Le parole del nostro presidente sono importanti. Se ne ricava che, nell’aprile 2017, era già in atto un conflitto armato in Ucraina (“sul terreno”), che si doveva tentare di consolidare un “cessate il fuoco” e che una soluzione pacifica appariva tuttavia ancora possibile nel quadro degli “accordi di Minsk”. La guerra era dunque già in atto e aveva, per il momento, la forma di un conflitto armato tra governo centrale ucraino e regioni russofone, con grave spargimento di sangue. (…) Giustamente il Corriere della Sera dava il massimo rilievo all’incontro Mattarella-Putin ponendo in prima posizione anche gli aspetti economici e culturali inerenti al colloquio tra i due presidenti. “La cultura”, aveva detto tra l’altro Mattarella, “lega storicamente russi e italiani, tradizionalmente e particolarmente i giovani”. (…)
Costituisce dunque problema l’irruenza russofoba di questi ultimi anni. Essa appare incentrata sul falso storico-politico-militare secondo cui la guerra in Ucraina sarebbe incominciata nel febbraio 2022, ed è costellata di iniziative a carattere isterico quali il taglio dei fondi universitari per i dottorati in Lingua e letteratura russa (in antitesi con le parole del presidente Mattarella sui rapporti antichi e solidi tra russi e italiani sul piano culturale) o la grossolana vicenda del concerto annullato alla Reggia di Caserta o il divieto di opere liriche russe alla Scala e così via. Per tacere della raffica di “sanzioni”, a fronte della paralisi della volontà e forse anche della coscienza morale dimostrata dall’ue, complice de facto dei crimini israeliani a Gaza e in Cisgiordania.
Si è ostentata indignatio all’indomani del previsto (dall’allora presidente Usa Biden) intervento diretto della Russia nel conflitto in atto contro le province russofone dell’ucraina. E certo facit indignatio versum, come dice Giovenale. Però dipende. Nel 1956 (3 novembre), truppe paracadutate anglo-francesi attaccarono l’egitto, che aveva “nazionalizzato” il Canale di Suez; gli Stati Uniti non ebbero remore a far lo stesso quando si trattava di Guatemala o di Panama, e più di recente nel caso della breve e feroce guerra tra Iran e Israele. E si potrebbe ricordare l’aggressione nato alla Jugoslavia (1999) e all’iraq (2003); o alla Libia – daccapo protagoniste Francia e Inghilterra – nel 2011. Niente indignatio all’epoca di tutti questi interventi, ma solo retorica (le “primavere”!) e false notizie (le armi chimiche di Saddam).
È sufficiente, per spiegare questa etica a corrente alternata, la nozione di “russofobia”? Certo, il fenomeno esiste ed è stato studiato e documentato, per esempio dal sociologo ginevrino Guy Mettan in Russofobia. Mille anni di diffidenza. Ma è solo un aspetto del problema. Più a fondo si spinge il volume di Hauke Ritz (classe 1975), conoscitore di prima mano della Russia postsovietica e attualmente attivo presso lo European Democracy Lab.
Hauke Ritz ricorre a un’eloquente analogia storica – il conflitto romano-cartaginese, implacato fino alla distruzione di Cartagine – per raffigurare l’ostinazione (delenda Carthago!) con cui l’occidente conduce la sua lotta contro la Russia quale che sia il regime politico-sociale vigente in quel Paese. Nell’ottobre 1918, un grande esponente della cultura tedesca, Ulrich von Wilamowitz-moellendorff, fece ricorso alla stessa analogia per esprimere la volontà distruttiva inglese contro la Germania. Hauke Ritz cerca di scavare nelle cause. Ha d’occhio soprattutto il XX e il XXI secolo, ma non trascura antefatti importanti quale fu, alla metà circa del XIX, la guerra di Crimea: l’aiuto risolutivo anglo-francese a sostegno dell’impero ottomano contro la Russia.
LA DIAGNOSI DI RITZ – che approda all’utopica ipotesi di una rifondazione dell’ue – ruota intorno alla cesura epocale del 1917/1920: la Rivoluzione bolscevica, la guerra civile fomentata dalle potenze occidentali e dal Giappone, la nascita dell’internazionale comunista e i suoi effetti planetari. In quelle vicende, intrecciate con la conclusione banditesca della prima guerra mondiale (trattato “di pace” di Versailles), presero corpo in Occidente – è questa la tesi di Ritz – un allarme-paura, un odio, una volontà di “resa dei conti” che durarono, e durano ancora ben oltre la fine dell’URSS. (…) La Rivoluzione bolscevica – argomenta Ritz –, avendo innescato il moto irresistibile della decolonizzazione (velocior dopo il 1945), ha ferito per sempre le aspirazioni e gli interessi delle potenze imperialistiche, soprattutto quelle che a Versailles fecero la parte del leone: Francia e Inghilterra. La scomparsa dell’ordinamento politico-statale sovietico non ha mutato questo stato di cose. E anzi la scelta di Putin di porre fine alla deriva e alla disintegrazione della Russia ha riacceso le ostilità. Non è certo un caso che, intorno all’asse Russia-Cina, si sia formato il gruppo anticolonialistico dei Brics. (…)
Ritz scriveva prima che venisse a maturazione la frattura (che ora si manifesta sotto forma di guerra commerciale) tra Stati Uniti e Ue: una crisi che va ben oltre i dazi e che ha indotto ad esempio il direttore del Corriere della Sera a prospettare la legittimità di definire gli Stati Uniti “ex alleato” dell’ue (11 agosto 2025, p. 27). È la nozione monolitica di “Occidente” che probabilmente andrà ancora una volta rivista, come già lo fu, per esempio, negli anni Trenta del Novecento, o quando veniva a maturazione il primo conflitto mondiale. “L’orchestra” non ha più un direttore incontrastato. E l’analisi potrebbe utilmente essere diversificata.
Spentasi man mano l’euforia conseguente alla “fine dell’impero del male” (come Reagan chiamava l’URSS), ripropostosi con prevedibile durezza il conflitto di potenza (acuito dall’espansione della Nato fin sotto San Pietroburgo), incrinatosi l’automatismo onde Usa, Nato, Ue furono a lungo la stessa cosa (con peso economico peculiare per il “socio di maggioranza”), riemergono i contrasti di interesse (sopiti quando la Russia era a pezzi) intrinseci alle relazioni internazionali. (…) Perché gli Stati Uniti si rendessero conto di questo stato di cose è stato necessario il cambio di presidenza, che ha tolto all’ue il comodo automatismo del “potente alleato che pensa a risolvere problemi”. Il risveglio è stato brusco e penoso. (…) Questo stato di cose ha incrinato la sempre più sbiadita Ue.
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