristica di Trockij».
Tuttavia, fu proprio Stalin – il più colpito dallo scritto di Lenin – a trarne vantaggio. Con una mossa machiavellica nella propria efficacia, chiese al Comitato Centrale del partito di essere sollevato dal proprio incarico, ottenendo che la richiesta fosse respinta all’unanimità, anche da Trockij. In questo modo, un’arma potenzialmente letale venne «spuntata».
Da allora, Stalin fece della Lettera un elemento della propria legittimazione, rovesciando l’accusa di brutalità in titolo di fedeltà al partito. Le accuse di rozzezza si trasformarono presto in un paradossale strumento di propaganda. Stalin le rovesciò a proprio vantaggio affermando nel discorso L’opposizione trotzkista ieri e oggi del 23 ottobre 1927: «Sì, io sono rozzo, compagni (Da, ja grub, tovarishchi), nei confronti di coloro che brutalmente e slealmente distruggono e dividono il partito».
Canfora mostra così come il testo di Lenin, non designasse alcun successore, ma esprimesse la crisi di una generazione rivoluzionaria ormai stanca e divisa, che Stalin seppe abilmente piegare a proprio favore, trasformando un ammonimento contro la sua persone in strumento di potere sui propri rivali.
Canfora ricostruisce, quindi, la sorte postuma della Lettera: Lenin non la inviò al Congresso, ma la trattenne nel proprio archivio, dove rimase segreta fino al XIII Congresso del 1924, quando fu letta solo a un gruppo ristretto di delegati. L’anno successivo la diffusione in Occidente, rivelata dal New York Times grazie alle anticipazioni di Max Eastman, trasformò il documento in un caso politico internazionale, spingendo il Comintern a correre ai ripari e a difendere ufficialmente la figura di Stalin.
La seconda parte del volume raccoglie, poi, gli articoli del corrispondente del Corriere della Sera Salvatore Aponte, che da Mosca, tra il 1926 e il 1929, narrò l’ascesa di Stalin e la progressiva trasformazione del bolscevismo dal movimento rivoluzionario delle origini a dittatura. In appendice, Canfora propone gli scritti di Lev Trockij del 1929, pubblicati sotto il titolo I piatti piccanti della cucina di Stalin, nei quali l’esule osserva con ironia corrosiva la degenerazione della rivoluzione in rituale di potere.
Con la sua prosa limpida e vigilante, la penna di Canfora disseziona le menzogne e le manipolazioni di un dramma politico che ancora oggi interroga gli storici: la parabola di un documento che, nato per difendere la rivoluzione dal potere, finì per essere riscritto dal potere stesso.
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