lunedì 16 maggio 2022

Le ragioni della Russia - Aristide Bellacicco

Da: https://www.lacittafutura.it - Aristide Bellacicco, "Collettivo di formazione marxista Stefano Garroni"

Leggi anche: La fabbrica della “russofobia” in Occidente - Sergio Cararo

Liquidare la Russia e isolare la Cina - Lucio Caracciolo (12.04.2021)

La conflittualità valutaria e l’enigma del gas valutato in rubli - Francesco Schettino

Annie Lacroix-Riz: "C'è un contesto storico che spiega perché la Russia è stata messa all'angolo"

Quale idea di Occidente? Un’analisi filosofica del conflitto - Vincenzo Costa



Un esame delle ragioni del conflitto alla luce non dello “scontro fra potenze” ma della volontà di potenza statunitense.

È necessario che nella questione Ucraina si operi una scelta di campo: non soltanto da parte marxista ma da parte di tutti coloro che sono ancora in grado di confrontarsi col mondo e con la situazione internazionale sulla base di un atteggiamento razionale che tenga conto della natura storica degli avvenimenti in atto.

La fine della seconda guerra mondiale ha decretato il ruolo egemonico degli Stati Uniti d’America e, insieme, un assetto geopolitico che è stato definito “guerra fredda” nei suoi effetti militari e politici e, sul piano ideologico, ha dato luogo alla contrapposizione fra “democrazie occidentali” e “totalitarismi”.

Paradossalmente, ma non tanto, questa visione ha legittimato nel secolo scorso, e segnatamente dopo la fine dell’Unione Sovietica –vale a dire del principale paese classificato come “totalitario”- la libertà degli Stati Uniti di proporsi e agire come poliziotto del “mondo libero” intervenendo militarmente ovunque l’abbiano ritenuto opportuno in base ai propri interessi: Jugoslavia, Iraq (due volte), Afghanistan ecc.

Ma ancor prima che l’URSS implodesse, l’azione dei servizi e dell’esercito nordamericano si era rivolta con estrema determinazione contro varie esperienze riconducibili a movimenti di indipendenza nazionale e di carattere antiimperialista: basti qui ricordare il Vietnam, Cuba e il Cile.

Lo svilupparsi di questo ruolo di sovrintendente ai destini del mondo ha visto coinvolte diverse amministrazioni statunitensi – a prescindere dal colore politico – nel sostegno attivo a regimi oppressivi in Sudamerica (Pinochet, la dittatura militare in Brasile e Argentina, il sostegno ai “contras” nicaraguensi, lo scontro col Venezuela chavista e così via) e nello scatenamento di guerre in Medio – Oriente secondo il piano di un “nuovo ordine mondiale” progettato soprattutto da Bush figlio e dal suo entourage di neoconservatori e funzionale esclusivamente alla difesa degli interessi strategici ed economici statunitensi (petrolio, risorse, occupazione di vaste aree in chiave geopolitica).

Lentamente, ma non tanto, gli Stati Uniti hanno quindi via via abbandonato il ruolo di alfieri del “mondo libero” per trasformarsi in un super – Onu (mentre il ruolo di quest’ultimo veniva in sostanza svuotato sempre di più) sulla base della pura e semplice preponderanza militare ed economica.

Non solo: dopo l’undici settembre 2001, e al di fuori di qualsiasi contesto legale internazionale, gli Stati Uniti hanno costruito prigioni e luoghi di detenzione e tortura per i combattenti iracheni, afghani e quant’altro senza che nessuno, o quasi, dicesse una sola parola di condanna o esprimesse per lo meno qualche perplessità. La pura e semplice difesa dei propri – e solo dei propri – interessi, ha consegnato loro – nel silenzio, ripeto, di quasi tutti- una sorta di patente di immunità e impunità e, in ultima analisi, una sorta di licenza di uccidere chiunque e dovunque senza dover rendere conto a nessuno delle proprie azioni.

A ciò si è accompagnata l’espansione metastatica della NATO che, pur avendo perso con la fine dell’Unione Sovietica la propria principale ragion d’essere, è riuscita a imporsi nel ruolo di unica alleanza militare ad esclusivo sostegno della politica militare statunitense.

L’Europa, che pure – almeno sul piano teorico – avrebbe potuto costituire un polo alternativo allo strapotere USA o, se non altro, giocare un ruolo di mediazione, si è allineata senza colpo ferire: e di recente tutti i governi europei hanno accettato di aumentare il proprio contributo alle spese militari NATO a tutto ed esclusivo vantaggio degli Stati Uniti.

È in questo scenario che si innesta la questione Ucraina, che non è iniziata con l’invasione del paese da parte dell’esercito russo (la chiamo invasione perché tale è) ma almeno otto anni fa col colpo di stato (e lo chiamo così perché tale fu) che portò alla destituzione di Janukovic in seguito ai fatti di Euro Maidan.

Il ruolo statunitense in questa vicenda è sufficientemente noto da far pensare che non si dovrebbero spendere troppe parole per illustrarlo: però, vista l’amnesia collettiva che sembra aver colpito i governi europei, è bene ricordare che l’intera manovra fu, fin dall’inizio, rivolta contro la Russia e che era strettamente legata all’ipotesi di fare dell’ Ucraina un membro dell’ Alleanza e chiudere così l’accerchiamento a mosaico le cui tessere erano già i paesi baltici, la Polonia, l’Ungheria e, in generale, molte o tutte le nazioni ex-aderenti al Patto di Varsavia.

E tutto ciò in barba alle promesse, a suo tempo fatte dagli americani a Gorbaciov, di non allargare la NATO al di là dei confini della Germania.

Pur senza approfondire la questione, che necessiterebbe di una trattazione assai dettagliata, bisogna però tener presente che il convitato di pietra che oggettivamente dirige il gioco è la crescente problematica economica (intendi: egemonia del dollaro) con cui da decenni gli Stati Uniti fanno i conti, a partire dalla rottura dell’equilibrio di Bretton Wood negli anni settanta del secolo scorso: un effetto, almeno in parte, della stessa globalizzazione di cui gli USA portano una responsabilità tutt’altro che secondaria e che ha prodotto, o ha agevolato, la crescita tumultuosa della Cina con cui, volenti o nolenti, si devono fare i conti – e gli americani lo sanno perfettamente considerata la quota massiccia del loro stesso debito pubblico che giace nelle banche cinesi.

Il quadro sinteticamente delineato fin qui- che non ha alcuna pretesa di esaustività né di immunità da critiche e precisazioni – è però sufficiente perché ci si pongano alcune domande e si proceda alla messa in luce di determinate questioni di fondo e cioè:

1. Per quale ragione la Russia non avrebbe dovuto reagire all’accerchiamento NATO quando gli USA, per molto meno e su terreni quanto mai distanti dal loro territorio nazionale, non si sono fatti scrupolo di aggredire, ad esempio, l’Iraq e l’Afghanistan? L’Ucraina si trova alle porte della Russia: cosa sarebbe successo in Europa se, mettiamo, la Germania o l’Italia avessero aderito, a suo tempo, al patto di Varsavia?

2. Per quale ragione si deve valutare differentemente l’intervento statunitense nel secondo conflitto mondiale, volto alla sconfitta dell’ hitlerismo, a fronte delle analoghe motivazioni che la Russia riconosce alla base del proprio intervento in Ucraina? È mai possibile che il Corriere della sera, alcune settimane fa, non abbia avuto remore a pubblicare un’intervista col comandante del battaglione Azov (pieno zeppo di neonazisti) presentandolo come, e solo come, un eroico combattente per la libertà del proprio paese? D’altra parte, considerando che fin dal 2015 il partito comunista è stato messo fuori legge e che, di recente, ben undici partiti hanno seguito la stessa sorte perché contrari alla politica di Zelensky, i dubbi sulla natura democratica dello stato Ucraino non fanno che rafforzarsi.

3. Perché, dal 2014 in poi, in Europa e nell’intero “occidente” si è taciuto sulle aggressioni cui la parte russofona del popolo ucraino è stato fatta oggetto da parte dei vari governi succedutisi in quel paese nonostante gli accodi di Minsk? Perché si è taciuto sulla proibizione di insegnare il russo nelle zone del Donbass e di Lugansk? Cosa sarebbe successo se l’Italia avesse adottato la stessa politica verso, ad esempio, l’Alto-Adige? E come non tener presente che la stessa Pax Christi ha recentemente sollevato la questione della pressione culturale e militare esercitata verso l’est dell’Ucraina da parte del governo centrale negli ultimi sette- otto anni?

4. Nel 1991, sotto impulso della Santa Sede, l’Islanda per prima, seguita poi da molti o tutti i paesi europei, riconobbe l’indipendenza della Croazia, senza tenere in alcun conto che così facendo si scoperchiava una pentola ad altissima pressione, come poi si è visto nello sviluppo terribile delle guerre nella ex- Jugoslavia. A fronte di ciò, perché la Russia – e a maggior ragione, trattandosi di popolazioni a lei vicine per tradizioni e cultura nonché per la lingua- non avrebbe dovuto riconoscere le repubbliche di Donestsk e Lugansk? E perché sarebbe così scandaloso che chieda il riconoscimento della Crimea come zona di pertinenza russa, considerato anche il referendum che si tenne a suo tempo? C’è anche da considerare che quelle zone sono state trattate, a quanto dicono alcuni analisti, come un fanalino di coda nello sviluppo capitalistico dell’Ucraina stessa.

5. Per quale ragione ci si deve scandalizzare della richiesta Russa di pagare il gas in rubli – fra l’altro, questo è un modo molto sbrigativo di esprimersi, perché le cose non stanno proprio così – e nello sesso tempo si continua a considerare normale che si paghino in dollari il petrolio e molte altre materie prime? E si tenga presente che non esiste nessun’ altra ragione di questo stato di fatto se non la necessità che gli Stati Uniti hanno, e che poi si ritorce contro di loro, di mantenere in piedi attraverso la supremazia del dollaro la loro traballante economia.

Ci fermiamo qui sebbene l’elenco delle domande e delle questioni potrebbe ancora continuare a lungo.

Quello che ci preme sottolineare è questo: che bisogna uscire dalla logica, astrattamente pacifista, del “né con l’uno né con l’altro” e riconoscere che – chiamando le cose col loro nome – il nemico da battere sono e restano gli Stati Uniti d’America nella loro pretesa di esercitare ancora e per sempre l’egemonia mondiale pur non essendo più in grado di sostenere questo ruolo e provocando, ad ogni loro nuovo tentativo in tal senso, guerre e sciagure per la maggioranza dell’umanità.

Per questo pensiamo che sia indispensabile, e anche urgente, riconoscere le ragioni della Russia e procedere al più presto a un’iniziativa diplomatica internazionale che riduca Zelensky e la sua cricca a più miti consigli.

È un sogno? Forse. Ma la guerra è invece sicuramente un incubo.

Nessun commento:

Posta un commento