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mercoledì 15 luglio 2026

A CHI CONVIENE CHE NON SI PARLI DI “LOTTA DI CLASSE”? Fra eguali diritti decide la forza. - Lavinia Marchetti

Da: https://laviniamarchetti.substack.com - Lavinia Marchetti - Lavinia MarchettiLavinia Marchetti -  Lavinia Marchetti 

Leggi anche: (Lavinia Marchetti che-cosa-vuole-davvero-il-comunismo

Orientarsi nel labirinto della lotta di classe* - Elena Maria Fabrizio 

La lotta di classe nell’antichità greca e romana*- Geoffrey de Ste. Croix 

Per il comunismo. Il concetto di classe - Roberto Fineschi 

Sulla coscienza di classe nell'attuale fase del capitalismo* - VITTORIO RIESER 

Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 - Friedrich Engels, Introduzione (1895) 

MARX E LA RIVOLUZIONE DEL 1848 - Irene Viparelli 

La Comune di Parigi e i giudizi dei contemporanei - In appendice l'"indirizzo" di K. Marx sull'epica impresa dei "comunardi" 

CLASSE (lotta di) - Emiliano Brancaccio 

Classe, lotta di classe e prostituzione - Gianfranco Pala

Le classi nel mondo moderno* - Alessandro Mazzone 

Classi e lotta di classe dopo la “crisi del marxismo”?* - Alessandro Mazzone

ESSERE MARXISTA, ESSERE COMUNISTA, ESSERE INTERNAZIONALISTA OGGI - Samir Amin 

IL CAPITALE E’ UN RAPPORTO SOCIALE (MA QUALE?) - Gianfranco La Grassa 

Salario minimo - Gianfranco Pala 

Vitalità della riflessione marxiana e marxista sull’ideologia - Alessandra Ciattini 

LA LOTTA DI CLASSE DOPO LA LOTTA DI CLASSE - Luciano Gallino 

il comunista: Ripensare Marx - Stefano Garroni -


Vi sono parole che non si possono più pronunciare senza provare il tipico senso di disagio dei nostri tempi, quasi avessimo paura di essere considerati anacronistici, o sentirci dare degli “idealisti”, peraltro senza che nessuno abbia la minima “idea” di che cosa significhi idealismo. La volta scorsa abbiamo parlato della parola “comunismo”, stavolta ce n’è un’altra, se possibile ancora più controversa, talmente controversa che non la sento nominare da anni: “lotta di classe”. Non la sento nominare e mai come oggi abbiamo “classi”. L’abbiamo seppellita con solennità alla caduta del Muro, e di nuovo quando ci hanno spiegato che eravamo diventati tutti “ceto medio”, piccoli azionisti di noi stessi, imprenditori della propria biografia. Eppure la parola ritorna, ostinata, come ritornano i morti a cui non è stata data giusta sepoltura. Ritorna nei magazzini della logistica dove il tempo si conta in secondi, si affaccia dagli appartamenti tenuti sfitti in attesa del rendimento, riappare nella cifra oscena per cui dodici uomini valgono, in denaro contante, quanto la metà povera dell’umanità, torna nella costante perdita di diritti, sul lavoro, nelle piazza e inesorabilmente torna quando per salvarci la vita dobbiamo pagare 800 euro per una tac e non li abbiamo. Questa è la “differenza di classe”. Non è niente di complicato.

Il Manifesto del 1848 esordiva appunto con uno spettro, e con una tesi che il tempo non ha smentito, «la storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotte di classi». Al di là dello slogan e oltre la sua caricatura, voglio prenderla sul serio questa frase, interrogandomi e interrogandovi, con lentezza, su che cosa significhi davvero lotta di classe, quali siano le classi che si fronteggiano dietro la scenografia dell’uguaglianza formale, e a chi giovi, con esattezza, che di tutto ciò si smetta di parlare. Un lettore, commentando il mio scritto sul comunismo, mi ha obiettato che la lotta di classe andrebbe archiviata perché seminerebbe odio. Anche molti studenti, dopo il mio intervento, mi hanno parlato dei dubbi che li assillavano davanti a questi termini che associano alle rivolte degli anni ‘60/’70 del secolo scorso, o addirittura, qualcuno, allo stalinismo.

CHE COS’È UNA CLASSE?

domenica 5 luglio 2026

"Gli odori di Gaza". - Lavinia Marchetti

Da: https://laviniamarchetti.altervista.org - Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti -

Leggi anche: ISRAELE È UN ESPERIMENTO COLONIALE FALLITO. UN ESPERIMENTO DA CHIUDERE. - Lavinia Marchetti 


DOMANDE DI LUCIO CARACCIOLO E RISPOSTE DEL CARDINALE PIERBATTISTA PIZZABALLA. 
Vorrei intitolarla "Gli odori di Gaza".


In occasione del primo Premio Limes per il dialogo e la pace, conferito a Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, Lucio Caracciolo ha aperto un confronto sulla Terra Santa nel momento più tragico della sua storia recente. Al centro dell’incontro, Gaza, la Cisgiordania, Gerusalemme, la crisi del dialogo e la necessità di continuare a guardare quel territorio senza rimuoverne il dolore. Pizzaballa, reduce da Gaza, ha risposto alle domande portando la testimonianza diretta di chi vive da decenni dentro quel conflitto e conosce il peso concreto delle parole “pace”, “perdono”, “giustizia”. 


Ecco la trascrizione completa: 


CARACCIOLO

Eminenza, mi permetta di cominciare dal titolo dell’enciclica di Papa Leone, Magnifica humanitas. Quello che a me più di ogni altra cosa colpisce della guerra di cui lei è testimone è l’incapacità delle parti in causa di considerarsi reciprocamente umani. Nella comunicazione pubblica si insiste, in particolare per legittimare quel tipo particolarmente feroce di rappresaglia che c’è stato dopo il 7 ottobre da parte israeliana, presentando questa guerra contro, cito testualmente l’ex ministro della Difesa, “animali umani”. Devo dire, per completezza di informazione, che epiteti simili vengono usati da parte palestinese, addirittura nei confronti di altri palestinesi, mi riferisco ad Autorità nazionale e Hamas. Com’è possibile che si possa giungere a questo punto di degradazione?

PIZZABALLA

I fatti dimostrano che è possibile, purtroppo. Credo che quello che è accaduto il 7 ottobre sia stato un trauma profondo, ancora molto presente dentro l’animo israeliano, ebraico-israeliano.

Però è anche vero che veniamo da anni di un linguaggio e di una narrazione molto violenta e molto escludente. Dopo il 7 ottobre, con la guerra di Gaza, sono cadute un po’ le ultime remore che forse hanno permesso questo. Però è un insieme di cose. Non si può generalizzare: non è tutta la popolazione israeliana così, sicuramente.

Però è anche vero che c’è ancora un trauma profondo all’interno della popolazione israeliana, un senso di rifiuto di quello che è accaduto. E c’è anche una narrazione, un pensiero che poco alla volta è stato sottovalutato: “sono estremisti, sono esagerati, non contano”. Invece poco alla volta quel linguaggio è diventato, non dico dominante, comunque molto presente.

domenica 21 giugno 2026

Sulla ipocrisia delle élite accademiche che si “oppongono” a Netanyahu… -

Da: https://pungolorosso.com - https://www.facebook.com - Yitzhak Laor è un poeta, scrittore e giornalista israeliano.

Leggi anche: Il sionismo ideologia razzista di un movimento coloniale - Ilan Pappé 

La sparizione della Palestina: cos’è la pulizia etnica in Cisgiordania - Roberta De Monticelli 

EDWARD SAID “LA QUESTIONE PALESTINESE” - Lavinia Marchetti 

Silenzio su Gaza e su noi stessi - Alberto Negri

Chiarezza - Shlomo Sand

Israele/Palestina. Alle radici del conflitto - Joseph Halevi 



Nella foto (1903)
Una donna bengalese che porta un mercante britannico sulle sue spalle… 

Una compagna che ci è cara per la sua totale dedizione alla lotta di liberazione del popolo palestinese e che stimiamo per la sua competenza in questa materia, ci consiglia di rilanciare questo lungo post comparso sulla pagina facebook di R. Rinaldi. Lo ha scritto Yitzhak Laor, ed in effetti merita leggerlo anche per chi, come noi, denuncia incessantemente, senza concessione alcuna, il colonialismo occidentale (a cominciare da quello italiano di ieri e di oggi) e quello sionista, che ne è una filiazione. Vi imbatterete ancora una volta, tra l’altro, nella ripugnante figura del socialdemocratico Tony Blair. (Red. pungolorosso

https://www.facebook.com/share/p/18LFc5TaE7/ 

Questo lungo post dello scrittore israeliano Yitzhak Laor è impegnativo, ma va assolutamente letto.

È un piccolo trattato sociologico sulla quintessenza coloniale dell’ Occidente e sull’ipocrisia che permea la società israeliana, proprio a partire da quelle che sono ritenute le elites migliori: le elites accademiche oppositrici di Netanyahu.

Scrive Laor: (Traduzione R. Rinaldi)
 
" TONY BLAIR , JERRY SEINFELD E L' UNIVERSITÀ DI HAIFA"
(una lista per chi ha fame di sapere) 

domenica 14 giugno 2026

ISRAELE È UN ESPERIMENTO COLONIALE FALLITO. UN ESPERIMENTO DA CHIUDERE. - Lavinia Marchetti

Da: https://laviniamarchetti.altervista.org - - Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti -

Leggi anche: «EBRAICO E DEMOCRATICO»: UN OSSIMORO? - Shlomo Sand 
“Solo la pressione della società civile può fermare il genocidio” - Andrea Umbrello intervista Michael Lynk 


ISRAELE È UN ESPERIMENTO COLONIALE FALLITO. UN ESPERIMENTO DA CHIUDERE. 
Settantotto anni di dati attendono un verbale che l'Occidente non vuole firmare. 


Quando un esperimento fallisce, la scienza impone il dovere di sospendere il protocollo e di esaminare i risultati. Nessun laboratorio serio insisterebbe per settantotto anni su un’ipotesi che i dati smentiscono con tale abbondanza. Eppure l’Occidente continua ad armare e ad assolvere Israele, l’ultimo dei suoi esperimenti coloniali e il più costoso, in denaro e in vite umane, un accanimento terapeutico che può solo finire peggio. L’esperimento è fallito, lo vediamo tutti. Resterebbe da redigere il resoconto.

Che si trattasse di un’impresa coloniale lo sapevano per primi i fondatori, i quali parlavano la lingua del loro tempo senza alcun imbarazzo. Herzl, nel 1896, prometteva alle potenze europee “un avamposto di civiltà contro la barbarie”, e nel 1902 scriveva a Cecil Rhodes, il colonizzatore della Rhodesia, invitandolo a riconoscere nel progetto sionista “qualcosa di coloniale”. Jabotinsky, nel 1923, ammise con una franchezza che oggi nessun portavoce si concederebbe, come la colonizzazione potesse procedere soltanto dietro un “muro di ferro” di baionette, poiché sapeva bene storicamente, che nessuna popolazione indigena ha mai acconsentito di buon grado alla propria sostituzione etnica. La dichiarazione Balfour, nel 1917, fu l’atto con cui un impero dispose di una terra altrui in favore di un movimento nato in Europa, riservando agli abitanti, allora il novanta per cento della popolazione, la qualifica sprezzante di “comunità non ebraiche esistenti”. Il vocabolario dell’esperimento era completo prima ancora che l’esperimento cominciasse.

martedì 12 maggio 2026

“Solo la pressione della società civile può fermare il genocidio” - Andrea Umbrello intervista Michael Lynk

Da: https://kritica.it/politica - Michael Lynk è un accademico canadese specializzato in diritto. È stato professore associato presso l'Università di Western Ontario dal 1999 fino al suo pensionamento nel 2022. Dal 2016 al 2022 è stato Relatore Speciale sulla situazione dei diritti umani in Palestina. - Andrea Umbrello Giornalista multimediale, documenta storie di prima linea attraverso pubblicazioni internazionali, podcast, libri e fotogiornalismo. Da anni si dedica alla copertura della questione palestinese, delle violazioni dei diritti umani e delle ingiustizie sociali nel mondo. 

Leggi anche: Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina - ILAN PAPPÉ

È chiaro: Israele ha ora un piano per la pulizia etnica dei palestinesi di Gaza - Gideon Levy  

«EBRAICO E DEMOCRATICO»: UN OSSIMORO? - Shlomo Sand 

I COLONI ISRAELIANI: DALLE RADICI DEL SIONISMO ALLA REALTÀ CONTEMPORANEA - Lavinia Marchetti 

Vedi anche: La politica israeliana tra occupazione e massacro - Gideon Levy


Michael Lynk, Relatore speciale ONU per i territori palestinesi dal 2016 al 2022, ha preceduto Francesca Albanese. “Il suo è il ruolo che richiede più coraggio”. Sostiene che le avvisaglie del genocidio ci fossero tutte già da anni. “Solo la società civile e le organizzazioni per i diritti umani, facendo pressione sulle classi politiche, possono fermare la distruzione del popolo palestinese”. 

Con l’inizio del genocidio israeliano nella Striscia di Gaza, la figura di Francesca Albanese è emersa come una guida nell’impegno contro la cancellazione del popolo palestinese. Relatrice speciale ONU per la situazione dei diritti umani nei Territori occupati, oggi sottoposta a una pressione costante per il contenuto delle sue posizioni e a reiterate violenze istituzionali da parte in primo luogo del governo degli Stati Uniti, Albanese non è la prima persona nel suo ruolo, come ha sottolineato lei stessa più volte, a doversi districare tra attacchi frontali e delegittimazioni.

Abbiamo raggiunto Michael Lynk, che ha preceduto Francesca Albanese come Relatore speciale delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati. Durante il suo mandato tra il 2016 e il 2022, Lynk ha osservato e documentato una delle occupazioni più lunghe del mondo contemporaneo, contribuendo a definire giuridicamente alcuni degli aspetti più delicati del dibattito internazionale. 

Professor Lynk, oggi, qual è la sua valutazione della situazione nei Territori palestinesi occupati e quali fattori ritiene più preoccupanti nel prossimo futuro?


Questo è il periodo più buio dell’occupazione israeliana, se misurato rispetto a quasi 60 anni di un’occupazione già buia, spietata e oppressiva. Il programma del governo israeliano per annettere illegalmente la Cisgiordania, dopo aver già annesso illegalmente Gerusalemme Est in due fasi nel 1967 e nel 1980, equivale a una versione più spinta dell’occupazione, portata avanti sotto gli occhi della comunità internazionale, ma con una reazione effettiva sorprendentemente debole.

L’annessione di territori occupati è illegale secondo il diritto internazionale dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, e l’annessione da parte di Israele di territorio palestinese è stata dichiarata illegale dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dall’Assemblea Generale e dalla Corte Internazionale di Giustizia. Israele continua però a godere di impunità rispetto alle conseguenze delle proprie azioni a causa della passività dell’Europa e del Nord America.

La crescita esponenziale degli insediamenti israeliani, l’asse portante dell’apartheid israeliano nel territorio palestinese occupato, negli ultimi anni indica sia la volontà israeliana di annettere formalmente la Cisgiordania sia l’inefficacia delle tiepide critiche provenienti dall’Occidente. Oggi, con i continui annunci israeliani di nuovi insediamenti, l’aumento drastico della violenza dei coloni e dell’esercito contro i palestinesi in Cisgiordania, e la crescente confisca di terre palestinesi per l’espansione degli insediamenti e per strade riservate ai coloni, la maschera è caduta. Se il Nord globale non adotterà misure decisive contro Israele mediante sanzioni e disinvestimenti, di fronte alla crescita incessante degli insediamenti e al genocidio a Gaza, allora non è mai stato realmente interessato a sostenere una soluzione a due Stati. 

giovedì 23 aprile 2026

L'impunità non durerà per sempre - Francesca Albanese

Da: We Stand With Francesca Albanese - Francesca Albanese  è una giurista e docente italiana, specializzata in diritto internazionale e diritti umani. Dal 2022 è relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.- Francesca Albanese -

Leggi anche: PERCHÉ TANTO ODIO NEI CONFRONTI DI FRANCESCA ALBANESE? - Lavinia Marchetti 

Vedi anche: "Genocidio di Gaza: un crimine collettivo": presentazione del nuovo report della relatrice ONU, Francesca Albanese - Conferenza stampa di Stefania Ascari https://webtv.camera.it/evento 

Francesca Albanese, relatrice speciale dell'Onu, a margine della conferenza alla Camera dei Deputati: https://www.facebook.com/reel/1032709016581993 

La Confessione: Francesca Albanese - https://www.raiplay.it/video/2025/10/Francesca-Albanese 


Il 21 gennaio 2026, la relatrice speciale dell'ONU sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha affermato che "l'impunità non durerà per sempre" in merito alle gravi violazioni del diritto internazionale a Gaza e all'occupazione israeliana in corso. 

Ha fatto queste osservazioni in un'intervista rilasciata a seguito di una lezione alla SOAS University of London (+972 Magazine, 2026). 

Albanese ha notato che, anche se la copertura mediatica globale è diminuita dopo un cessate il fuoco formale, l'emergenza umanitaria e la violenza contro i civili persistono. Secondo lei, ciò riflette un continuo modello di violenza che non può durare all'infinito senza responsabilità (+972 Magazine, 2026). 

Le sue osservazioni emergono tra le crescenti tensioni che riguardano il ruolo degli esperti e delle istituzioni internazionali. Nel luglio 2025, gli Stati Uniti hanno sanzionato Albanese, sostenendo che si stava impegnando in una "guerra politica ed economica" attraverso le sue critiche a Israele. 

Ha respinto le sanzioni, descrivendole come uno sforzo per intimidirla, e ha ribadito la sua dedizione a sostenere la giustizia e il diritto internazionale (Al Jazeera, 2025; Euronews, 2025). 

I gruppi per i diritti umani, tra cui Amnesty International, hanno condannato le sanzioni, caratterizzandole come una violazione dei principi fondamentali della giustizia internazionale e un tentativo di reprimere la difesa dei diritti umani. L'organizzazione ha chiesto anche agli altri governi di opporsi a tali azioni (Amnesty International, 2025). 

Le dichiarazioni di Albanese suggeriscono un cambiamento più ampio nella consapevolezza internazionale. Lei sostiene che, sebbene i progressi possano essere graduali, le richieste di giustizia e responsabilità stanno diventando sempre più importanti nelle discussioni globali. 

Secondo la sua prospettiva, un sistema che tollera l'impunità prolungata è sempre più incompatibile con un ordine internazionale che aspira a sostenere gli standard giuridici e morali di fronte a conflitti duraturi. 

Riferimenti
+972 Rivista. (2026, 21 gennaio). 'L'impunità non durerà per sempre': cosa fa sperare Francesca Albanese.
Al Jazeera. (2025, luglio). L'esperto dell'ONU Albanese respinge le sanzioni "oscene" degli USA per aver criticato Israele.
Euronews. (2025, 11 luglio). Albanese, investigatore dell'ONU Palestina, le sbatte le sanzioni degli Stati Uniti come "un segno di colpa".
Amnesty International. (2025). USA: le sanzioni contro la relatrice speciale ONU Francesca Albanese sono un affronto vergognoso alla giustizia internazionale.

martedì 21 aprile 2026

A Teheran migliaia di donne sono scese in piazza. - Antonio Micciulli

Da: Antonio Micciulli - 


Con l'Iran khomeinista nel momento in cui l'Iran khomeinista è aggredito - Stefano G. Azzarà



Intervista con compagni iraniani del Partito dei Lavoratori (Toufan)  https://haizeagorriak.wordpress.com

Vedi anche: Confessioni di una Femminista Iraniana: “ecco perchè oggi difendo la sovranità dell’Iran” - Minoo Mirshahvalad 

How is IRAN Like Now? 🇮🇷 What media don't show you!! Reality https://www.youtube.com/watch?v=sA4D91E78QI

Ascolta anche: IRAN, contraddizioni interne ed ingerenze esterne di Michela Arricale (https://grad-news.blogspot.com/2026/01/yesterdays-papers-iran-contraddizioni.


A Teheran, oggi, migliaia di donne sono scese in piazza. Con rabbia, disciplina e una consapevolezza politica che il mondo occidentale vuole nascondere. 

Immagini di piazza, effigi bruciate di Trump e Netanyahu, cori contro l'intervento straniero: lo scenario è lontano anni luce dai cliché con cui i media occidentali raccontano l'Iran.
Si tratta di un segnale potente e complesso di un popolo stanco di guerre che non sono le sue, di sanzioni che affamano, di blocchi navali che strangolano le economie e isolano interi Paesi. 

In Italia, i "giornalisti" dell'era Meloni hanno tentato di liquidare questa notizia come "manifestazione pro-regime" per evitare una domanda scomoda: perché così tante donne iraniane scendono in piazza contro gli USA? 

La risposta non è l'indottrinamento, come suggerisce la narrazione dominante. 

La verità è che l'Iran vive da anni sotto una pressione esterna sistematica: sanzioni economiche che colpiscono la popolazione civile, isolamento finanziario, minacce militari cicliche. 

martedì 17 marzo 2026

Il femminismo non sarà strumentalizzato per la propaganda di guerra: la situazione delle donne in Iran e nei regimi wahabiti e talebani originari degli USA, i fatti. - Diane Gilliard

Da: https://www.initiative-communiste.fr - Diane Gilliard, Commissione sulla condizione femminile del PRCF, JBC per www.initiative-communiste.fr 

Vedi anche: Confessioni di una Femminista Iraniana: “ecco perchè oggi difendo la sovranità dell’Iran” - Minoo Mirshahvalad  

Leggi anche: IL VELO E LA BOMBA - Lavinia Marchetti

La morte di Mahsa Amini nel settembre 2022, una giovane curda iraniana uccisa durante un fermo di polizia dalla polizia morale per aver indossato il velo "in modo scorretto ", ha scatenato una rivolta popolare di portata senza precedenti dalla Rivoluzione del 1979. La discriminazione subita dalle donne iraniane è reale, documentata e grave. Ma dai primi attacchi aerei israelo-americani del 28 febbraio 2026, soprannominati "Operazione Furia Epica", questa discriminazione è diventata uno strumento di propaganda centrale nei media occidentali, con l'obiettivo di legittimare e generare sostegno per una guerra di aggressione i cui obiettivi sono completamente diversi.

Una guerra con obiettivi imperiali e coloniali

Quando Donald Trump ha giustificato gli attacchi contro l'Iran – che hanno preso di mira almeno nove città, siti nucleari, installazioni militari e lo stesso Leader Supremo Ali Khamenei, ucciso nell'operazione – le parole "diritti delle donne" e "liberazione" hanno rapidamente saturato il dibattito mediatico occidentale. Eppure gli obiettivi dichiarati o percepibili di questa operazione sono di natura completamente diversa.

Innanzitutto, il petrolio . L'Iran possiede una delle maggiori riserve di idrocarburi al mondo. Quando Trump catturò Maduro in Venezuela nel gennaio 2016, dichiarò la sua intenzione di "riprendersi" il petrolio venezuelano. La logica è la stessa in Iran: spezzare uno Stato resistente all'egemonia americana significa anche riaprire l'accesso alle sue risorse energetiche a beneficio delle aziende occidentali. Ma significa anche privare la Cina, un concorrente geopolitico degli Stati Uniti la cui stessa esistenza potrebbe portare al crollo dell'egemonia del suo asse imperialista. Venezuela, Iran e Russia, presi di mira e attaccati dagli Stati Uniti, sono infatti i principali fornitori della Cina.

sabato 14 marzo 2026

PERCHÉ NON ARRIVANO IMMAGINI O VIDEO DALLE CITTÀ ISRAELIANE BOMBARDATE? - Lavinia Marchetti

Da: https://laviniamarchetti.altervista.org - Lavinia MarchettiLavinia Marchetti

Siamo letteralmente invasi da immagini e video palesemente fake o create con AI che giungono da Israele o dall’Iran. Mai come in questa guerra la visibilità è così scarsa. Molti condividono senza capire il danno che fanno all’informazione cadendo così nel tranello della nebbia militare dove se tutto può essere falso, anche ciò che è vero si perde nelle migliaia di immagini false. Un po’ come con i file di Epstein.

Questa oscurità visiva va ben oltre la classica “nebbia militare”, è l’esito di una sofisticata e spietata strategia multi-dominio. Questa strategia integra l’applicazione draconiana della censura militare storica, la repressione legale e fisica del giornalismo indipendente sul campo, il blocco preventivo e coordinato dell’Open Source Intelligence (OSINT) satellitare su scala commerciale, e una raffinata gestione della cosiddetta “guerra cognitiva” (Cognitive Warfare). L’obiettivo di questa strategia è duplice: da un lato, negare al nemico informazioni tattiche vitali per la calibrazione dei propri sistemi d’arma; dall’altro, proteggere il morale e la stabilità psicologica di una nazione già profondamente traumatizzata, proiettando al contempo un’immagine di invulnerabilità tecnologica sul palcoscenico globale.

LA CENSURA MILITARE ISRAELIANA

Il cosiddetto Censore Militare Israeliano, a differenza di molte democrazie occidentali dove la libertà di stampa gode di tutele quasi assolute anche in tempo di crisi, ha ereditato e mantenuto in vigore normative risalenti al mandato coloniale britannico che conferiscono alle autorità militari una giurisdizione eccezionalmente ampia sui mezzi di comunicazione. La Censura Militare Israeliana è un’unità governativa di massima sicurezza presieduta dal Capo Censore, un alto ufficiale militare nominato direttamente dal Ministro della Difesa. Il suo mandato ufficiale è quello di esercitare una censura preventiva su qualsiasi informazione, pubblicazione o trasmissione che possa compromettere la sicurezza dello Stato, rivelare dettagli sulle operazioni militari oltre confine o esporre segreti strategici, come il programma di armi nucleari del Paese (incluso il reattore di Dimona, ripetutamente minacciato dai funzionari iraniani come bersaglio primario).

sabato 21 febbraio 2026

È ANCORA POSSIBILE OPPORSI AD UN GENOCIDIO. CHI NON LO FA (QUASI TUTTI) È COMPLICE. VOGLIO RINGRAZIARE QUESTE PERSONE A CUI È RIMASTA ADDOSSO DELL’UMANITÀ. - Lavinia Marchetti

 Da: https://laviniamarchetti.altervista.org - Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti -

Vedi anche: Disunited Nations Medio Oriente: l'ONU nella bufera 

I casi del telecronista Stefan Renna, della regista Kawthar ibn Haniyya e della relatrice ONU Francesca Albanese.

– Stefan Renna: ha trasformato una telecronaca tecnico-sportiva in un atto di denuncia politica, scatenando un dibattito globale sui confini del giornalismo sportivo e sulla coerenza etica delle organizzazioni internazionali come il Comitato Olimpico Internazionale (CIO). Durante la discesa dell’equipaggio israeliano composto dal pilota Adam Edelman e dal frenatore Menachem Chen, Renna ha sospeso il consueto commento su traiettorie e tempi intermedi per focalizzarsi sul profilo ideologico dell’atleta Edelman. Il giornalista ha citato esplicitamente le dichiarazioni pubbliche del bobbista, che si era autodefinito “sionista fino al midollo” e aveva descritto l’operazione militare a Gaza come “la guerra più moralmente giusta della storia”.

L’analisi di Renna non si è limitata alla citazione, ma ha esteso il campo alla condotta extra-sportiva di Edelman. Il bobbista, nato a Boston ma rappresentante di Israele, è stato accusato di aver utilizzato i suoi canali social per minacciare attivisti internazionali, tra cui Greta Thunberg e i membri della “Global Sumud Flotilla”, auspicando per loro un incontro con Hamas a Gaza come “metodo diverso per ottenere lo stesso risultato finale”. Renna ha sottolineato come la partecipazione di atleti con posizioni così radicali e bellicose ponga un interrogativo profondo sulla missione olimpica di pace. Il giornalista ha ricordato come l’istituzione olimpica abbia escluso gli atleti russi e bielorussi a causa del conflitto in Ucraina, invocando la neutralità politica dello sport. Tuttavia, tale rigore sembra svanire di fronte al sostegno esplicito di atleti israeliani a operazioni militari definite da commissioni d’inchiesta delle Nazioni Unite come potenziali atti di genocidio.La risposta della RTS è stata indicativa della fragilità del sistema dell’informazione di fronte a temi polarizzanti. Sebbene il broadcaster abbia ammesso la veridicità fattuale delle informazioni riportate da Renna, ha rimosso il filmato dal proprio sito web, giustificando la scelta con l’inappropriatezza del formato e della lunghezza dell’intervento all’interno di un commento sportivo. La critica interna ed esterna ha però sollevato il dubbio che tale rimozione fosse dettata dal timore di ritorsioni politiche e diplomatiche, specialmente in un momento in cui la Svizzera si trovava a discutere il rinnovo della propria legge sulla radiotelevisione.

giovedì 12 febbraio 2026

GAZA E CISGIORDANIA. IL GENOCIDIO E L'ANNESSIONE. COSA STA SUCCENDENDO IN PALESTINA - Lavinia Marchetti

Da: https://laviniamarchetti.altervista.org - Lavinia MarchettiLavinia Marchetti -  

Leggi anche: DIssolti - Paola Caridi 

Nelle ultime 72 ore, una serie di eventi coordinati tra l’azione militare diretta nella Striscia di Gaza e una rivoluzione legislativa senza precedenti in Cisgiordania hanno delineato quello che gli analisti definiscono come il passaggio dalla “guerra cinetica” a una “guerra amministrativa” di logoramento. La condizione attuale della Striscia di Gaza è dettata da una politica militare rigida e sadica, imperniata sulla cosiddetta “Linea Gialla”. Questa linea di demarcazione separa il 53% del territorio sotto il controllo diretto delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) dalle enclave urbane residue, dove la popolazione palestinese è ammassata in condizioni di precarietà estrema. La “tregua”, lungi dall’essere un periodo di ricostruzione, si è trasformata in un “cessate il fuoco unilaterale” in cui le operazioni militari israeliane continuano sotto forma di “risposte a violazioni” spesso immaginarie, provocando uno stillicidio quotidiano di vittime civili. 

Nelle ultime 48 ore, l’attività aerea e di terra ha subito un’impennata drammatica. Lunedì 9 febbraio 2026, un attacco aereo israeliano ha centrato un appartamento residenziale nel quartiere Al-Nasr, nella zona occidentale di Gaza City. L’esplosione non ha solo distrutto l’edificio, ma ha investito le tende vicine che ospitavano famiglie di sfollati, portando il bilancio delle vittime a quattro morti e numerosi feriti trasferiti d’urgenza all’ospedale Al-Shifa. Questo incidente si inserisce in un quadro di violenza diffusa che ha visto, nello stesso giorno, l’uccisione del contadino Khaled Baraka, colpito dal fuoco israeliano mentre lavorava nelle terre a est di Deir al-Balah, in un’area teoricamente protetta dagli accordi di tregua.


I NUMERI DEL MINISTERO

mercoledì 28 gennaio 2026

Scene di caccia alle streghe degli anti-antisemiti - Ada Waltz , Massimo Zucchetti

Da: https://contropiano.org -  Massimo Zucchetti è professore ordinario dal 2000 presso il Politecnico di Torino, Dipartimento di Energia. Attualmente è docente di Radiation Protection, Tecnologie Nucleari, Storia dell’energia, Centrali nucleari. - Massimo Zucchetti - https://zucchett.wordpress.com

Leggi anche: La definizione di antisemitismo dell’IHRA - Ugo Giannangeli  

Antisemitismo e antisionismo sono collegati tra loro? - Alessandra Ciattini  

I COLONI ISRAELIANI: DALLE RADICI DEL SIONISMO ALLA REALTÀ CONTEMPORANEA - Lavinia Marchetti  

PALESTINA. Economia e occupazione: dal Protocollo di Parigi ad oggi. - Francesca Merz  

Criminalizzazione delle vittime e della Solidarietà: la deriva italiana made in Israel - Angela Lano

Come la lotta all’antisemitismo viene strumentalizzata dai partigiani di Israele.

Costantino Ciervo si occupa del conflitto mediorientale da decenni. Nato a Napoli nel 1961, Ciervo, noto come artista soprattutto per le sue installazioni multimediali, vive da molti anni a Berlino e sa bene quanto il tema sia delicato in Germania. Sui discendenti dei carnefici nazisti grava il peso storico della colpa della Shoah.

A causa dei crimini contro lumanità commessi dai loro nonni, lesistenza dello Stato di Israele e la sua difesa sono e devono rimanere per sempre ragion di Stato tedesca: questo è stato inculcato ai tedeschi non solo da Angela Merkel, ma da ogni parte, per oltre mezzo secolo. Così, in Germania, qualsiasi critica a Israele è da tempo sotto il sospetto di antisemitismo. E nessuna accusa è tanto dannosa per la reputazione di qualcuno quanto quella di antisemitismo.

Ciononostante, già nel 2002 Ciervo aveva affrontato il tema del conflitto israelo-palestinese con la produzione di un video a due canali sincronizzati di circa dieci minuti, dal quale nel 2011 ha sviluppato la video-scultura cinetica “Pale-Judea. Lopera è composta da due monitor montati su una bilancia, nei quali appare lattore Horst Günter Marx. In uno dei monitor, egli interpreta un israeliano che motiva la propria rivendicazione sulla terra tra il Giordano e il Mediterraneo; nellaltro, espone invece le contro-argomentazioni di un palestinese.

Nonostante la discussione accesa e aspra dei due contendenti, il titolo dellopera, Pale-Judea, rimanda allutopia di Ciervo: che entrambi i popoli smettano di combattersi e lavorino insieme a uno Stato democratico comune, nel quale tutti godano degli stessi diritti.

Da questa idea prende le mosse la concezione complessiva della mostra di Ciervo “Comune. Il paradosso della somiglianza nel conflitto mediorientale”, attualmente visitabile al Museum Fluxus+ di Potsdam.

sabato 17 gennaio 2026

Confessioni di una Femminista Iraniana: “ecco perchè oggi difendo la sovranità dell’Iran” - Minoo Mirshahvalad

Da: OttolinaTV - 
Vedi anche: How is IRAN Like Now? 🇮🇷 What media don't show you!! Reality https://www.youtube.com/watch?v=sA4D91E78QI 
Ascolta anche: IRAN, contraddizioni interne ed ingerenze esterne di Michela Arricale (https://grad-news.blogspot.com/2026/01/yesterdays-papers-iran-contraddizioni.)

Se anche le femministe iraniane si ribellano all'ipocrisia della sinistra imperiale e difendono  
Intervista a Minoo Mirshahvalad, da portavoce del movimento dei diritti civili alla difesa dell'Iran contro l'aggressione di impero e sionismo 

                                                                            

Altra testimonianza: da Clara Statello 
Le Donne Iraniane SBURGIARDANO la propaganda USA per il REGIME CHANGE a Teheran - Hanieh Tarkian
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Un'altra ancora: da https://www.lafionda.org 
Iran: dieci giorni dentro un Paese sotto assedio -  Elena Basile
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La donna iraniana - Roberta Rivolta

lunedì 5 gennaio 2026

«EBRAICO E DEMOCRATICO»: UN OSSIMORO? - Shlomo Sand

Da Shlomo Sand, L'invenzione del popolo ebraico, 2008 - Lavinia Marchetti - https://laviniamarchetti.altervista.org -  - Lavinia MarchettiLeggi anche: PALESTINA. Economia e occupazione: dal Protocollo di Parigi ad oggi. - Francesca Merz
Chiarezza - Shlomo Sand
Israele/Palestina. Alle radici del conflitto - Joseph Halevi 
PALESTINA. Economia e occupazione: dal Protocollo di Parigi ad oggi. - Francesca Merz

PEZZI DI STORIA IMPRESCINDIBILI.
Shlomo Sand, L'invenzione del popolo ebraico, 2008. 

Tra le conseguenze del processo di liberalizzazione ed etnicizzazione degli anni Ottanta vi fu anche la nascita di un nuovo partito arabo-ebraico, più radicale del partito comunista tradizionale che fino ad allora aveva dato voce alla protesta araba e molto più fermo nell’opposizione alla politica identitaria dello Stato d’Israele. 

Nelle file della Lista progressista per la pace capeggiata da Muhammad Miarri cominciò a profilarsi un nuovo tipo di critica indirizzata alla natura stessa dello Stato israeliano e che proponeva una sua «desionizzazione». Erano solo le prime avvisaglie. La Commissione elettorale della Knesset non ammise il nuovo partito alle elezioni, insieme alla lista di estrema destra di rav Me’ir Kahana, ma una sentenza della Corte suprema, istituzione che stava diventando il baluardo del liberalismo israeliano, annullò la decisione e i due partiti furono accettati. Contrariamente ai movimenti arabo-israeliani che lo avevano preceduto, come al-Ard (La terra) negli anni Sessanta e i Bene ha-kefar (Figli del villaggio) negli anni Settanta, la Lista progressista per la pace, che presentò come secondo candidato il generale in pensione Mati Peled, ottenne due seggi in parlamento. 

La nuova Knesset reagì a questo modesto successo approvando nel 1985, con una maggioranza schiacciante e senza opposizione, un nuovo emendamento alla Legge fondamentale del Parlamento. Il comma 7a stabiliva per la prima volta in modo esplicito che non sarebbe stata autorizzata a partecipare alle elezioni per il parlamento israeliano alcuna lista che includesse nel programma uno dei seguenti obiettivi: «1. negare l’esistenza dello Stato d’Israele come Stato del popolo ebraico; 2. negare la natura democratica dello Stato; 3. incitare al razzismo». Malgrado la nuova legge, la Lista progressista per la pace non fu bloccata, ancora una volta in virtù dell’intervento della Corte suprema. 

In seguito comparvero altri partiti arabi i quali, pur muovendosi con cautela per non entrare esplicitamente in polemica con la legge, non smisero tuttavia di mettere pubblicamente in discussione la natura dello Stato. Una intera generazione di intellettuali palestinesi, troppo giovani per aver vissuto la Nakba e il regime militare e che si erano integrati nella cultura israeliana affiancandola a quella araba di partenza, cominciò a esprimere con crescente fermezza la propria insoddisfazione per la situazione politica: lo Stato in cui gli arabo-israeliani erano nati, di cui costituivano un quinto della popolazione e di cui erano formalmente cittadini a tutti gli effetti, sosteneva apertamente di non essere loro, ma di appartenere a un altro popolo che continuava in gran parte a vivere all’estero. 

sabato 20 dicembre 2025

FUGA DA LIMES. DIMISSIONARI, FILOPUTINIANI, TANTA PROPAGANDA PER NULLA. - Lavinia Marchetti

Da: Lavinia Marchetti - https://laviniamarchetti.altervista.org - Lavinia Marchetti



Per quanto si possa essere in disaccordo con svariate posizioni prese negli anni, per me Limes resta una sorta di oggetto raro, oserei dire un lusso, dentro un paese che vive di politica estera come vive di meteorologia, a spanne, per sentito dire. Iniziai a leggerla dai primi anni Duemila, conscia che lì non avrei trovato il coraggio di una posizione netta, ma anche convinta che l’Italia, fuori da riviste di settore più specialistiche e quindi più ostiche nella lettura e spesso filoatlantiste, abbia avuto a disposizione poche cose capaci di tenere insieme mappe, storia, interessi materiali, rapporti di forza, senza scadere nel bollettino militare di giornata. 

Sull’Ucraina, per esempio, Limes è stata utilissima. Per quanto i social sembrino un coacervo di tuttologi, in realtà dobbiamo ricordarci che in media si conoscono bene 2-3 argomenti. Io ho sempre studiato, sul lato storico, il medio oriente, quindi, prima dell’invasione russa, dell'Ucraina avevo in testa un bagaglio da liceo mal digerito e qualche nome lanciato in aria, Stalin, il salto nel vuoto di Janukovyč, un’idea vaga di frontiera postsovietica, ma avrei saputo nominare giusto due regioni. Poi arriva la guerra e ti accorgi che “sapere” significa sapere poco, oppure sapere male. Limes ti mette davanti cartine, geografie energetiche, dati concreti e analisi e ti fa vedere dove finisce la retorica e dove iniziano i vincoli storici. Anche quando sbaglia, è successo, anche a Caracciolo, almeno sbaglia davanti ai fatti, con un testo firmato e una presa di responsabilità. 

IL FUGGI FUGGI, COSI', "DE BOTTO" 

Negli ultimi giorni quattro nomi illustri hanno sbattuto la porta, denunciando un insostenibile "filoputinismo" strisciante fra le pagine dirette da Lucio Caracciolo. Il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore e oggi responsabile Difesa per Azione, ha dichiarato al Corriere: «Non potevo restare un minuto di più accanto a tutti quei filoputiniani sfegatati». Si, a me ha fatto ridere, un po'. Non troppo. Dietro a queste parole, via social, abbiamo saputo delle sue dimissioni dal Consiglio scientifico di Limes. Il motivo? L’incompatibilità con quella che definisce “la linea politica di mancato sostegno ai principi del diritto internazionale, stracciati dall’aggressione russa all’Ucraina”, insomma, secondo l’ex generale, Caracciolo e soci peccano di ignavia quando c’è da condannare Mosca: troppa equidistanza (in tempi di guerra inventata non si può), se non aperta indulgenza, verso Putin (sic.). Camporini non è solo. Lo hanno preceduto di poche ore Federigo Argentieri (politologo della John Cabot University), Franz Gustincich (analista) e Giorgio Arfaras (economista), veterani dei comitati di Limes. Anche loro, con un telegramma gelido, hanno chiesto la rimozione immediata dei propri nomi dalla prestigiosa testata. Si sono svegliati tutti assieme, così, "de botto". Una defezione collettiva mai vista in oltre trent’anni di storia della rivista, paragonabile a un ammutinamento in piena regola. Il professore Argentieri, penna presente sin dal primo numero del 1993, ha spiegato ad Adnkronos di aver maturato una scelta “politica e morale”, dettata dall’escalation della guerra in Ucraina e dall’impossibilità di tollerare oltre il bias anti-Kiev del magazine: «Il vero problema è il pregiudizio strutturale che la rivista ha nei confronti dell’Ucraina da oltre vent’anni», accusa Argentieri Già dalla Rivoluzione Arancione del 2004, a suo dire, Limes avrebbe assunto una postura diffidente se non ostile verso Kiev. Ci ha messo solo 21 anni per farlo presente. In passato la rivista avrebbe persino ospitato contenuti discutibili come L’autobus di Stalin di Antonio Pennacchi, “un’orrenda apologia cinica del dittatore”, proprio mentre altrove si denunciavano i crimini staliniani in Ucraina. Insomma, una linea editoriale giudicata filorussa ante litteram, divenuta per Argentieri “irrespirabile” nel contesto attuale: «La copertura mediatica sull’Ucraina ormai è una nube tossica che avvelena il pubblico» ha dichiarato, puntando il dito contro Caracciolo come responsabile di contribuire alla disinformazione invece di combatterla. 

venerdì 12 dicembre 2025

Caccia alle streghe: l'eretico e l'Inquisizione: perché l'Occidente teme Francesca Albanese - Michele Leonardi

Da: https://www.counterpunch.org - Michele Leonardi - Francesca Albanese è una giurista e docente italiana, specializzata in diritto internazionale e diritti umani. Dal 2022 è relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.- Francesca Albanese -


Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967 , rappresenta una minaccia sistemica ed esistenziale alla narrazione della "civiltà occidentale" e al mito della supremazia propagandato quotidianamente dall'establishment. 

Nel panorama mediatico italiano, Maurizio Molinari (ex direttore de La Repubblica e La Stampa ) e l'opinionista televisivo Davide Parenzo sono i principali esempi di questo marciume sistemico, rappresentando due dei peggiori esempi di media dominati dal sionismo in Italia. Come ha sottolineato Chris Hedges lo scorso fine settimana in un forum a Roma, queste persone – come i loro omologhi americani del New York Times o del Washington Post – non possono essere considerate giornalisti, ma servitori del potere e, in questo caso, dell'hasbara israeliana (il sistema di propaganda sionista).

La ferocia della caccia alle streghe contro Albanese non è casuale; è una risposta al panico. È pericolosa per l'establishment non perché sia ​​una politica che usa slogan, ma perché brandisce l'arma tecnica e inattaccabile del diritto internazionale contro una macchina propagandistica costruita sulla menzogna. Questa paura si è manifestata in attacchi che sono degenerati in isteria medievale, perpetrati non solo da Israele, ma da un'alleanza occidentale – che include gli Stati Uniti e la maggior parte degli Stati membri dell'UE – profondamente complice del genocidio in corso. 

giovedì 4 dicembre 2025

PERCHÉ TANTO ODIO NEI CONFRONTI DI FRANCESCA ALBANESE? - Lavinia Marchetti

Da: https://laviniamarchetti.altervista.org - Lavinia Marchetti - Lavinia Marchetti -

Leggi anche: https://contropiano.org/interventi/2025/12/10/lincredibile-macchina-del-fango-contro-una-sola-persona-francesca-albanese-0189715 

https://laviniamarchetti.altervista.org/la-macchina-della-propaganda-digitale-contro-francesca-albanese 

Ci sono figure che entrano nel dibattito pubblico e diventano un bersaglio immediato, come se concentrassero su di sé tensioni rimaste a lungo senza nome. Francesca Albanese, relatrice speciale ONU sui territori palestinesi occupati, rientra in questa categoria. Prima donna in quel mandato, confermata per un secondo periodo dopo il 2025, si muove in uno spazio già infiammato e infettato. Svolge un ruolo in cui si parla di colonialismo, di genocidio e di diritto internazionale. Cosa significa? Significa mettere il becco nelle colpe dell’Europa. Nel suo caso, però, la quantità di odio, dileggio, aggressione simbolica supera di molto il conflitto politico usuale. Viene sanzionata dagli Stati Uniti per i suoi rapporti sul ruolo delle imprese nell’economia dell’occupazione; viene dichiarata indesiderata in Israele; riceve attacchi continui da governi, partiti, gruppi di pressione filoisraeliani, mentre una parte consistente della società “civile” globale firma appelli a sua difesa. Analizziamo un po’ più in dettaglio i meccanismi dell’odio. 


– UNA DONNA CHE PARLA CON AUTORITÀ IN UN CAMPO MASCHILE