Da: https://www.invictapalestina.org - Fonte: (Palestine Chronicle) - Ramzy Baroud è un giornalista, scrittore e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri, tra cui “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”, curato insieme a Ilan Pappé. Il suo ultimo libro è Prima del Diluvio. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA). Il suo sito web è www.ramzybaroud.net
La teoria Marxista poggia la sua forza sulla scienza... che ne valida la verità, e la rende disponibile al confronto con qualunque altra teoria che ponga se stessa alla prova del rigoroso riscontro scientifico... il collettivo di formazione Marxista Stefano Garroni propone una serie di incontri teorici partendo da punti di vista alternativi e apparentemente lontani che mostrano, invece, punti fortissimi di convergenza...
venerdì 27 marzo 2026
L’autodistruzione di Israele: il Sionismo ha oltrepassato il punto di non ritorno? - Ramzy Baroud
La traiettoria di Israele verso l’isolamento e il collasso è autoimposta, e il Sionismo ha raggiunto il punto di non ritorno?
Ogni guerra guidata da Benjamin Netanyahu non viene presentata come una scelta politica, ma come un destino ineluttabile.
“Ci sono momenti in cui una nazione si trova di fronte a due possibilità: agire o morire”, dichiarò Netanyahu il 28 ottobre 2023, mentre Israele estendeva il suo Genocidio a Gaza.
La formulazione è familiare. L’urgenza è sempre assoluta. L’implicazione è inequivocabile: Israele non sta scegliendo la guerra. Vi è costretto.
Per molti, l’affermazione è intrinsecamente contraddittoria. Come può uno Stato iniziare una guerra, e nel caso di Gaza, perpetrare un Genocidio, insistendo al contempo sul fatto che si sta semplicemente difendendo dall’annientamento? Eppure, nel discorso politico israeliano e in gran parte dei media occidentali, questa contraddizione viene raramente messa in discussione. Viene normalizzata.
Molto prima della fondazione di Israele sulle rovine della Palestina storica nel 1948, la Nakba, o Catastrofe, per i palestinesi, il linguaggio della minaccia esistenziale era profondamente radicato nel pensiero politico Sionista. La sopravvivenza non è mai stata concepita come coesistenza, ma come trionfo. La sicurezza non è mai stata disgiunta dall’espansione.
Negli ultimi anni, questo linguaggio fatalista è tornato con rinnovata intensità.
Gli eventi del 7 ottobre 2023 hanno posto fine bruscamente a quello che, per Netanyahu, era stato un momento di trionfo politico senza precedenti. Prima dell’Operazione Onda di Al-Aqsa, Israele non era semplicemente al sicuro, ma in piena ascesa. Un’Onda parallela era in atto: la normalizzazione.
Stati arabi, musulmani, africani, asiatici e persino latinoamericani stavano progressivamente integrando Israele nei loro quadri politici ed economici. Il cosiddetto isolamento di Israele stava crollando.
Netanyahu celebrava apertamente questo cambiamento. Nel settembre 2023, parlando al fianco del Presidente statunitense Joe Biden, dichiarò, come riportato da Reuters: “Credo che sotto la sua guida, signor Presidente, possiamo forgiare una pace storica tra Israele e l’Arabia Saudita”, aggiungendo che un simile accordo “contribuirebbe in modo significativo a porre fine al conflitto arabo-israeliano e a raggiungere la riconciliazione tra il mondo islamico e lo Stato Ebraico”.
Pochi giorni dopo, rivolgendosi alle Nazioni Unite, parlò delle “benedizioni di un nuovo Medio Oriente”, secondo la trascrizione ufficiale del suo discorso del 22 settembre 2023 all’ONU.
Non si trattava di mera retorica politica. Rifletteva un progetto strategico più ampio: l’integrazione di Israele nella Regione, non attraverso la giustizia, ma attraverso il potere, mediante alleanze con i ricchi Stati del Golfo, espansione economica e riposizionamento geopolitico.
Il Genocidio di Gaza ha infranto questa traiettoria.
Lungi dal consolidare la posizione di Israele a livello regionale e globale, la guerra ne ha accelerato l’isolamento. Secondo un sondaggio del Centro di Ricerca Pew del giugno 2025, la maggioranza nella maggior parte dei 24 Paesi intervistati nutriva un’opinione sfavorevole di Israele, mentre la fiducia in Netanyahu rimaneva bassa in quasi tutte le Regioni.
Questo cambiamento non si limita al Sud del mondo. Riflette una più ampia erosione della legittimità di Israele, persino tra gli alleati tradizionali.
Di conseguenza, il linguaggio politico israeliano è tornato, quasi istintivamente, al linguaggio della guerra esistenziale.
Anche quando Netanyahu tenta di riproporre le narrazioni precedenti sulla creazione di un “nuovo Medio Oriente”, la retorica ricade ripetutamente negli avvertimenti di annientamento. Questo rivela una verità più profonda: nel pensiero politico israeliano, l’alternativa al Dominio non è la coesistenza, bensì la distruzione.
Parte di ciò può essere spiegata attraverso la logica del Colonialismo di Insediamento. L’espansione non è un aspetto secondario deI Progetto Coloniale di Insediamento; è intrinseca ad esso. Tali sistemi non si limitano a Occupare la terra. Devono continuamente consolidare, riorganizzare ed espandere il proprio controllo, presentando la Resistenza indigena come una violenza irrazionale.
Altre società coloniali di insediamento sono rimaste essenzialmente coloniali, pur essendo la loro espansione territoriale frenata da vincoli geopolitici più ampi. Israele non ha mai realmente incontrato tali limiti. Non è mai stato chiamato a risponderne in modo significativo. Protetto dal sostegno incondizionato degli Stati Uniti e agevolato dalle potenze occidentali, che sono state o sono tuttora attori coloniali, ha avuto ogni incentivo strutturale a proseguire.
Ma la fissazione di Israele sul pericolo esistenziale, persino all’apice della superiorità militare, indica qualcosa di più profondo. Suggerisce una cultura politica ossessionata dalla propria storia d’origine.
Una possibile spiegazione è l’illegittimità morale e storica. Israele sa, a un livello represso ma insopprimibile, di essere stato fondato sulla distruzione di un altro popolo, sull’espulsione, sul Massacro e sulla Cancellazione. Uno Stato costruito sulle rovine della Palestina non può tacere indefinitamente la storia che lo sottende.
Eppure, c’è dell’altro.
Anche prima del Genocidio di Gaza, Israele era dilaniato da dibattiti interni sulla propria continuità. Nel 2023, nel pieno di una profonda crisi politica, il Presidente Isaac Herzog mise in guardia contro un possibile “collasso costituzionale”, secondo Reuters. Allo stesso tempo, il discorso israeliano invocava sempre più spesso la cosiddetta “maledizione dell’ottavo decennio”, l’idea che le entità politiche ebraiche tendano storicamente a vacillare quando si avvicinano all’ottavo decennio di vita.
Come riportato da diversi giornali, Netanyahu è stato descritto come colui che si considera l’unico in grado di guidare Israele “nell’ottavo decennio e oltre”, riflettendo una profonda ansia per la continuità nazionale.
Il 7 ottobre ha riportato alla luce queste paure. Così come l’emergere di un fronte regionale filo-palestinese più assertivo, in particolare all’interno di quello che viene spesso definito l’Asse della Resistenza. È vero che diversi Regimi arabi sono rimasti allineati con Washington e desiderosi di contenere le conseguenze. Ma così facendo, molti hanno solo ulteriormente messo in luce la propria fragilità.
Dal punto di vista di Israele, questa convergenza di pressioni rafforza timori, sia reali che immaginari, non solo per la sicurezza dello Stato, ma anche per le fondamenta ideologiche su cui lo Stato è stato costruito.
Ciò che rende la situazione particolarmente evidente è che Israele non è riuscito a ottenere risultati strategici decisivi in una guerra dopo l’altra. A Gaza, in Libano, in Yemen e altrove, si è affidato a una forza schiacciante senza raggiungere una soluzione politica duratura.
Qui sta l’ironia centrale.
I timori di Israele, a lungo considerati ipotetici o esagerati, si stanno trasformando in rischi concreti, non per inevitabilità, ma per le azioni stesse di Israele.
Il risultato è una traiettoria che si autoavvera: una marcia verso un isolamento sempre più profondo, un conflitto perpetuo e un’incertezza interna, guidata non dalla necessità, ma dall’incapacità, o dal rifiuto, di immaginare un’alternativa.
Questa marcia potrebbe ancora giungere alla sua logica conclusione.
L’ironia più profonda è che Israele un tempo aveva delle alternative. Non era destino che scegliesse questa strada. Ma una giusta coesistenza, fondata sull’uguaglianza e sulla resa dei conti storica, non è mai stata comprensibile nel vocabolario politico Sionista. Lì, la coesistenza viene ridefinita come scomparsa.
E così Israele non si sta semplicemente trovando ad affrontare una crisi.
Si sta autodistruggendo, per mano propria.
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