Da: https://laviniamarchetti.altervista.org - Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti -
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Nelle ultime 72 ore, una serie di eventi coordinati tra l’azione militare diretta nella Striscia di Gaza e una rivoluzione legislativa senza precedenti in Cisgiordania hanno delineato quello che gli analisti definiscono come il passaggio dalla “guerra cinetica” a una “guerra amministrativa” di logoramento. La condizione attuale della Striscia di Gaza è dettata da una politica militare rigida e sadica, imperniata sulla cosiddetta “Linea Gialla”. Questa linea di demarcazione separa il 53% del territorio sotto il controllo diretto delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) dalle enclave urbane residue, dove la popolazione palestinese è ammassata in condizioni di precarietà estrema. La “tregua”, lungi dall’essere un periodo di ricostruzione, si è trasformata in un “cessate il fuoco unilaterale” in cui le operazioni militari israeliane continuano sotto forma di “risposte a violazioni” spesso immaginarie, provocando uno stillicidio quotidiano di vittime civili.
Nelle ultime 48 ore, l’attività aerea e di terra ha subito un’impennata drammatica. Lunedì 9 febbraio 2026, un attacco aereo israeliano ha centrato un appartamento residenziale nel quartiere Al-Nasr, nella zona occidentale di Gaza City. L’esplosione non ha solo distrutto l’edificio, ma ha investito le tende vicine che ospitavano famiglie di sfollati, portando il bilancio delle vittime a quattro morti e numerosi feriti trasferiti d’urgenza all’ospedale Al-Shifa. Questo incidente si inserisce in un quadro di violenza diffusa che ha visto, nello stesso giorno, l’uccisione del contadino Khaled Baraka, colpito dal fuoco israeliano mentre lavorava nelle terre a est di Deir al-Balah, in un’area teoricamente protetta dagli accordi di tregua.
Dalla firma del cessate il fuoco dell’11 ottobre, non considerando le vittime indirette, ovvero chi non arriva all’ospedale e chi muore per mancanza di aiuti
– 582 palestinesi uccisi e
– 1.544 feriti.
La percentuale di donne e bambini è altissima.
ASSEDIO DI JABAILA E DISTRUZIONE DEGLI IMPIANTI SANITARI
Il nord della Striscia, in particolare il campo profughi di Jabalia e la città di Beit Lahia, rimane l’epicentro di un assedio che ha assunto i connotati di una campagna di soffocamento totale. Secondo fonti della protezione civile, le forze israeliane mantengono un blocco totale sulle forniture di cibo, medicinali e carburante, impedendo persino alle squadre di emergenza di recuperare i corpi dalle strade.
L’8 febbraio 2026, l’IDF ha colpito la scuola Abu Hussein a Jabalia e ha causato un incendio devastante presso la scuola Hamad, situata accanto all’ospedale Indonesiano. Le fiamme si sono propagate ai generatori dell’ospedale, mettendo fuori uso le ultime attrezzature salvavita disponibili nel nord della Striscia. La logica militare dietro queste azioni, secondo il comando israeliano, risiede nella necessità di sradicare circa 3.000 operativi di Hamas che sarebbero tornati a operare all’interno di scuole e ospedali dietro la “Linea Gialla”, utilizzando persino le ambulanze per scopi di ricognizione. Insomma siamo alle solite, basta dire Hamas e tutto è lecito. Tuttavia, l’impatto umanitario ricade interamente sui 75.000 civili che, sperando nella tregua, erano tornati nelle rovine di Jabalia e che ora si trovano nuovamente senza alcuna via di fuga.
LA CRISI IDRICA
Se le bombe definiscono il ritmo della distruzione, la gestione delle risorse idriche sta determinando la sopravvivenza biologica della popolazione. Nelle ultime 72 ore, le Nazioni Unite hanno lanciato un allarme senza precedenti sulla “ingegneria della scarsità” applicata a Gaza City. (Consiglio di leggere https://news.cgtn.com/…/UN-Water…/share_amp.html ).
DEFICIT DELLA LINEA MEKOROT
Il 2 febbraio 2026, dopo lunghe trattative e riparazioni facilitate dalle autorità israeliane, era stata annunciata la riapertura della valvola principale della linea di rifornimento Mekorot verso Gaza City. Tuttavia, il rapporto dell’OCHA del 9 febbraio ha rivelato una realtà piuttosto allarmante, infatti dei 14.000 metri cubi d’acqua che dovrebbero essere immessi giornalmente, solo 6.000 raggiungono effettivamente i rubinetti della città.
Questo deficit di 8.000 metri cubi al giorno rappresenta una perdita del 57% della fornitura, un volume che sarebbe sufficiente a garantire la sopravvivenza di oltre 500.000 persone secondo gli standard umanitari minimi. Le cause di questa perdita massiccia sono oggetto di controversia: se da un lato i danni alla rete interna sono innegabili, dall’altro le agenzie WASH (Acqua, Igiene e Saneamento) denunciano la vulnerabilità deliberata del sistema e la mancanza di permessi per introdurre i pezzi di ricambio necessari per riparazioni strutturali durature.
Nelle aree centrali, come i campi di Al-Maghazi e Nuseirat, la situazione è ancora più disperata. Con gli impianti di desalinizzazione fuori uso per mancanza di carburante o per distruzione diretta, le famiglie sono costrette a consumare acqua salata o contaminata proveniente da pozzi agricoli. Le testimonianze raccolte sul campo descrivono bambini che piangono per la sete e madri che, in preda alla disperazione, forniscono loro acqua marina filtrata con stracci, esponendoli a gravi epidemie di diarrea, infezioni cutanee e ittero (Epatite A), di cui si sono registrati oltre 480 casi solo nell’ultimo mese.
SANITA’ AL COLLASSO E DRAMMA DELLE EVACUAZIONI
La sanità a Gaza è ormai ridotta a una “linea finale di difesa” gestita da medici che operano a mani nude. Attualmente, non esiste un solo ospedale pienamente funzionante nell’intera Striscia; solo il 50% delle strutture ospedaliere mantiene una funzionalità parziale, mentre i centri di assistenza primaria sono stati quasi totalmente spazzati via.
I 22.000 “Invisibili” in Attesa di Salvezza
Secondo i dati del Ministero della Salute e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, oltre 22.000 pazienti necessitano urgentemente di evacuazione medica per trattamenti non disponibili a Gaza, come la dialisi, la chemioterapia e la chirurgia ricostruttiva avanzata. La riapertura del valico di Rafah, avvenuta all’inizio di febbraio dopo mesi di chiusura totale da parte di Israele, è stata caratterizzata da una lentezza burocratica e da criteri di selezione agghiaccianti.
Nonostante l’obiettivo concordato fosse di 50 evacuazioni al giorno, nei primi cinque giorni di attività solo 53 pazienti sono riusciti a lasciare il territorio. Questo collo di bottiglia ha creato quella che Saeda Hamdona, una paziente affetta da malattie renali ricoverata all’Al-Shifa, definisce la “doppia crudeltà”, cioè la distruzione deliberata degli ospedali seguita dalla negazione del diritto di cercare cura altrove, dove le “connessioni” politiche spesso prevalgono sulla necessità medica. La malnutrizione cronica e lo stress, inoltre, hanno causato un’impennata di parti prematuri e neonati sottopeso, con un bambino su cinque che necessita di cure neonatali intensive in strutture prive di elettricità costante.
CISGIORDANIA. ANNESSIONE E COLONIZZAZIONE
La Cisgiordania sta affrontando una trasformazione legale radicale che mira a liquidare definitivamente il quadro normativo stabilito dagli Accordi di Oslo. Tra l’8 e il 9 febbraio 2026, il Gabinetto di Sicurezza israeliano ha approvato una serie di misure che costituiscono, secondo le Nazioni Unite e le organizzazioni per i diritti umani, una “annessione de facto” del territorio occupato.
Una delle decisioni più pesanti riguarda l’eliminazione della riservatezza nel registro fondiario della Cisgiordania. Storicamente, l’anonimato dei proprietari terrieri palestinesi serviva a prevenire acquisizioni fraudolente e a proteggere i cittadini da ritorsioni interne. Rendendo pubblico il registro, il governo israeliano ha aperto la strada a contatti diretti tra coloni e proprietari, eliminando l’obbligo di permessi statali speciali per le transazioni di terra da parte di cittadini israeliani.
Il Ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, ha dichiarato apertamente che questa misura permetterà agli ebrei di acquistare terre in “Giudea e Samaria” con la stessa facilità con cui lo farebbero a Tel Aviv o Gerusalemme, abolendo di fatto la distinzione tra territorio sovrano e territorio occupato. Questa mossa è stata accompagnata dall’approvazione di misure di “enforcement” nelle Aree A e B, zone teoricamente sotto il controllo civile palestinese, sotto il pretesto della protezione di siti archeologici e del contrasto ai rischi ambientali.
Il Gabinetto ha inoltre deliberato il trasferimento dell’autorità per il rilascio dei permessi edilizi in aree sensibili, come la Tomba di Rachele a Betlemme e la Grotta dei Patriarchi (Moschea Ibrahimi) a Hebron, dalle municipalità palestinesi al COGAT, l’organo militare israeliano incaricato degli affari civili nei territori. Secondo il vicesindaco di Hebron, Asma al-Sharbati, questa è la tendenza più pericolosa in atto, poiché facilita l’espansione degli insediamenti nel cuore storico e religioso delle città palestinesi, spingendo la popolazione locale verso enclavi sempre più isolate e prive di continuità territoriale.
COLONI E VIOLENZA MILITARE IN CISGIORDANIA
La trasformazione legale della Cisgiordania è accompagnata da un incremento delle incursioni militari e della violenza dei coloni, che operano ormai in un clima di quasi totale impunità.
L’8 febbraio 2026, un episodio particolarmente drammatico ha scosso il distretto di Qalqiliyah. Due giovani, Baraa Qablan (21 anni) e Muamen Abu Riyash (19 anni), sono stati uccisi dai soldati israeliani vicino al villaggio di ‘Izbat a-Tabib. Secondo la testimonianza di un sopravvissuto, i tre amici si erano fermati lungo la strada per celebrare il compleanno di Qablan e avevano appena acquistato snack e bibite in un alimentari.
Non appena i due sono scesi dall’auto, sono stati investiti da una scarica di 20-25 proiettili sparati da soldati appostati in un’imboscata. Il sopravvissuto ha raccontato che i soldati hanno impedito ai soccorritori palestinesi di avvicinarsi mentre Qablan era ancora in vita, costringendo i medici ad allontanarsi sotto la minaccia delle armi. Nonostante l’esercito abbia inizialmente dichiarato che i giovani fossero “terroristi intenti a lanciare sassi”, il terzo amico è stato rilasciato dopo 10 giorni senza alcuna accusa, confermando l’assenza di prove a supporto della versione militare. Al 10 febbraio, l’esercito israeliano detiene ancora i corpi dei due ragazzi, negando alla famiglia il diritto alla sepoltura.
ARRESTO DI GIORNALISTI E OPERAZIONE “MURO DI FERRO”
Il controllo del territorio passa anche attraverso il silenziamento dei media indipendenti. Il 6 febbraio 2026, le forze israeliane hanno arrestato due giornalisti al checkpoint di Ein Siniya: Bushra Al Tawil, recentemente rilasciata in uno scambio di prigionieri e nuovamente convocata per un interrogatorio mai avvenuto, e Hatem Hamdan di Al Jazeera Mubasher. Entrambi sono stati trasferiti in centri di detenzione senza accuse formali, portando a nove il numero di reporter palestinesi in “detenzione amministrativa”.
Contemporaneamente, l’esercito ha esteso l’ordine militare per l’operazione “Muro di Ferro” nel nord della Cisgiordania fino al 31 marzo 2026. Questo provvedimento mantiene i campi profughi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem in uno stato di isolamento forzato, con oltre 32.000 persone impossibilitate a tornare nelle proprie case distrutte dalle demolizioni militari degli ultimi mesi.
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