mercoledì 8 giugno 2016

Lavoro digitale e imperialismo *- Christian Fuchs**

** Christian Fuchs è professore di Social Media al Communication and Media Research Institute dell’Univerità di Westminster, e co-editore della rivista tripleC: Communication, Capitalism & Critique. 


È trascorso ormai un secolo dalla pubblicazione di L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (1916) di Lenin e L’economia mondiale e l’imperialismo (1915) di Bucharin, i quali, insieme a L’accumulazione del capitale (1913) di Rosa Luxemburg, identificavano l’imperialismo come una forza e uno strumento del capitalismo. Era l’epoca della guerra mondiale, dei monopoli, delle leggi antitrust, degli scioperi per gli aumenti salariali, dello sviluppo da parte di Ford della linea di assemblaggio, della Rivoluzione d’Ottobre, di quella messicana e di quella, fallita, tedesca, e tanto altro ancora. Un momento storico che ha registrato la diffusione e l’approfondirsi della sfida globale al capitalismo.

Questo articolo si pone l’obiettivo di esaminare la divisione internazionale del lavoro attraverso le classiche concezioni marxiste  dell’imperialismo, estendendo tali idee alla divisione internazionale del lavoro nell’ambito della produzione di informazioni e tecnologie dell’informazione odierne. Argomenterò la tesi secondo la quale il lavoro digitale, in quanto nuova frontiera dell’innovazione e dello sfruttamento capitalisti, ha un ruolo centrale nelle strutture dell’imperialismo contemporaneo. Attingendo a questi concetti classici la mia analisi mostra come, nel nuovo imperialismo, le industrie dell’informazione formino uno dei settori economici più concentrati; come iper-industrializzazione, finanza e informazionalismo vadano di pari passo; come le società multinazionali dell’informazione siano radicate negli stati-nazione ma operino globalmente; e infine, quanto le tecnologie dell’informazione siano divenute uno strumento di guerra.(1)

Definire l’imperialismo

Nel suo “Saggio Popolare”, così è sottotitolato il suo scritto del 1916, Lenin definisce l’imperialismo come
il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitali ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.(2)

Bucharin e Preobrazenskij intendono l’imperialismo come “La politica di conquista, che il capitalismo finanziario conduce nella sua lotta per i mercati, delle fonti di materie prime e dei territori dove il capitale possa investire le sue riserve”.(3) Bucharin, contemporaneo di Lenin e redattore della Pravda dal 1917 al 1929, ha tratto delle conclusioni simili alla lista delle caratteristiche chiave dell’imperialismo stilata da Lenin, identificando l’imperialismo come “un prodotto del capitalismo finanziario” e sostenendo che “il capitale finanziario non può perseguire altra politica che quella imperialista”.(4)

Secondo Bucharin, l’imperialismo è anche, necessariamente, una forma di capitalismo di stato, un concetto difficile da applicare nel contesto del neoliberalismo, il quale è basato più su un dominio a livello mondiale da parte delle grandi società che sugli stati-nazione. Egli vede le nazioni come “trust capitalisti di stato” bloccati in una “lotta mondiale” che conduce a una guerra globale.(5) Per Bucharin, l’imperialismo è semplicemente “l’espressione della competizione tra” questi trust, i quali mirano tutti a “centralizzare e concentrare il capitale nelle loro mani”.(6) Lenin, al contrario, scrive “per l’imperialismo è caratteristica la gara di alcune grandi potenze in lotta per l’egemonia, cioè per la conquista di terre, diretta non tanto al proprio beneficio, quanto a indebolire l’avversario e a minare la sua egemonia”.(7) La formula leniniana di una competizione tra “grandi potenze” è molto più accurata del concetto di trust capitalisti di stato elaborato da Bucharin, poiché comprende sia le grandi società che gli stati.

Rosa Luxemburg, d’altra parte, concepisce l’imperialismo come la violenta espansione geografica e politica dell’accumulazione del capitale, la
lotta di concorrenza intorno ai residui di ambienti non-capitalistici non ancora posti sotto sequestro… Dati l’alto sviluppo e la sempre più accesa concorrenza dei paesi capitalistici per la conquista di zone non-capitalistiche, l’imperialismo cresce in energia e forza d’urto, sia nella sua aggressività contro il mondo non-capitalistico, sia nell’inasprimento dei contrasti fra i paesi capitalistici concorrenti. Ma con quanta maggiore energia, potenza d’urto e sistematicità l’imperialismo opera all’erosione delle civiltà non-capitalistiche, tanto più rapidamente toglie il terreno sotto i piedi   all’accumulazione del capitale.(8)

La Luxemburg sostiene che il capitale punta a estendere globalmente lo sfruttamento, “ha bisogno di poter disporre senza limiti di tutte le braccia del mondo per mobilitare tutte le forze produttive del globo”.(9)

Quali che siano le loro divergenze, Lenin, Bucharin e la Luxemburg condividono la convinzione che l’imperialismo sia la “fase terminale del capitalismo”,(10) o una forma di “putrefazione del capitalismo”,(11) per cui “è fatale il tramonto della borghesia”.(12) Simili affermazioni riflettono non soltanto l’ottimismo politico dei rivoluzionari dell’epoca, ma anche un’interpretazione strutturalista e funzionalista del capitalismo, allora comune, la quale assumeva come scontato l’inevitabile declino del sistema. In effetti, tutti e tre scrivevano allo scoppio della Prima guerra mondiale, che sarebbe stata seguita, dopo un breve periodo di prosperità, dalla Grande depressione e dalla Seconda guerra mondiale  – il che forniva un adeguato supporto ai loro argomenti circa l’instabilità globale del sistema. A distanza di cento anni il capitalismo perdura.  Ma per quanto possa aver assunto qualità inedite, esso può ancora essere caratterizzato come imperialismo, e continua a sperimentare gravi focolai della sue inerenti tendenze alla crisi.(13)

Lavoro e imperialismo

Lenin, Bucharin e la Luxemburg hanno visto nella divisione internazionale del lavoro un elemento centrale dell’imperialismo. Lenin fa ricorso alla nozione di divisione del lavoro nel senso di divisione tra le industrie sulle quali determinate banche concentrano le loro attività di investimento. (14) Egli considera l’esportazione di capitali, a differenza di quella di merci, come una caratteristica fondamentale dell’imperialismo:
Finché il capitalismo resta tale, l’eccedenza dei capitali non sarà impiegata a elevare il tenore di vita delle masse del rispettivo paese, perché ciò importerebbe diminuzione dei profitti dei capitalisti, ma ad elevare tali profitti mediante l’esportazione all’estero, nei paesi meno progrediti. In questi ultimi il profitto ordinariamente è assai alto, poiché colà vi sono pochi capitali, il terreno è relativamente a buon mercato, i salari bassi e le materie prime a poco prezzo.(15)

Analogamente, Bucharin sostiene, basandosi su Marx, che una divisione sociale del lavoro tra città e campagna e tra imprese, settori, suddivisioni economiche, e nazioni – appunto la divisione internazionale del lavoro – è una proprietà distintiva del capitalismo. (16) Una divisione che dipende in parte da cause naturali (per esempio “il cacao può essere prodotto solo nei paesi tropicali”(17)),  e in parte da cause sociali, “lo sviluppo ineguale delle forze produttive” il quale “crea diverse tipologie economiche, differenti sfere di produzione, aumentando in tal modo la portata della divisione sociale internazionale del lavoro”.(18) Il “lavoro di ogni singolo paese diviene parte di questo lavoro sociale mondiale attraverso lo scambio che si svolge su scala internazionale”. (19) Dati un mercato mondiale e una produttività diseguale, i paesi meno produttivi sono costretti a vendere merci a un prezzo inferiore al loro valore così da poter competere, il che si traduce in un sistema di scambio ineguale.

Rosa Luxemburg si è focalizzata nel suo concetto di imperialismo sulla relazione tra capitalismo e modi di produzione non-capitalistici, nei quali
Dominano qui come metodi la politica coloniale, il sistema dei prestiti internazionali, la politica delle sfere di interesse, le guerre. Appaiono qui apertamente e senza veli la violenza, la frode, l’oppressione, la rapina, la guerra, e costa fatica identificare sotto questo groviglio di atti politici di forza e di violenza esplicita le leggi del processo economico.(20)

Secondo la Luxemburg, le relazioni internazionali dell’imperialismo richieono la rapina e lo sfruttamento del lavoro: “Il capitale non può fare a meno dei mezzi di produzione e delle forze-lavoro dell’intero globo; ha, per l’illimitato svolgimento del suo moto di accumulazione, bisogno delle ricchezze naturali e delle forze-lavoro di tutta la terra… Il capitale non soltanto nasce «sudando da tutti i pori sangue e fango», ma s’impone gradatamente come tale in tutto il mondo”.(21)

Sebbene Lenin, Bucharin e la Luxemburg conservassero divergenze politiche su alcuni aspetti dell’imperialismo, specialmente riguardo al ruolo del nazionalismo nella lotta di classe e nell’emancipazione, nell’autodeterminazione nazionale, e sul ricorso ai mercati esteri nel capitalismo, è evidente che per tutti e tre i teorici, la periferia non è solo una fonte di risorse e un mercato dove vendere merci, ma è anche uno spazio integrato nella divisione internazionale del lavoro. (22) In quanto parte di tale suddivisione, lo sfruttamento dei lavoratori nella periferia consente l’esportazione e l’appropriazione del plusvalore da parte delle grandi società.

La divisione internazionale del lavoro digitale

Le comunicazioni globali, nelle forme del telegrafo e delle agenzie di stampa internazionali, hanno già svolto un ruolo nell’imperialismo, sin dai tempi della Prima guerra mondiale, agevolando e coordinando il commercio, gli investimenti, l’accumulazione, lo sfruttamento e  la guerra.(23) Cento anni dopo, mezzi di informazione e comunicazione qualitativamente differenti quali super-computer, l’internet, laptop, tablet, telefoni cellulari e i social-media sono emersi. Ma proprio come il lavoro della manodopera della periferia nelle prime fasi dell’imperialismo, la produzione di informazioni e tecnologie dell’informazione sono parte di una divisione internazionale del lavoro, la quale continua a plasmare il modo di produzione, distribuzione e consumo.(24)

La nozione di nuova divisione internazionale del lavoro (NIDL) è stata introdotta negli anni Ottanta al fine di sottolineare che i paesi in via di sviluppo sono diventati fonti di lavoro manifatturiero a basso costo, oltreché per tracciare l’ascesa delle grandi multinazionali.(25) Nel volume The Endless Crisis John Bellamy Foster e Robert W. McChesney collocano tale ascesa all’interno del tentativo del capitale di superare la stagnazione economica di lungo termine e ottenere profitti monopolistici globali.(26) Le multinazionali mirano a ridurre la quota dei salari a livello globale e aumentare i propri profitti installando un sistema globale di competizione fra i lavoratori. La conseguenza è un aumento a livello mondiale del tasso di sfruttamento che Foster e McChesney, attingendo al lavoro di Stephen Hymer, chiamano una “strategia del divide et impera”.(27)

La tabella 1 mostra una comparazione tra le 2.000 maggiori multinazionali del mondo negli anni 2004 e 2014. Le entrate di queste società rappresentano oltre il 50% del PIL mondiale, evidenziando come le multinazionali competano per il monopolio a livello mondiale. In entrambi gli anni, circa tre quarti dei beni capitali di queste società erano collocati nel settore FIRE – finanza, assicurazioni e immobiliare – il che conferma l’asserzione di Foster e McChesney  secondo la quale si può parlare con accuratezza di un sistema globale di capitalismo monopolistico-finanziario.(28) Tuttavia, tali attività includono anche quote significative nelle industrie della mobilità (infrastrutture dei trasporti, petrolio e gas, veicoli), manifattura e informazione (dagli hardware per le telecomunicazioni, i software e i semiconduttori alla pubblicità, fin all’internet, l’editoria e la produzione televisiva). Tutto ciò indica che, in misura diversa, il capitalismo globale significa non solo capitalismo monopolistico-finanziario, ma anche capitale monopolistico della mobilità, capitalismo monopolistico iper-industriale, e capitalismo monopolistico dell’informazione.(29)
Tabella 1. Le 2000 maggiori multinazionali del mondo, 2004-2014

Un importante cambiamento avvenuto tra il 2004 e il 2014 è l’ascesa delle multinazionali cinesi, la cui quota di attività, entrate e profitti si è enormemente accresciuta. Le multinazionali nord americane e europee ormai non controllano più i circa tre quarti, bensì i due terzi del capitale globale, il che significa che nonostante tutto continuano a essere dominanti. Il ruolo di maggior prominenza giocato dalle multinazionali cinesi non si traduce in una rottura fondamentale, mostra invece che la Cina imita il capitalismo occidentale, per cui si può affermare che è                                                                                                         emerso un “capitalismo con caratteristiche cinesi”.

La NIDL è al cuore dell’economia digitale e dell’informazione, la quale produce le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) e l’informazione stessa. Svariate forme di lavoro fisico producono le tecnologie dell’informazione utilizzate in seguito dai lavoratori delle industrie dei media e della cultura per creare contenuti digitali, come musica, film, dati, statistiche, multimedia, immagini, video, animazioni, testi e articoli. Tecnologia e contenuto sono in tal modo dialetticamente interconnessi, a tal punto che l’economia dell’informazione è al contempo fisica e non-fisica. Essa non è né una sovrastruttura né immateriale, piuttosto una specifica forma dell’organizzazione delle forze produttive trasversale alla divisione tra base-sovrastruttura.



La figura 1 mostra un modello dei principali processi di produzione coinvolti nella divisione internazionale del lavoro digitale. Ogni fase della produzione comporta dei soggetti umani (S) i quali si servono di tecnologie del lavoro (T) applicandole agli oggetti del lavoro (O), ottenendo un nuovo prodotto. Il fondamento del lavoro digitale globale consiste nel ciclo del lavoro agricolo attraverso il quale i minatori estraggono i minerali. Minerali che divengono gli oggetti  della successiva fase di produzione, nella quale vengono trasformati in componenti TIC, i quali a loro volta entrano nel susseguente processo di lavoro come oggetti: i lavoratori addetti all’assemblaggio costruiscono le tecnologie dei media digitali usando i componenti TIC come input. Il risultato di tutto questo lavoro sono tali tecnologie dei media digitali, le quali gestiscono la produzione, la distribuzione, la circolazione e il consumo di diversi tipi di informazione.

Figura 1. La divisione internazionale del lavoro digitale

“Lavoro digitale”, per tanto, non denota soltanto la produzione di contenuti digitali. Si tratta, invece, di una categoria che abbraccia l’intero modo di produzione digitale, una rete di lavoro agricolo, industriale e informazionale che rende possibile l’esistenza e l’utilizzo dei media digitali. I soggetti (S) coinvolti nel modo di produzione digitale – minatori, addetti alla trasformazione e all’assemblaggio, lavoratori dell’informazione – sono inseriti in specifici rapporti di produzione. Dunque ciò che viene designato con S nella figura 1 e in realtà un rapporto, S1–S2, fra differenti soggetti o gruppi di soggetti.

Oggi gran parte di queste rapporti digitali di produzione assumono forma di lavoro salariato, lavoro schiavistico, lavoro non pagato, lavoro precario, lavoro freelance, rendendo la divisione internazionale dl lavoro digitale una vasta e complessa rete di processi globali di sfruttamento interconnessi. Si va dai minatori congolesi in stato di schiavitù che estraggono i minerali per i componenti TIC, ai salariati ultra-sfruttati delle fabbriche Foxconn, dagli ingegneri del software sottopagati in India, sino agli strapagati, ultra-stressati ingegneri del software di Google e di altre grandi società occidentali, dai freelance digitali precari che creano e disseminano cultura, ai lavoratori addetti ai rifiuti che disassemblano componenti TIC, esponendosi a materiali tossici.

Vediamo un esempio di lavoro digitale. nel 2015, secondo la lista delle più grandi multinazionali stilata da Fotune, Apple si è piazzata dodicesima tra le maggiori compagnie mondiali.(30) I suoi profitti sono cresciuti da 37 miliardi di dollari nel 2013 a 39,5 miliardi nel 2014 e 44,5 miliardi nel 2015.(31) Quell’anno gli iPhone hanno rappresentato il 56 percento delle vendite nette di Apple, gli iPad il 17 percento, i Mac il 13 percento, e iTunes, software e altri servizi il 10 percento.(32) La manodopera cinese impiegata nella produzione di iPhone ha costituito solo l’1,8 percento del loro prezzo, mentre i profitti di Apple tratti dalla loro vendita sono stati il 58,5 percento, e i fornitori di Apple, come la società taiwanese Fofconn, hanno ottenuto un 14,3 percento di profitti.(33) Così un iPhone 6 Plus non costa  299 dollari a causa del costo del lavoro, bensì perché per ogni telefono Apple guadagna in media 175 dollari di profitto e Foxconn 43 dollari, laddove i lavoratori che assemblano i cellulari nelle fabbriche Foxconn ricevono solo 5 dollari. Gli alti prezzi degli iPhone e di altri prodotti sono una conseguenza dell’alto tasso di profitto e dell’altrettanto alto tasso di sfruttamento – risultati diretti della divisione internazionale del lavoro digitale. La Cina, come scrivono Foster e McChesney, è il “centro mondiale di assemblaggio” in un sistema  di “arbitraggio globale del lavoro e… super-sfruttamento”.(34)

In base alla lista di Fortune Global 500, Foxconn è il terzo più grande datore di lavoro al mondo fra le grandi società, con oltre un milione di lavoratori, in gran parte giovani migranti dalle campagne.(35) Foxconn assembla gli iPad, i Mac, gli iPhone, e il Kindle di Amazon, così come le consolle per videogame della Sony, Nintendo e Microsoft. Quando diciassette lavoratori Foxconn hanno tentato il suicidio tra il gennaio e l’agosto 2010, e la maggior parte ci sono riusciti, la questione delle pessime condizioni di lavoro nell’industria cinese dell’assemblaggio di componenti TIC ha iniziato a attirare una maggiore attenzione. Un certo numero di studi accademici ha in seguito documentato la realtà quotidiana delle fabbriche Foxconn, dove i lavoratori devono sottostare a bassi salari, orari lunghi, frequenti disagi nella pianificazione del lavoro; dispositivi di protezione inadeguati; alloggi sovraffollati più simili a prigioni; sindacati gialli gestiti da funzionari della società sfiduciati dai lavoratori; divieto di parlare durante il lavoro; pestaggi e molestie da parte delle guardie di sicurezza; cibo disgustoso.(36)

Eppure Apple nel suo Supplier Responsibility 2014 Progress Report si vanta di pretendere dai propri “fornitori di raggiungere una conformità media del 95 percento col nostro massimo costituito da una settimana lavorativa di 60 ore”.(37) La Convenzione C030 dell’Organizzazione internazionale del lavoro sull’orario di lavoro raccomanda un limite massimo di quarantotto ore settimanali, e non più di otto ore giornaliere. Che la Apple sia orgogliosa di far rispettare una settimana lavorativa di sessanta ore, nelle sue catene di fornitura, dimostra che la divisione internazionale del lavoro digitale, nell’imperialismo contemporaneo, non solo è caratterizzata dallo sfruttamento, ma che di fatto è anche razzista: Apple da come scontato che per i cinesi sessanta ore di lavoro sia uno standard adeguato.

Il succitato report della Apple, inoltre, sostiene che la compagnia ha monitorato le condizioni di lavoro di oltre un milione di lavoratori. Tuttavia, tali verifiche non vengono condotte in modo indipendente, né i loro risultati riportati autonomamente. Dal momento che Apple non si affida a organizzazioni indipendenti, come Students and Scholars against Corporate Misbehavior (SACOM), le sue relazioni sono da considerarsi intrinsecamente di parte: i lavoratori venendo osservati dai datori di lavoro di certo non andranno a riferire le loro rimostranze, per l’ovvio timore di perdere il lavoro.
Riguardo alle numerose violazioni dei diritti dei lavoratori elencate sopra, lo stile e il linguaggio del report suggeriscono che le carenze dei fornitori e degli enti locali sono il problema: “I nostri fornitori sono tenuti a rispettare i rigorosi standard del Codice di condotta dei fornitori della Apple, e ogni anno alziamo il livello di ciò che ci aspettiamo… Controlliamo ogni fornitore finale del settore assemblaggio ogni anno”. Il report non ammetterà mai che simili comportamenti derivano, in realtà, dalla continua richiesta da parte delle stesse multinazionali di produrre a basso costo e sempre più rapidamente. La strategia ideologica della Apple mira a sviare l’attenzione dalle proprie responsabilità nello sfruttamento dei lavoratori cinesi.

Conclusioni: ideologia e resistenza

La Apple ha commercializzato l’iPhone 5 ricorrendo allo slogan “for the colorful” e per l’iPhone 6 “bigger than big”. Slogan che implicano una rivoluzione tecnologica digitale che avrebbe portato a una società nuova e migliore dalla quale tutti traggono beneficio. Simili promesse e pretese ideologiche si possono trovare nel contesto dei social media, del cloud computing, dei big data, del crowdsourcing e  fenomeni correlati. Asserzioni di questo genere non sono altro che forme di feticismo tecnologico, le quali assumono che la tecnologia favorisca di per sé una buona società senza analizzare i rapporti sociali in cui si trova incorporata. Nel feticismo tecnologico, esattamente come Marx scrive a proposito del carattere di feticcio della merce,  il “rapporto sociale determinato che esiste fra gli uomini stessi” assume “la forma fantasmagorica di un rapporto fra cose”.(38) p.88

Confrontare la divisione internazionale del lavoro digitale con i classici concetti di imperialismo di Lenin, Luxemburg e Bucharin ci aiuta a smascherare tale feticismo tecnologico. L’esempio della Apple dimostra come le tecnologie digitali, e le ideologie che fanno loro da cornice nella pubblicità e nella politica, siano offuscate da una fascinazione per il nuovo la quale ignora le continuità dello sfruttamento globale.
Apple realizza enormi profitti nella divisione internazionale del lavoro digitale attraverso l’esternalizzazione della parte manifatturiera del lavoro in Cina, dove la strategia occidentale di “esportazione dei capitali all’estero” porta alti profitti perché i salari sono bassi e il tasso di sfruttamento alto.(39) Lo sfruttamento dei lavoratori alla Foxconn, alla Pegatron e in altre società dimostra che “Il capitale non soltanto nasce «sudando da tutti i pori sangue e fango», ma s’impone gradatamente come tale in tutto il mondo”.(40) Nel complesso, le analisi di Lenin e della Luxemburg sono calzanti nel XXI secolo come lo erano un centinaio di anni fa.

Foster e McChesney affermano che le “contraddizioni capitalistiche con caratteristiche cinesi” includono sovra-investimento nelle costruzioni e nell’immobiliare, debolezza dei consumi, sfruttamento estremo, crescenti diseguaglianze,  infrastrutture inutilizzate, discriminazioni contro i lavoratori migranti dalle aree rurali, inquinamento e degrado ambientale.(41) Ciononostante, i resoconti dei media sulla Cina, in occidente, tendono a ignorare l’attiva cultura politica di lotte operaie e sociali del paese asiatico derivanti da tali contraddizioni. Secondo i dati forniti dal China Labor Bulletin, 1.276 scioperi hanno avuto luogo in Cina nel 2014.(42) La Cina non è una società monolitica, può infatti vantare attive e vivaci lotte dei lavoratori contro lo sfruttamento. Nell’ottobre del 2014, dopo precedenti agitazioni operaie nel mese di giugno, un migliaio di lavoratori sono scesi in sciopero per ottenere aumenti salariali nella fabbrica Foxconn di Chongqing.(43)

L’obiettivo a breve e medio termine delle lotte dei lavoratori del settore digitale dovrebbe essere la costituzione di società controllate dai lavoratori delle industrie del digitale e della cultura, a ogni livello di organizzazione e su tutto il globo, a prescindere dal fatto che ciò disturbi i social media, il software engineering, l’economia freelance, l’estrazione di minerali o l’assemblaggio di componenti TIC. Sul lungo termine, l’obiettivo dovrebbe essere il rovesciamento dell’organizzazione capitalistica di queste sfere, insieme alla società capitalistica stessa. Circa il ruolo delle dimensioni nazionale e internazionale delle lotte sociali contro il capitalismo digitale, è questione di dibattiti politico-strategici. In un indirizzo del 1867 all’Associazione internazionale dei lavoratori, Marx ha scritto “al fine di opporsi ai loro lavoratori, i datori di lavoro o importano mano d’opera dall’estero o trasferiscono la manifattura in paesi dove vi è una forza lavoro a basso costo”.(44) È vero oggi come allora che se “la classe lavoratrice vuole proseguire la propria lotta con qualche possibilità di successo”, allora la sola risposta adeguata al dominio capitalista globale è “che le organizzazioni nazionali diventino internazionali”. (45)

Note

  1. Per un’analisi più dettagliata, si vedano: Christian Fuchs, “Media, War and Information Technology,” in Des Freedman and Daya Kishan Thussu, eds., Media and Terrorism: Global Perspectives (London: Sage, 2012), 47–62; Christian Fuchs, “Critical Globalization Studies: An Empirical and Theoretical Analysis of the New Imperialism,”Science & Society 74, no. 2 (2010): 215–47; Christian Fuchs, “Critical Globalization Studies and the New Imperialism,” Critical Sociology 36, no. 6 (2010): 839–67; e Christian Fuchs, “New Imperialism: Information and Media Imperialism?” Global Media and Communication 6, no. 1 (2010): 33–60.
  2. V.I.Lenin, “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, in Opere scelte(Edizioni Progress) 234.
  3. Nikolai Bukharin e Evgenii Preobrazhensky, L’A.B.C. del Comunismohttps://www.marxists.org/italiano/bucharin/1919/abc/abc-index.htm
  4. Nikolai Bukharin, Imperialism and World Economy (New York: Monthly Review Press, 1973), 140.
  5. Ibid., 158.
  6. Ibid., 158.
  7. Lenin, 2L’imperialismo”, 236.
  8. Rosa Luxemburg, Laccumulazione del capitale (Einaudi, 1974), 447.
  9. Ibid., 357.
  10. Ibid., 447.
  11. Lenin, “L’imperialismo”,  243.
  12. L’A.B.C. del Comunismo https://www.marxists.org/italiano/bucharin/1919/abc/abc-index.htm
  13. Si pragonino, per esempio, John Bellamy Foster e Robert W. McChesney,The Endless Crisis: How Monopoly-Finance Capitalism Produces Stagnation and Upheaval from the USA to China (New York: Monthly Review Press, 2012); David Harvey, La guerra perpetua, Analisi del nuovo imperialismo (Il Saggiatore, 2006); e Ellen Meiksins Wood, Imperi del capitale (Meltemi, 2007).
  14. Lenin, “L’imperialismo”.
  15. Ibid., 212.
  16. Bukharin, Imperialism and World Economy, 18, 21.
  17. Ibid., 19.
  18. Ibid., 20.
  19. Ibid., 22.
  20. Luxemburg, l’accumulazione del capitale, 454.
  21. Ibid., 360-454.
  22. Si veda il saggio di Paul Mattick del 1935 “Luxemburg versus Lenin,” in Anti-Bolshevik Communism (Monmouth, UK: Merlin Press, 1978).
  23. Christian Fuchs,Digital Labor and Karl Marx (New York: Routledge, 2014).
  24. Ibid.
  25. Folker Fröbel, Jürgen Heinrichs e Otto Kreye, The New International Division of Labor (Cambridge: Cambridge University Press, 1981).
  26. Foster and McChesney, The Endless Crisis.
  27. Ibid., 114–15, 119.
  28. Ibid.
  29. Ibid.
  30. Fortune Global 500 list 2015, reperibile in http://fortune.com.
  31. Apple Inc., 10-K Report 2014. Reperibile in http://sec.gov.
  32. Ibid.
  33. Jenny Chan, Ngai Pun e Mark Selden, “The Politics of Global Production: Apple, Foxconn and China’s New Working Class,” New Technology, Work and Employment28, no. 2 (2013): 100–15.
  34. Foster e McChesney, The Endless Crisis, 172.
  35. Si veda Christian Fuchs, Culture and Economy in the Age of Social Media (New York: Routledge, 2015).
  36. Vedi Jenny Chan, “A Suicide Survivor: The Life of a Chinese Worker,” New Technology, Work and Employment 2, no. 2 (2013): 84–99; Chan, Pun, e Selden, “The Politics of Global Production”; Foster e McChesney, The Endless Crisis, 119–20, 139–40, 173; Ngai Pun e Jenny Chan, “Global Capital, the State, and Chinese Workers: The Foxconn Experience,” Modern China 38, no. 4 (2012): 383–410; Jack L. Qiu, “Network Labor: Beyond the Shadow of Foxconn,” in Larissa Hjorth, Jean Burgess e Ingrid Richardson, eds., Studying Mobile Media: Cultural Technologies, Mobile Communication, and the iPhone (New York: Routledge, 2012), 173–89; Jack L. Qiu, Goodbye iSlave: Rethinking Labor, Capitalism, and Digital Media (Champaign, IL: University of Illinois Press, 2016); e Marisol Sandoval, “Foxconned: Labor as the Dark Side of the Information Age,” tripleC 11, no. 2 (2013): 318–47.
  37. Apple Inc., Supplier Responsibility 2014 Progress Report, reperibile in http://apple.com.
  38. Karl Marx, Il capitale, volume I (Einaudi, 1975), 88.
  39. Lenin, “L’imperialismo”.
  40. Luxemburg, L’accumulazione del capitale, 454.
  41. Foster e McChesney, The Endless Crisis, 157.
  42. China Labor Bulletin Strike Map, reperibile in http://strikemap.clb.org.hk.
  43. Thousands of Foxconn Workers Strike Again in Chongqing for Better Wages, Benefits,” China Labor Watch, October 8, 2014, http://chinalaborwatch.org.
  44. Karl Marx, “On the Lausanne Congress,” in MECW, vol. 20 (London: Lawrence and Wishart 1984), 421–423.
  45. Ibid., 422.

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