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Esiste oggi un imperialismo europeo? - Domenico Losurdo
Un dialogo sull’imperialismo: David Harvey e Utsa e Prabhat Patnaik. - Alessandro Visalli
L’imperialismo nel XXI secolo - John Smith
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Lavoro digitale e imperialismo - Christian Fuchs
Dopo la caduta del muro di Berlino, chi avesse usato la parola “imperialismo” sarebbe stato immediatamente etichettato come un veteromarxista: un triste esponente di un’ideologia estinta. Al volgere del millennio, Toni Negri scrisse un libro per spiegare che l’imperialismo non c’era più: un impero gestito dalle multinazionali avrebbe chiuso l’epoca degli Stati nazionali. La tesi fu prontamente quanto acriticamente sposata dai giovani comunisti di Rifondazione della gestione bertinottiana, quantomai ansiosi di archiviare in soffitta il leninismo. Negli anni 2010, “novecentesco” era chiunque si ostinasse a connettere i conflitti mondiali agli interessi dei grandi gruppi economici, saggiamente amministrati dai governi “democratici”.
Oggi, il conflitto mediatico tra Unione Europea e Stati Uniti sulla Groenlandia ha riportato in auge la parola. “The New American Imperialism”, titola nientemeno che l’Economist il 21 gennaio. “Rifiutiamo il nuovo colonialismo e il nuovo imperialismo”, aveva dichiarato Macron l’8 gennaio. Ha rispolverato l’imperialismo anche la presidente del gruppo dei Socialisti e democratici, Iratxe Garcìa Pérez: “i dazi del 25% imposti da Trump agli alleati che sostengono la Groenlandia contro le sue minacce imperialiste sono inaccettabili”. Si è spinta poi a invocare contro gli americani le ritorsioni economiche note come “bazooka”, varate a suo tempo in funzione anti-cinese e mai attuate. Tanto tuonò che piovve.
In realtà, la parola “imperialismo” non è un’esclusiva dei marxisti-leninisti. Tra l’ascesa di Napoleone III e la fine del XIX secolo, il termine giunse ad avere una connotazione perfino positiva: segnava un’epoca. Nell’accezione negativa attuale, Lenin lo riprese dall’economista John Atkinson Hobson, che nel 1902 aveva dedicato una monografia all’argomento. Hobson non era un marxista; la sua ricerca economica è volta alla critica della scuola classica e, per certi versi, anticipa le teorie marginaliste liberali. Secondo Hobson, il sottoconsumo (cioè, in termini marxiani, lasovrapproduzione) spinge le oligarchie capitaliste alla ricerca di nuovi mercati attraverso l’acquisizione territoriale. Non è dunque il nazionalismo, la causa della corsa all’impero, quanto piuttosto la difesa degli interessi di una casta di privilegiati. Per Hobson, l’imperialismo è immorale in quanto non si rende affatto necessario: un rimedio alternativo consisterebbe nella redistribuzione del reddito attraverso la tassazione, allo scopo di far ripartire i consumi.
È un peccato che, per tanti anni, la sinistra europea (moderata e radicale) abbia archiviato una categoria di analisi così utile, ritenendola, a torto, il sintomo di una malattia ideologica da eradicare. Così come è un peccato che questa categoria, riesumata dagli europei nel caso della Groenlandia, sia accuratamente evitata per quanto riguarda il comportamento degli USA in qualsiasi altro scenario. Ad esempio, nelle ore del sequestro di Maduro, Ursula von der Leyen ha dichiarato di sostenere la transizione democratica in Venezuela. Nemmeno un commento sulle dichiarazioni di Trump circa l’accaparramento del petrolio venezuelano. Così come è incredibile la miopia del campo largo, che ha manifestato di fronte all’ambasciata iraniana nei giorni in cui Trump minacciava di bombardare il Paese degli Ayatollah e il figlio dello scià si proponeva per un ritorno in sella nella gestione del petrolio iraniano per conto terzi. L’antimperialismo dei Paesi ex-imperialisti è autocontraddittorio, perché riconosce la “sfera di influenza” degli Stati uniti e la loro egemonia militare planetaria. Se gli USA hanno campo libero a Cuba, in Colombia e in Medioriente perché non in Groenlandia?
La reazione degli Stati europei è, se possibile, una barzelletta: insensato l’invio di un centinaio di soldati contro quello che è tutt’ora l’esercito più potente del mondo; imbarazzante, per un’Europa che Roberta Metsola ha definito “unita sulla Groenlandia”, il ritiro quasi immediato e senza alcuna motivazione ufficiale delle Sturmtruppen di Merz. Che si sia trattato di un suggerimento dei suoi ex-colleghi di Black Rock?
Ancora più patetiche le dichiarazioni di Kaja Kallas, che avverte Washington: “La Groenlandia non distolga l’attenzione dalla guerra in Ucraina”; “Cina e Russia devono essere al settimo cielo”; le ha fatto eco anche il socialista Sanchez. Alla fine, dopo l’incontro di Davos, sembra che la soluzione al conflitto sia lasciare mano libera a Trump in Groenlandia a costo zero, alla faccia della sovranità danese. Una sorta di cura omeopatica che i groenlandesi hanno appreso dalla stampa, alla faccia della democrazia.
Del resto, non ha senso chiedere il permesso di agire a una manica di vassalli: così, Trump ha promosso il trilaterale di Abu Dhabi USA–Russia–Ucraina che esclude l’Europa, accusata da Zelensky di temporeggiare eccessivamente (gli serve un colpevole per la propria capitolazione). Un’intera classe politica è giunta al capolinea: su di essa peserà la responsabilità storica e morale di aver legato l’Unione europea al giogo statunitense e ai suoi interessi economici e geopolitici, invece di promuoverla al rango di attore indipendente delle relazioni internazionali.

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