La teoria Marxista poggia la sua forza sulla scienza... che ne valida la verità, e la rende disponibile al confronto con qualunque altra teoria che ponga se stessa alla prova del rigoroso riscontro scientifico... il collettivo di formazione Marxista Stefano Garroni propone una serie di incontri teorici partendo da punti di vista alternativi e apparentemente lontani che mostrano, invece, punti fortissimi di convergenza...
giovedì 16 giugno 2016
La conoscenza è forza produttiva?* - Luciano Vasapollo - Centro Studi CESTES
*Da: http://www.retedeicomunisti.org/index.php/universita-e-ricerca CONTROPIANOVIDEO http://cestes.usb.it/index.html
mercoledì 15 giugno 2016
Dialoghi di profughi XVI.* - Bertolt Brecht
LE RAZZE DEI SIGNORI. – IL DOMINIO UNIVERSALE.
Ci volle molto tempo per mettere in piedi una ditta per
la disinfestazione dalle cimici, perché ci si doveva procurare il gas
all’estero e non si potevano ottenere i permessi valutari necessari.
Ziffel e Kalle tenevano le loro riunioni al ristorante della stazione. Il
discorso cadeva spesso sulla Germania, che in quei giorni proclamava sempre più
energicamente il suo diritto al dominio universale.
ZIFFEL L’idea della razza è
il tentativo di un piccolo borghese di diventare un nobile. D’un colpo si
ritrova degli antenati con cui può guardare con compiacimento, mentre guarda
dall’alto in basso, altri suoi simili. Noi tedeschi ne ricaviamo persino una
specie di storia. Se non eravamo una nazione, può essere che fossimo almeno una
razza. In sé e per sé il piccolo borghese non è più imperialista del grosso
borghese, perché dovrebbe esserlo? Ma ha una coscienza meno tranquilla e ha
bisogno di una scusa quando vuol farsi largo. Non gli piace dar gomitate nello
stomaco se non è nel suo buon diritto: vuole che quello di calpestare il
prossimo sia un suo preciso dovere. Le industrie devono avere uno sbocco sul
mercato, e scorra pure il sangue. Il petrolio è più denso del sangue. Ma per un
mercato non si può fare la guerra, sarebbe sconsiderato; la si deve fare perché
si è una razza di signori. Cominciamo coll’includere nel Reich tutti i
tedeschi, e non la smettiamo prima di averci incluso anche i polacchi e i
danesi e gli olandesi. Cos’ li proteggiamo. I buoni signori sono tali a loro
proprio vantaggio.
KALLE Il problema per
loro è come fabbricare abbastanza rappresentanti di una razza di signori. Al
campo di concentramento il comandante ci faceva correre per tre ore di seguito su
è giù nel cortile tra le baracche, poi ci faceva fare duecento piegamenti.
Infine ci schierava su due file e teneva un discorso. Noi tedeschi siamo un
popolo di signori, urlava con la sua voce stridula. A voi luridi maiali vi
liscerò io la schiena a dovere finché vi avrò trasformati in tanti
rappresentanti di una razza superiore, da poter trasformare al mondo senza
arrossire. Come volete conquistarlo, il dominio del mondo, se non siete altro
che pelandroni e pacifisti? La pelandrone ria e il pacifismo li lasciamo alle
razze dell’occidente imbastardite dai negri. Ogni singolo tedesco è
razzialmente tanto superiore a quella plebaglia quanto un abete a un fungo. Vi
farò sputar sangue finché sarete arrivati a capirlo e mi ringrazierete in
ginocchio per aver fatto di voi, per incarico del Führer, delle tempre di
signori.
ZIFFEL E lei come reagiva a
questa pretesa sconveniente?
martedì 14 giugno 2016
La nozione di popolo in Marx, tra proletariato e nazione* - Isabelle Garo**
**Isabelle Garo è una filosofa marxista, ha pubblicato L’idéologie ou la pensée embarquée(La fabrique, 2009), Foucault, Deleuze, Althusser. La politique dans la philosophie (Demopolis, 2011) e L’or des
images. Art – Monnaie – Capital (La ville brûle, 2013).
Quest’ultimo postula, proprio in ragione
dell’internazionalizzazione del capitale, che sarebbero state risolte le
questioni strategiche dell’articolazione degli spazi – locali, nazionali e
internazionali – nella definizione di un progetto di rottura anticapitalista, e
dell’appartenenza nazionale del proletariato. È a quest’ultimo problema, in
particolare, che tenta di rispondere Isabelle Garo nel
testo seguente, discutendo il concetto di popolo in Marx e le sue prese di
posizione riguardo ai movimenti di liberazione nazionale.
La questione del popolo in Marx è complessa, a
dispetto delle tesi troppo nette che spesso gli vengono attribuite in
proposito. A una prima lettura, in effetti, si è portati a pensare che Marx
costruisca la categoria politica di proletariato proprio in contrapposizione a
quella classica di popolo, eccessivamente inglobante e soprattutto omogeneizzante,
la quale, inoltre, occulterebbe i conflitti di classe. In tal senso, la nozione
di popolo sarebbe chimerica, foriera di pericolose illusioni laddove
politicamente strumentalizzata.
Tuttavia, se Marx diffida di qualsiasi concezione organica
di popolo, riprende comunque il termine in svariate occasioni e, in
particolare, quando si occupa delle lotte nazionali del suo tempo, in specie se
mirano a conquistare l’indipendenza dalle potenze colonizzatrici. E vi ricorre
ugualmente se si tratta di definire le specificità nazionali, caratterizzanti i
rapporti di forza sociali e politici costantemente singolari, i quali, a suo
modo di vedere, vanno sempre analizzati in un tale quadro nazionale.
Infine, la
parola popolo designa un certo tipo di alleanza di classe in un contesto di
conflitti sociali e politici di grande ampiezza.
lunedì 13 giugno 2016
Sguardi incrociati sui luddisti ed altri distruttori di macchine* - Michel Barillon
*Da: CAIRN.INFO http://francosenia.blogspot.it/
"Che il pensiero di
Marx sia figlio della rivoluzione industriale lo sappiamo tutti, come sappiamo
che non sarebbe esistito nessun Marx senza il progressivo e sempre più compiuto
sviluppo del modo di produzione capitalistico. Ho spesso pensato (ma non è solo
l'opinione mia) che lo stesso Das Kapital rappresenti in fondo il punto più
alto dell'autocoscienza della stessa società capitalistica. Oltre questo punto
tale società, sul piano del pensiero filosofico, è regredita a forme di
irrazionalismo e non ha più toccato la ricchezza e la profondità di visione di
Marx. Dunque, io credo che mettere Marx dalla parte del torto non abbia un
significato storico effettivo.
La cosa importante non
è, a mio avviso, che egli personalmente credesse o meno nelle "magnifiche
sorti e progressive" del modo di produzione capitalistico, ma che ne abbia
saputo mettere in chiaro la struttura e la dinamica inevitabilmente
contraddittorie anche in assenza, o nei periodi di indebolimento, del conflitto
capitale-lavoro.
Sappiamo benissimo che
questa non è la sola contraddizione del capitale e come quest'ultimo entri in conflitto con se stesso e con la propria
dinamica di sviluppo anche senza lotta di classe operaia. In fondo, la crisi
del 2008 non ci dimostra anche questo?" [Aristide Bellacicco (C.F.M.
Stefano Garroni)]
Il ruolo della tecnica nella problematica del mutamento sociale. Pubblicato su "Ecologie & politique" n°37 2008/3
Quelli
che ci trattano da "distruttori di macchine", dovremmo trattarli noi,
in cambio, da "distruttori di uomini."
Günther Anders [*1]
Per una rilettura della Rivoluzione Industriale
Recentemente, nello spazio di un anno, senza alcuna concertazione, le case
editrici francesi hanno pubblicato quattro opere che riguardano la distruzione
delle macchine [*2]. Fino ad allora, gli editori, riflettendo in
questo l'attitudine della maggior parte degli storici, avevano dimostrato assai
poco interesse alle rivolte contro le macchine avvenute all'alba della
Rivoluzione industriale. Ciò era essenzialmente dovuto al fatto che quei
movimenti venivano percepiti come la manifestazione di un "oscurantismo
tecnologico", una reazione arcaica nei confronti di una dinamica storica
che si presume si svolgesse sotto gli auspici del "Progresso". Lo
attestano i manuali di storia: così, quando i fatti in questione non vengono
puramente e semplicemente ignorati, vengono presentati come un "reazione
primitiva" [*3]. Nell'arte della negazione, David S.Landes
appare come un virtuoso: su circa 750 pagine di un libro consacrato alla
nascita e alla crescita del capitalismo industriale, non dice niente dei
disordini sociali che hanno segnato l'inizio dell'industria tessile in
Inghilterra nei primi decenni del 19° secolo. Ai suoi occhi, "la
Rivoluzione industriale insieme al matrimonio della scienza con la tecnica
costituiscono il culmine di millenni di progresso industriale". E tale
acme apre una nuova era di espansione illimitata, a partire da un
"progresso cumulativo della tecnica e della tecnologia, un progresso
autonomo" ancora più sfrenato dal momento che tradizioni e pregiudizi
vengono abbandonati [*4]. Anche Paul Mantoux, che però disserta a
lungo sul luddismo e su altre forme di distruzione delle macchine, usa
ripetutamente l'epiteto "desueto" per descrivere il metodo di
industria a domicilio, le regole che lo disciplinavano oppure gli argomenti
portati avanti dagli operai al fine di difendere il loro mestiere [*5].
domenica 12 giugno 2016
venerdì 10 giugno 2016
Il disagio della “totalità” e i marxismi italiani degli anni ’70* - Roberto Finelli
*Da: http://www.dialetticaefilosofia.it/
Vedi anche; http://ilcomunista23.blogspot.it/2016/01/i-marxismi-in-italia-roberto-finelli.html
Vedi anche; http://ilcomunista23.blogspot.it/2016/01/i-marxismi-in-italia-roberto-finelli.html
“È
preferibile ‘pensare’ senza averne consapevolezza critica, in modo disgregato e
occasionale […] o è preferibile elaborare la propria concezione del mondo
consapevolmente e criticamente? […] Si è conformisti di un qualche conformismo,
si è sempre uomini-massa […] Criticare la propria concezione del mondo
significa dunque renderla unitaria e coerente e innalzarla fino al punto in cui
è giunto il pensiero mondiale più progredito pensare coerentemente e in modo
unitario”
A. Gramsci, Quaderni del
carcere
1. Una rivoluzione
passiva.
Alla fine degli anni ’70 del secolo scorso gli intellettuali
italiani hanno abbandonato, in massa e in modo definitivo, il marxismo. Il
fenomeno non è stato solo italiano, ma in Italia, per il radicamento e la lunga
storia che il marxismo, nelle sue varie accezioni, aveva avuto, quel congedo
significava la conclusione e la disgregazione di un mondo, di una comunanza di
idee, di linguaggio, di confronti e di scontri. “Nell’arco di quattro o cinque
anni, fra il 1976 e il 1981, sprofondarono in una rapida obsolescenza modelli
di pensiero, criteri di valutazione morale e psicologica, forme della
sensibilità. E con le ‘cose’ cambiarono le ‘parole’. A sottolineare il
carattere radicale di questo fenomeno di trasformazione dei modi di pensare di
tutto un ceto sociale e delle sue propaggini immediate qualcuno impiegherà più
tardi la metafora della mutazione antropologica e genetica”1 .
Da tale passaggio socio-culturale, che ha segnato
profondamente l’intellettualità e l’ideologia italiana, è derivata insieme ad
altri fattori, quella rivoluzione passiva che i ceti popolari e i gruppi
sociali più radicali hanno vissuto e subìto durante l’ultimo quarantennio, e continuano
tuttora dolorosamente e drammaticamente a subire. Perché a me sembra che quanto
sia venuto accadendo negli ultimi decenni, sul piano storico-sociale, nel mondo
occidentale, e particolarmente in Italia, sia definibile appunto come una rivoluzione
passiva nel senso più rigorosamente gramsciano di questa espressione, quale
rivoluzione-restaurazione: cioè quale realizzazione reazionaria e regressiva di
un programma di rivoluzione etico-politica originariamente avanzato dai ceti
subalterni2 .
Infatti non rientra, nel canone, appunto, di una rivoluzione
passiva l’assunzione e la trasformazione/svuotamento dei valori più positivi ed
innovativi del ’68 nella realtà di un’«autorealizzazione amministrata»3 , ossia
di un’affermazione e di una valorizzazione del Sé ricondotte a funzione della
tecnologia e delle macchine dell’informazione di cui s’è avvalsa l’ultima
rivoluzione industriale?
giovedì 9 giugno 2016
Das Kapital nel XXI secolo* - Giorgio Gattei
*Da: Noi Restiamo
È né più né meno che un inganno sobillare il popolo senza offrirgli nessun fondamento solido e meditato per la sua azione.
È né più né meno che un inganno sobillare il popolo senza offrirgli nessun fondamento solido e meditato per la sua azione.
Risvegliare speranze fantastiche (non di altro si era parlato), lungi dal favorire la salvezza di coloro che soffrono, porterebbe inevitabilmente alla loro rovina: rivolgersi ai lavoratori senza possedere idee rigorosamente scientifiche e teorie ben concrete significa giocare in modo vuoto e incosciente con la propaganda, creando una situazione in cui da un lato un apostolo predica, dall’altro un gregge di somari lo sta a sentire a bocca aperta: apostoli assurdi e assurdi discepoli.
In un paese civilizzato non si può realizzare nulla senza teorie ben solide e concrete; e finora, infatti, nulla è stato realizzato se non fracasso ed esplosioni improvvise e dannose, se non iniziative che condurranno alla completa rovina la causa per la quale ci battiamo.
L’ignoranza non ha mai giovato a nessuno!
[Karl Marx, Colloqui (cur. H.M. Enzensberger – Annenkov su Weitling)]
Seconda parte: Das Kapital, secondo libro https://www.youtube.com/watch?v=eev-qyVP5HI
Terza parte; Das Kapital, terzo libro https://www.youtube.com/watch?v=fzcGZik0PkE
Leggi anche: http://www.economiaepolitica.it/lavoro-e-diritti/diritti/universita-e-ricerca/quel-capitale-pericoloso-tutte-le-formule-di-piketty/
Seconda parte: Das Kapital, secondo libro https://www.youtube.com/watch?v=eev-qyVP5HI
Terza parte; Das Kapital, terzo libro https://www.youtube.com/watch?v=fzcGZik0PkE
Leggi anche: http://www.economiaepolitica.it/lavoro-e-diritti/diritti/universita-e-ricerca/quel-capitale-pericoloso-tutte-le-formule-di-piketty/
mercoledì 8 giugno 2016
Lavoro digitale e imperialismo *- Christian Fuchs**
** Christian Fuchs è professore di Social Media al Communication and Media Research Institute dell’Univerità di Westminster, e
co-editore della rivista tripleC:
Communication, Capitalism & Critique.


È trascorso ormai un secolo dalla pubblicazione di L’imperialismo,
fase suprema del capitalismo (1916) di Lenin e L’economia
mondiale e l’imperialismo (1915) di Bucharin, i quali, insieme a L’accumulazione
del capitale (1913) di Rosa Luxemburg, identificavano l’imperialismo
come una forza e uno strumento del capitalismo. Era l’epoca della guerra
mondiale, dei monopoli, delle leggi antitrust, degli scioperi per gli aumenti
salariali, dello sviluppo da parte di Ford della linea di assemblaggio, della
Rivoluzione d’Ottobre, di quella messicana e di quella, fallita, tedesca, e
tanto altro ancora. Un momento storico che ha registrato la diffusione e
l’approfondirsi della sfida globale al capitalismo.
Questo articolo si pone l’obiettivo di esaminare la
divisione internazionale del lavoro attraverso le classiche concezioni
marxiste dell’imperialismo, estendendo tali idee alla divisione
internazionale del lavoro nell’ambito della produzione di informazioni e
tecnologie dell’informazione odierne. Argomenterò la tesi secondo la quale il
lavoro digitale, in quanto nuova frontiera dell’innovazione e dello
sfruttamento capitalisti, ha un ruolo centrale nelle strutture
dell’imperialismo contemporaneo. Attingendo a questi concetti classici la mia
analisi mostra come, nel nuovo imperialismo, le industrie dell’informazione
formino uno dei settori economici più concentrati; come
iper-industrializzazione, finanza e informazionalismo vadano di pari passo;
come le società multinazionali dell’informazione siano radicate negli
stati-nazione ma operino globalmente; e infine, quanto le tecnologie
dell’informazione siano divenute uno strumento di guerra.(1)
Definire l’imperialismo
Nel suo “Saggio Popolare”, così è sottotitolato il suo
scritto del 1916, Lenin definisce l’imperialismo come
il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo in cui si
è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di
capitali ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del
mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera
superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.(2)
martedì 7 giugno 2016
Dialoghi di profughi XV.* - Bertolt Brecht
*Da: https://www.facebook.com/notes/maurizio-bosco/dialoghi-di-profughi-xv-bertolt-brecht/10151316548693348?pnref=story
Cos'è "Dialoghi di Profughi":
http://www.controappuntoblog.org/2013/10/18/quando-si-parla-di-umorismo-io-penso-sempre-al-filosofo-hegel-fluchtlingsgesprache-dialoghi-di-profughi-brecht-bertolt/

DOVE SI PARLA DEL PENSARE COME DI UN PIACERE. – DEI
PIACERI. – CRITICA DELLE PAROLE. – LA BORGHESIA NON HA IL SENSO DELLA STORIA.
KALLE Mi interessa molto scoprire
in lei, un intellettuale, tanta antipatia contro la necessità di pensare.
Eppure lei non ha nulla contro la professione.
ZIFFEL Tranne il fatto che è
appunto una professione.
KALLE Ecco i guai del
progresso nell’epoca moderna: si è creata una vera e propria casta, appunto di
intellettuali, che devono provvedere al pensiero e sono allenati a posta per
questo. Devono dare in affitto agli imprenditori la loro testa, come noi le
nostre braccia. Naturalmente lei ha l’impressione di pensare per la
collettività; ma è come se noi credessimo di fabbricare automobili per la
collettività – e invece non lo crediamo affatto, perché sappiamo benissimo che
è solo per gli imprenditori, e la collettività può andare a farsi benedire!
ZIFFEL Lei vuol dire che io
penso a me stesso solo in quanto penso a come posso riuscire a vendere ciò che
penso, e che ciò che penso non è per me, cioè per la collettività?
KALLE Si.
ZIFFEL Ho letto che in
America, dove l’evoluzione è più progredita, i pensieri sono ormai equiparati a
una qualunque merce. Uno dei giornali più influenti scrisse una volta: «Il
compito principale del presidente consiste nel vendere la guerra al Congresso e
al paese”. Voleva dire: affermare l’idea di entrare in guerra. In discussioni
su problemi scientifici o artistici si dice spesso, per esprimere approvazione:
«Senta, questa la compro”. La parola persuadere è semplicemente rimpiazzata da
quella più calzante: vendere.
KALLE In simili circostanze è
chiaro perché ti viene l’avversione per il pensare. Non è un piacere.
lunedì 6 giugno 2016
domenica 5 giugno 2016
Le origini agrarie del capitalismo* - Ellen Meiksins Wood**
*Da: Monthly
Review traduzioni
marxiste https://zeroconsensus.wordpress.com/
**Ellen Meiksins Wood (1942-2016), studiosa del pensiero politico e storica marxista, si è occupata di temi che spaziano dalla democrazia ateniese alle origini del capitalismo, sino all’imperialismo contemporaneo
Vedi anche: http://ilcomunista23.blogspot.it/2016/05/marx-e-laccumulazione-originaria.html
Una delle più consolidate convenzioni della cultura
occidentale è l’associazione del capitalismo con la città. É invalsa la
supposizione che esso sia nato e cresciuto nelle città. Non solo, tutto ciò
implica che qualsiasi città – con le sue caratteristiche attività di traffico e
commercio – sia per natura, e sin dagli inizi, potenzialmente capitalista, e
come solo ostacoli esterni abbiano impedito a ogni civiltà urbana di dare i
natali al capitalismo. Solo la religione sbagliata, la forma di stato
sbagliata, o ogni altro genere di catene ideologiche, politiche e culturali che
abbiano frenato le classi urbane, hanno impedito al capitalismo di sorgere
ovunque e comunque, sin da tempi immemorabili – o perlomeno da quando la
tecnologia ha permesso un’adeguata produzione di eccedenze.
**Ellen Meiksins Wood (1942-2016), studiosa del pensiero politico e storica marxista, si è occupata di temi che spaziano dalla democrazia ateniese alle origini del capitalismo, sino all’imperialismo contemporaneo
Vedi anche: http://ilcomunista23.blogspot.it/2016/05/marx-e-laccumulazione-originaria.html
Ciò che spiega lo sviluppo del capitalismo in
occidente, secondo questo punto di vista, è l’autonomia delle sue città e della
loro classe per eccellenza: la borghesia. In altre parole, il capitalismo è
emerso in occidente non tanto a causa di ciò che era presente bensì
a causa di ciò che era assente: i vincoli alle pratiche economiche
urbane. In tali condizioni è stata sufficiente una più o meno naturale
espansione del commercio per innescare lo sviluppo del capitalismo sino alla
sua piena maturità. Unico fattore assolutamente necessario la crescita quantitativa,
la quale si è verificata inevitabilmente col passare del tempo (in alcune
versioni, ovviamente, agevolata ma non causata originariamente
dall’etica protestante).
Ci sarebbero numerose obbiezioni che si potrebbero rivolgere
alle ipotesi di una naturale connessione tra città e capitalismo. Tra le tante,
il fatto che esse tendano a naturalizzare il capitalismo, così
da occultarne il carattere distintivo come specifica forma sociale storicamente
determinata, con un inizio e (senza alcun dubbio) una fine. La propensione a
identificare il capitalismo con la città, e il commercio urbano, è stata
generalmente accompagnata dall’inclinazione a considerarlo, più o meno
automaticamente, come una conseguenza di pratiche antiche come l’umanità; se
non, addirittura, un’automatica conseguenza della natura umana, la “naturale”
inclinazione, nelle parole di Adam Smith, a “trafficare, barattare e
scambiare”.
Probabilmente il più salutare correttivo a simili assunzioni
– nonché alle loro implicazioni ideologiche – consiste nel riconoscere che il
capitalismo, con le sue particolari forme di accumulazione e massimizzazione
dei profitti, è nato non nelle città ma nelle campagne, in un luogo specifico,
e molto tardi nella storia umana. Esso non richiede una semplice estensione o
espansione dei traffici e degli scambi, ma una completa trasformazione delle
più basilari pratiche e relazioni umane, una rottura con secolari modelli
d’interazione umana con la natura, finalizzati alla produzione di fondamentali
necessità della vita. Se la tendenza a assimilare il capitalismo con la città è
associata con quella a oscurare la specificità del
capitalismo, allora il modo migliore per mettere in luce quest’ultima e quello
di considerare le origini agrarie del capitalismo.
Che cos’è il “capitalismo agrario”
I FISIOCRATICI* - Stefano Garroni
Da: https://www.facebook.com/notes/403334743874/
“Il termine «economia» deriva da Aristotele. Essa significa scienza riguardante le leggi dell'economia domestica … L'espressione <economia politica> entrò in uso all'ínizio del XVII secolo; fu introdotta dal Montchrétien, che nel 1615 pubblicò un'opera intitolata Traité de l'économie politique. L'aggettivo <politica> doveva significare che si trattava delle leggi dell'economia pubblica; Montchrétien si occupava infatti nella sua opera, essenzialmente, di questioni di finanza pubblica. Col tempo il termine economia politica si generalizzò, finendo per significare lo studio dei problemi della attività economica della società... E’ solo 140 anni dopo il lavoro di Montchrétien, che compare un altro titolo economia politica: si tratta dell’articolo di J.J. Rousseau sull’Enciclopedia illuministica (Kramm, 5641: 21b).
Consideriamo le espressioni economia politica e economia sociale come sinonimi.
A questo link: (https://www.youtube.com/watch?v=y0EE0Uz9eYA&list=PL5E51A0A64CA57B81)
è possibile ascoltare la registrazione audio di spiegazione e discussione di
questo articolo.
Storia del termine <economia > e simili.
“Il termine «economia» deriva da Aristotele. Essa significa scienza riguardante le leggi dell'economia domestica … L'espressione <economia politica> entrò in uso all'ínizio del XVII secolo; fu introdotta dal Montchrétien, che nel 1615 pubblicò un'opera intitolata Traité de l'économie politique. L'aggettivo <politica> doveva significare che si trattava delle leggi dell'economia pubblica; Montchrétien si occupava infatti nella sua opera, essenzialmente, di questioni di finanza pubblica. Col tempo il termine economia politica si generalizzò, finendo per significare lo studio dei problemi della attività economica della società... E’ solo 140 anni dopo il lavoro di Montchrétien, che compare un altro titolo economia politica: si tratta dell’articolo di J.J. Rousseau sull’Enciclopedia illuministica (Kramm, 5641: 21b).
Consideriamo le espressioni economia politica e economia sociale come sinonimi.
Talvolta l' economia politica viene definita anche come la scienza
dell’economia sociale... In Francia, in base alla tradizione iniziata nel 16I5
dal Montchrétien, il termine economia politica fu ed è ancor oggi
universalmente adottato [1]...Il termine <economia sociale> era
abbastanza diffusamente impiegato in Polonia alla fine del XIX e all'inizio del
XX secolo. Questo termine aveva anche sostenitori in altri paesi. In Italia,
Luigi Cossa intitolò il suo saggio pubblicato nel 1891 Economia sociale. ... In
Inghilterra entrò nell'uso -certamente sotto l'influsso della terminologia
francese- il termine economia politica. Fu impiegato per la prima volta da
James Steuart, che pubblicò nel 1767 un'opera intitolata Inquiry into the
Principles of Political Economy. Secondo McCulloch, l’economia politica è la
scienza di quelle leggi, che regolano la produzione, l’accumulazione, la
distribuzione e il consumo dei beni necessari, utili e piacevoli. (Kremm, 5641:
23).
sabato 4 giugno 2016
venerdì 3 giugno 2016
Dov'è il comunismo?* - Gianfranco Pala
Profitto, plusvalore, guadagno e ricchezza reale
È il caso di rammentare sùbito – onde evitare tanti equivoci
nati da una lettura troppo affezionatamente ammiratrice di Marx – che lui
quando coniò il titolo del futuro iv libro storico del Capitale <“Teorie sul plusvalore”>
lo pensò unicamente in quanto rivolto alla ricerca, del tutto
tralasciata o ignorata dagli economisti borghesi (classici e volgari), dell’“origine
sociale del profitto” —— ovvero del guadagno dell’imprenditore [proprietario
privato] capitalista in sèguito allo scambio contro denaro di merci ottenute
entro quello specifico modo di produzione. Ma devono essere chiare due
questioni, sia che: 1) questa particolare analisi è
circoscritta soltanto al modo di produzione e circolazione
della merce capitalistica (dove c’è valore e
plusvalore); 2) un qualsiasi proprietario privato,
in altri modi di produzione (per ora solo precedenti, i <futuri> per la
loro significazione sono ineffabili), può trasformare il mero denaro che possiede,
in qualsiasi altro oggetto che desideri o trarne eventualmente un vantaggio
monetario. Tuttavia unicamente la rappresentazione del capitale in
denaro diviene tale solo e soltantose esso denaro\capitale
è funzionalmente legato a comprare come merce la forza-lavoro altrui per
valorizzarsi: ma un vantaggioso guadagno monetario [che gli
agenti e i contabili del capitale denotano come “profitto” – e per Marx il
tasso del profitto ha cause empiriche e forme diverse dal tasso di plusvalore
che pure lo determina concettualmente] si può ottenere in tanti modi diversi
dall’uso funzionale della forza-lavoro altrui non pagata, cioè dall’aver trasformato quel
<denaro in quanto tale> in capitale per far produrre plusvaloremediante pluslavoro.
Di simili casi assai diversi tra loro e non
capitalistici nel passato (mitico, reale o fantastico) ce ne sono a
iosa: da Creso a Mida, da imperatori romani, egizi o cinesi, a molti re come
Luigi xiv “re sole”, per non dire di uno stuolo di papi, nobili e via
notabilando, fino ... a Paperon de’ Paperoni. Dunque la fine del
plusvalore, alla prova della storia, può voler dire in via esclusivamente
preliminare che il denaro guadagnato – o meglio arraffato
rubato sottratto ingannevolmente ai più ingenui, miserabili o deboli – da parte
di un gruppo sociale dominante con arroganza e violenza; la qual cosa non
implica la cessazione di quella appropriazione indebita.
giovedì 2 giugno 2016
Dialoghi di profughi XIV.* - Bertolt Brecht
DOVE SI PARLA DI DEMOCRAZIA. – PECULIARITA’ DELLA
PAROLA «POPOLO». – LA MANCANZA DI LIBERTA’ SOTTO IL COMUNISMO. – LA PAURA DEL
CAOS E LA PAURA DI PENSARE.
Quando di incontrarono di nuovo, Kalle propose di
cambiare locale. Gli pareva che un ristorante automatico a meno di dieci minuti
di distanza, servisse un caffè migliore. Il grasso fece la faccia scura e parve
non aspettarsi niente di buono da un cambiamento di ambiente. Quindi restarono
dov’erano.
ZIFFEL La democrazia a due è
molto difficile. Dovremmo determinare il voto in base ai chilogrammi, così
potrei avere la maggioranza. Sarebbe un sistema plausibile, dato che il mio
sedere dipende da me, e quindi possiamo supporre che potrei indirlo a votare per
me.
KALLE Nel complesso a
giudicare dall’aspetto lei è senz’altro democratico, ciò che dà già di per sé
un’impressione di giovialità. Per democratico si intende un atteggiamento
amichevole, naturalmente in un signore; in un morto di fame è piuttosto
spudoratezza. Conoscevo un tizio, un cameriere, che si lamentava molto di un
ricco commerciante di grano che non gli dava mai una mancia decente, perché,
come disse forte una volta a un altro cliente, era un vero democratico e non
voleva umiliare i camerieri. «Io pure non accetterei mai una mancia, - disse, -
e dovrei considerare loro inferiori a me?».
ZIFFEL Non credo che si possa
parlare dell’essere democratici come di una qualità.
KALLE Perché no? Non trova
che persino i cani, per fare un esempio, quando hanno pappato ben bene hanno
un’aria più democratica di quando sono digiuni? L’aspetto esteriore deve avere
un significato, penso anzi che sia la cosa principale. Prenda la Finlandia: ha
un aspetto democratico, ma se lei leva via l’aspetto e dichiara di
infischiarsene, che cosa resta? Certo non democrazia.
ZIFFEL Ho idea che è meglio
che ci andiamo, in quel suo bar automatico.
mercoledì 1 giugno 2016
martedì 31 maggio 2016
SAPERE E SAPER AGIRE: sophia e phronesis in Aristotele - Mario Vegetti
lunedì 30 maggio 2016
Nota sui limiti della prospettiva dialettica di Hegel e di Marx. - Stefano Garroni
Dal sito Dialegesthai (19 luglio 2002), https://mondodomani.org/dialegesthai - Ora in: Dialettica
riproposta - Stefano Garroni - lacittadelsole - a cura
di Alessandra Ciattini - Stefano
Garroni è
stato un filosofo italiano.
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Negli anni Venti del nostro secolo, il neopositivista Moritz
Schlick sottolineava come conoscere (erkennen) sia propriamente un ri-conoscere
(wieder-erkennen).
Com’è noto, questo tema del conoscere come riconoscere già
lo abbiamo incontrato in Hegel; dunque, può destare qualche meraviglia
ritrovarlo in un ambiente (quello neo-positivista), che di solito considera
Hegel il campione del pensiero speculativo e metafisico, contro cui si
indirizza l’analisi linguistica, proposta, a partire dal Wienerkreis (Circolo
di Vienna, 1929), quale strumento terapeutico contro gli abusi linguistici [1]
e di pensiero.
La stessa puntualizzazione, che chiarisce come per Hegel non
si tratti esattamente di erkennen/wiedererkennen (riconoscere), ma sì di
erkennen/anerkennen (riconoscere, ma nel senso di legittimare), non ci toglie
dall’imbarazzo, dato che M. Schlick usa wiedererkennen, intendendo dire che
<conoscere X> equivale a ritrovare in X la possibilità di ricondurlo a
una certa forma o regola, nella quale la ragione ritrova o riconosce se stessa;
dunque, per Schlick, affermare che la ragione conoscendo, riconosce X, significa dire che la ragione legittima X, testimonia della sua razionalità, lo accetta nel dominio del razionale. A questo punto wiedererkennen vale esattamente anerkennen.
[2]
domenica 29 maggio 2016
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