Da: https://www.marxismo-oggi.it - Paolo Crocchiolo, professore dell'Università popolare Antonio Gramsci, già docente di evoluzionismo e filosofia all'Università americana e funzionario dell'Onu. Primario di malattie infettive e tropicali, già responsabile della ricerca clinica sull’AIDS dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (1988-1993) e già presidente del Comitato Scientifico Nazionale del Forum Droghe (2001-2008). Paolo Crocchiolo -
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Primum vivere, dein reproducere
Tutti gli esseri viventi, a cominciare dai batteri, manifestano comportamenti istintivi (principalmente l’acquisizione del nutrimento) atti a permettere loro di sopravvivere e crescere fino a raggiungere lo stadio della riproduzione. Quelli a riproduzione sessuata, in aggiunta e in associazione a questi istinti primari, necessitano anche di istinti che realizzino l’unione dei gameti maschili e femminili. Nell’uomo, infine, gli istinti di base e quelli sessuali s’intrecciano con l’insieme dei fattori culturali, anch’essi peraltro frutto dell’evoluzione.
I meccanismi di base della vita
Tutta la vita sin dal suo nascere (quattro miliardi di anni fa) è un risultato di selezione, che inizialmente premia fra tutte le molecole quelle in grado di replicarsi, poi quelle assemblate in geni capaci di costruire attorno a sé macchine riproduttrici, sempre più complesse, in grado di traghettarli alle generazioni successive. L’affermarsi della modalità sessuata della riproduzione determina la comparsa del meccanismo della selezione sessuale, un sottoinsieme di quella naturale, condizionata, nelle specie animali, dall’istinto all’accoppiamento propedeutico alla riproduzione stessa. Nelle specie ominidi che fanno attualmente capo alla nostra, gli istinti geneticamente trasmissibili sono andati compendiandosi con la cultura, che evolve come risultato di una serie di fattori tutti dialetticamente intrecciati fra loro (la stazione eretta, la fine manualità, l’aumento del volume cerebrale e la neotenia). La cultura, esclusiva della nostra specie, rappresenta un ulteriore elemento di complessità in grado di svincolarsi parzialmente dagli istinti primari e quindi di retroagire positivamente o negativamente su di essi.
Nella dinamica del vivente, il dato di partenza che condiziona tutto il resto è la propagazione del DNA e dei suoi segmenti funzionalmente attivi, i geni.
I geni sono segmenti funzionali, più o meno lunghi, di molecole di DNA. Come tali, trattandosi di entità chimiche, non hanno intenzioni, volontà, sensazioni o desideri (qualità queste che i geni delegano, via sistema neuro-ormonale, ai loro portatori). Siamo noi ad essere istintivamente predisposti a considerarne l’operato, attraverso la lente deformante del finalismo, come rispondente a uno scopo, invece che un risultato di selezione fra tutti i programmi alternativi sino ad ora emersi nel continuo bricolage dell’evoluzione.
I geni, per sopravvivere e riprodursi, hanno bisogno di costruire attorno a sé macchine viventi capaci di trasferirli ad altre macchine altrettanto efficienti. Ma per riprodursi, ogni essere vivente deve prima di tutto sopravvivere abbastanza a lungo per raggiungere lo stadio di crescita che ne permette la riproduzione. A sua volta, per raggiungere tale stadio, è necessario che il corpo, portatore degli stessi geni che lo fabbricano, sia in grado di sopravvivere nell’ambiente esterno e, soprattutto, di mantenere al suo interno un equilibrio omeostatico capace di evitarne la dissoluzione. Già i viventi costituiti da una sola cellula hanno potuto e possono sopravvivere e riprodursi solo a condizione di resistere all’ambiente esterno facendo ricorso a una parete batterica (nei procarioti) o a una membrana cellulare (negli eucarioti), ma ancor più stabilizzando (nel caso di questi ultimi) il “milieu intérieur” del citoplasma mediante sottili regolazioni biochimiche del pH, della pressione osmotica, della temperatura, della composizione dei fattori nutritizi da integrare e dei rifiuti da espellere, ecc. Questi stessi meccanismi diventano man mano più complessi negli organismi multicellulari, ma il principio di fondo rimane lo stesso: la potenziale sopravvivenza, almeno fino al momento della riproduzione, dell’involucro fenotipico che i geni costruiscono attorno a sé stessi.
Una delle inconsapevoli strategie vincenti dell’evoluzione è inoltre il raggruppamento, sotto forma di specie, di varianti fenotipiche individuali che condividono lo stesso genoma e che, mediante il continuo scambio e rimescolamento dei geni ad ogni generazione, producono quella biodiversità che favorisce la sopravvivenza nel tempo del DNA sottostante. Ogni specie, come una sorta di macrorganismo, rappresenterebbe in questo senso un investimento a lungo termine per il proprio genoma, capace di proteggerlo, nel tempo, dall’estinzione (1).
Il sistema neuro-ormonale e gli istinti
Ora, come tutti gli altri organi ed apparati corporei, anche il cervello, anzi il sistema neuro-ormonale degli animali che ne sono dotati, nasce e si evolve in questo contesto e in funzione di tali esigenze. Infatti, tale sistema non rappresenta che l’ultima tappa di un lunghissimo percorso evolutivo che parte dalla membrana cellulare dei protozoi, antenati comuni a tutti gli organismi attualmente viventi e che, dopo aver enormemente affinato le capacità motorie, sensoriali e reattive di quest’ultima, mantiene essenzialmente le stesse funzioni d’interfaccia col mondo esterno da un lato, e di regolazione del “milieu intérieur” dall’altro (2).
Il cervello dunque, dal punto di vista evoluzionistico non sarebbe che uno strumento man mano sempre più perfezionato, funzionale al mantenimento in vita ed alla potenziale capacità riproduttiva del corpo d’appartenenza. Attraverso i sensori propriocettivi diffusi a tutto l’organismo, esso sottopone ad un incessante monitoraggio tutti i parametri vitali di organi, apparati e sistemi operanti nella macchina vivente (pH, temperatura, imbibizione dei tessuti, glicemia, concentrazioni di calcio, potassio, ecc.), traducendone i vari livelli in sensazioni che vanno, passando attraverso tutte le gradazioni intermedie, dall’estremo benessere al più profondo malessere quanto più tali livelli si collocano, rispettivamente, all’interno di quelli che garantiscono l’integrità della macchina corporea o, viceversa, si avvicinano a quelli incompatibili con la vita. Secondo Damasio (3), vi è anzi una sorta di corrispondenza biunivoca tra stato di benessere percepito ed equilibrio omeostatico dei parametri vitali, nel senso che l’alterazione di uno o più parametri omeostatici si tradurrebbe in uno stato di malessere, più o meno inconsciamente percepito dal sistema della gratificazione posto all’interno delle aree cerebrali evolutivamente più antiche del sistema limbico, mentre uno stato di malessere per cause esterne si tradurrebbe invece nell’alterazione di uno o più parametri omeostatici dell’organismo corporeo. D’altra parte, la “coloritura emotiva” è così profondamente radicata nel sistema neuro-ormonale selezionato nel corso dell’evoluzione da permeare, nel caso del cervello umano, persino i discorsi apparentemente più aridi. Per citare ancora Damasio (4), noi “non siamo macchine pensanti che si emozionano, ma macchine emotive che pensano”. In questo contesto si collocano i riflessi e gli istinti, i quali possono essere definiti come associazioni geneticamente trasmissibili di tonalità edonistiche (5) (piacevoli o sgradevoli), con percezioni e comportamenti risultati rispettivamente, nelle generazioni passate, favorevoli o sfavorevoli alla sopravvivenza dei portatori incrementandone o diminuendone il tasso di riproduzione differenziale. Un tipico esempio di istinto è quello dell’allattamento nei mammiferi, per cui solo i neonati che associavano ad esso una sensazione di piacere hanno potuto trasmetterne i relativi geni in quanto solo essi erano in grado di crescere e raggiungere l’età della riproduzione a differenza di quelli che l’associavano a una sensazione sgradevole o a nessuna sensazione. Lo stesso si può affermare rispetto all’associazione della tonalità edonistica del piacere con l’atto sessuale. Persino l’altruismo può risultare gratificante, soprattutto considerando la comunanza di geni dell’individuo o degli individui che ne sono oggetto con quelli di chi lo esercita.
La sessualità
Vi è oggi ampio consenso tra gli scienziati che, centinaia di milioni di anni fa, la riproduzione sessuata nei pluricellulari s’impose su quella asessuata, cioè per divisione binaria, grazie al decisivo vantaggio rappresentato dal rimescolamento dei geni, e quindi dalla continua generazione di varianti che ne consegue, vantaggio prodotto dalla prima e non dalla seconda. Infatti, essendo il tasso di mutazioni dovute ai raggi cosmici uguale per tutti gli organismi, esso risulta sufficiente per creare biodiversità nei monocellulari, procarioti o eucarioti che siano, in virtù del loro numero e della loro velocità di riproduzione nell’unità di tempo, entrambi di un ordine di grandezza esponenzialmente superiore rispetto ai pluricellulari, in cui invece le mutazioni risulterebbero insufficienti se fossero l’unico fattore generatore di biodiversità.
Originariamente, le cellule germinali, portatrici ciascuna del 50% dei geni presenti nel genoma di una data specie, avevano eguali dimensioni, erano cioè isogameti. Successivamente, in séguito a quella sorta di clinamen per cui uno dei due isogameti cominciò a trattenere una maggior quantità di citoplasma e di organelli citoplasmatici, l’altro dovette evolutivamente compensare quello svantaggio con una riduzione delle dimensioni che però comportava una maggiore mobilità. Il distacco si allargò fino a giungere, ad un’estremità dello spettro, ad una cellula uovo immobile e di enormi dimensioni (un uovo di struzzo è costituito da una sola cellula!) e, dall’altra, ad un’infinità di spermatozoi mobilissimi e ridotti al volume minimo indispensabile, ossia a poco più del semplice DNA da essi veicolato. Una volta imbrigliati in questa sorta di percorso obbligato da essi stessi messo a punto, i geni, per propagarsi, dovevano salire a bordo dei loro gameti-navette (non essendoci altro modo per essere trasmessi alla generazione successiva: no shuttle, no party) e al tempo stesso erano costretti a costruire attorno a sé organismi-portatori, non solo in funzione della semplice sopravvivenza propedeutica alla riproduzione, ma anche in funzione delle esigenze dei loro gameti. Nell’economia della riproduzione, infatti, il principio del rasoio di Occam regna sovrano: si seleziona esattamente ciò che serve, senza inutili sprechi. I geni che finiscono per essere selezionati sono quelli che seguono la via più diretta e col minimo dispendio di energia, instillando semplicemente nelle macchine riproduttrici, loro strumento di propagazione, l’istinto all’accoppiamento; tanto che la nascita di qualunque animale sessuato potrebbe essere definita come un possibile effetto collaterale del piacere. Istinto all’accoppiamento, infatti, non significa istinto alla riproduzione (il quale di per sé non esiste anche perché non ce n’è alcun bisogno una volta che è presente il primo): nessun altro animale, del resto, è consapevole del collegamento fra accoppiamento e riproduzione.
Tutti i tratti somatici, ma anche quelli istintivi, che distinguono i due sessi nelle specie a riproduzione sessuata sembrano dunque originare da fattori quantitativi quali le dimensioni, il numero e la mobilità dei rispettivi gameti, in base alle cui esigenze essi sono stati selezionati.
Origini della cultura
A questo punto è necessario introdurre il discorso della cultura, ossia di quell’autocoscienza razionale che nell’uomo, a differenza degli altri animali, è in grado di modulare gli istinti e quindi orientarne il comportamento secondo principi ovvero regole che prendono il nome di etica. Anche la cultura è un prodotto dell’evoluzione, risultando dall’intrecciarsi dei quattro fattori già citati e tra di loro dialetticamente intrecciati, che sono la stazione eretta, la manualità, lo sviluppo della corteccia cerebrale e la neotenia.
Il bipedismo è il tratto che forse meglio si presta, almeno per la specie umana, a illustrare la validità della dialettica costi/benefici nella selezione dei tratti genetici, sia fisici che mentali. Prima ancora che nel genere Homo, tracce evidenti di andatura bipede si ritrovano nei nostri antenati già a partire da 5-6 milioni di anni fa e in maniera ormai ben consolidata 3 milioni di anni fa nella specie Australopithecus afarensis, di cui Lucy è la più celebre rappresentante. La stazione eretta si impone grazie ai vantaggi decisivi che offre alle specie di ominidi che si stabiliscono nell’ambiente arido della savana creatosi ad est della Rift Valley, molto diverso da quello umido delle foreste situate più a ovest. Tra i benefici vanno annoverati la possibilità di un più agevole avvistamento di prede e predatori volgendo il capo in tutte le direzioni, ma soprattutto l’opportunità di svincolare dalla locomozione gli arti anteriori trasformandoli in fini strumenti di mobilità, anche attraverso l’opposizione del pollice alle altre dita. Specularmente, gli arti posteriori e in particolare il piede vengono trasformati in solidi fattori di stabilità. La libertà delle mani costituisce il presupposto decisivo per la fabbricazione e l’uso degli strumenti, che al tempo stesso innesca e favorisce la parallela tendenza all’ingrandimento della massa encefalica e, in primo luogo, della corteccia cerebrale sede delle funzioni più importanti per il ragionamento logico, oltre che per lo sviluppo dell’autocoscienza.
Ma tutta questa serie di vantaggi evolutivi della stazione eretta ha avuto e continua ad avere i suoi risvolti negativi, soprattutto per le conseguenze del ruolo inedito svolto nella nostra specie, l’unica bipede tra i mammiferi terrestri, dalla colonna vertebrale, da decine di milioni di anni collaudata e ritagliata sulle esigenze dei quadrupedi. Essere frutto di selezione vuol dire infatti non essere progettati ad hoc, ma emergere da un compromesso tra varie tendenze ciascuna apportatrice di vantaggi e svantaggi il cui bilancio risultante è il tasso di riproduzione differenziale di cui s’è detto. Dato che la selezione non può che agire sul materiale che ha a disposizione, a sua volta risultante dagli stadi evolutivi precedenti, anche in questo caso possiamo affermare di essere una specie di quadrupedi modificati, con una colonna vertebrale solo parzialmente adattata al bipedismo. Un terzo dell’umanità soffre di varie forme di disturbi originantisi nei vari tratti della colonna vertebrale, ma la conseguenza negativa più rilevante di quest’imperfetto aggiustamento evolutivo è legata alla gestazione.
Nei mammiferi quadrupedi, gli organi e i visceri “pendono” mediante apposite fasce e legamenti dalla colonna vertebrale e tale situazione si è mantenuta anche nel graduale passaggio evolutivo alla stazione eretta. Da un lato, il peso degli organi, rivolto verso il basso non più perpendicolarmente ma anteriormente rispetto alla colonna può facilmente produrre i dolori da stiramento e compressione delle vertebre che abbiamo visto; dall’altro, un progressivo restringimento delle ossa del bacino è stato premiato dalla selezione per evitare il frequente prolasso degli stessi organi e soprattutto dell’utero e del prodotto del concepimento attraverso il pavimento pelvico. In parallelo a questa tendenza, ma in rotta di collisione con essa, si andava però irresistibilmente affermando l’aumento del volume cerebrale medio delle specie ominidi. Si arrivò così al compromesso evolutivo tra due pressioni selettive egualmente potenti, ma in conflitto tra loro, di un feto che alla nascita presentasse un cranio della massima ampiezza possibile ancora in grado di passare attraverso un canale del parto dal diametro necessariamente ridotto. Col risultato che negli altri mammiferi il parto, oltre a essere molto meno doloroso, permette la nascita di un cucciolo ormai maturo, in grado cioè di svolgere tutte le funzioni di un adulto, mentre nell’uomo sono presenti, in uno spazio cerebrale forzatamente ridotto, solo le funzioni sin dall’inizio indispensabili per la sopravvivenza, mentre tutte le altre (camminare, parlare, ragionare ecc.) sono dilazionate di mesi e di anni. Curiosamente, però, questo stesso svantaggio (derivante da due vantaggi in contrasto fra loro), tra l’altro molto oneroso per chi deve accudire la prole, si è trasformato a sua volta in un beneficio per il genere Homo e in particolare per H. sapiens. La nostra specie, infatti, è l’unica a prolungare di vari anni lo stadio infantile, un fenomeno chiamato neotenia che, permettendo nel corso del tempo l’acquisizione nella neocorteccia encefalica (a ciò nel frattempo predisposta) di una serie di esperienze e di conoscenze, ha rappresentato, almeno finora, un fattore decisivo per il successo e la diffusione sul pianeta degli esseri umani.
La neotenia, a sua volta, può essere considerata la causa principale della dolce sensazione dell’innamoramento, che non a caso si manifesta attorno alla pubertà, nel periodo cioè in cui fino a un recentissimo passato aveva luogo la riproduzione. È un sentimento premiato dalla selezione perché incoraggia i genitori a stare insieme e quindi a cooperare nel fornire quel bagaglio di conoscenze ed esperienze di cui possono avvantaggiarsi i figli, portatori dei loro stessi geni.
Il gioco interattivo di infrastrutture biologiche, strutture economiche e sovrastrutture culturali
Gli istinti, geneticamente selezionati nel corso dell’evoluzione, che permettono la crescita degli organismi e la loro riproduzione sono condivisi dall’uomo con tutte le altre specie animali. Da tali istinti scaturiscono, da una parte la cooperazione, dall’altra la contesa per l’acquisizione delle risorse necessarie alla sopravvivenza e, negli animali a riproduzione sessuata, la pulsione all’accoppiamento, condicio sine qua non per la procreazione.
La contesa per le risorse può configurarsi come interspecifica o intraspecifica e, in questo caso, interindividuale o fra raggruppamenti di individui a variabile affinità genetica (branchi e, negli ominidi, famiglie, clan, tribù, nazioni ecc.). In linea di massima, più è forte il legame genetico fra individui, più l’istinto a condividere le risorse prevale su quello a competere per esse, tenendo presente che i tratti fisici e, nell’uomo, anche la lingua, la religione, le tradizioni, l’ideologia, in una parola l’ambiente “culturale” vengono letti dal sistema neuro-ormonale come indicatori surrogati dell’affinità genetica. Dal che deriva anche che il “crescere insieme” di individui geneticamente distanti (ad esempio nell’ambito di un nucleo familiare o di una stessa “patria”) viene interpretato istintivamente come equivalente all’essere geneticamente affini e quindi più inclini alla cooperazione che alla competizione. Il concetto di “patria” (ed i relativi “sacri” confini), scaturito dall’istinto primordiale che fin dalla preistoria ha favorito le aggregazioni più vaste degli ominidi, in una società divisa in classi può essere utilizzato dalle classi dominanti, spesso in associazione agli altri fattori aggreganti come la religione, i costumi e l’ideologia, per incanalare il risentimento delle classi subalterne contro popolazioni “altre” e ogni forma di diversità in genere. L’etnocentrismo si trasforma in nazionalismo, indipendentemente dal modo di produzione vigente. Gli istinti infatti, nella nostra specie, s’intrecciano e si compendiano variamente con le sovrastrutture culturali e quindi anche politiche con cui entrano in un rapporto di condizionamento reciproco. Con l’affermarsi della coscienza estesa, che comporta la logica, il calcolo programmatico e la progettualità, si assiste ad un processo graduale di razionalizzazione degli istinti e, per converso, di istintualizzazione della cultura. I quattro pilastri su cui si regge quest’ultima (stazione eretta, manualità, sviluppo della corteccia, neotenia), favoriscono quell’invenzione, nonché quell’uso consapevole, degli strumenti che ci distingue dagli altri animali ed è anche alla base del decisivo passaggio, nell’olocene, dalle società di cacciatori e raccoglitori, analoghe a quelle degli altri mammiferi, a quelle degli agricoltori ed allevatori. Queste ultime, grazie alla stanzialità e all’aumento della produzione, a loro volta innescano la nascita di città, regni, imperi e, infine, stati nazione. Ma, cosa ancor più importante, favoriscono l’emergere delle stratificazioni sociali grazie alla possibilità dell’accumulazione delle risorse da parte delle classi dominanti.
Il passaggio dalla società di cacciatori-raccoglitori a quella di agricoltori-allevatori ha un impatto decisivo sulla contesa per le risorse, nel senso che la stessa aggressività istintiva che caratterizza i conflitti fra branchi animali e fra clan e tribù ominidi per il valore d’uso dei beni essenziali si trasferisce ad un’eguale aggressività che sta alla base delle guerre fra le nazioni e fra gli stati, e al conflitto fra classi dominanti e subalterne all’interno di questi ultimi, per il valore d’uso, ma anche e sempre più per il valore di scambio delle risorse non essenziali. Tale tendenza raggiunge il suo grado più estremo nell’odierna società neocapitalista, in cui gli istinti predatori e le loro distruttive conseguenze sociali ed ecologiche trovano la loro massima espressione. In questo modo si realizza ciò che possiamo chiamare una distorsione dell’istinto, nella misura in cui questo “sconfigge il suo stesso scopo” ovvero, invece di generare una sensazione di benessere, finisce per generare sofferenza, a livello sia individuale che collettivo, trasformando, in questo caso, la ricerca del sostentamento necessario alla sopravvivenza in smania di accumulo del suo corrispettivo, il denaro, surrogato delle risorse stesse. Infatti, la plasticità cerebrale, particolarmente sviluppata nella nostra specie grazie all’affermarsi, nell’evoluzione, di società sempre più complesse, fa sì che la cultura si trasformi in cassa di risonanza delle pulsioni istintive retroagendo poi su queste ultime e, a volte, amplificandole a dismisura (iperestensione culturale) (6).
Ad esempio, il compromesso evolutivo fra ingrandimento della massa cerebrale e restringimento del pavimento pelvico, che nella femmina umana si traduce in un parto più doloroso che negli altri mammiferi, proprio grazie allo sviluppo della coscienza estesa e quindi di fenomeni culturali quali le religioni, è stato ed è tuttora miticamente interpretato come punizione divina (“partorirai con dolore”) per espiare colpe immaginarie (il “peccato originale”). Al che, come corrispettivo, si associa il lavoro (il “sudore della fronte”) maschile, reso necessario proprio da quegli stessi condizionamenti biologici dimorfici imposti dall’associazione della stazione eretta alla gestazione e all’allattamento. In questi casi prevale la logica giustificativa dell’esistente, per cui ciò che c’è, o non c’è, è perché è giusto che ci sia, o che non ci sia; ovvero il passaggio logicamente arbitrario, dai fatti ai giudizi, dalla descrittività della scienza alla prescrittività dell’etica. Un altro tipico esempio di tale fenomeno è la creazione di tabù sessuali ad opera dei detentori del potere nell’ambito delle religioni sessuofobiche, con conseguente colpevolizzazione del piacere associato al sesso, strumento utile a ricattare moralmente e controllare politicamente le classi subalterne.
Il fenomeno dell’iperestensione culturale si manifesta infatti storicamente in maniera ancor più eclatante nel campo della sessualità, condizionando profondamente gli istinti legati all’attrazione sessuale, propedeutica all’incontro dei gameti e quindi alla riproduzione. La radicale asimmetria dei gameti (un singolo ovulo immobile e una moltitudine di spermatozoi mobilissimi) si traduce, non solo nel dimorfismo somatico della costituzione fisica, ma anche nella differenziazione delle pulsioni istintive maschili e femminili, ritagliate sulle esigenze dei rispettivi gameti mediante la selezione di quei geni che instillano nei loro portatori e nelle loro portatrici i comportamenti più adatti alla loro stessa propagazione.
Gli istinti emersi dalla selezione naturale a loro volta s’intrecciano con le dinamiche proprie della selezione sessuale, un sottoinsieme di quella naturale basata sull’attrazione e già scoperta e descritta nelle sue linee fondamentali dallo stesso Darwin (7). Il meccanismo “a ping pong” della selezione sessuale può essere ben esemplificato dal modello della coda del pavone (8). Quanto più lunga e pesante è la coda di un pavone, tanto più questi è soggetto, strisciandola per terra, ad infettarsi e, spiccando il volo, a soccombere ai predatori per la difficoltà di sollevarne il maggior peso. Per selezione naturale quindi, solo quelli dotati di un forte sistema immunitario e di un robusto apparato osteomuscolare raggiungono l’età della riproduzione, nonostante lo svantaggio anatomico di cui sono portatori. Qui entra in gioco la selezione sessuale: le femmine i cui geni suggeriscono loro l’istinto di accoppiarsi preferibilmente con i maschi dalle code più grandi e sgargianti, sono quelle che presentano un indice di riproduzione più elevato, beneficiando del successo riproduttivo dei loro partner. Inoltre, i geni che nei maschi suggeriscono ai loro portatori di attirare quelle stesse femmine esibendo la loro coda in tutta la sua magnificenza, risultano ulteriormente avvantaggiati in quanto coinvolti nel successo riproduttivo delle compagne.
Gli istinti generati dalla selezione naturale, compendiata con quella sessuale, nella specie umana sono del tutto analoghi a quelli degli altri animali, con la rilevante differenza che nell’uomo sono sottoposti all’ulteriore pressione selettiva dei fattori socioculturali che abbiamo visto.
I maschi emersi dalla selezione sono quelli che, in competizione con gli altri maschi, spargono ad ampio raggio enormi quantità di spermatozoi, mentre i geni femminili suggeriscono alle loro portatrici la scelta di partner che valorizzino il più possibile il prezioso investimento genetico da esse custodito e nutrito (l’uovo e, nei mammiferi, anche il prodotto del concepimento).
Negli animali, la competizione fra maschi e soprattutto la tendenza a garantire che i figli siano i propri (contengano cioè il 50% dei propri geni), si traduce nella formazione di nuclei poliginici in cui il maschio sopprime o allontana, almeno temporaneamente, i rivali oppure, nel caso di accoppiamenti occasionali, tende a eliminare i cuccioli concepiti in precedenza dalle femmine con altri maschi. Nella specie umana, la cultura ovvero l’etica tendono a codificare, ma anche a ipertrofizzare e portare all’estremo questi stessi condizionamenti istintuali. Nell’uomo, l’istinto di spargere il seme, da cui scaturiscono la maggiore eccitabilità e, per converso, la minore selettività maschile nella scelta del partner con cui accoppiarsi, sono alla base, nelle società culturalmente strutturate, di fenomeni come la prostituzione, ma anche gli stupri di massa in occasione degli scontri bellici (infatti, l’eccitabilità sessuale si sovrappone emotivamente agli istinti di aggressività e di paura che, in gran parte, sono scatenati all’interno di un comune sistema di mediatori chimici e recettori cellulari. A questo proposito ricordiamo il manifestarsi, a volte anche ritualmente codificato, delle pulsioni omosessuali originate dall’esuberante increzione degli ormoni sessuali, in occasione delle campagne belliche e in generale delle convivenze prolungate esclusivamente maschili) (9).
Più in generale, le diverse inclinazioni etero ed omosessuali che, in proporzioni variabili, convivono nella specie umana, come nelle altre specie animali, possono essere viste come l’equilibrio omeostatico ottimale raggiunto, nel corso dell’evoluzione, dall’insieme delle diverse sessualità individuali.
Nell’uomo, l’istinto biologico sintetizzato dal detto latino “mater semper certa est, pater numquam”, subendo un processo d’iperestensione culturale, è stato trasfuso ai costumi sessuali regolati da rigide norme etiche, soprattutto a carattere religioso, principalmente mediante la segregazione delle femmine o comunque impedendo con ogni mezzo, anche violento, che esse vengano a contatto con maschi estranei, considerati potenziali inseminatori. Ciò ha comportato e tuttora comporta, presso molte popolazioni, pesanti limitazioni dell’accesso femminile alle attività sociali, politiche, alla loro indipendenza economica e anche allo sviluppo delle loro potenzialità intellettuali e artistiche, tecnico-scientifiche, ecc. Paradigmatico è il caso d’Ipazia d’Alessandria, scienziata pagana del IV secolo d.C., torturata a morte dai seguaci del vescovo Cirillo. Altre espressioni culturali dello stesso istinto sono la rigidità del vincolo matrimoniale nel senso del diverso peso attribuito all’adulterio femminile rispetto a quello maschile; da cui ad esempio il “delitto d’onore”. Storicamente, la caccia alle streghe può anch’essa considerarsi un’estrema conseguenza del mancato riconoscimento e della conseguente demonizzazione delle potenzialità intellettuali femminili, derivante a sua volta dalla segregazione di cui s’è detto. Il sacerdozio esclusivamente maschile, caratteristico della maggior parte delle religioni, sempre originariamente dovuto al confinamento delle donne all’ambito domestico “protetto”, si è tradotto nel monopolio maschile della conoscenza (e quindi del potere che da essa deriva). Per converso, l’istinto protettivo dei maschi nei confronti delle femmine è anch’esso spiegabile in quanto la donna rappresenta il potenziale involucro del 50% dei geni maschili presenti nell’eventuale prodotto del concepimento. L’altra faccia della medaglia è rappresentata dal valore mitico attribuito alla verginità la cui perdita è stigmatizzata nella donna e considerata invece fisiologica nell’uomo. Del resto, verginità e prostituzione esistono una in funzione dell’altra, essendo legate da un evidente rapporto dialettico di complementarità. Negli altri animali evidentemente non esiste il mito della verginità, semplicemente per la loro mancata capacità di elaborare miti in generale. Inoltre, non esiste la prostituzione poiché il sesso non è, né può essere, merce dotata di valore di scambio.
La selezione sessuale rispecchia dunque la contraddittoria compresenza nell’immaginario maschile della donna vergine, cioè indisponibile, e puttana, cioè estremamente disponibile (anche perché, per verificarsi l’inseminazione, nel maschio a differenza della femmina è indispensabile l’eccitazione sessuale). Il che ha storicamente determinato, nell’uomo, l’interiorizzazione culturale della spinta al controllo della fertilità femminile. Questa contraddizione si riflette nelle culture umane, che in genere privilegiano il piacere maschile trascurando quello femminile fino a giungere, nelle forme più estreme, a gravi e dolorose mutilazioni come l’infibulazione, al tempo stesso ulteriore e brutale strumento di segregazione atto a prevenire inseminazioni eterogene (o, viceversa, disponibilità illimitata alla prostituzione).
Quanto alla selezione sessuale, le caratteristiche femminili che più attraggono i maschi sono quelle fisiche (come adombrato ad esempio nel giudizio di Paride) indicatrici del miglior sviluppo prevedibile dei prodotti del concepimento. Nella specie umana, un tipico esempio di tali caratteristiche è il rapporto vita/fianchi, che nella donna si colloca attorno al valore di 0,7 (nel maschio attorno a 1) e che rispecchia l’ottimale disposizione corporea dei tessuti grassi in funzione della gestazione e dell’allattamento e quindi l’ottimale pattern ormonale sottostante. Questa proporzione ideale vita/fianchi è interiorizzata nella specie umana al punto da imporsi come modello di bellezza nelle rappresentazioni artistiche (in particolare scultoree) rimanendo costante in tutte le epoche e in tutti i continenti, indipendentemente da ogni altra variabile come il peso e la statura, legate invece in modo contingente alle diverse epoche storiche e località geografiche. Altri ideali estetici risultanti dalla selezione sessuale sono, ad esempio, le raffigurazioni caricaturali delle veneri preistoriche o l’Artemide polimastica di Efeso, che rispecchiano quel processo di esagerazione dei tratti fisici di cui s’è detto, dovuto alla traduzione in canoni artistico/culturali dell’attrazione istintiva sviluppata per selezione sessuale nel maschio.
Più complessa che nel maschio è la selezione sessuale operata dalla femmina, per le ragioni esposte in precedenza (sono le portatrici dell’ovulo al loro interno, a dover selezionare i portatori degli spermatozoi che però sono destinati, per fecondare, ad essere da questi emessi all’esterno). Mentre il maschio è geneticamente spinto ad assicurarsi che gli spermatozoi fecondanti siano i propri e che la femmina sia nelle condizioni fisiche ottimali per operare la gestazione, il parto e l’allevamento della prole, la femmina ha la necessità di investire, quanto più possibile, il suo prezioso 50% genetico scegliendo il candidato dotato di qualità, non solo fisiche quali la forza muscolare, ma anche morali e intellettuali utili a proteggere sé stessa e la sua prole. Tale scelta può avvenire solo intuitivamente, a meno che la femmina non subisca violenza o quanto meno costrizione morale (ad esempio, da parte del paterfamilias). C’è da ricordare poi che, oltre alle qualità suelencate, giuoca un ruolo importante nella selezione sessuale anche l’assetto immunitario che, quanto più è diverso fra i due partner sessuali, tanto più genera una miscela ricca e potenzialmente in grado di debellare le infezioni, l’eterna lotta contro le quali rappresenta da sempre la sfida da vincere per la sopravvivenza, la crescita, e quindi la riproduzione, di tutti gli eucarioti. Negli animali e, in particolare, nell’uomo, la scelta del partner immunologicamente più lontano e quindi più adatto all’uopo si basa principalmente sull’olfatto.
Abbiamo visto come il maschio è combattuto nella scelta istintiva tra la vergine e la puttana; la femmina invece è combattuta tra il modello del “buon padre” da un lato e quello del maschio “forte”, ma anche “intelligente” dall’altro. La figura di Ulisse è quella che meglio concilia le tre qualità, e soprattutto le ultime due. È stata rilevata una tendenza nelle femmine della nostra specie a prediligere istintivamente la figura del potenziale “buon padre”, altruista e generoso, durante la fase mestruale e invece quella del “mascalzone” (supposto portatore di geni più “vitali”) nella fase ovulatoria (10). Quest’ultima tendenza istintuale può sfociare anche, se spinta al suo estremo, nell’attrazione verso il soggetto violento e addirittura criminale. È la selezione naturale in questi casi a porre un argine a quella sessuale, limitando la prolificità, sia dei soggetti “ipertestosteronici”, eccessivamente brutali, gelosi ecc., che di quelli “ipotestosteronici”, eccessivamente femminilizzanti.
La vita sentimentale di Marilyn Monroe è esemplare in questo senso: al matrimonio con il muscolare Joe di Maggio nei suoi anni ruggenti segue quello con il venerato intellettuale Arthur Miller (anche potenziale “buon padre”), con cui fra l’altro concepisce un figlio, purtroppo spontaneamente abortito.
I maschi a loro volta, grazie al meccanismo a “ping pong” della selezione sessuale, tendono a esibire, soprattutto al culmine dell’età riproduttiva, quelle stesse caratteristiche, potenzialmente attraenti per le femmine: la forza muscolare e il piglio spavaldo, ma anche le abilità artistiche (ad esempio musicali) o l’”intelligenza”, di cui fanno sovente sfoggio pavoneggiandosi (11). Le femmine, pur possedendo la stessa intelligenza e le stesse potenzialità artistiche o scientifiche, non hanno in genere l’istinto di esibirle in quanto i maschi hanno generalmente scarso interesse se non per le loro caratteristiche fisiche e corporee come s’è detto.
L’etica (il complesso di principi e regole che governano le nostre azioni) rappresenta, secondo Hegel, la sintesi dialettica fra la tesi della morale (la naturalità degli istinti) e l’antitesi della legge (la razionalizzazione culturale degli stessi).
Rispetto agli altri animali, il cui comportamento è unicamente regolato dagli istinti, noi che alla mente emotiva abbiamo associato quella razionale perdendo “l’innocenza” attraverso l’evoluzione della coscienza “razionale” (simboleggiata, ad esempio, dall’albero del bene e del male) abbiamo finito per interiorizzare culturalmente norme etiche sulla base dello sviluppo economico e sociale delle società umane.
La cultura in questo contesto si manifesta come un’arma a doppio taglio, in parte svincolandosi dagli istinti e in parte amplificandoli e spesso distorcendoli rispetto al benefico effetto originario per cui essi si erano selezionati e rendendosene succube: essa può contribuire al benessere degli individui e della specie, oppure, nella misura in cui porta alle estreme conseguenze istinti sviluppati in epoche storiche precedenti ma inadeguati allo sviluppo delle società umane più recenti, può essere, non solo pregiudizievole agli individui e alle collettività, ma addirittura minacciosa per la sopravvivenza della specie.
- E.S. Lieberman, E.S. Vrba, “Stephen Jay Gould on species selection: 30 years of insight”, Paleobiology (31, 2: 113-121, 2005)
- P. Crocchiolo, “Coscienza e materialismo”, Micromega (5: 141-149, 2007)
- A. Damasio, “Lo strano ordine delle cose”, Adelphi (2018)
- A. Damasio, “L’errore di Cartesio”, Adelphi (1995)
- La definizione è di Victor Johnston ed appare nel suo “Why We Feel. The Science of Human Emotions”, Perseus Books (1999). Una delle principali proprietà emergenti del nostro sistema neuro-ormonale è infatti proprio quella di distinguere fra tonalità edonistiche positive e negative, il cui substrato biochimico-cellulare consiste in una complessa rete che collega certe aree cerebrali più antiche, localizzate principalmente nel “sistema limbico”, con gruppi specializzati di cellule nervose secernenti neurotrasmettitori quali dopamina, serotonina ecc. e neuro-ormoni, quali endorfine, ossitocina ecc. Tutte queste molecole, se rilasciate in séguito a stimolazione da parte di specifiche percezioni e situazioni, vanno a impattare sui recettori delle cellule bersaglio, inducendo i comportamenti percepiti come più adatti in quelle determinate circostanze.
- Il concetto di iperestensione culturale è citato in “E. O. Wilson, Consilience, Vintage (1999)
- C. Darwin, “L’origine dell’uomo e la selezione sessuale”, Newton Compton (2007)
- G. Miller, “Uomini, donne e code di pavone”, Einaudi (2002)
- P. Crocchiolo, “L’omosessualità fra genetica e condizionamenti socioculturali”, La città futura (2022)
- R. Oda, A. Okuda, “Provision or Good Genes? Menstrual Cycle Shifts in Women’s Preferences for Short-Term and Long-Term Mates’ Altruistic Behaviour”, Evolutionary Psychology (12, 5: 888-900, 2014)
- Le abilità “artistiche” esibite dai maschi per impressionare e attrarre le femmine sono presenti anche in altre specie animali: ad es., nell’uccello giardiniere, che impegna molto del suo tempo a costruire elaboratissimi giardini ricchi di foglie, piume, piccoli oggetti anche di vetro o di plastica dai colori appariscenti. Per le femmine queste capacità creative costituiscono con tutta evidenza l’equivalente di una sana, robusta e vitale costituzione.

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