sabato 21 febbraio 2026

È ANCORA POSSIBILE OPPORSI AD UN GENOCIDIO. CHI NON LO FA (QUASI TUTTI) È COMPLICE. VOGLIO RINGRAZIARE QUESTE PERSONE A CUI È RIMASTA ADDOSSO DELL’UMANITÀ. - Lavinia Marchetti

 Da: https://laviniamarchetti.altervista.org - Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti -

Vedi anche: Disunited Nations Medio Oriente: l'ONU nella bufera 

I casi del telecronista Stefan Renna, della regista Kawthar ibn Haniyya e della relatrice ONU Francesca Albanese.

– Stefan Renna: ha trasformato una telecronaca tecnico-sportiva in un atto di denuncia politica, scatenando un dibattito globale sui confini del giornalismo sportivo e sulla coerenza etica delle organizzazioni internazionali come il Comitato Olimpico Internazionale (CIO). Durante la discesa dell’equipaggio israeliano composto dal pilota Adam Edelman e dal frenatore Menachem Chen, Renna ha sospeso il consueto commento su traiettorie e tempi intermedi per focalizzarsi sul profilo ideologico dell’atleta Edelman. Il giornalista ha citato esplicitamente le dichiarazioni pubbliche del bobbista, che si era autodefinito “sionista fino al midollo” e aveva descritto l’operazione militare a Gaza come “la guerra più moralmente giusta della storia”.

L’analisi di Renna non si è limitata alla citazione, ma ha esteso il campo alla condotta extra-sportiva di Edelman. Il bobbista, nato a Boston ma rappresentante di Israele, è stato accusato di aver utilizzato i suoi canali social per minacciare attivisti internazionali, tra cui Greta Thunberg e i membri della “Global Sumud Flotilla”, auspicando per loro un incontro con Hamas a Gaza come “metodo diverso per ottenere lo stesso risultato finale”. Renna ha sottolineato come la partecipazione di atleti con posizioni così radicali e bellicose ponga un interrogativo profondo sulla missione olimpica di pace. Il giornalista ha ricordato come l’istituzione olimpica abbia escluso gli atleti russi e bielorussi a causa del conflitto in Ucraina, invocando la neutralità politica dello sport. Tuttavia, tale rigore sembra svanire di fronte al sostegno esplicito di atleti israeliani a operazioni militari definite da commissioni d’inchiesta delle Nazioni Unite come potenziali atti di genocidio.La risposta della RTS è stata indicativa della fragilità del sistema dell’informazione di fronte a temi polarizzanti. Sebbene il broadcaster abbia ammesso la veridicità fattuale delle informazioni riportate da Renna, ha rimosso il filmato dal proprio sito web, giustificando la scelta con l’inappropriatezza del formato e della lunghezza dell’intervento all’interno di un commento sportivo. La critica interna ed esterna ha però sollevato il dubbio che tale rimozione fosse dettata dal timore di ritorsioni politiche e diplomatiche, specialmente in un momento in cui la Svizzera si trovava a discutere il rinnovo della propria legge sulla radiotelevisione.

– Mentre sulle piste di Cortina si consumava lo scontro tra cronaca e propaganda, a Berlino, nel cuore del festival del cinema, la regista tunisina Kaouther Ben Hania offriva una lezione magistrale di coerenza etica. Invitata a ricevere il prestigioso premio “Most Valuable Film” durante il gala di “Cinema for Peace” per la sua opera The Voice of Hind Rajab. Il momento culminante della protesta di Ben Hania è avvenuto sul palco del gala berlinese, un evento frequentato da figure del calibro di Hillary Clinton e Kevin Spacey. La regista ha rifiutato di portare a casa la statuetta del premio dopo aver appreso che, nella stessa serata, l’organizzazione intendeva onorare il generale israeliano in pensione Noam Tibon per il suo ruolo in un documentario sugli eventi del 7 ottobre.

Ben Hania ha motivato il suo rifiuto con parole che hanno raggelato la platea: “Rifiuto di lasciare che queste morti diventino il fondale per un discorso educato sulla pace”. Ha sottolineato che ciò che è accaduto a Hind Rajab non è un’eccezione, ma parte di un genocidio. Accettare un premio nello stesso spazio fisico e simbolico in cui veniva celebrato un esponente di quell’esercito che aveva sparato oltre 300 proiettili contro l’auto di una bambina sarebbe stato, per la regista, un atto di tradimento verso le vittime. Il discorso di Ben Hania ha ridefinito il concetto di giustizia nel cinema. “La giustizia significa responsabilità (accountability). Senza responsabilità, non c’è pace”, ha affermato, criticando duramente l’uso dell’arte come strumento di “lavaggio dell’immagine” (image-laundering) per poteri che cercano di apparire raffinati mentre avallano la violenza. La regista ha lasciato la statuetta sul palco come monito, dichiarando che sarebbe tornata a ritirarla solo quando la pace fosse stata perseguita come un obbligo legale radicato nella responsabilità per il genocidio.

La protesta di Ben Hania non è stata un atto isolato, ma si è inserita in un clima di boicottaggio intellettuale che ha visto come protagonista anche la scrittrice e attivista indiana Arundhati Roy. La vincitrice del Booker Prize ha annunciato il suo ritiro dal festival di Berlino 2026 in segno di sdegno per le dichiarazioni del presidente della giuria, il regista Wim Wenders. Oltre 80 partecipanti al festival, tra cui attori come Javier Bardem e Tilda Swinton, hanno firmato una lettera aperta condannando il silenzio della Berlinale su Gaza. I firmatari hanno evidenziato l’ipocrisia di un festival che in passato ha rilasciato dichiarazioni nette su atrocità commesse in Ucraina o in Iran, ma che improvvisamente invoca la neutralità quando si tratta delle azioni di Israele. La lettera ha chiesto alla Berlinale di adempiere al suo dovere morale di opporsi apertamente ai crimini di guerra e alla pulizia etnica, rifiutando di farsi scudo per l’impunità diplomatica di uno Stato.

Questo scontro ha evidenziato come la “neutralità” istituzionale sia spesso una forma sofisticata di censura, volta a proteggere gli interessi economici e politici dei finanziatori pubblici a scapito della verità documentale e dell’impegno civile.

– Veniamo a ONU e Francesca Albanese: A seguito della richiesta di dimissioni avanzata dai ministri degli Esteri di Francia, Germania e Italia nel febbraio 2026, diverse articolazioni delle Nazioni Unite sono intervenute con dichiarazioni ufficiali per difendere l’integrità del mandato di Albanese e denunciare la natura strumentale degli attacchi basati su disinformazione.

La condanna del Comitato di Coordinamento delle Procedure Speciali (17 febbraio 2026)

L’intervento più netto è giunto dal Comitato di Coordinamento delle Procedure Speciali del Consiglio per i Diritti Umani, l’organo che rappresenta tutti i relatori indipendenti dell’ONU. In una nota ufficiale intitolata “Promuovere la giustizia, non la disinformazione”, il Comitato ha condannato fermamente gli “attacchi feroci (vicious attacks), radicati nella disinformazione” da parte di rappresentanti statali.

Il Comitato ha dichiarato testualmente:

“Denunciamo le azioni dei ministri di certi Stati che si affidano a fatti fabbricati per criticare la signora Albanese per dichiarazioni che non ha mai reso al 17° Al Jazeera Forum”.

“Gli Stati che pretendono di sostenere i diritti umani, la giustizia e lo stato di diritto dovrebbero investire il loro tempo e la loro energia nel chiamare a rispondere i colpevoli di atroci violazioni dei diritti umani, piuttosto che colpire chi investiga ed espone i crimini internazionali in modo obiettivo”.

“Gli Stati devono guardarsi allo specchio e intraprendere una correzione di rotta urgente. Devono scegliere di stare dalla parte giusta della storia”. 


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