
DW: Innnanzitutto, vorrei ringraziarti per aver
scritto Imperialism in the twenty-first century. Si tratta di un
argomento imponente e il tuo libro prende in considerazione un materiale
amplissimo e di grande interesse – quanto tempo ha richiesto un simile lavoro?
JS: Alla fine degli anni Novanta, la globalizzazione della
produzione e il suo spostamento, a livello globale, verso i paesi a basso
reddito stavano prendendo piede su scala così vasta che era impossibile non
notarlo; il che valeva anche per ciò che stava guidando tali processi, vale a
dire gli elevati livelli di sfruttamento disponibili in paesi come il Messico,
il Bangladesh e la Cina. Era indispensabile una teoria in grado di spiegare
tutto questo, ma per rendersi conto di ciò che stava accadendo erano
sufficienti un paio di buoni occhi. Era naturale studiare il comportamento
delle multinazionali industriali, le TNC [Transnational corporation, n.d.t.] non finanziarie,
considerato che si trattava dei principali agenti e beneficiari della
globalizzazione – ed è appunto ciò che si stava facendo! Del resto, anche una
formazione di base comprendente la teoria marxista del valore ci spingeva a
prestare attenzione ai cambiamenti nella sfera della produzione… Per tutte
queste ragioni, è stato uno shock scoprire che il marxismo, o meglio i
marxisti, avevano ben poco da dire riguardo a questi fatti inediti.
Così, influenzato dalle teorie della dipendenza e dello
scambio ineguale (o più esattamente, insoddisfatto da quelli che ho definito
tentativi euro-marxisti di confutarle), ho iniziato, nel 1995, il lavoro che
sarebbe sfociato nel libro, circa il periodo in cui ho abbandonato la Communist
League, correlativo dello SWP [Socialist Workers Party, n.d.t.] degli Stati
Uniti in Gran Bretagna (venne chiusa la sezione di Sheffield, io restai…). Nel
1997 ho scritto un primo abbozzo – un pamphlet/saggio
intitolato, ‘Imperialism and the law of value’. Un ulteriore impegno in
questo senso è stato interrotto, a partire dal 1998, dalla campagna contro le sanzioni
e la guerra all’Iraq, fino a quando ho lasciato il mio lavoro nelle
telecomunicazioni nel 2004, e dato il via alle ricerche per ‘Imperialism
and the globalisation of production’, la mia tesi di dottorato portata a
termine nel 2010. I contenuti del libro sono più ampi rispetto alla tesi,
ma l’argomento di fondo si trova già tutto lì, e ha iniziato a circolare – è
stata scaricata più di tremila volte, dunque più della prima tiratura del
volume.
DW: A tuo modo di vedere, l’esternalizzazione
imperialista dispone ancora di decenni per espandersi verso nuove frontiere, o
i suoi limiti sono ormai percepibili?
JS: Penso che la crisi significhi, in termini generali, che
i limiti sono già stati raggiunti – in altre parole, i maggiori guadagni sono stati ormai fatti, e le profonde
contraddizioni nel sistema delle esternalizzazioni rispetto ai profitti si sono
attivate. Per esempio, come argomento nell’ultimo capitolo del libro, gli
“squilibri globali”, gli avanzi commerciali strutturali e i deficit derivanti
dal trasferimento della produzione, hanno agevolato le condizioni – bassa
inflazione, bassi tassi di interesse e bassa volatilità – per la frenesia
finanziaria che ha preceduto la crisi. Sopratutto, non può essere sottovalutata
la profondità e il carattere esplosivo della continua crisi globale. I tassi di
interesse reali (tenendo conto dell’inflazione) in tutti i paesi imperialisti,
compresi gli Stati Uniti, sono negativi, ma le risposte delle rispettive
economie a questi stimoli estremi restano irrisorie. Così sempre più economisti
iniziano a prendere in considerazione l’approccio del cosiddetto “helicopter
money” (in base al quale, invece di prendere denaro in prestito per finanziare
la spesa, i governi lo stampano e lo spendono, o addirittura lo concedono alle
persone perché lo spendano)… Frattanto, solo ora la crisi globale sta arrivando
nel cosiddetto mondo in via di sviluppo. Quello che Andrew Haldane ha definito
consumo finanziato dal debito di beni frutto della produzione esternalizzata
non può espandersi indefinitamente. La stagnazione della domanda finale nei
paesi imperialisti (con la crisi del debito degli EM [emerging markets, n.d.t.]
che preclude alle economie in stallo di quest’ultimi di fare da
rimpiazzo) significa che l’industrializzazione basata sulle esportazioni non è
più una strategia di sviluppo sostenibile per le nazioni “in via di sviluppo”.
Ciò implica un intensificarsi della “corsa al ribasso”. L’unica via di fuga
capitalistica da una simile trappola, per di più a disposizione di pochi,
consiste nell’orientarsi verso attività a più elevato valore aggiunto, come sta
riuscendo a fare la Cina, con un certo successo, in alcuni settori chiave;
ma ciò significa passare da una relazione simbiotica e complementare con le
multinazionali con sede nei paesi imperialisti, fornendo mano d’opera a
basso costo e ricevendo una piccola quota del valore finale, alla diretta
competizione con queste aziende.
I tentativi di risolvere o contenere vecchie contraddizioni
non hanno fatto altro che crearne una schiera di nuove. La produzione
esternalizzata ha incrementato pesantemente la dipendenza delle aziende nelle
economie imperialiste, nonché le economie imperialiste stesse, dal plusvalore
estratto nelle nazioni a basso reddito, con le quali intrattengono un rapporto
sempre più fondato sulla rendita e parassitario. Nella misura in cui
l’esternalizzazione della produzione costituisce un alternativa
all’investimento in nuove tecnologie, una tale forma di imperialismo
rappresenta un ostacolo allo sviluppo delle forze produttive, che si risolve in
un enorme sperpero di forza lavoro, proprio in virtù del suo essere a basso
costo.
DW: Non manchi di sottolineare quanto sia ancor’oggi
valida l’analisi dell’imperialismo fornita da Lenin. Quali ritieni siano gli
sviluppi nuovi e maggiormente significativi rispetto all’epoca in cui scriveva?
JS: Ai tempi di Lenin i rapporti capitalisti avevano appena
iniziato a penetrare nelle nazioni assoggettate; la relazione tra nazioni
dominanti e dominate era un rapporto tra società capitaliste e
pre-capitaliste; la globalizzazione del rapporto capitale/lavoro era ancora
incipiente, e si manifestava principalmente nell’agricoltura e nell’estrazione
delle risorse, per invadere l’industria moderna solo sei decenni più tardi.
Come sostengo nel libro (pp. 225-6): “Lenin non avrebbe potuto includere una
concezione di come il valore venga creato nella produzione globalizzata,
poiché tale fenomeno sarebbe emerso in una fase più tarda dello sviluppo
capitalistico. Queste circostanze hanno dato origine a una inevitabile
disconnessione, che persiste tutt’oggi, tra la teoria dell’imperialismo di
Lenin e la teoria del valore di Marx”.
Come può essere colmata una simile lacuna? In proposito,
vorrei citare un mio commento alla discussione svoltasi a margine della
recensione di Michael Roberts [1] sul mio lavoro:
Il mio punto di vista circa il rapporto tra
oppressione nazionale e di classe, nel mondo contemporaneo, è basato su quello
che considero un enorme passo avanti compiuto dall’amico e compagno Andy
Higginbottom, il quale ha sostenuto, in due relazioni presentate alle
Historical Materialism conferences del 2008 e 2009, che mantenere “i
salari (del sud)… al di sotto del valore della forza lavoro (del nord)
costituisce una caratteristica strutturale centrale del capitalismo
imperialista e globalizzato… L’imperialismo è un sistema finalizzato alla
produzione di plusvalore che combina strutturalmente l’oppressione nazionale
con lo sfruttamento di classe”. (The Third Form of Surplus Value Increase, conference paper, Historical
Materialism Conference 2009). L’anno precedente aveva scritto,
“L’oppressione nazionale si manifesta non solo nell’esproprio, ma si riproduce
all’interno del rapporto capitale lavoro come super-sfruttamento, vale a
dire intensi ritmi di lavoro, lunghi orari e salari al di sotto del valore
della forza lavoro [ossia] gli standard sociali minimi raggiunti in quel
momento nei paesi centrali del capitalismo”. (Rent, Mining and British Imperialism,
conference paper, Historical Materialism ‘Conference, 2008). Tutto ciò,
come argomentato nel libro, fornisce le fondamenta necessarie per una sintesi
della teoria del valore di Marx e quella dell’imperialismo di Lenin, per un
marxismo-leninismo degno di questo nome, a differenza delle sue precedenti
iterazioni staliniste.
Sfortunatamente, la mia decisione di usare il primo
capitolo per introdurre e strutturare il resto del libro, nonché di servirmi
dell’ultimo capitolo per analizzare l’attuale crisi globale, è sfociata nella
messa da parte di molto materiale riguardante questo tema di estrema
importanza. Ora mi rammarico di non averne incluso almeno una parte nel mio
volume, in particolare i passaggi seguenti:
La globalizzazione neoliberista rappresenta, tra le altre
cose, una nuova fase nella globalizzazione del rapporto capitale lavoro. Un
processo che pone i lavoratori delle nazioni dominanti e del sud globale
insieme, in competizione gli uni con gli altri e tuttavia legati da una
reciproca interdipendenza, connessi dal processo della produzione
globalizzata, sfruttati con diversi gradi di intensità dagli stessi
capitalisti. Ma questo qualitativamente nuovo stadio nell’evoluzione del
rapporto capitale/lavoro possiede una caratteristica molto specifica: la
divisione imperialista del mondo è stata ereditata dal capitalismo; ad esso è
inerente. In altri termini, la globalizzazione della relazione capitale/lavoro,
nel contesto e sulla base di una preesistente divisione del mondo tra nazioni
dominanti e dominate, comporta l’internazionalizzazione di tale divisione. la
globalizzazione neoliberista è, tra l’altro, il dispiegarsi della forma
imperialista del capitale.
Come risultato,
quest’ultima fase dello sviluppo capitalistico non ha condotto alla convergenza
delle nazioni oppresse con quelle “avanzate”, né al superamento del divario
nord-sud, bensì a qualcosa che non è errato definire apartheid globale, nel
quale le nazioni del sud sono divenute riserve di manodopera per il
super-sfruttamento da parte dei capitalisti del nord, producendo fattori industriali
e beni di consumo, sostenendo la “società dei consumi” occidentale. Questo è
imperialismo su basi integralmente capitalistiche, in un avanzato stadio del
suo sviluppo, in cui la globalizzazione del rapporto capitale/lavoro è avvenuta
sulle fondamenta di una divisione imperialista del mondo ereditata. In epoca
neoliberista, il capitalismo ha pienamente assimilata la vecchia divisione
coloniale del mondo; scartando tutto ciò che gli è ostile e preservando,
appropriandosene, ciò che promuove la sua continuazione ed espansione.
Lo smantellamento degli imperi coloniali e il
conseguimento della sovranità formale da parte delle nazioni assoggettate,
avanzamento reso possibile dalle moltitudini unitesi alle dure lotte combattute
per la liberazione nazionale; nonché dalla più grande paura degli imperialisti,
la crescente propensione di questi movimenti a intraprendere un percorso
rivoluzionario socialista, come esemplificato in numerose occasioni, dalla
Corea all’Algeria sino al Nicaragua. I nuovi rapporti di forza hanno obbligato
le potenze imperialiste a riorganizzare le relazioni con le élite capitaliste
emergenti nelle nazioni assoggettate, permettendo ai loro protetti di tenere le
redini senza tuttavia lasciargli mai condurre autonomamente.
La fine del colonialismo
e l’ottenuta sovranità formale possono aver emancipato le borghesie nazionali,
ma la stragrande maggioranza – quelli lasciati con nient’altro che la propria
forza lavoro da vendere, in una parola le persone proletarizzate di questi
paesi – attendono ancora la loro emancipazione. Il mondo continua a essere
divisi in “nazioni dominanti e dominate”, ma ora le borghesie nazionali
agiscono come intermediari e complici nel saccheggio imperialista della natura
e del lavoro vivo delle loro stesse nazioni.
DW: Ai parlato di era neoliberista. La Nuova Zelanda ha
avuto un governo decisamente neoliberista (laburista) negli anni Ottanta – il
quale è stato uno dei primi ad adottare la deindustrializzazione e la tendenza
alla delocalizzazione. Tuttavia, a partire dalla metà degli anni Novanta i
governi hanno intrapreso un corso più moderato. Per esempio, l’attuale governo
si è indebitato e ha speso a fronte dell’austerità imposta in seguito alla
crisi finanziaria globale del 2008. A tuo modo di vedere, il neoliberismo è un
aspetto transitorio o permanente del capitalismo?
JS: La risposta iniziale di tutti i governi imperialisti
alla crisi del 2008 è consistita nell’indebitarsi e spendere piuttosto che
imporre l’austerità; la crisi del debito sovrano nell’euro zona iniziata nel
2010 ha scatenato la corsa precipitosa all’austerità. La Nuova Zelanda si è
distinta, grazie ai prezzi elevati delle matterie prime e alla rapida
crescita della Cina, ed è vulnerabile ora che questo venti favorevoli sono
divenuti contrari. Non ho seguito da vicino le politiche del governo
neozelandese, ma suppongo che “i mercati”, ossia i grandi investitori
capitalisti, abbiano concesso al governo neozelandese un certo margine di
manovra considerati tali venti favorevoli. La questione sembra essere se vi sia
spazio, in Nuova Zelanda come altrove, perché i governi perseguano politiche
non improntate all’austerità, non neoliberiste. Le finanze del governo
neozelandese sembrerebbero essere in condizioni migliori rispetto alla Gran
Bretagna, dove a dispetto dell’austerità, il governo continua a gestire un
deficit di bilancio di oltre il 5% del PIL, prendendo in prestito 1,3 miliardi
di sterline per settimana. La sinistra laburista afferma che le politiche di
austerità dei conservatori sono guidate dall’ideologia, che Cameron e soci
stanno servendosi della crisi come pretesto per perseguire la loro
vendetta contro la spesa pubblica, e immaginano i tassi di interesse
bassissimi non come segni di estrema debolezza economica, bensì come opportunità
per ottenere prestiti, così da finanziare infrastrutture e investimenti, cosa
che i capitali privati, nonostante i bassi tassi di interesse, non sono
disposti a fare. In realtà, Jeremy Corbyn è andato oltre, discutendo l’ipotesi
di un “quantitative easing popolare”, vale a dire stampare moneta allo scopo di
finanziare la spesa per infrastrutture ecc., anziché prenderla in prestito. Una
simile politica anti-austerità, incontrerebbe una dura resistenza da parte
degli investitori, dagli Stati Uniti e dai governi europei, del FMI ecc.;
sarebbe l’inizio di una grande battaglia.
Il neoliberismo non è un insieme di politiche, quanto la
completa sottomissione della politica ai mercati, ovvero alle decisioni private
dei capitalisti. È stato lanciato come parte di una controrivoluzione, un
attacco su larga scala al lavoro organizzato, alle lotte di liberazione
nazionale, alle rivoluzioni socialiste come nel centro america, e conserva
pienamente un tale carattere controrivoluzionario. Tutto è transitorio, anche
il capitalismo stesso. In quanto sistema, il neoliberismo è in crisi; come
ideologia o insieme di politiche è allo sbando. Ma non vi è un’alternativa
capitalistica valida e sicura per la de-globalizzazione, il protezionismo,
l’autarchia, il controllo dei capitali ecc., non è altro che una via
differente per la crisi.
DW: Come definiresti la Cina odierna – nazione oppressa o
candidata allo status di paese imperialista? O nessuno dei due?
JS: O entrambe le cose? La Cina è quantomeno un’economia
capitalistica? Ci sono sicuramente molti capitalisti ed è in corso una vasta
accumulazione di capitale, anche da parte di multinazionali statunitensi e
europee, ciò nonostante ritengo che la Cina stia tentando una transizione al
capitalismo, e che abbia ancora parecchia strada da fare, una strada
estremamente irta di ostacoli. La Cina ha risposto allo scoppio della crisi
globale con un’enorme iniezione di credito nell’economia, stimata al 34% del
PIL tra il novembre del 2008 e quello del 2009, ed è ampiamente riconosciuto
che ciò ha risparmiato non solo la Cina ma il mondo intero da un crollo ancor
più profondo. In ogni caso, ha certamente restaurato la crescita cinese al 10%
per alcuni anni. Eppure, tra il febbraio 2015 e quello del 2016, il governo
cinese ha deciso un pacchetto di stimoli ancor più grande – 40% del PIL, o in
termini assoluti 2½ tanto le dimensioni dello stimolo del 2008-9 – e
tuttavia la crescita economica è rallentata. Come sottolineato da George
Magnus (‘China’s credit binge is the real concern’, Financial
Times, 11 gennaio, 2016), “Il debito non finanziario cinese è…passato
da circa il 100 per cento [nel 2008-9] a circa il 250 per cento del PIL, ma
lontano dal rallentare insieme all’economia, il ritmo di accumulazione del
debito è cresciuto negli ultimi uno o due anni… la creazione mensile di credito
sta crescendo a un tasso quasi tre volte superiore a quello ufficiale del PIL,
o anche maggiore se non si crede ai dati ufficiali del PIL”.
Il tentativo di transizione al capitalismo della Cina sta
portando a un disastro economico (oltreché ecologico)? Così parrebbe,
solo la tempistica è incerta. Ad ogni modo, come possiamo categorizzare
un’economia che ha riversato più cemento nel 2010 e 2011 di quanto non abbiano
fatto gli Stati Uniti nell’intero XX secolo? Che rappresenta oggi più della
metà della domanda per la maggior parte delle matterie prime scambiate sui
mercati globali? E che sta installando robot industriali più velocemente di
chiunque altro al mondo, ponendo enormi risorse nello sviluppo di una propria
industria robotica? [2] In un articolo del 2012, ‘Outsourcing,
financialisation and the crisis’ (http://www.mediafire.com/view/?hesj1vceutyyomc) , ho
scritto
“L’ascesa della Cina costituisce un a minaccia per il
dominio imperialista dell’Asia e del mondo? Sì, ritengo che lo sia. Quale
genere di minaccia? Che i governanti cinesi – li si consideri una classe
capitalista o una burocrazia stalinista – rifiuteranno di accettare lo status
subordinato, oppresso e sottomesso riservato alle cosiddette nazioni emergenti,
sfideranno l’egemonia USA sull’Asia sviluppando un contrappeso all’alleanza
militare statunitense-giapponese che controlla le acque costiere cinesi,
eserciteranno il potenziale poter economico riflesso nel loro possesso di
miliardi di dollari in buoni del tesoro USA e altri asset finanziari, le loro
multinazionali emergenti si faranno largo nel settore delle risorse minerarie e
in mercati sinora appannaggio esclusivo delle nazioni imperialiste. Stanno già
marciando su questa strada, una strada che conduce alla guerra, e gli Stati
Uniti stanno rispondendo nella maniera che ci si aspetterebbe da una potenza
imperiale egemone: l’invasione dell’Iraq era finalizzata a intimidire la Cina
tanto quanto a garantire il controllo USA/UK sulle forniture di petrolio
del Medio Oriente”.
DW: Hai puntualizzato che oltre l’ottanta per cento dei
lavoratori industriali vivono e lavorano nel sud globale, il che è
significativo in termini d’importanza economica e peso sociale. Vedi
materializzarsi tutto ciò in un nuovi movimenti rivoluzionari e
antimperialisti?
JS: Sì, nei prossimi anni e decenni mi aspetto l’emergere di
nuovi movimenti rivoluzionari e antimperialisti, che saranno più proletari, più
femminili ed etnicamente più diversificati che mai. Scorci di futuro sono stati
forniti di recente dallo sciopero generale nel settore tessile e in altre
industrie in Egitto, il quale ha contribuito a rovesciare Hosni Mubarak, dai
minatori in Sudafrica, dai lavoratori dell’elettronica in Cina, dai lavoratori
tessili in Bangladesh e Cambogia. Dunque, ritengo che la crisi globale stia
creando le condizioni per la rinascita di un movimento internazionale della classe
lavoratrice. Ciò che dobbiamo tenere a mente è che, indipendentemente da quello
che vi è nella testa dei lavoratori, la più profonda crisi mai affrontata dal
capitalismo, combinata alla distruzione capitalistica della natura, significano
che la barbarie e la guerra o la rivoluzione sociale rappresentano i due soli
futuri possibili.
DW: Tracciando la produzione dell’iPhone, della t-shirt e
della tazza di caffè hai restituito l’aspetto umano dell’economia del
super-sfruttamento. Tu fai notare che l’opposizione in occidente è stata
lasciata agli enti di beneficenza anziché ai sindacati. Ti sembra ci sia un
cambiamento in proposito?
JS: Il protezionismo è la risposta di riflesso dei
lavoratori di fronte alla competizione, è un’opzione più semplice rispetto alla
lotta di classe, ma i lavoratori sono in grado di comprendere che il
protezionismo conduce al disastro. Negli Stati Uniti si è sviluppato un
movimento impressionante tra i lavoratori della Wallmart per i 15$ orari e il
sindacato. Sono fiducioso possano percepire un senso di solidarietà per i
lavoratori che producono i beni da loro disposti sugli scaffali di
Wallmart. I 39.000 lavoratori della Verizon in sciopero, inclusi i 13.000
operatori di call-center, hanno recentemente scoperto che i lavoratori dei call-center
nelle Filippine, ai cui servizi si è ricorso per porre piegare lo sciopero,
sono stati pagati 1,78$ all’ora. Tuttavia, l’internazionalismo non è stata la
risposta di questo funzionario sindacale citato nel sito web del
sindacato (http://www.cwa-union.org/news/releases/cwa-uncovers-massive-verizon-offshoring-operation-in-philippines):
“Verizon è terrorizzata che l’opinione pubblica possa
scoprire ciò che è accaduto ai buoni posti di lavoro della classe media che
l’azienda ha spedito nelle Filippine. La verità è che Verizon sta distruggendo
posti di lavoro della classe media americana, così da poter pagare i lavoratori
1,78$ all’ora e costringerli a lavorare tutto il giorno, anziché preservare
buoni posti di lavoro nelle nostre comunità. Questo è il motivo per cui siamo
in sciopero. Invece di trarre profitto dalla povertà all’estero, Verizon
dovrebbe ritornare al tavolo e negoziare un contratto giusto che protegga i
posti di lavoro della classe media”, questo quanto affermato da Dennis Trainor,
presidente della CWA District One.
DW: Tu sostieni che i lavoratori sono intrappolati nel
sud globale, come venga loro impedito violentemente l’ingresso nel nord
globale, e come questo costituisca un aspetto importante dello sfruttamento cui
sono sottoposti. Hai qualche idea riguardo ciò che si potrebbe fare in
occidente?
JS: Solidarietà è una parola vuota se non viene estesa
a coloro che ne hanno più necessità, il che nel mondo odierno significa i
lavoratori migranti. Un punto di partenza potrebbe consistere ne porre gli
interessi e i bisogni dei lavoratori migranti al centro del Primo maggio in tutto
il mondo. I controlli sula libera circolazione dei lavoratori sono un pilastro
del sistema capitalistico globale esattamente come lo erano del sistema
dell’apartheid in Sudafrica; la loro rimozione potrebbe destabilizzare l’intero
sistema, e può essere realizzata solo come parte di un processo di superamento
delle divisioni mutilanti imposte dal capitalismo e dall’imperialismo ai
lavoratori. Superare queste divisioni imperialiste non è solo compito del
socialismo, ne è bensì l’essenza stessa, il nome del periodo di transizione
durante il quale tutto ciò che viola l’unità e l’uguaglianza dei lavoratori
viene superato. Quando il capo della missione medica cubana, inviata in
Africa dell’ovest a combattere l’ebola, si è sentito domandare perché Cuba abbia
mandato più medici del resto del mondo, la sua risposta è stata “a Cuba
condividiamo ciò che abbiamo, non ciò che rimane”. Si tratta della più
sintetica dichiarazione di internazionalismo proletario che mi sia capitato di
sentire.
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[1] Una traduzione in italiano della recensione di Michael
Roberts è disponibile sul sito di CortocircuitO, http://www.inventati.org/.
[2] Il Financial Times ((China’s robot revolution,
Ben Bland, 28 aprile, 2016) ha recentemente riferito, “Attraverso tutta la
cintura di produzione che abbraccia la costa meridionale della Cina, migliaia
di fabbriche come la Chen si stanno convertendo all’automazione in una
rivoluzione industriale, sostenuta dal governo e orientata alla robotizzazione,
di dimensioni inedite per il mondo intero… , la trasformazione tecnologica ella
Cina ha ancora molta strada da compiere – il paese ha solo 36 robot per 10.000
lavoratori manifatturieri, rispetto ai 292 della Germania, 314 dl Giappone e
478 della Corea del sud”. Tuttavia vi sono molti più lavoratori manifatturieri
in Cina che negli altri paesi; la International Federation of Robotics, con sede in Germania,
riconosce che la Cina potrebbe disporre di più robot industriali di ogni altro
paese entro il 2017.
Link all’articolo originale in inglese Redline
La traduzione di un saggio di John
Smith pubblicato sul sito della Monthly Review, nel quale sono
sintetizzate le tesi del libro, è disponibile su questo stesso blog, Traduzioni marxiste, L’imperialismo nel XXI secolo
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