martedì 28 gennaio 2020

La definizione di antisemitismo dell’IHRA - Ugo Giannangeli

Da: https://ecoinformazioni.com/ - Ugo Giannangeli, collaboratore di Arci ecoinformazioni e docente della Scuola Diritti umani del Coordinamento comasco per la Pace.

L’antisemitismo secondo la definizione della Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA): veramente è equiparato all’antisionismo? 

La recente dichiarazione d’amore di Salvini per Israele si aggiunge alla lunga lista delle precedenti di esponenti della destra, anche estrema come Orban. Israele, invece di essere indignato o quanto meno imbarazzato, ne è compiaciuto. Dore Gold, ex ambasciatore israeliano all’Onu, ospite d’onore al recente convegno leghista sull’antisemitismo, ha apprezzato le parole di Salvini ed ancora di più avrà apprezzato la sua intenzione di accelerare l’iter parlamentare sulla adesione del governo italiano alla definizione dell’IHRA e sul disegno di legge Anti – BDS. Complice la vicinanza della Giornata della memoria si susseguono iniziative pro Israele associate a un pressing mediatico che ha pochi precedenti ed è raro non trovare riferimenti alla definizione di antisemitismo dell’IHRA.
La vulgata corrente su questa definizione vuole che essa equipari antisionismo e antisemitismo ( si veda, anche,  da ultimo, il Corriere della Sera del 17 gennaio 2020 sul convegno leghista). Così non è e, a onor del vero, neppure intende esserlo. Si ha l’impressione che i più scrivano e parlino della definizione senza averla neppure letta. Ogniqualvolta il commento del testo sia stato affidato a giuristi o, quantomeno, a non addetti alla propaganda sionista la critica alla definizione è stata radicale e ferma è stata la denuncia dei suoi enormi limiti. Certamente non vi si può trovare alcuna equiparazione tra antisionismo e antisemitismo. Perfino il redattore della definizione, l’avvocato statunitense Kenneth Stern, ritenuto non di sinistra ed autodefinitosi sionista, contrariato dalla strumentalizzazione del suo testo ha preso le distanze da queste mistificazioni.
Andiamo per punti e cerchiamo di intenderci innanzitutto sui termini.

L’antisionismo è l’avversione e il contrasto al progetto coloniale di insediamento, risalente a fine ‘800, di creazione di uno Stato ebraico nella Palestina storica. Da subito è stato esplicitato che lo Stato sarebbe stato esclusivamente ebraico, concetto poi ribadito e codificato nella legge sullo Stato nazione del luglio 2018. Secondo questo progetto i nativi palestinesi sono destinati al transfer negli Stati arabi confinanti o altrove. I dirigenti sionisti non hanno mai fatto segreto di questa intenzione, si vedano le dichiarazioni di Hertzl, Ben Gurion, Golda Meir, Rabin, Sharon e altri. Solo la strenua resistenza, ormai quasi secolare, del popolo palestinese ha impedito sinora la realizzazione del programma.
L’antisemitismo è una forma di razzismo nei confronti degli ebrei di qualsiasi nazionalità. Il termine più corretto sarebbe peraltro antiebraismo o antigiudaismo, essendo semiti anche i palestinesi e non essendo semiti gli ebrei askenaziti e i convertiti non arabi; continueremo però ad usare questo termine convenzionalmente accettato.
Storicamente l’antisemitismo è proprio della destra; non a caso ora si parla di “nuovo” antisemitismo attribuendolo alla sinistra ( clamoroso l’attacco a Corbyn e al suo Labour). Preciso che non includo nella sinistra italiana il PD, partito promotore di leggi o disegni di legge di stampo chiaramente filosionista. La sinistra è antisionista perché è antirazzista e anticolonialista. Da qui la necessità per i sionisti di equiparare i due termini.
L’operazione mistificatoria risale nel tempo (tra i promotori qui da noi ricordiamo Napolitano) ma per anni è stata relegata nell’ambito politico. Ora si sta tentando di estenderla a livello legislativo. Dal 2015 in Senato pende un disegno di legge che criminalizza il BDS definendolo antisemita. Nel 2016 è stata varata l’”aggravante Shoah”, cioè l’aumento di pena quando l’istigazione all’odio razziale riguarda la Shoah. Il 5 ottobre 2018 la Camera dei deputati ha invitato il governo ad adottare la definizione di antisemitismo dell’IHRA. Ora si aggiunge la destra salviniana a rafforzare le truppe che vogliono che il dissenso politico venga ridotto ad odio razziale.
In questa operazione mistificatoria è ritenuto strumento importante la definizione di antisemitismo dell’IHRA e per questo se ne richiede l’adozione; per fare ciò, però, se ne deve stravolgere il senso, partendo dal tenore letterale. La definizione di antisemitismo dell’IHRA ha un precedente nella definizione provvisoria della EUMC (Comitato di monitoraggio dell’Unione europea su razzismo e xenofobia). Questa definizione risale al 2005 ma non è mai stata adottata. La definizione dell’IHRA risale al 2015 come versione rielaborata della precedente ed è stata adottata nel 2016. L’Unione Europea con risoluzione del 1° giugno 2017 sulla lotta contro l’antisemitismo ha invitato gli Stati membri, le istituzioni e le agenzie ad adottare e applicare la definizione.
Su alcuni aspetti non c’è contrasto: è pacifico che non è una definizione legalmente vincolante e che è una mera definizione di lavoro. Il termine inglese rende meglio il concetto: “ non legally binding working definition”. Che questo sia lo scopo della definizione è stato ribadito dal suo autore, l’avvocato Stern, che in una testimonianza scritta del 2017 al congresso USA ha denunciato l’uso improprio della definizione e ha ribadito che era stata ideata come definizione provvisoria con l’obiettivo di standardizzare la raccolta di dati sulla incidenza dei delitti di odio antisemita nei vari Paesi. Insomma la definizione ha uno scopo pratico, lavorativo; è una definizione operativa.
La definizione consta di un testo di 38 parole che vorrebbero definire il concetto di antisemitismo; seguono poi 11 esempi. Questa la definizione: L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti. Le manifestazioni retoriche e fisiche di antisemitismo sono dirette verso le persone ebree o non ebree e/o la loro proprietà, le istituzioni delle comunità ebraiche e i loro luoghi di culto”Anche ai non addetti ai lavori appare chiaro che quanto affermato è una tautologia: essere antisemiti vuol dire odiare gli ebrei. Gli esempi dovrebbero chiarire il concetto ma non possono né ampliare nè limitare la portata della definizione. Passiamoli quindi in rapida rassegna.
Il primo: “ incitare e contribuire all’uccisione di ebrei o a danni a loro scapito, o a giustificarli, nel nome di una ideologia o di una visione estremista della religione”. Questo esempio descrive una condotta evidentemente antisemita non certamente riferibile al movimento di solidarietà col popolo palestinese e al BDS, da sempre sostenitori di pratiche pacifiche.
II secondo: “avanzare accuse false, disumanizzanti, perverse o stereotipate sugli ebrei, in quanto tali, o sul potere degli ebrei come collettività, ad esempio, ma non esclusivamente, il mito di una cospirazione mondiale ebraica o degli ebrei che controllano i media, l’economia, il governo o altre istituzioni sociali ”. Vale quanto detto per il primo esempio: le condotte descritte non sono certo riferibili al movimento di solidarietà che non critica gli ebrei in quanto tali ma solo alcune organizzazioni ebraiche, le cosiddette lobby ebraiche, che portano avanti determinate politiche di sostegno al sionismo. Si pensi all’AIPAC.
Il terzo: “accusare gli ebrei di essere responsabili di comportamenti scorretti, effettivi o immaginari, commessi da una sola persona o da un gruppo ebraico, o addirittura di atti commessi da non ebrei”. Condotta chiaramente antisemita ma non certo attribuibile al movimento di solidarietà con i palestinesi.
Il quarto: “negare il fatto, l’ambito, i meccanismi (ad esempio le camere di gas) o l’intenzionalità del genocidio degli ebrei perpetrato dalla Germania nazionalsocialista e dai suoi sostenitori e complici durante la seconda guerra mondiale ( l’Olocausto)”. È descritto il cosiddetto negazionismo, anch’esso estraneo alla sinistra; alcuni autori non di destra si sono avventurati nella ricostruzione storica della Shoah, criticando e contestando i dati ufficiali (cosiddetto riduzionismo). Anche questa condotta nulla ha a che vedere con i palestinesi e col movimento di solidarietà.
Il quinto: “accusare gli ebrei come popolo o Israele come Stato di aver inventato o esagerato le dimensioni dell’Olocausto”. Si introduce con questo esempio il riferimento allo Stato di Israele. Anche questa condotta non appartiene alla sinistra, anche se la strumentalizzazione della Shoah è parte integrante della politica e dell’azione sionista: si pensi alla affermazione di Golda Meir secondo cui dopo la Shoah tutto sarebbe stato permesso ad Israele oppure al libro di denuncia di Norman Finkelstein “L’industria dell’Olocausto”.
Il sesto:” accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele o alle presunte priorità degli ebrei in tutto il mondo che agli interessi dei propri paesi”. È questa una antica accusa e una antica polemica che non interessa i palestinesi e il movimento di solidarietà.
Il settimo: “ negare al popolo ebreo il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza di uno Stato di Israele è un atteggiamento razzista”: con la legge sullo Stato nazione il diritto all’autodeterminazione è stato riconosciuto solo agli ebrei con una evidente discriminazione rispetto agli altri cittadini di diversa fede religiosa; l’uguaglianza è un valore storico della sinistra che quindi legittimamente critica la politica discriminatoria di Israele e rivendica il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Al contrario, la ministra della giustizia Shaked ha affermato che l’uguaglianza è un pericolo per lo Stato ebraico. È stato da più parti sostenuto che poiché Israele si definisce Stato ebraico sono discriminati tutti i non ebrei, legittimando così la definizione di Israele come stato razzista e praticante l’apartheid. La critica colpisce lo Stato e una sua legge, non certo gli ebrei tutti, né quelli di Israele né quelli del mondo. Peraltro forte è stato il dissenso rispetto alla legge, sia nella Knesset sia nella società israeliana; questo dissenso vanifica la pretesa di Israele di essere lo Stato di tutti gli ebrei.
L’ottavo esempio fa riferimento alla applicazione di una doppia misura, “imponendo a Israele un comportamento non previsto o non richiesto a qualsiasi altro paese democratico”. La sinistra si attende il rispetto della legalità internazionale da parte di tutti gli Stati; una particolare attenzione nei confronti di Israele non discende da un eccesso di critica e da un accanimento nei suoi confronti ma da un eccesso di violazioni da parte di Israele documentate in molteplici rapporti.
Il nono esempio: “ usare simboli e immagini associati con l’antisemitismo classico (ad esempio gli ebrei uccisori di Gesù o praticanti rituali cruenti ) per caratterizzare Israele o gli israeliani”   non riguarda la sinistra.
Il decimo: “paragonare la politica odierna di Israele a quella dei nazisti”. Zeev Sternhell, storico ebreo israeliano, ha affermato che “ In Israele cresce non solo un fascismo locale ma anche un razzismo vicino al nazismo ai suoi esordi”. L’affermazione di Sternhell denuncia una situazione paradossale e pericolosa ma riguarda una componente della società israeliana, non certo tutta la società e men che meno gli ebrei nel mondo. Il movimento di solidarietà coi palestinesi denuncia il progetto di espulsione dei palestinesi che è cosa diversa da un progetto genocidiario. Ilan Pappe ha usato il termine di “genocidio incrementale” che si riferisce al progetto sionista e allo Stato che lo promuove ed incrementa ma non certo agli ebrei nel mondo e neppure a parte della società israeliana.
Infine l’ultimo: “ ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele”. Il movimento di solidarietà coi palestinesi collabora regolarmente da sempre con le realtà ebraiche antisioniste. Nei confronti della definizione di antisemitismo dell’IHRA, ad esempio, si sono levate molte voci critiche in ambito ebraico, oltre 40 gruppi hanno denunciato l’uso strumentale della definizione tra cui Jewish for Justice for Palestinians, Free speech on Israel, Jewish for labour, Jewish for peace ed altre che si sono affiancate a Palestine Solidarity Campaign.
Emerge chiaro che nessuno degli 11 esempi è riferibile alla sinistra, al movimento di solidarietà col popolo palestinese e al BDS. Per quanto attiene a questo movimento è noto che nel suo atto costitutivo del 2005 si dichiara espressamente antirazzista e condanna l’antisemitismo. Anche la pratica negli anni non ha mai visto il BDS adottare forme di contrasto non pacifiche o esporre critiche che investissero gli ebrei in generale; sotto accusa sono state sempre le politiche e le prassi israeliane. Rivendicare il diritto al ritorno dei palestinesi significa solo chiedere l’applicazione delle risoluzioni ONU e l’affermazione del diritto internazionale, non certo volere la cancellazione dello Stato israeliano, come spesso affermato da fonti sioniste. Solo una visione avulsa dalla realtà affiancata da una pervicace campagna diffamatoria e mistificatoria può portare a conclusioni contrarie: si pensi al centro Wiesenthal che nel 2015 ha elencato al terzo posto nella graduatoria delle condotte antisemite la decisione dell’Unione europea di far etichettare i prodotti delle colonie come tali e non come provenienti da Israele.
Il portale ufficiale dell’ebraismo italiano, Moked, sembra improntato a posizioni e valutazioni  più prudenti. Il giurista Emanuele Calò, in un articolo del 13 novembre 2018, a commento della definizione IHRA, afferma che “ le critiche rivolte ad Israele che siano simili a quelle mosse a qualsiasi altro Paese non possono essere considerate antisemite…. Gli atti antisemiti sono criminali quando sono così definiti dalla legge…. I crimini sono antisemiti quando l’oggetto degli attacchi è scelto perché sono ebraici o collegati agli ebrei”.
Lo stesso Calò è tornato sul tema con Barbara Pontecorvo il 21 gennaio 2020 nell’inserto del Corriere della sera “Buone notizie”. Dice che la definizione IHRA è “un prezioso strumento che può aiutare a proteggere la società civile da messaggi di odio” ma afferma anche che “la definizione, senza sfiorare la legittima libertà di espressione o il diritto di critica, investe tutte le forme di demonizzazione comprese quelle riguardanti lo Stato di Israele di cui si mette in forse non la politica dei governi bensì il diritto all’esistenza”. Purtroppo il solo diritto all’esistenza messo in forse non è quello di Israele ma quello del popolo palestinese ad opera dei governi israeliani.
Avviandoci a conclusione si può quindi dire che la definizione IHRA non legittima alcuna equiparazione tra antisionismo e antisemitismo; autorizza le critiche di Israele nei termini e nei modi sempre rispettati dal movimento di solidarietà con i palestinesi.
Perfino il Movimento cinque stelle e il PD del Consiglio regionale della Lombardia il 21 gennaio 2020 hanno dovuto riconoscere che alcune importanti firme a sostegno del BDS non sono suscettibili di sospetto di antisemitismo: partiti, sindacati, Un ponte per…, Servizio civile internazionale e altre.
Insomma, la spaccatura è evidente a tutti: la destra è pro Israele e la sinistra (con i confini sopra delineati) per il suo boicottaggio perché siano riconosciuti i diritti del popolo palestinese. La sinistra ha sempre respinto con forza qualsiasi tentativo di infiltrazioni ad opera della destra nelle manifestazioni a favore dei diritti del popolo palestinese e ogni proposta di adesione. La sinistra è a fianco di tanti ebrei antisionisti come Freud e Einstein perché, per dirla con Tolstoi: “ Il sionismo è la negazione di tutto quello di sacro che abbiamo nella vita” o anche con il rabbino Leibele Weissfich: “ Il nazismo ha distrutto il giudaismo fisicamente, il sionismo lo ha distrutto spiritualmente”.  Ma si sa, i sionisti hanno coniato per questi ebrei dissidenti un termine: non sono antisemiti, sono “haters”, ebrei che odiano se stessi.
Israele nasce nel 1948: per ironia della sorte è coetaneo della Dichiarazione universale dei diritti umani e della Costituzione italiana che, all’art. 10 la prima e all’art. 21 la seconda, annoverano tra i diritti fondamentali la libertà di espressione e il diritto di critica. In nome di questi diritti è lecito criticare il sionismo e lo Stato di Israele. Questa critica non ha nulla a che vedere con l’antisemitismo. E’ particolarmente efficace un esempio di Omar Barghouti: nessuno si sogna di accusare di islamofobia chi critica l’Arabia Saudita per le sue leggi discriminatorie nei confronti delle donne o per i suoi bombardamenti in Yemen; perché, invece, scatta l’accusa di antisemitismo se qualcuno critica Israele per le sue leggi discriminatorie nei confronti dei non ebrei oppure per i suoi bombardamenti su Gaza?
La definizione dell’ IHRA è “imprecisa, atta a creare confusione e aperta a equivoci interpretativi e manipolazioni… Il governo inglese ha sbagliato ad adottarla senza il “caveat” raccomandato a ragione dalla Commissione degli affari interni per cui non è antisemitismo criticare il governo di Israele senza una ulteriore prova che dimostri l’intento antisemita… Le azioni politiche contro Israele non sono classificabili come antisemite se non intendono promuovere odio o ostilità contro gli ebrei in generale”. Così si è espresso il 27 agosto 2018 l’avv. Geoffrey Robertson, esperto di diritto costituzionale e internazionale. Analoghe le conclusioni di altro illustre giurista anglosassone, Hugh Tomlinson, in un parere dell’8/3/2017.
A questi autorevoli pareri ci associamo, lasciando alla rozza propaganda sionista le diverse valutazioni. [Ugo Giannangeli per ecoinformazioni]
Fonti
IHRA Toolkit di Palestine Solidarity Campaign
Hugh Tomlinson, parere dell’8/3/2017
Geoffrey Robinson, parere del 27/8/2018
Emanuele Calò, Moked 13/11/2018
Articolo di George Wilmers del 1°/8/2018 ( su Zeitun)
Lettera della Società civile palestinese al Parlamento austriaco del 2/1/2020



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