sabato 28 marzo 2026

L’Europa e la convenienza della pace - Piero Bevilacqua

Da: https://volerelaluna.it - Piero Bevilacqua, già professore di storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, è scrittore, saggista e politico. 

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Quel che è da tempo sotto gli occhi di tutti, anche di quelli che li tengono chiusi, è che i governanti europei, non solo sono privi di qualche bussola nel mare in tempesta del mondo, ma sono sistematicamente impegnati a fare del male ai propri popoli. Inettitudine, pochezza politica, servilismo, miopia. Senza dubbio tutto questo e anche altro. Ma la reazione della loro maggioranza all’aggressione di USA e Israele all’Iran, come al sanguinoso colpo di mano in Venezuela, l’accettazione della violazione flagrante del diritto internazionale, oggi fa comprendere meglio di ieri che in realtà si stratta di una scelta. Una scelta rassegnata e disperata. Le nostre élites politiche sono consapevoli di non essere capaci di svolgere una politica estera autonoma, non si sentono in grado di trattare alla pari con tutti gli altri attori, non hanno la statura, sono divise, si sentono sconfitte e umiliate dalla Russia e quindi hanno scelto di restare sotto l’ala protettrice della zio Sam. Anche se è uno zio violento e criminale, si tratta tuttavia di una umiliazione subita in famiglia.

Troppe generazioni di europei sono vissuti nella bolla ideologica dell’americanismo. Legami culturali stratificati impediscono il distacco dalla placenta. Non pochi leader sono legati perfino per professione personale, come Draghi o Merz, alla finanza USA. È assai probabile inoltre, vista, ad esempio. la politica antiaraba recente dell’Italia, che il Mossad abbia stabilito inediti legami con i servizi del nostro paese come di altri membri dei governi del Continente. E Israele, è noto, conduce da decenni la politica estera americana attraverso le lobbies ebraiche, che controllano più o meno segretamente molti membri del Congresso (democratici o repubblicani poco importa) di cui finanziano le dispendiose campagne elettorali.

Questa strada porta diritta alla continuazione della guerra contro la Russia. È il disegno accarezzato, con diversa convinzione, da tutte le amministrazioni americane dopo il crollo dell’URSS, ed è ancora segretamente, a giorni alterni, quello di Trump. Il quale, probabilmente, voleva davvero chiudere il conflitto russo-ucraino a modo suo, per avere la palma del Nobel e per ragioni economiche che facevano parte del programma MAGA. Ma certo covava la segreta intenzione di attrarre la Russia e di isolare la Cina. Carta ormai non più giocabile per quanto è ormai diventata chiara l’etica degli inganni e dei tradimenti che ispira la condotta della classe dirigente americana. E d’altra parte il complesso industriale-militare, comanda ancora su presidenti e Congresso e rischia di diventare l’attore guida di un paese deindustrializzato e minacciato da un debito insostenibile.

Molti governanti europei, dunque, puntano alla guerra per ragioni note: ubbidire agli USA, salvare il potere personale, mantenere in piedi l’UE, anche col supporto Nato, riprendere un processo di industrializzazione fondata sul riarmo, controllare i cittadini impoveriti dalla riduzione del welfare con la favola della minaccia russa alle porte. Con due speranze più o meno segrete, sconfiggere la Russia e saccheggiarla, stabilire buoni rapporti con l’amministrazione USA dopo Trump. È una scelta perdente e disperata di chi non ha afferrato le correnti profonde della storia. Il tempo del dominio imperiale degli USA è finito. È finito perché avanza a contrastarlo la maggioranza del mondo. E per un’altra ragione. Gli imperi si reggono sul consenso, oltre che su ricchezza e potere. Uno stato che aggredisce gli altri popoli come un lupo affamato, che si mostra al mondo con le mani insanguinate del genocidio palestinese, per mano dello stato di Israele, del massacro di venezuelani, libanesi, iraniani, sotto lo sguardo universale, non va lontano.

Bisognerebbe infatti spiegare ai nostri governanti e leader politici europei, i quali sconvolgono la nostra quotidianità con il loro irresponsabile dilettantismo, che la rottura operata da Trump sulla scena mondiale non costituisce un incidente destinato ad esaurirsi in breve. E non solo perché nessuno sa come e quando la guerra contro l’Iran avrà termine. Ma anche per la ragione che Trump ha reso evidente in modo clamoroso quel che tutte le amministrazioni statunitensi prima di questa sua avevano in qualche modo cercato di nascondere. E cioè che gli USA violano sistematicamente il diritto internazionale quando questo si presenta come un ostacolo ai loro interessi, impedimento alla difesa o all’espansione del loro potere imperiale. Perfino Joe Biden, che pure ha fornito a Israele, per oltre un anno, le bombe per consumare il genocidio della popolazione di Gaza, sentiva il bisogno di mentire annunziando come imminente, di giorno giorno, di settimana in settimana, di mese in mese, il cessate il fuoco da parte dell’esercito israeliano.

Pensano dunque i nostri leader di intessere rapporti di amichevole cooperazione con le amministrazioni che succederanno a Trump? Ma questo può accadere solo se gli USA accetteranno di cambiare politica, di ridurre le loro mire imperiali, di rispettare il diritto internazionale: condotta che appare difficile viste le condizioni dell’economia e soprattutto della finanza americana. E comunque, se per nostra fortuna avvenisse, parte di tale condotta dovrebbe essere una politica di pace e rapporti distesi con la Russia. Il bellicismo russofobo del ceto politico europeo dunque sarebbe in conflitto con la ratio di questa ipotetica amministrazione. E comunque dovrebbe attivarsi in completa solitudine. Se invece le cose, una volta uscito di scena Trump, non dovessero subire modifiche sostanziali, è comprensibile che i partner europei – certo non con l’arroganza dell’uomo dal ciuffo arancione – subiranno il trattamento che l’Impero in declino destinerà a tutti coloro che non lavorano per i suoi interessi, amici o nemici che siano.

Dunque, anche in relazione al rapporto con l’Amico americano la condotta della maggioranza del ceto politico europeo appare insostenibile. Ma come può continuare questo legame incestuoso con gli USA, che da anni infligge danni crescenti alle nostre economie mentre i nostri governanti, che potrebbero far rifiorire le nostre imprese e l’intera vita sociale del Continente (ristabilendo rapporti commerciali con Russia e Cina) continuano a procurarci danni? E diciamo dunque la cosa fondamentale di cui tutti coloro che aspirano a creare una prospettiva diversa dal disordine attuale devono essere consapevoli. Mai nella nostra storia le classi dirigenti d’Europa e forse del mondo erano apparse così clamorosamente nemiche dei propri popoli. Quanto possono reggere su questa trincea di inganni, quanto a lungo la TV e i giornali di cui dispongono possono cancellare la realtà? È possibile immaginare che i cittadini tedeschi, ma anche il mondo delle imprese, i gruppi intellettuali, i ceti professionali siano disposti ad attendere che mister Merz concluda il riarmo della Germania per accomodarsi alla guerra con la Russia come ad un pranzo di gala? E non è più probabile che tanto lui che Macron, Starmer, Meloni, questi giganti della politica contemporanea, fra non molto non siano più alla guida dei loro paesi?

Sempre più pressantemente i nostri governanti dovranno dar conto delle imprese che chiudono, della povertà che dilaga, del disagio sociale che investe sempre più cittadini. E chi, non ancora colpito da demenza, può immaginare di trascinare in guerra la nostra gioventù contando su una campagna di manipolazione e di menzogne, inventando qualche provocazione per aizzare l’odio contro il nemico? Il contesto storico non lo consente, e non lo predispone. Nessuno, certamente, può negare il rischio drammatico e ravvicinato di una conflagrazione atomica generale. Ma nessuno con reale fondamento può affermare che oggi l’Europa si trovi nelle condizioni della vigilia della prima o della seconda guerra mondiale. Non è in atto al suo interno alcun conflitto tra i suoi stati, capacissimi di furiosi litigi, ma per il momento inetti a farsi reciprocamente guerra. E non si scorge la minaccia di alcun nemico esterno. Mentre nessun osservatore, che non sia in aperta malafede – un tipo showman di cui l’Italia vanta vaste schiere – avvista minacce di guerra neppure nell’orizzonte più lontano. La furia bellica in Europa schiuma solo sulla bocca di questi leader disperati, attivissimi a mandare in giro, nelle televisioni padronali, foto di gruppo che dovrebbero certificare la loro imponente e minacciosa unità. E in queste ore per inveterata vocazione al suicidio (o, per meglio dire, quello dei loro soldati) sono loro che vanno incontro alla guerra in atto cercando di mettersi a servizio di USA e Israele contro l’Iran.

Eppure quella europea, oltre che perdente, è una genuflessione davvero paradossale. Nessun destino le impone questa capitolazione. Come ha ricordato di recente il filosofo tedesco Hauke Ritz, «senza l’Europa, gli Stati Uniti erano semplicemente una grossa isola ai margini del mondo. È stata solo la partecipazione a tutte le questioni europee a renderli una potenza sulla scena mondiale» (Perché l’Occidente odia la Russia, Fazi, 2026). A renderlo impero globale siamo stati noi, che ci siamo serviti e asserviti diventando l’Occidente. Perciò è l’Europa che può concorrere a far diventare l’Impero uno Stato come gli altri. Basta opporsi, scegliere quel che è più conveniente ai propri popoli, oltre che rispettosi del diritto. Basta scegliere la pace e non la guerra, la dignità e non il servaggio. A noi italiani basterebbe rispettare la nostra Costituzione, la nostra grande conquista di civiltà politica e giuridica. È difficile oggi staccarsi dall’abbraccio servile come UE, ma si può come Stato-nazione. La Spagna mostra la strada. Cacciare il governo Meloni costituirebbe un buon passo per farlo anche noi.

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