Da: https://jacobinitalia.it - Francesco Schettino è professore ordinario di economia politica all’ Università della Campania “Luigi Vanvitelli”. -
Uno studio programmatico per un modello economico alternativo non può prescindere dall'uso flessibile della pianificazione
Dedicare adeguato spazio in questa rivista alla critica dell’economia e alla definizione di un paradigma alternativo è un’idea che assume ancor più rilievo alla luce degli ultimi accadimenti internazionali che sembrano precipitare velocemente verso un esito pericoloso e tutt’altro che auspicabile.
Lotta teorica e critica dell’economia politica
L’analisi economica è senza dubbio cruciale in un periodo in cui si sente parlare sin troppo spesso di geopolitica senza tener conto adeguatamente della fase del capitalismo in cui viviamo. Troppe volte, infatti, si ascoltano ragionamenti che sembrerebbero basati su un ipotetico risiko privo di storicità e dunque del fondamentale riferimento alla struttura economica contemporanea che si trova sempre in rapporto dialettico con il piano sovrastrutturale. Per non incorrere in aporie di questo tipo è necessario innanzitutto dotarsi di strumenti adeguati indipendenti – il socialismo scientifico – e non generati all’interno di un’accademia mondiale che, in maniera sempre più veemente, ha messo fuori dalla porta delle università l’unica teoria che negli anni, alla prova dei fatti, è stata in grado di fornire le leggi generali di sviluppo del capitalismo e dunque una formidabile critica dell’economia politica.
È dunque indispensabile riprendere in mano gli strumenti della critica al modo di produzione capitalistico per cercare di recuperare il terreno che è stato smarrito in decenni di sbandamenti e scivoloni concettuali che hanno garantito un arretramento formidabile – ma, si spera, non irrecuperabile – sul piano della lotta teorica: le opere di Marx, Engels e Lenin sono gli strumenti più affilati e poderosi per garantire una seria e rigorosa critica al mainstream economico e tutti i suoi derivati. Essi sono in grado di fornire una chiave di interpretazione di sviluppo della fase contemporanea del modo di produzione, nonché eventuali e possibili scenari che potrebbero scaturire da un declino del capitalismo che sembra sempre più inesorabile. Ciò assume ancora più urgenza se ci guardiamo attorno e riconosciamo che la quotidiana barbarie è facilmente descrivibile con una fase che Gramsci adoperò un secolo fa circa: «la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati».
Le ricette per l’osteria dell’avvenire
Tuttavia, accanto a un recupero rigoroso degli strumenti del marxismo classico, è altrettanto necessario affiancare una strutturazione – fisica o anche virtuale, all’occorrenza – che possa agire da catalizzatore di molteplici istanze di una parte cospicua delle classi subordinate. Qui non si sta parlando di un partito socialista o addirittura di uno comunista – ammesso e non concesso che nei prossimi anni la sua stessa esistenza non venga messa fuori legge – bensì di un movimento organizzato che possa individuare e definire sulla base delle lotte sociali, sulle vertenze sindacali e sulle diverse crisi, un programma minimo di riforme adeguato a una fase palesemente non rivoluzionaria che possa essere condiviso e sostenuto anche da chi non si definisce socialista. Solo così potrà non assomigliare alle celeberrime «ricette […] per l’osteria dell’avvenire» di cui Marx già avvertiva nel Poscritto alla seconda edizione del Capitale; al contrario, esso assumerà il ruolo di sintesi di un’idea collettiva.
Dunque, un paradigma alternativo deve far parte di un embrionale programma minimo, ed essere stilato tenendo in mente il superamento del modo di produzione contemporaneo come obiettivo strategico. Per questo, l’idea stessa di poter immaginare un capitalismo dal volto più umano o dalla presa un po’ meno energica, e risolvere così il problema, è una cosa al contempo fuorviante e falsa. Salvare il modo di produzione dalle sue stesse contraddizioni non è un fine che sembra opportuno percorrere a meno che eventuali riforme siano appunto parti di un piano più ampio che possa preparare la strada a una strategia di transizione al socialismo.
Per questa ragione, ci sembra però innanzitutto opportuno pulire il campo da approcci teorici del tutto interni al mainstream (marginalisti e i suoi derivati) nonché da coloro che, pur avendo individuato con intelligenza alcune dinamiche (Keynes e keynesiani), hanno sempre preferito offrire la stampella al sistema, quando necessario, esplicitamente dichiarando la propria profonda ostilità al marxismo e dunque a qualsivoglia analisi di classe che permetta l’emersione dei rapporti di dominio e di sfruttamento. Da questo punto di vista è sufficientemente emblematico il periodico scivolone concettuale commesso da una parte dell’accademia sicuramente a noi più prossima in termini di sensibilità politica e valoriale che, ammaliata dalla «superstizione dello Stato», come già lo chiamava Engels, per decenni ha speso tempo e energie nell’analisi della falsa duplicità Stato-mercato, sperando che aumentando il peso dello Stato nel sistema economico avrebbe progressivamente migliorato la condizioni delle classi subalterne. Non va dimenticato, infatti, che lo Stato del capitale è appunto espressione delle classi dominanti e il suo ruolo prevalente – per quanto non esclusivo – è quello di permettere al capitale di fluidificare i meccanismi di accumulazione. Questo non implica affatto che la difesa del patrimonio pubblico contro le privatizzazioni di servizi essenziali (come sanità, scuola ecc.) non debba essere una priorità assoluta, tuttavia deve essere chiaro che esiste una differenza ben delineata tra proprietà collettiva e proprietà statale. Analogo discorso può essere effettuato per quanto riguarda la questione delle disuguaglianze: osservare esclusivamente i meccanismi cosiddetti redistributivi permette di elaborare proposte – tassazione più progressiva, lotta all’evasione, proposte di billionaire tax, Zucman tax ecc. – che potrebbero avere sicuramente un impatto positivo sulle classi più povere, ma lascerebbero inalterata la peculiare struttura dei rapporti distributivi iniqui che sono, invece, il riflesso dei rapporti di produzione e proprietà. L’esistenza stessa di classi separate e sistematicamente ostili in termini di interessi «distributivi» è la radice di ogni società disuguale. Senza l’eliminazione di questo «peccato originale» sarà impossibile navigare in direzione di una società non sperequata. Non è un caso che nelle stesse università in cui per anni si sono seguite linee di ricerca che soprattutto negli ultimi decenni del secolo passato idolatravano lo Stato come strumento cardine per ristabilire efficienza ed equità, seguendo un paradigma sostanzialmente di natura keynesiana, i ragionamenti sulla teoria marxiana del valore, sullo sfruttamento e sulla costruzione di un paradigma che potrebbe essere realmente alternativo al modello contemporaneo si sono lentamente spenti. E così, anche nei dipartimenti di tradizione di sinistra, il socialismo e il suo strumento principe, la pianificazione, sono spariti dalle aule universitarie e dai manuali adottati.
Pianificazione economica contro l’anarchia del capitale
Nei decenni successivi alla rivoluzione bolscevica, sulla pianificazione sovietica si è scritto molto. L’influenza che l’Unione sovietica e, in generale, il socialismo scientifico ha avuto nel plasmare la cultura occidentale ha fatto sì che fosse dedicata adeguata attenzione allo strumento della pianificazione, in quanto unico modo di organizzare la produzione sociale realmente alternativo all’anarchia del capitale. Talmente era il rilievo assunto in quel periodo, che anche la scuola mainstream ha dovuto reagire calando i pezzi da novanta dell’accademia per provare a smentire la teorizzata superiorità della pianificazione economica rispetto alla presunta libertà di mercato. Oggi molti sostengono che la pianificazione economica della Repubblica popolare cinese sia del tutto snaturata e al servizio del sistema di capitale, ipotesi sicuramente affascinante ma interamente (o quasi) da dimostrare. Stesso discorso, del resto, di chi smania nel sostenere che la Cina sia ormai una economia capitalista tout court: anche qui, siamo dinanzi a un’ipotesi molto interessante ma che andrebbe avvalorata con uno studio approfondito. Anche perché, qualora venisse smentita dai fatti, dovremmo ammettere che il paese più avanzato al mondo, nella fase di maggiore decadenza del sistema di capitale della sua storia, adotta, a esempio, un sistema ibrido con caratteristiche peculiari del socialismo, e la cosa non avrebbe un impatto teorico e politico di poco conto. Per ovviare a questa parziale lacuna, ci affidiamo all’analisi di Alberto Gabriele ed Elias Jabbour anche per riuscire a fornire una chiave di lettura sintetica per un fenomeno così articolato. Il loro punto di vista di fatto riabilita l’esperimento cinese – post riforme del 1979 – come unica forma di socialismo compatibile con la contemporaneità. Dal punto di vista teorico, gli autori sostengono che l’elevata complessità dei sistemi economici moderni, legati all’accumulazione di conoscenza da parte di numerosi agenti non permette di trovare soluzioni semplicistiche, come sarebbe quella di un’eccessiva centralizzazione, al problema della governance della politica economica. Lo sviluppo tecnologico di calcolatori e delle reti di comunicazioni non sarebbe, secondo Gabriele e Jabbour, in grado di ovviare ai problemi classici della pianificazione amministrativa centralizzata basata sui bilanci e di cogliere e gestire dunque tali complessità. In altre parole, la socializzazione dei principali mezzi di produzione e il controllo tout court da parte dello Stato dei settori più importanti dell’economia non porterebbe a un’armonia sociale giacché non terrebbe in adeguata considerazione i vincoli posti dalle relazioni sociali di produzione e di scambio oggettivamente esistenti, dagli incentivi e dalle aspirazioni degli individui, dalla cultura e dal grado di consapevolezza dei diversi gruppi di popolazione. Alcuni aspetti sarebbero infatti maggiormente garantiti da meccanismi basati sui prezzi di mercato. In altre parole, l’attuale fase obbligherebbe l’adozione di un approccio di pianificazione adeguato, solidamente fondato su una vasta gamma di informazioni e previsioni, e che deve essere necessariamente compatibile con il mercato. Rispetto agli agenti privati, i pianificatori possono sfruttare la capacità potenzialmente superiore (anche se non infinita) dello Stato di prendere informazioni, di raccolta, elaborazione e maggiore previsione per fornire le basi di uno sforzo consapevole e lungimirante al fine di guidare le tendenze endogene che emergono dal mercato. In questo ambito, possono essere usati strumenti utili per modellare in modo ottimale le traiettorie degli investimenti, dell’innovazione e dei prezzi relativi.
Indipendentemente dalla correttezza del punto di vista espresso dagli autori, ci sembra di cruciale importanza che coloro che vogliono partecipare a un’elaborazione di un programma alternativo a partire dalla critica dell’approccio esistente non aderiscano alla semplicistica divisione da stadio tra tifoserie: Pro-Cina vs Cina-imperialista; Cina Socialista vs Cina capitalista. Per fare passi in avanti abbiamo una grande necessità di studiosi e ricercatori disposti a rischiare e a spendere le proprie energie non già per pubblicare su riviste pagate e sovvenzionate dalla più reazionaria classe dominante padronale, ma per indagare con gli occhi della critica più irreprensibile, marxiana pertanto, su ciò che sta avvenendo proprio nella Repubblica popolare cinese. A esempio, è noto a coloro che reputano l’esperienza cinese ormai lontana dall’idea socialista che la sostituzione della Spc (State Planning Commission, fondata negli anni Cinquanta) con la Ndrc (National Development and Reform Commission) nel 2003, allo scopo di elaborare piani, non ha affatto sacrificato lo strumento della pianificazione? Al contrario, da quando vengono effettuati piani decennali si è verificata una proliferazione di piani locali e settoriali (rispettivamente 7.300 e 156 nel quinquennio 2000-2005) sconosciuta in passato. Oltretutto non potrebbe essere auspicabile immaginare, anche all’interno di un programma massimo, l’istituzione di una commissione che, come la Ndrc, potrebbe «formulare e attuare strategie di sviluppo economico e sociale nazionale, piani annuali e piani di sviluppo a medio e lungo termine, coordinare lo sviluppo economico e sociale; condurre ricerche e analisi sulla situazione economica nazionale e internazionale; proporre obiettivi e politiche riguardanti lo sviluppo dell’economia nazionale, la regolamentazione dei prezzi e l’ottimizzazione delle principali strutture economiche; presentare il piano di sviluppo al comitato centrale del Partito […]»?
Si badi bene che, un risultato positivo in questo senso, permetterebbe anche di fornire la possibilità di attribuire, almeno in parte, i mirabolanti risultati dello sviluppo economico cinese alla capacità dei governi locali di adoperare gli strumenti della pianificazione in maniera corretta. E la cosa, se gestita con adeguata capacità, potrebbe rappresentare uno strumento molto affilato per iniziare a demolire il dogma Tina instillato per decenni anche nelle teste degli appartenenti alle classi dominate. Pertanto, essa deve essere certamente rivendicata come ambito imprescindibile di uno studio programmatico per un modello economico alternativo che possa essere utilizzato in maniera flessibile tenendo in conto fase e specificità locali, come sostenuto anche sostenuto dall’ottimo intervento di Lampa, Gaddi e Garbellini su questa stessa rivista.
*Francesco Schettino (Roma, 1978) è professore ordinario di Economia politica presso il dipartimento di Giurisprudenza dell’Università della Campania L Vanvitelli. Già redattore della rivista di Marxismo La Contraddizione è stato fondatore e docente dell’Università popolare A.Gramsci. È attualmente coordinatore europeo della Ricdp (Rete internazionale di studio sul debito pubblico). È autore di diverse monografie tra cui Socializzare i profitti (Meltemi, 2025); A Nova Disegualidade Social (Livraria da Fisica, Sao Paulo, Brazil, 2025); Crisis inequality and Poverty (HayMarket eds., New York City, 2023 – con F, Clementi) e Saving Africa’s Future – A Continent Falling Behind (in corso di pubblicazione, 2026, Cambridge University Press – con Clementi, Molini, Fabiani e Zafar).
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