sabato 17 settembre 2016

Modo di produzione capitalistico*- Alessandro Mazzone

*Da:   https://rivistacontraddizione.  n.140 Luglio-Settembre 2012

MODO DI PRODUZIONE CAPITALISTICO, mondializzazione o globalizzazione?

1. Alla fine di questo 1998, centocinquantenario del Manifesto del partito comunista di K. Marx e F. Engels, è – a quanto sembra – pacifico e generalmente riconosciuto: la critica del capitalismo avanzata a metà ‘800 conteneva una singolare capacità di previsione storica – nelle grandi linee, e dunque non necessariamente politica.
Ricordiamo brevemente.
Già nel Manifesto il “mondo” appare come un “mondo”, un processo obiettivo e che si generalizza secondo sue determinazioni interne. Abbiamo:
- la produzione capitalistica, capace di abbattere o sottomettersi tutte le forme precorse di riproduzione della vita umana associata (dunque: espansione illimitata della produzione capitalistica);
- la tendenziale estensione della forma di merce, e del corrispondente “nudo rapporto d’interesse”, a ogni elemento della riproduzione della vita umana e del corpo associato (dunque: trasformazione graduale di tutte le dimensioni societarie in figure “capitalistico-borghesi”);
- la creazione di un mercato mondiale, non come semplice rete di scambi, ma come regolazione vincente di rapporti sociali, politici, culturali (dunque: unificazione, in prospettiva, del genere umano nella – contraddittoria – “civiltà borghese”);
- il primato economico delle “nazioni borghesi” come tendenza alla sottomissione di tutte le altre, o alla loro “integrazione” nelle forme economiche e politiche corrispondenti .
Ce n’è abbastanza – può sembrare – per trovare proprio in Marx un “profeta” del presente, il cui “fantasma” deve inquietare i                                                                                      posteri 1. Ma è un’apparenza superficiale, capace di ogni ambiguità, e sostanzialmente ingannevole.

2. Noi sappiamo [i]bis che nel Manifesto la teoria del modo di produzione capitalistico 2 era appena abbozzata; che Marx, nel 1848, non aveva una sua teoria della forma di valore (cioè del rapporto di produzione generale, e che astrattamente “copre” tutto l’arco del mpc), né del processo di capitale, che, se comprende in sé il semplice rapporto di capitale (lavoro salariato), si svolge poi categorialmente fino all’unica e vera “contraddizione” del mpc: la tendenza allo “sviluppo incondizionato della forza produttiva del lavoro sociale” e lo “scopo limitato” della valorizzazione, entrambe inerenti allo svolgimento del mpc in tutto il suo arco. Di conseguenza, solo nell’elaborazione della teoria del mpc in tutto il corso dell’esperienza scientifica di Marx [ii]bis, si sviluppa anche la teoria marxiana delle classi. Poiché la nozione di “classe” dipende concettualmente da quella di “modo di produzione” essa ha, innanzitutto, uno status teorico del medesimo livello d’astrazione della teoria del mpc. E come questa non è teoria delle singole configurazioni del “capitalismo” (i “capitalismi nazionali”, con le loro determinazioni pregresse e sussunte, “ricchezza” e “tradizioni” storiche peculiari, etc.), né – in prima istanza – una teoria degli “stadi” o “fasi” delcapitalismo se non in quanto processo tendenzialmente universalizzantesi, secondo le sue leggi di moto intrinseche e con sussunzione di altre pregresse figure sociali in genere – così la teoria delle classi è (quanto meno per l’autore del Capitale ) una teoria di forme di moto della riproduzione sociale nella forma del mpc, che solo ulteriormente, nella utilizzazione analitica dell’intera teoria del modo di produzione per lo studio di configurazioni sociopolitiche concrete (singoli “capitalismi” storici, nei loro stati, etc.) può acquistare valenza politica nel senso più lato del termine. Torneremo più avanti su quest’aspetto.

3. La teoria del mpc è un modello di processo – il processo della riproduzione sociale complessiva in forma capitalistica. Come tutti i processi, esso non può venire rappresentato esaustivamente in un modello. Marx è esplicito su questo punto: “Se consideriamo la società borghese nel suo complesso, compare come risultato ultimo del processo sociale di produzione – la società stessa, cioè l’uomo nelle sue relazioni societarie. Tutto quello che ha forma fissata, come prodotto etc., compare come momento dileguante in questo moto. Anche il processo di produzione immediato compare qui come momento” [iii].
Nella teoria marxiana, poi, il mpc ha una duplice dimensione. Come modo di produzione “storico”, finito, esso ha una tendenza epocale. La generalizzazione della circolazione di merci (da che il lavoro stesso è merce); la producibilità di tutto quello che possa entrare nella circolazione del capitale, come merce carica di plusvalore trasformabile in denaro; la integrazione di principio nel processo di produzione di potenze naturali scientificamente conosciute (posto il “mpc vero e proprio”, che si muove sulle sue proprie basi), e all’oriz­zonte, il passaggio del lavoratore umano a funzioni di controllo di quelle potenze naturali; l’infini­tazione della produzione come “scopo a sé stessa”, e dunque il superamento del rapporto originario “bisogno umano/lavoro umano”, il mutamento di posto del lavoro umano nella natura – tutto questo è dimensione epocale del mpc [iv]. Dimensione epocale implica tendenzialità riconoscibile e riconducibile al modello concettuale nella sua interezza (che solo può servire, in ulteriore procedimento conoscitivo, alla analisi e modellizzazione scientifica di “figure” ed eventualmente, “fasi”). Non implica, perciò stesso, datità quantitativa e cronologica, “fe­nomeni” che, di per sé presi, siano interpretabili come “rotture storiche” (la mal pensata alternativa di “crollo o sviluppo” del capitalismo; la pretesa teoria di una “crisi generale” con tanto di “tappe” politiche).

L’altra dimensione è quella di funzione e conflitto [v]. Il mpc (e il suo modello) non può essere pensato senza unità dei capitali in quanto elementi del capitale sociale complessivo (teoria del profitto) concorrenza dei molti capitali[vi]; non può esser pensato senza l’insieme delle funzioni del denaro – che però per il mezzo di pagamento, misura dei valorie mezzo di realizzazione, si attuano pienamente solo nel Weltgeld, il denaro mondiale[vii]; non può essere pensato senza classi nel senso primo e fondamentale, dell’insieme del capitale fungente e dell’insieme della forza-lavoro messa in opera – che però è senso ancora astratto, sia “economicamente” (esercito di riserva), che “socialmente”, perchè la riproduzione sociale complessiva, essendo riproduzione di “uomini ... nelle loro relazioni societarie” comprenderà le figure tràdite e pregresse di vita sociale, sussunte ora nella riproduzione in forma capitalistica, ma che attraverso questa stessa si svolgono inevitabilmente in nuove figure di coscienza, di azione, di posizione di fini possibili [viii].

La duplicità di dimensioni, epocale e funzionale/conflittuale, del mpc nel suo modello teorico marxiano, appare in tutta la ricerca di Marx considerata nella sua integralità, come elaborazione di un modello del “processo complessivo”. Con grande evidenza, però, questo appare nella teoria delle crisi. La forma della crisi (o piuttosto le diverse forme della crisi, monetaria, di turbata reintegrazione degli elementi stofflich nel ciclo, etc.) non è mai, scrive Marx nel manoscritto del 1861-63, causa della crisi [ix]. È evidente: la causa o le cause di una crisi determinata andranno cercate nella configurazione capitalistica determinata (p. es. un capitalismo nazionale, ancorché “centrale”, come quello inglese dell’epo­ca); ma in quanto ogni configurazione è nel moto epocale del mpc, l’autoattuazione tendenziale di questo, generalizzazione della produzione di merci, integrazione delle potenze naturali (“tecnologia”), grado di sviluppo e dislocazione delle funzioni regolative del denaro mondiale, saranno criteri di riferimento per l’ana­lisi. Il “limite” della produzione capitalistica, in quanto è “il capitale stesso”, il contrasto dello sviluppo incondizionato della “forza produttiva del lavoro associato” e della valorizzazione, emerge nella stesura marxiana delCapitale iii, non casualmente, nello stesso contesto [x]. Questo “limite” (la vera e propria “contraddizione fondamentale” del mpc) compare idealmente sempre. A partire da un certo grado di diffusione e maturità del “modo di produzione capitalistico vero e proprio” esso si manifesta anche nelle “crisi economiche”.

Per questo lato, infatti, le crisi sono modi di regolazione del processo, “risoluzione violenta” di aspetti “violentemente” entrati in contrasto, premesse di un nuovo ciclo di valorizzazione. Ma le loro conseguenze sociali allora, e innanzitutto sulla popolazione lavoratrice? Queste dipenderanno ovviamente – ancorché nel mpc in genere la valorizzazione, non la classe operaia, sia la variabile indipendente – dal grado di omogeneità, consapevolezza, organizzazione della classe operaia – ma dunque da tutti gli elementi, tràditi e prodotti ex novo, della configurazione, ossia di quella effettuale “società capitalistico-borghese”. Finalmente, tuttavia, il “limite” o contraddizione fondamentale ha, proprio perché inerente alla “produzione capitalistica” in quanto tale, dimensione epocale. Per questo aspetto, esso determina la posta in gioco della lotta, in quanto determinazione del possibile [xi]. Il possibile è determinazione interna del processo nella sua effettualità come processo. Astrattamente, la posta in gioco della lotta di classe è sempre il governo razionale del processo, la sovranità dei “produttori associati” sulla loro propria riproduzione umana nella natura. Ma questa possibilità diventa da astratta, reale, (“essente”) nella misura in cui la dimensione e tendenzialità epocale del mpc avanza verso l’inadeguatezza della autoregolazione mediante il valore, che è il suo orizzonte processuale – una “produzione di “ricchezza” e di capacità umane che “non ha più comune misura” col “miserabile furto del tempo di lavoro”11bis. Che questa possibilità “reale” non sia perciò possibilità concreta, è superfluo sottolineare, dopo quanto si è ricordato sulla “configurazione”. (E del resto: mentre il superamento della penuria come fenomeno epocale è sotto gli occhi di tutti alla fine del xx secolo [xii], altrettanto sotto gli occhi di tutti è l’esclusione, la fame, la distruzione sistematica di possibilità umane su scala planetaria).

4. L’orizzonte conoscitivo e pratico della concezione marxiana è, certo, l’au­togoverno razionale dei “produttori associati”, ossia della riproduzione sociale complessiva, del corpus hominum nella natura.
Questo autogoverno compare in primo luogo, nella teoria del mpc, come un possibile, che il moto epocale del modo di produzione pone: in nessun modo come una conseguenza necessaria – e neppure come possibilità concreta, poiché il soggetto collettivo sociopolitico, determinato nel tempo e in tutti i rapporti della riproduzione sociale complessiva, non compare affatto al livello d’astrazione della teoria del modo di produzione.
Solo con lo sviluppo ulteriore della teorizzazione, nella analisi della formazione economico-sociale capitalistica (avviata da Marx ed Engels solo per partes, come pure la ricostruzione storico-critica ha ormai acquisito) [xiii], diventa in generale possibile concettualizzare configurazioni dell’attività sociale integrale, quindi anche delle sue dimensioni istituzionali, culturali, politiche. (Naturalmente, questa concettualizzazione, in quanto ha avuto luogo, è stata decisiva per i diversi movimenti, politici e culturali, che si possono ricondurre genericamente alla nozione di “marxismo”) [xiv].
Il “mpc” come teoria (modello di processo) contiene la determinazione di un limite – non cronologico, ovviamente – nel mutamento di funzione della categoria più generale, e che pertanto “copre” tutto il decorso, quella del valore; e contiene concettualmente la tendenziale infinitazione della produzione e mutamento del ruolo del lavoro umano nel processo storico-naturale, fondamento di possibilità dell’autogoverno. D’altra parte, diventa ora progettabile una conoscenza critica globale della formazione economico-sociale, ossia di quegli elementi e forme della riproduzione sociale complessiva  [xv] rispetto ai quali l’intero processo di produzione immediato è “momento”, e ciò sia riguardo alle determinazioni economiche derivate e della “superficie della società” [xvi], sia riguardo a determinazioni istituzionali, culturali, sociopolitiche in genere, che dalle determinazioni del modo di produzione dipendono concettualmente in quanto nessuna rsc è pensabile senza riproduzione biotica e lavorale degli esseri umani. Questo spazio teorico, delimitato idealmente dalla tendenzialità epocale del mpc, da una parte, e dall’altra, dal processo parziale della rsc in singole configurazioni, che tendono a diventare configurazioni particolari di un intero interconnesso dall’altra, è quello cui meglio si addice, a mio avviso, il termine di “mondializzazione”. Rispetto a questo spazio teorico, e non altrimenti, in ogni modo, l’orizzonte marxiano dell’autogoverno può acquistare via via valore analitico: ma via via, appunto, in quanto l’intero modello teorico “mpc” venga fatto operare effettivamente (e solo come intero modello teorico esso ha – e ha avuto – valore analitico e fecondità di conoscenza), e in quanto la conoscenza critica della rsc in tutte le sue dimensioni effettivamente proceda. A queste condizioni, l’orizzonte dell’autogo­verno acquista più in generale (e ha acquistato, per partes, nell’ultimo secolo e mezzo) anche efficacia conoscitiva e pratica [xvii].

È forse qui da accennare come la “ossificazione dogmatica del marxismo” , non solo in “Oriente”, e la speculare riduzione romantica di suoi teoremi in diverse figure di “critica della condizione umana” , non solo in “Occidente”, siano state in realtà sterilizzazione teorica e pratica dell’intera teoria, come indicava G. Lukács poco prima della morte, nelle pagine finali della Ontologia dell’esse­re sociale [xviii]. Come ogni teoria di tipo scientifico, la teoria del mpc [xix] esiste in quanto viene usata – usata dunque per l’ulteriore concrezione (analisi delle diverse configurazioni), nell’affinamento grazie a modelli parziali, nella elaborazione di ipotesi “cruciali” e riformulazione dei teoremi corrispondenti, eccetera: cioè, in definitiva, in quanto la teoria ha una storia scientifica. Una teoria, e dunque anche un modello di processo, o un sistema di ipotesi in genere, che non viene utilizzato criticamente, cessa di esistere come teoria – è un insieme di segni sulla carta [xx]).

Ma dal lato soggettivo, la conoscenza della formazione economico-sociale (nella sua tensione egemonica, i “blocchi storici” di Gramsci) è un progetto di autoconoscenza globale della rsc, e dunque del corpo collettivo. Ora, questo progetto è per sua natura infinito da entrambe le parti – dell’attività conoscitiva e critica, e dell’oggetto suo. Qui continua ad operare l’orizzonte dell’autogover­no: (del resto, già nella concezione engelsiana del “passaggio del socialimo dal­l’utopia alla scienza”, la “anarchia della produzione capitalistica” è, a ben guardare, assai più che questione di regolazione della produzione in senso “economico” stretto – è negazione dell’autogoverno del corpus collectivum hominum et rerum , pur divenuto pensabile [xxi]). Ma l’oriz­zonte, per la natura della cosa, si sdoppia, come doppia è l’infinità a parte subjecti e a parte objecti del processo, e della sua conoscenza. Il processo come effettualità è il luogo in cui il possibile si determina in genere. Ma il passaggio dalla possibilità astratta dell’autogoverno [xxii] a possibilità essente (il possibile che è determinato in elementi reali, che ancora possono diventare momenti processuali, ma ancora non si svolgono nella concretezza del tutto) ha qui le classi, e le loro egemonie, come mediazione: infatti “egemonia di classe” significa modalità di tutta la rsc in forme determinate come possibili (e perciò esclusive del cosiddetto “storicamente incongruo o insostenibile” [xxiii]). È dunque la conoscenza critica (e pratica, informante in ultima analisi l’agire degli individui che la fan propria a vari livelli) di questa mediazione nel suo complesso e nelle sue diverse dimensioni che rende pensabile e praticabile, pro tanto, oltre che via via, l’autogoverno. Oggettivamente, beninteso, la mediazione di classe ha corpi associati, ricchezze materiali e morali tràdite e sussunte nel moto della riproduzione sociale in forma capitalistica, istituizioni mobili nell’azione di stati, partiti, movimenti internazionali, come suoi momenti interni. (Sono i “blocchi storici” gramsciani nel loro movimento peculiare). Proprio per questo, la mediazione è, di nuovo da entrambe le parti, “soggettivamente” e “oggettivamente”, conoscenza e azione. E non è pensabile che la razionalità libera, che ricomprende in sé la necessità, vi si produca altrimenti che per gradi, con alternative sempre di nuovo aperte, dunque anche regressi. Come si è ricordato, il mpc, nel suo moto epocale, la pone soltanto come possibilità.

5. La teoria marxiana del mpc, si è detto, è un modello di processo ad alto livello di astrazione. Vale la pena di ripeterlo: essa non è una descrittiva “del” capitalismo, che va analizzato piuttosto nei capitalismi, nel tempo e nello spazio. L’idea ingenua di avere, nel “sistema di Marx”, uno strumento bell’e pronto di analisi economica, utilizzabile in ogni tempo e luogo “del” capitalismo, è davvero alle nostre spalle.

Ma: permette questa teoria di pensare la mondializzazione della produzione capitalistica?In sé o astrattamente, “mondializzazione” è qui tendenziale sussunzione di tutta la rsc nelle forme di moto del processo di capitale (o con esso compatibili o da esso derivabili). Ciò vale sia per il processo di produzione immediato, sia per le figure derivate (circolazione complessiva, profitto, regolazione monetaria del mercato mondiale.) E – già a questo livello astratto – la estensione universale della riproduzione capitalistica e relativa sussunzione di forme antecedenti non pare poter essere estensione uniforme e uniforme “sviluppo” [xxiv]. Già nel “modello puro” (la “media ideale” cui Marx mira nel disegno teorico dei tre libri canonici del Capitale [xxv]) vi si oppongono le tendenze alla concentrazione, l’emergere del capitale fittizio, e, ad altro livello, la rendita assoluta. (Non vi è, nel modello puro, invece, impoverimento progressivo della classe operaia in senso primario, insieme complessivo dei lavoratori del capitale fungente [xxvi]). Si tratta – è importante notarlo – di tendenze inerenti al modello come “media ideale”, senza “storia reale della concorrenza”: e le “tendenze controoperanti” sono formulate allo stesso livello di astrazione [xxvii].

Tutto ciò, in quanto è ancor a monte di ogni determinazione sociopolitica, rimanda ancora una volta alla doppia dimensione del mpc, temporalità specifica, che comprendeastrattamente la universalizzazione e la sussunzione in lei e sotto la sua legge delle altre forme di produzione; e unità di funzione e conflitto tanto, in genere, di lavoro e capitale quanto dei capitali tra loro.
Ma: sia le determinazioni empiriche (per es., risorse e territori via via “aperti” al capitale); sia quelle storico-sociali, con la violenza che ha luogo nel superamento della loro resistenza alla “capitalistizzazione” (si pensi alla nuova “accumulazione primitiva” o separazione di centinaia di milioni di produttori dalle loro condizioni di sussistenza comunitaria, che dà luogo, oggi, alle megalopoli del cosiddetto “Terzo Mondo”); sia finalmente, e a fortiori, la “storia” politica degli Imperi del xix e xx secolo, devono essere analizzate in una concrezione ulteriore, diversificata per i suoi oggetti, e di nuovo, in linea di principio infinita.  

E però: esse possono venir così analizzate, ricondotte alla teoria, e modificarla. Il modello di processo, “mpc”, è qui guida e criterio, altrettanto, quanto è verificato/falsificato, cioè modificabile come modello, nel “normale” andamento del processo scientifico. Alla domanda posta all’inizio di questo paragrafo, la risposta è dunque: la teoria permette dipensare la mondializzazione, in quanto permette di formulare dei criteri di analisi. “Pensare”, in questo senso, non è ancora “conoscere”. Ma è già orientare a un oggetto, che dovrà essere inteso come un processo complesso, di lungo periodo, prevedibilmente ricco di contrasti: lontano dalla parola d’ordine neoliberale della “globalizzazione”[xxviii].
“Globalizzazione” è la frase, il mot de passe terroristico usato per paralizzare ogni resistenza all’attacco a tradizioni, diritti conquistati in lunghissime lotte dai lavoratori (resistenza diffamata come “conservatorismo”); l’attacco al salario globale (diretto, indiretto e differito); la politica della segmentazione delle classi lavoratrici, non solo a livello planetario, ma anche e insieme a livello nazionale, regionale, locale, scatenando dappertutto la “guerra tra i poveri”. Ogni banchiere sa bene distinguere tra mercati “organizzati” e “non organizzati” (e investe di conseguenza): parlare di “mercato” senza aggettivi, e di “globalizzazione”, è soggiacere a una frase vuota – all’evocazione mistica di un démone superiore agli uomini. “Solo un dio potrà salvarci” è la formulazione filosofica di questo estremo irrazionalismo.

6. In senso lato, tuttavia, l’espressione “mondializzazione” riguarda fenomeni diversi e disparati. La nuova mobilità dei flussi finanziari in “tempo reale” (quella sì, e sola, quasi “globale”, e dotata di sue esclusive istituzioni di concertazione e potere); l’emergere di imprese “multinazionali” i cui trasferimenti interni costituiscono una quota rilevante di tutto l’interscambio mondiale; la perdita di sovranità fiscale degli stati; poi, nella sfera produttiva, la “rivoluzione industriale” informatica e suoi effetti; o ancora, le figure politico-istituzionali all’opera nella gerarchia del “nuovo ordine mondiale”; ecc.

Per tutti questi aspetti (e altri affini) il riferimento può essere la nozione della rsc in quanto “mondiale”. Per un lato, questa è, ovviamente, una pura idealità; per un altro, in quanto si riscontrino tendenze che orientino negativamente e positivamente verso una “riproduzione sociale complessiva mondiale”, due punti di vista sembrano presentarsi:
1. Nella misura in cui l’intero insieme dei rapporti e processi di riproduzione capitalistici (o sussunti nelle forme capitalistiche) sia “investito” da nuove grandi spinte “mondializzanti”, e debba dunque considerarsi in movimento, si ripresenta la doppia dimensione del mpc. Infatti: non solo la “forma delle crisi” non è la “causa di questa crisi” (vedi sopra): altrettanto la “forma dell’accumu­lazione” non è determinante di questo grado di velocità e “fluidità” del ciclo dei capitali, della circolazione del capitale complessivo ecc. Si apre qui un campo assai vasto di rilevazioni e di modellazioni parziali [xxix].

Qui, sembra, l’esame del “concreto” permetterà poi il confronto con lo “astratto”, e l’individuazione di modalità dell’universalizzazione del mpc che – astrattamente appunto – è sua tendenza epocale.
2. Ma questo stesso terreno d’indagine comporta dimensioni di funzione/­conflitto. Le resistenze, anche i contropoteri politico-sociali che si presentano in parte, di fronte al moto del capitale internazionalizzato, possono essere analizzate e ricondotte alla figura delle classi e della loro egemonia in contrasto (che non ha bisogno di esser consapevole per esplicarsi – almeno non dalla parte delle classi dominanti). “Classi” è qui innanzitutto processo della rsc: e gli attori, individui e gruppi, non sono dunque rappresentati (astratti) “uomini”, ma determinamenti dell’endiade individuo-società, e quindi figure dell’agire, che èsempre nella modalità del possibile, e della posizione di scopo [xxx].

7. Intendere la “mondializzazione” utilizzando la teoria del mpc e i suoi ulteriori sviluppi, e sviluppando la teoria e la conoscenza dei processi effettivi, permetterà anche di disegnare una mappa ipotetica dei fenomeni in corso – cioè di trovare un primo orientamento, da correggere strada facendo.

Al di là del “pensiero unico” e degli slogans neoliberali, mi sembra possano distinguersi tre livelli principali della strategia tuttora prevalente:
- la segmentazione, globale e “molecolare” della classe operaia, con la conseguente chiusura in “gabbie” localistiche, corporative, anti-solidali;
- l’attacco alla sovranità politica, alla cittadinanza effettiva e cosciente, lo svuotamento di ogni forma di democrazia (perfezionato dalla “politica” come campagna pubblicitaria e spettacolo, ossia dal nome vuoto della cosa reale abolita);
- l’attacco ad ogni sapere “disinteressato”, la richiesta pressante di produrre “teste d’opera”, cioè specialisti addestrati-non-cólti, in una parola: l’attacco alla ragione moderna in quantomedium di autoriproduzione collettivo, impensabile senza sfere di comunicazione universalistiche; questo attacco non contrasta la diffusione di derive identitarie e neo-mistiche (al contrario!); ed è omologo alle ideologie irrazionalistiche diffuse a livello “alto” e “basso” di cultura.

Anche lo studio di questi livelli (se qui non del tutto erroneamente abbozzati) esigerà molto, e paziente e lungo lavoro. Vale ricordare, forse, che anche i Quaderni del carcere furono scritti dopo una sconfitta.



1 cfr. J. Derrida, Spectres de Marx , Paris 1993.

1 bis Anche grazie all’ampio lavoro di ricostruzione storico-critica condotto negli ultimi 25-30 anni nell’ambito della nuova mega (Marx-Engels-Gesamtausgabe). Solo una piccola parte di questi studi è stata resa nota al lettore italiano. Tra gli altri: W. Tuchscheerer, Prima del Capitale, Firenze 1980; V.S. Vygodskij, Introduzione ai Grundrisse di Marx , Firenze 1974; id., Il pensiero economico di Marx , Roma 1975. Per una bibliografia si può consultare il periodico “mega-Studien”, a cura della Internationale Marx-Engels-Stiftung di Amsterdam, a partire dal 1994.

2 D’ora in poi: mpc.

[ii]bis V. infra, e le note 13 e 19.

[iii] Grundrisse, Berlin 1953, p. 600.

[iv] ivi, P. 175. cfr. anche Capitale I, cap. 11, in fine : “il mpc si espone [stellt sich dar] come necessità storica per la trasformazione del processo lavorativo in processo sociale ... e dall’altra parte questa forma sociale del processo lavorativo si espone come metodo applicato dal capitale per sfruttare il processo lavorativo con maggior profitto, grazie all’accrescimento della sua forza produttiva”.

[v] Riprendo il titolo del notevole quadro critico dei problemi della teoria del mpc pubblicato da G. M. Cazzaniga presso Liguori, Napoli 1981.

[vi] V. E. Altvater, La teoria del capitalismo monopolistico di Stato …, in Storia del marxismo, IV, p. 651 ss. (Torino, 1982), per un’utile esposizione della discussione su “monopolio” e “concorrenza” tra il 1960 e il 1980.

[vii] cfr. le considerazioni di metodo di E. Altvater, in Sachzwang Weltmarkt, Hamburg 1987, parte III (Forma e contraddizioni del modello globale di accumulazione).

[viii] Nel 1867 Marx ritiene possibile, in seguito alla “inevitabile conquista del potere politico da parte della classe operaia”, un’educazione politecnica universale come passo in direzione del “superamento della vecchia divisione del lavoro”. Ma aggiunge: “lo svolgimento delle contraddizioni di una forma storica è l’unica via storica per la sua dissoluzione e la sua trasformazione” ( Capitale I , trad. Cantimori, Roma 1952, vol. 2, p. 201). Non è affatto necessario parlare di “utopismo”: si tratta di un possibile, aperto e negato nel processo complessivo.

[ix] mega II./3.4, p. 1129 ss.; cfr. mew, 26.2, p. 508 ss. (Critica della teoria dell’accumulazione di Ricardo.)

[x] mega II/4.2, p. 324; cfr. Capitale III, cap. 15, § 2.

[xi] È un peccato che lo studio fondamentale di Michel Vadée su questi problemi, che per primo si appoggia sulla ricostruzione storico-critica dei testi, non abbia trovato un editore italiano. V. intanto M. Vadée, Marx penseur du possibile, Paris, Klincksieck, 1992, p. 184, 253, 347s.

11bis Grundrisse, cit., p. 592-4.

[xii] Essa era stata posta già nel 1966 alla base dello “studio sulla struttura economica e sociale americana” di P. Sweezy e P. Baran, Il capitale monopolistico (tr. it. Torino 1968). Cfr. in particolare il capitolo conclusivo, “Il sistema irrazionale”, p. 281 ss.

[xiii] Per quanto riguarda il piano marxiano dei “6 libri” (che avrebbero costituito anche uno spaccato storico della produzione capitalistica ai suoi tempi), il lavoro di ricostruzione delle loro linee generali, sulla base del lascito manoscritto, era stato avviato da W. Jahn e dai suoi collaboratori a Halle (v. “Arbeitsblätter zur Marx-Engels-Forschung”, n. 20, Halle 1986). In generale, per la graduale elaborazione della nozione e della teoria di “formazione economico-sociale” nell’opera di Marx (e di Engels), abbiamo una prima periodizzazione nelle ricerche di E. Engelberg e W. Kuttler e dei loro collaboratori: v. Formationstheorie und Geschichte, Berlin 1978; Gesellschaftstheorie und wissensch. Erkenntnis, Vaduz 1985.

[xiv] Non è il luogo di ricordarne le tappe. Decisiva, ritengo, è qui la nozione di “egemonia di classe”, attuata in tutte le forme di vita sociale, e che ispira l’analisi della società italiana neiQuaderni di Gramsci. Essa mira a dare uno “spaccato verticale” del processo, tendenzialmente in tutte le sue manifestazioni attive: cfr. la nozione di “blocco storico”. (Il solo modo di “continuare” questa analisi era, pertanto, quello di rifarla , in tempi nuovi e contesti di “internazionalizzazione” più avanzati.)

[xv] D’ora in poi: rsc.

[xvi] cfr. l’avvio di Capitale III, ed. it. cit., vol. 1, p. 55.

[xvii] Una storia del marxismo sotto questo profilo resta da scrivere. Essa è possibile, mi pare, dopo il tramonto del “marxismo ufficiale”, e con esso, delle corrispondenti “eterodossie”.

[xviii] Cfr. Ontologie des gesellschaftliches Seins, Darmstadt 1986, vol. 2, p. 706.

[xix] Cfr. V. Vygodskij, Zu einigen Dogmen der Marx-Interpretation, in “Beiträge zur Marx-Engels-Forschung. Neue Folge”, Hamburg 1993. Di una “compiutezza” della teoria marxiana non si può parlare, secondo il grande filologo recentemente scomparso. La parte meno incompiuta, appunto la teoria del mpc, è svolta “a un livello di astrazione insolitamente elevato. Le tesi fondamentali della teoria economica [di Marx]… furono elaborate nel processo di ascensione dal concreto all’astratto, mentre il processo opposto […] venne solo iniziato” (p. 108). Gli “8 dogmi” esposti dal Vygodskij in queste pagine costituiscono il suo testamento scientifico. Infatti la loro critica era presente in tutta l’opera precedente del Vygodskij e dei ricercatori attivi nella ricostruzione storico-critica alla base della nuova mega, da lui in buona parte ispirati - a partire dalla Storia di una grande scoperta di Marx, apparsa a Mosca nel 1965. (Bisognava , allora, saper leggere le dotte note di lavori rigorosamente scientifici …].

[xx] Da Lujo Brentano a F. Braudel le espressioni “storia del capitalismo”, “dinamica del capitalismo” sono venute a significare la constatata diffusione di modalità di produzione e di scambio. Queste ricerche (come oggi, per es., quelle di storici dell’economia come P. Malanima) hanno grande interesse in quanto ricostruzione di situazioni di fatto e classificazione di materiali. Come per la scuola storica italiana or’è un secolo, l’influenza di idee marxiane (il “canone storiografico” di B. Croce!) andrà tenuta distinta dalla storia scientifica del progetto di conoscenza avviato da Marx. Non è questo il luogo di tentarla - bastino qui pochi nomi - Hilferding, R. Luxemburg, Lenin storico del Capitalismo in Russia, Grossmann, E. Varga, M. Dobb ...

[xxi] Questo è il senso della citazione gœthiana: “ Vernunft wird Unsinn, Wohltat Plage” e dei richiami a Fourier nella parte III del testo. Cfr. mew, vol. 19, p. 216 ss., 228.

[xxii] “Se nella società così come essa è, non trovassimo, velate, le condizioni materiali di una società senza classi e le forme di relazioni loro corrispondenti, ogni tentativo di sovvertimento sarebbe donchisciottesco” - Marx, Grundrisse, ed. cit., p. 77.

[xxiii] È ben noto il passo dei Grundrisse (l.cit., p. 30-31) sull’“impossibilità” di Vulcano all’epoca delle locomotive, etc.; ma considerazioni almeno analoghe si possono fare sull’insostenibilità, per es., della piccola proprietà contadina, alla lunga, in un paese di affermata produzione capitalistica.

[xxiv] Marx non è assimilabile a W.W. Rostow. Ma il frantendimento della teoria del plusvalore relativo come una descrittiva “storica” di 3 (o 4) “fasi” della cooperazione sembra duro a morire.

[xxv] cfr. per es. Capitale III, ed. it. cit., vol. 3, p. 243.

[xxvi] V. V. Vygodskij, cit., p. 112-114 (“Dogma del carattere subordinato della lotta economica della classe operaia”, e ricostruzione della teoria marxiana sul “salario medio”).

[xxvii] La fenomenologia di queste tedenze rimane perciò stesso aperta. La determinazione nell’un senso o nell’altro rimanda al “moto reale della concorrenza”, perciò all’analisi di “configurazioni” (per riprendere il termine labriolano) dei “capitalismi” e delle loro relazioni diacroniche e sincroniche. Uno studio recente in E. Altvater, Die Zukunft der Marktes, (col sottotitolo: “Studio sulla regolazione del denaro e della natura dopo il crollo del "socialismo reale"”), Münster 1991.

[xxviii] V. José Barata-Moura, Universalisme: à la recherche d’une raison concrète, sulla distinzione necessaria tra un processo reale di “mondializzazione” e la “idéologie de la globalisation à credo neo-libéral” con le sue pretese di incontrastata egemonia. In:Universalismus - Universalität, Salzburg 1998 (pubblicazioni del Convent für europäische Philosophie und Ideengeschichte), p. 83 ss.

[xxix] Negli ultimi anni prima della sua fine, lo ipw [Institut für Politik und Wirtschaft, Berlino (est)] aveva avviato studi in questo senso. V. tra l’altro il libro di H. Heininger e L. Maier,Internationaler Kapitalismus, Berlin 1987.

[xxx] Rinvio per questo punto a A. Mazzone, La temporalità specifica del Modo di produzione capitalistico, nel vol. Marx e i suoi critici, Urbino 1987, p. 253 s.

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