Da: https://www.internazionale.it - Orly Noy, Giornalista israeliana; +972 Magazine, Israele. Traduzione di Davide Lerner.
L’ospedale Gandhi colpito dai bombardamenti israeliani. Teheran, 2 marzo 2026 (Majid Asgaripour, Wana/Reuters/Contrasto)
Le sirene hanno rotto il silenzio del sabato mattina in tutto Israele. Non tanto per esortare i civili a correre nei rifugi, quanto piuttosto per annunciare lo scoppio della guerra, quasi come una fanfara trionfante. Dopo più di una settimana di incertezza snervante, tra la tensione dell’attesa di un conflitto ripetutamente descritto come inevitabile e la debole speranza che la diplomazia potesse ancora prevalere, la guerra alla fine era arrivata.
“Non si può entrare due volte nello stesso fiume”, diceva il filosofo greco Eraclito. Ma a quanto pare si può distruggere un nemico già proclamato distrutto. Appena otto mesi fa, dopo il cessate il fuoco con l’Iran, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dichiarava: “Nei dodici giorni dell’operazione Rising lion abbiamo ottenuto una vittoria storica, che rimarrà per generazioni”.
A quanto pare, questa “storica vittoria” non è durata neanche un anno, figuriamoci generazioni.
Questa volta l’attacco aveva un obiettivo in più: liberare il popolo iraniano dal regime oppressivo degli ayatollah. È risaputo infatti che uno dei ruoli centrali di Israele in Medio Oriente è quello di portare la libertà ai popoli della regione con jet da combattimento e bombardieri.
Improvvisamente, la vita degli iraniani è diventata molto cara agli israeliani, tanto da essere disposti a trascorrere lunghe notti nei rifugi antiaerei, pronti a subire pesanti perdite, a condizione che i piloti di Israele portino la buona notizia della libertà, o almeno l’uccisione della leadership iraniana e la distruzione degli impianti nucleari e delle infrastrutture dei Guardiani della rivoluzione.
“La nostra operazione creerà le condizioni affinché il coraggioso popolo iraniano possa prendere in mano il proprio destino”, ha twittato Netanyahu poco dopo l’inizio dell’attacco. “È giunto il momento per tutte le popolazioni iraniane – persiani, curdi, azeri, beluci e ahwazi – di liberarsi dal giogo della tirannia e realizzare un Iran libero e pacifico”.
Lo stesso uomo che, più di ogni altro nella storia di Israele, ha lavorato instancabilmente per mettere i cittadini gli uni contro gli altri, per incitare e infiammare, per suscitare un odio senza precedenti tra loro; l’uomo che ha un mandato di arresto internazionale pendente sulla sua testa per crimini contro l’umanità, quest’uomo ora esprime preoccupazione per l’unità del popolo iraniano e per la sua lotta contro la tirannia. Sarebbe comico se non fossero in gioco tante vite.
Dalla parte del bullo
Il popolo iraniano sta conducendo una lotta coraggiosa ed esemplare per la sua libertà. La comunità internazionale ha gli strumenti diplomatici ed economici per assisterlo senza ripetuti attacchi aerei che promettono ben poco in termini di cambiamento duraturo. Applaudire l’attacco israelo-statunitense significa abbracciare un ordine mondiale cannibale in cui solo la forza definisce la moralità.
Celebrando la guerra, gli israeliani celebrano questo sistema: un mondo in cui il bullo detta le regole. Per ora, possono essere sollevati dal fatto che il bullo sia dalla loro parte.
Ma la retorica della solidarietà si è dissolta quasi con la stessa rapidità con cui era apparsa. Quando hanno cominciato a emergere le notizie delle vittime civili – in particolare della scuola elementare femminile di Minab, dove circa 150 bambini sono stati uccisi in quello che sembra essere stato un attacco aereo israeliano, la presunta preoccupazione per il popolo iraniano si è rivelata inconsistente.
Sconvolta, ho condiviso i video della scuola sulla mia pagina Facebook. Confesso che non mi aspettavo la valanga di odio che ne è seguita.
So già che, con poche eccezioni, non ci si può aspettare in Israele reazioni empatiche alla strage di palestinesi; che la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica ebraica in Israele non solo non piange, ma esulta apertamente per ogni morte palestinese, in qualsiasi circostanza. Ma non immaginavo che una simile sete di sangue avrebbe accompagnato il bombardamento a morte di bambine in uniforme scolastica, soprattutto dopo che tanti israeliani si erano affrettati a dichiarare che non era il popolo iraniano il nostro nemico, ma il regime.
Nel giro di cinque ore, il mio post ha accumulato centinaia di commenti pieni di odio e la solita raffica di minacce e insulti bombardava la mia casella di posta. Alcuni negavano che l’incidente fosse avvenuto o sostenevano che era stato il regime iraniano a bombardare la sua scuola. Una parte più consistente si rallegrava dell’uccisione delle ragazze.
Non meno deprimente, e prevedibile, è stato il modo in cui i leader dell’opposizione ebraica israeliana si sono schierati con entusiasmo e in modo automatico a sostegno di Netanyahu e a favore della guerra. “Voglio ricordare a tutti noi: il popolo ebraico di Israele è forte. L’esercito e l’aviazione sono forti. La potenza più forte del mondo è con noi”, ha twittato Yair Lapid. “In momenti come questi restiamo uniti e vinciamo insieme. Non c’è coalizione né opposizione, c’è solo un popolo e un esercito, con tutti noi al loro fianco”.
Perfino Yair Golan, presidente del partito dei Democratici, che dovrebbe essere il più a sinistra dei sionisti, ha mantenuto un atteggiamento educatamente contenuto e ha offerto pieno sostegno alla guerra. “Le forze armate e di sicurezza stanno agendo con forza e professionalità”, ha scritto. “Hanno il nostro pieno sostegno”.
Naftali Bennett, il candidato principale per prendere il posto di Netanyahu alle prossime elezioni, è rimasto indietro rispetto ai suoi colleghi perché ha dovuto aspettare la fine dello Shabbat prima di poter twittare. Poi si è prontamente allineato allo sforzo bellico. “Sostengo pienamente le forze armate, il governo di Israele e il primo ministro per l’operazione Roaring lion. L’intero popolo di Israele è con voi fino a quando la minaccia iraniana non sarà distrutta”, ha dichiarato.
Opposizione inconcepibile
Per questi tre uomini – Lapid, Golan e Bennett – nessun compito è presumibilmente più urgente della sostituzione del governo sanguinario e kahanista di Netanyahu, che ha portato il paese a livelli di crisi senza precedenti. Capiscono quanto sia pericoloso. Sanno quale devastazione porterebbe un altro mandato.
Eppure, nel momento in cui l’odore della guerra riempie l’aria, tutte queste intuizioni svaniscono, sostituite da un’automatica venerazione per la macchina da guerra israeliana. È come se per loro l’idea stessa che ci si possa opporre a una guerra fosse semplicemente inconcepibile.
Nessuno comprende questo meccanismo meglio di Netanyahu. Per quanto precaria possa essere la sua posizione politica, sa che basta un clic per unire anche i suoi più accaniti rivali dello spettro sionista. Se “in tempo di guerra non esistono coalizioni o opposizioni”, allora la guerra continua diventa la strategia politica più affidabile, e lui ha imparato a usarla sempre più spesso.
Netanyahu è un cinico e pericoloso criminale di guerra. Ma una cosa è innegabile: nessun leader israeliano ha compreso così profondamente la psicologia collettiva della società ebraica israeliana. Una società che sembra sentirsi viva solo nella guerra e nella distruzione; che, se non sta attaccando, distruggendo e uccidendo, non è del tutto sicura della propria esistenza. In questo senso, Netanyahu le va a pennello.

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