martedì 18 agosto 2020

Domenico Losurdo e la comune umanità tra categorie del pensiero e conflitto sociale. - Salvatore Favenza

Da: http://www.dialetticaefilosofia.it - Recensione di Salvatore Favenza a: S. G. Azzarà, La comune umanità. Memoria di Hegel, critica del liberalismo e ricostruzione del materialismo storico in Domenico Losurdo, La Scuola di Pitagora, Napoli 2019.
Vedi anche:   L'idea di socialismo: ritornare all'utopia o completare il percorso che conduce dall'utopia alla scienza? - Domenico Losurdo  
                       Hegel e la rivoluzione - Domenico Losurdo 
                       Rivoluzione socialista e Rivoluzione anticoloniale - Domenico Losurdo
                       Marx e Hegel. Contributi a una rilettura - Roberto Fineschi
Leggi anche:  Introduzione a Per la Critica dell'Economia Politica*- Stefano Garroni 
                         Marx, Hegel ed il metodo. Note introduttive - Roberto Fineschi 
                         Nei Quaderni filosofici di Lenin: lo studio della Logica e la lettura del proprio tempo - Emiliano Alessandroni 
                         Per una rinascita del materialismo storico negli studi di filosofia, storia e scienze umane*- Stefano G. Azzarà  
                         Per una nuova tematizzazione della dialettica - Stefano Garroni 
                         Sulla stagnazione del marxismo - Stefano Garroni 
                         Su Hegel politico. - Stefano Garroni -

La comune umanità. Memoria di Hegel, critica del liberalismo e ricostruzione del materialismo storico in Domenico Losurdo, di Stefano G. Azzarà, precedentemente edito dalle Editions Delga di Parigi nel 2012 ed ora pubblicato da La Scuola di Pitagora in edizione italiana riveduta, ampliata ed aggiornata dalle corpose integrazioni di Emiliano Alessandroni, costituisce una privilegiata chiave d’accesso all’itinerario di pensiero di Domenico Losurdo. 

I tre capitoli di cui si compone il libro riguardano il confronto storico e filosofico di Losurdo con la storia del liberalismo, con la filosofia classica tedesca e con il materialismo storico. 

Secondo le narrazioni oggi in Occidente più gettonate, il liberalismo, nato tra Sei e Settecento presso le più illuminate intellettualità europee, lottò e vinse contro l’assolutismo monarchico facendo acquisire centralità al valore dell'individuo e realizzando lo stato di diritto. Dopodiché, una volta conferita una più o meno solida struttura alla sua propensione democratica, si trovò ad affrontare nemici ancora più temibili. Un parto gemellare di natura totalitaria diede infatti vita a nazismo e comunismo che, affratellati dalla comune natura dispotica, hanno tentato entrambi di contendere al mondo liberale la guida del Novecento. Fortunatamente, tuttavia, il liberalismo vinse anche quest’ultima battaglia e a tutt'oggi si candida a prosperare sull'intero globo, esportando il proprio modello sociale e politico, garanzia di serenità e di pace. 

Domenico Losurdo ha mostrato l’inconsistenza di una simile narrazione, opponendo a questa storia sacra (la cui credibilità è stata favorita dalla sconfitta dei tentativi di costruzione del socialismo in Europa orientale) una storia profana, finora abilmente schivata dalla luce dei riflettori. La narrazione corrente sembra infatti ignorare come il liberalismo abbia costituito non già un impulso ma un ostacolo alla realizzazione della democrazia moderna, essendo stato soltanto il sopraggiunto confronto con la tradizione rivoluzionaria ad aver condotto al superamento delle tre grandi discriminazioni che contraddistinguevano le società occidentali ancora all'inizio del Novecento: la discriminazione di censo, quella di razza e quella di genere. Non si trattava tuttavia, secondo Losurdo, di opporre al “Libro nero del comunismo” di Courtois e colleghi, un “libro nero” del liberalismo, bensì di contestare al liberalismo stesso la «sua autoidentificazione con la centralità dell’individuo e con la storia della libertà moderna». 

Il liberalismo, che pure aveva formulato questi concetti, appariva contraddistinto da notevoli clausole di esclusione che ne boicottavano la portata universale: la tradizione che aveva innalzato la bandiera della libertà della società civile e su questa base aveva condotto la battaglia contro il dispotismo delle monarchie assolute, venne ad imporre a sua volta, con la propria ascesa, un potere assoluto nei confronti delle classi subalterne e dei popoli coloniali. Si trattava di un processo di de-umanizzazione su scala globale: solo per la razza dei signori, sulla base delle severe discriminazioni di razza, di genere e di censo, veniva a costituirsi una comunità di liberi e uguali. 

Losurdo ha evidenziato come il superamento di questi limiti sia stato possibile soltanto attraverso l'incontro/scontro con il movimento operaio e si sia verificato nonostante la struttura portante del discorso liberale. Questo conflitto da un lato ha mostrato la “duttilità” e la “modernità” del liberalismo, la sua capacità di adattamento e il suo realismo; dall’altro ha generato una spaccatura nell’ambito del liberalismo stesso, tra una componente che è andata saldandosi con le tendenze apertamente reazionarie e un’altra che, ripensandosi interamente a partire dal compromesso antifascista, è divenuta parte del processo di costruzione della democrazia moderna. 

lunedì 17 agosto 2020

Fenomenologia della Ferragni - Roberto Fineschi


Leggi anche:  Razzismo e capitalismo crepuscolare - Roberto Fineschi 
                       https://www.lacittafutura.it/cultura/una-notte-al-museo-alta-cultura-e-capitalismo-crepuscolare  Roberto Fineschi  
                    
Lotta di classe e ideologia nel capitalismo crepuscolare.


Molti, anche autorevolmente, si sono chiesti se gli Uffizi abbiano fatto bene a scegliere Chiara Ferragni come testimonial. Implicitamente, anche non volendo, si intende criticare il mondo che la ragazza rappresenta, che non c'entra con gli Uffizi e l'alta cultura. Altri invece pensano: che c'è di male se la Ferragni ha successo, piace e porta i giovani agli Uffizi?

Il rischio qui latente è la critica moralistica da una parte o l'elitismo dell'alta cultura, un po' snobistico, dall'altra. Sono approcci che non credo portino a niente. Cerchiamo di evitare il moralismo: Chiara Ferragni è una bella ragazza cui piace mostrarsi, di ciò si compiace molto, incontrando il consenso di molti. C'è qualcosa di male? No. La ragazza ne approfitta per fare molta pubblicità a cose come profumi, vestiti, accessori ecc. e tirar su una montagna di soldi. È qualcosa di sbagliato? È una cosa normale in un mondo mercantile.

Se ti piacciono molto i vestiti, gli accessori, l'aspetto della Ferragni, fai qualcosa di esecrabile? Di socialmente inaccettabile o riprovevole? Non credo. Sono tutte cose carine o meno, a seconda dei gusti. Il problema non è qui.

La questione diventa più complessa per il fatto che la Ferragni fa del suo autocompiaciuto edonismo esibizionistico non uno stile di vita, ma la vita stessa: esso è totalizzante includendo ogni sfera della sua esistenza, dal figlio alle "buone azioni". Questo non so se è male, ma è, diciamo, pericoloso.

Se accettiamo l'idea che libertà e cittadinanza implichino, di fatto, che conoscenza, partecipazione, mutua socialità siano costitutivi del vivere insieme, tali cose non possono essere messe sullo stesso piano dei beni effimeri, se non addirittura scomparire. Non per moralismo, ma perché pensare il concetto di cittadinanza implica determinate conseguenze. Non si tratta dunque di fare o non fare certe cose, ma della loro posizione nella scala di riferimento della cittadinanza attiva.

domenica 16 agosto 2020

Rivoluzione, metamorfosi di un concetto - Remo Bodei

Da: Filosofia Roccella Scholé -  Remo Bodei è stato un filosofo e accademico italiano.

                                                                             

sabato 15 agosto 2020

Che "cosa" è la verità? - Umberto Curi

Da: Festivalfilosofia - Umberto Curi è un filosofo italiano.
Vedi anche: Marx - Umberto Curi 
                     Chi ha paura di Cassandra? - Umberto Curi 

                                                                             

                   Leggi anche: Platone - Il mito della caverna (Repubblica, 508c-521c): http://www.libreriafilosofica.com/platone-mito-caverna/?upm_export=pdf

                   Vedi anche: "EDIPO, LA CONOSCENZA E IL DESTINO"- Mauro Bonazzi, Silvia Vegetti Finzi 

venerdì 14 agosto 2020

“La contraddizione è ciò che muove il mondo” - Leo Essen intervista Vladimiro Giacché

Da: https://www.lantidiplomatico.it - https://contropiano.org - http://www.marx21.it - Intervista di Leo Essen a Vladimiro Giacché sul suo libroHegel. La dialettica(Diarkos, 2020)
Vladimiro Giacché, presidente del Centro Europa Ricerche (CER), è un filosofo ed economista italiano. 


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Hegel non è un autore facile. Il suo pensiero è sottomesso alla stessa legge di ciò di cui è legge. Tutto ciò imprime al suo sistema una forma piuttosto contorta e difficilmente afferrabile. In più, il tempo è inteso come un fiume che mi trascina, ma sono io il fiume, una tigre che mi sbrana, ma sono io la tigre, un fuoco che mi divora, ma sono io il fuoco (Borges). Avere ragione di questo processo significa andare fino in fondo, vedere la fine, mettersi alla prova. Ma la prova non è un esperimento, un saggio o una verifica. È piuttosto un errare, costellato di difficoltà e sconfitte. 
Come in un romanzo di formazione, la prova è un mettersi in cammino attraverso cui il protagonista della narrazione può, alla fine del tragitto, giungere alla conquista della verità su se stesso e sulla vita. 
La sua ricerca su Hegel inizia con «Finalità e soggettività. Forme del finalismo nella Scienza della logica di Hegel»*, e termina con «Hegel. La dialettica». Si tratta di un cammino – e non potrebbe essere altrimenti, visto che qui in causa c’è proprio Hegel – un cammino iniziato con un libro molto tecnico, e chiuso con un libro altrettanto rigoroso, ma accessibile a un pubblico di non addetti ai lavori. Cosa ha determinato questo cambiamento di rotta, questo passaggio a una scrittura apparentemente più semplice e lineare, ma in realtà molto più sorvegliata?

I due libri hanno innanzitutto due destinazioni diverse. “Finalità e soggettività” era la mia tesi di perfezionamento in Normale. Si trattava di una ricerca sul significato del finalismo hegeliano condotta a partire da un’analisi degli ultimi capitoli della Scienza della logica di Hegel. Al finalismo ero arrivato da un confronto tra la filosofia della storia di Hegel e altre filosofie della storia grosso modo contemporanee (era stato l’oggetto del mio secondo colloquio in Normale). Era abbastanza naturale risalire da lì alla summa logica del pensiero hegeliano. Ovviamente, arrivato alla Scienza della logica, mi accorsi che il finalismo di Hegel aveva una portata molto più vasta della sua applicazione ai processi storici, e anche che esso era qualcosa di sostanzialmente diverso dal vitalismo a cui spesso viene accostato. La finalità è per Hegel lo strumento concettuale essenziale per spiegare la soggettività, ossia le strutture più complesse del reale: gli esseri viventi, gli esseri umani, la società e la storia, il pensiero stesso. Nel mio testo ponevo tra l’altro a confronto l’approccio di Hegel con la cibernetica, la teoria generale dei sistemi e quella – molto in voga negli anni Ottanta – dell’“autopoiesi”. Per giungere alla conclusione che gli schemi concettuali hegeliani erano tutt’altro che incompatibili con questi tentativi di comprensione del vivente e più in generale dei sistemi complessi.

Il mio ultimo libro, “Hegel. La dialettica”, non è un testo di ricerca, ma una vera e propria introduzione a Hegel. Il suo obiettivo è quello di avvicinare il lettore (lo studente delle superiori, lo studente universitario, ma anche la persona che per curiosità intellettuale voglia capire il pensiero di Hegel) alla filosofia hegeliana. Per questo il linguaggio adoperato è il più possibile semplice. Lo sviluppo del pensiero di Hegel è seguito ripercorrendo i contenuti delle sue opere e delle sue lezioni, per poi offrire una sintesi, nel capitolo che chiude la prima parte del volume (“Pensare con Hegel”), dei caratteri generali della filosofia hegeliana, del significato di “dialettica” e “contraddizione” in Hegel, e infine presentare alcuni usi successivi del suo pensiero (in qualche caso piuttosto sorprendenti). Questa parte del libro è seguita da una seconda, che contiene alcune pagine particolarmente significative tratte dalle opere di Hegel e da testi critici su questo pensatore. 

mercoledì 12 agosto 2020

Popper e la filosofia della scienza - Giulio Giorello

Da: GalileiLiceo - Giulio Giorello è stato un filosofo, matematico, accademico ed epistemologo italiano.
Vedi anche:    Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici - Paolo Ercolani 
                        La scienza tra dubbio e certezza - Giulio Giorello  
Leggi anche: LA TEORIA MODERNA DELLA COLONIZZAZIONE - Karl Marx 

                                                                             

lunedì 10 agosto 2020

I cambiamenti culturali della Confindustria - Alessandra Ciattini

Da: https://www.lacittafutura.it/ Alessandra Ciattini (Collettivo di formazione marxista Stefano Garroni) insegna Antropologia culturale alla Sapienza di Roma. 
Vedi anche: Il videomessaggio di Urbano Cairo. Nonostante il Coronavirus, grandi opportunità per il business (https://www.youtube.com/watch?v=xo87Jevb4tI


Per governare le aziende nell’era digitale ci vuole un capo-carismatico e impegnato che motivi i lavoratori ad andare oltre il profitto.

Il 16 luglio scorso sul Sole 24 Ore, quotidiano della Confindustria, che si è distinta in questa fase per le pressioni sul governo per il proseguimento dell’attività produttiva anche non “essenziale”, è uscito un interessante inserto “guida Impresa Smart”, dedicato a come le aziende cambieranno in seguito alla massiccia introduzione del digitale. La guida è stata realizzata grazie alla collaborazione della School of Management del Politecnico di Milano (tutti gli anglicismi sono originali) e si pone come obiettivo quello di comprendere e di dirigere le opportunità offerte da queste rilevanti trasformazioni tecnologiche, pur ovviamente restando immutato l’obiettivo finale: il profitto, anzi magari facilitandone l’ottenimento e aumentandone l’entità. 

A mio parere la pubblicazione rivela un significativo cambio di paradigma, ovviamente ulteriormente antidemocratico, nella gestione delle aziende, che cercherò brevemente di illustrare, segnalando come questa virata sia sostenuta ideologicamente dal mondo accademico organico alla Confindustria.
Il problema fondamentale, indicato nell’articolo “Impegno e scopo le parole chiave per la leadership” di Antonio Dini, pubblicato nell’inserto, è quello del cambiamento delle persone, ossia di introiettare una sorta di nuova morale del lavoro, con il rischio che se questo processo fallisce le grandi trasformazioni tecnologiche risulteranno inefficaci.
Credo che proprio queste due parole “impegno e scopo” meritino una qualche riflessione, soprattutto dopo che per decenni si sono aspramente criticati i cosiddetti “intellettuali engagés” (impegnati), accusati di essere sottoposti a verità imposte dall’alto, estranei a un sano pragmatismo di matrice statunitense, che individui i mezzi adeguati a risolvere i problemi, senza interrogarsi sulla natura e sulla legittimità di della loro impostazione e senza prospettare progetti a lungo termine. Che in molti casi questa accusa si sia dimostrata del tutto inconsistente è evidenziato dalla vicenda politica e umana di Jean-Paul Sartre, icona dell’intellettuale impegnato ma indipendente, che nel 1964 giunse a rifiutare il premio Nobel per la letteratura, dopo aver rifiutato l’onorificenza della Legion d’onore e una cattedra al prestigioso Collège de France. 

sabato 8 agosto 2020

ESSERE MARXISTA, ESSERE COMUNISTA, ESSERE INTERNAZIONALISTA OGGI - Samir Amin

Da: http://www.rifondazione.it/formazione - [estratto dal libro di Samir Amin LA CRISI. Uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi? Punto Rosso 2009]
Samir Amin è stato un economista, politologo, accademico e attivista politico egiziano naturalizzato francese.
Leggi anche: Il capitalismo entra nella sua fase senile. - Ruben Ramboer intervista Samir Amin 
                       Samir Amin: “La crisi” - Alessandro Visalli 
                       "Cina 2013" - Samir Amin 
                       La nozione di popolo in Marx, tra proletariato e nazione* - Isabelle Garo**

I

Io sono marxista. Per me vuol dire “partire da Marx”. Sono convinto che la critica che Marx ha messo nell’agenda del pensiero e dell’azione – la critica del capitalismo, la critica della sua rappresentazione centrale (l’economia politica del capitale), la critica della politica e del suo discorso – costituisce l’asse centrale e imprescindibile delle lotte per l’emancipazione dei lavoratori e dei popoli.

Io non sono “neo-marxista”. Per esserlo, bisogna confondere Marx e i marxismi storici, il che non è il mio caso. I “neo-marxisti” vogliono rompere con il marxismo storico e pensano che bisogna andare “oltre Marx”. Di fatto, essi si oppongono solo a quelli che io definisco “paleo-marxisti”, cioè ai seguaci acritici del marxismo storico, in particolare il “marxismo-leninismo” nelle sue diverse versioni. Essere marxista come intendo io non significa essere “marxiano” (che trova “interessante” una qualche “teoria” di Marx, isolata dal resto dell’opera), né essere “marxologo”.

Significa necessariamente essere comunista. 

Marx non dissocia teoria e prassi. Non si può seguire la scia di Marx se non ci si impegna nella lotta per l’emancipazione dei lavoratori e dei popoli. Essere comunista significa anche essere internazionalista. L’internazionalismo non è solo un’esigenza della ragione umanista. Non si cambierà mai il mondo se si dimentica l’immensa maggioranza dei popoli che lo costituiscono, quelli delle periferie. 

Questi popoli hanno la responsabilità del proprio avvenire. Non sono i popoli dei centri imperialisti opulenti che possono da soli “cambiare il mondo” (in meglio). La carità, gli aiuti, l’umanitarismo, che si vuole sostituire all’internazionalismo, inteso come solidarietà nelle lotte, contribuiscono solo a consolidare il mondo come è, o, peggio, ad avviarlo verso la costruzione di un apartheid su scala mondiale. 

Nel testo che segue, tento di esplicitare le conclusioni cui sono giunto oggi, rispetto alla critica del capitalismo e alle lotte intraprese dalle sue vittime. Non si tratta di “conclusioni definitive”, termine estraneo al mio pensiero (che, penso, si unisce qui a quello di Marx). Un buon numero delle tesi qui presentate hanno la loro storia nel percorso del mio lavoro. Da una prima formulazione alla seguente, ho evidentemente beneficiato di nuove letture – o riletture – ma ho anche tentato di tener conto dell’evoluzione del capitalismo e delle nuove lotte. Ho voluto che il testo restasse di facile lettura e per questo non ho fatto riferimento al percorso dei concetti e delle proposte in questione.

1. Conflitti politici, conflitti sociali. Realtà e rappresentazioni 

giovedì 6 agosto 2020

Il «Manifesto del Partito Comunista» - Angelo D'Orsi

Da: Angelo d'Orsi - Angelo+D'Orsi è professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino.
Leggi anche: Il Manifesto del Partito Comunista*- Karl Marx e Friedrich Engels (1848) 
                       Introduzione al MANIFESTO - Stefano Garroni 
                      Introduzione al Manifesto del Partito Comunista*- David Harvey**
                      UNA RILETTURA TEORICA E POLITICA DEL MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA - Riccardo Bellofiore
                       Il ruolo della borghesia nel Manifesto del partito comunista 
                       MARX E LA RIVOLUZIONE DEL 1848 - Irene Viparelli*
Vedi anche:   Marx e Engels: Il Manifesto del Partito Comunista - Antonio Gargano 
                      Il Manifesto Del Partito Comunista

La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi. 
Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta. 

                                                                            

domenica 2 agosto 2020

Quella di Bologna fu strage fascista e di Stato, come le altre - Sergio Cararo

Da: https://contropiano.org - Sergio Cararo, Rete dei Comunisti, Direttore di CONTROPIANO.
Leggi anche: https://www.ansa.it/sito/notizie/speciali/2020/07/29/strage-di-bologna-nuova-inchiesta-gelli-mandante
 COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA SULLA LOGGIA MASSONICA P2 - RELAZIONE DI MAGGIORANZA dell'onorevole TINA ANSELMI

Il 2 agosto sono quaranta anni da quella strage alla stazione di Bologna che fermò il paese – spezzandolo in due – e il cuore di milioni di persone convinte che la stagione delle Stragi di Stato fosse ormai alle spalle. Il costo umano fu enorme, 85 morti e 200 feriti, solo poche settimane dopo la strage di Ustica in cui venne abbattuto un aereo civile dell’Itavia, anch’esso partito da Bologna. 

La strage della stazione di Bologna, da un lato, fu la continuazione della politica delle stragi di Stato tesa a condizionare nel profondo i rapporti politici e di classe nella società, nonché a confermare la collocazione dell’Italia nelle relazioni internazionali. Dall’altro materializzò agli occhi di tutti il significato di una guerra concepita e combattuto sul “fronte interno”, in cui i killer fascisti sono stati utilizzati come manovalanza per il lavoro sporco. 

In molti continuano a chiedersi che faccia e che logica possano avere i personaggi che collocano una bomba ad alto potenziale nella affollata sala d’attesa della principale stazione dell’Italia centrale, nei giorni della partenza per le vacanze (che allora, con un’altra organizzazione della produzione, avveniva in contemporanea quasi per tutti). 

E’ la stessa faccia di chi aveva collocato bombe in una banca nel giorno di maggiore affollamento, in una piazza riempita da una manifestazione sindacale antifascista, in un treno affollato d’agosto e negli anni successivi durante le feste natalizie. 

Li abbiamo denominati come gli esponenti della rete degli “uomini neri”. Non numerosissimi, ma operativi, pronti a fare il lavoro sporco per lo Stato; anzi per il deep state, quello secondo cui ci sono prezzi da pagare per un “fine superiore”, che può essere la stabilità o l’instabilità, a seconda delle fasi storiche e delle esigenze delle classi dominanti. 

A febbraio di quest’anno la Procura di Bologna ha chiuso le indagini sulla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna.
Per gli inquirenti bolognesi i colpevoli che si aggiungono a quelli già condannati sono: Paolo Bellini fascista di Avanguardia nazionale, in qualità di esecutore; Licio Gelli, fascista fin dai tempi della guerra di Spagna e poi con Salò, capo della Loggia P2, in qualità di mandante e finanziatore; Umberto Ortolani banchiere e bancarottiere, in quanto finanziatore e mandante; Federico Umberto D’Amato, prefetto e capo dell’Ufficio Affari Riservati, legato alla CIA, in qualità di mandante e depistatore, e Mario Tedeschi, altro fascista della Repubblica di Salò, senatore del MSI e direttore del settimanale Il Borghese

I tentativi di depistaggio sulla strage di Bologna sono stati numerosi, a cominciare dai neofascisti, così come avvenuto per Piazza Fontana, Piazza della Loggia, il treno Italicus. 

Quello perseguito con maggiore sfrontatezza e pervicacia è stato quello di cercare di addossare la strage alla resistenza palestinese. Un depistaggio che ha visto protagonisti non solo Cossiga, ma anche giornalisti “di sinistra” occhieggianti ai favori di Israele o di qualche cordata islamofobica e filo-Usa sempre attiva. 

Quale soluzione migliore che allontanare da sé la rabbia e le indagini? 

Per quaranta anni le autorità politiche del paese hanno cercato di tenere alla larga dallo “Stato” ogni responsabilità. Ma le sistematiche contestazioni di massa in Piazza Medaglie d’Oro hanno impedito, anno dopo anno, ogni autoassoluzione. Quest’anno non si faranno eccezioni. 

Noi, purtroppo e per fortuna, non dimentichiamo nulla. Abbiamo una memoria prodigiosa. 

sabato 25 luglio 2020

MAX WEBER. Una riflessione sul destino dell'Occidente e sui limiti del capitalismo contemporaneo - Francesco Fistetti

Da: Nuovo Quotidiano di Puglia (Brindisi) - https://www.facebook.com/francesco.fistetti.5 -francesco fistetti insegna Storia della Filosofia Contemporanea, Università di Bari.
Leggi anche: "Liberalismo" così la storia declina una idea in movimento. - Francesco Fistetti


Gabbie d'acciaio. Così in occidente l'uomo scopre tutti i suoi limiti.

Il 14 giugno 1920 moriva Max Weber, stroncato dalla spagnola, la prima delle pandemie influenzali del XX secolo che provocò milioni di vittime. Aveva appena finito di correggere le bozze dell’immane lavoro in cui aveva riformulato l’impianto dei “concetti fondamentali della sociologia”, e che costituisce il primo capitolo di quello straordinario testo fondativo della moderna sociologia che è Economia e società (pubbicato postumo). 

Poligrafo eccezionale, innovatore nei più diversi rami del sapere (dalla storia economica alla scienza politica, dalla filosofia del diritto alla teoria della conoscenza, dallo studio delle religioni all’indagine etica e antropologica sulle forme di vita), unisce in sé, in una sorta di ‘concordia discors’, la passione concretissima del ricercatore e una rara capacità di muoversi nel deserto di ghiaccio delle astrazioni filosofiche. 

Per avere un’idea approssimativa del personaggio, basterà richiamare quanto ebbe a dire di se stesso nel discorso pronunciato nel 1895 all’università di Friburgo:”Io sono un membro della classe borghese, mi sento tale e sono stato educato alla sua visione del mondo e ai suoi ideali”. Due anni dopo formulava la domanda fondamentale che attraverserà tutta la sua produzione culturale: che cosa ha realizzato l’èra del capitalismo? E la risposta resterà identica fino alla fine della sua vita: l’èra del capitalismo non ha portato né potrà portare la felicità al mondo, ma ha creato l’uomo occidentale moderno. 

Sulla messa in evidenza dei tratti morfologici dell’uomo occidentale, il cui “volto spirituale” è stato modellato dalla grande industria, fino al punto di non essere più riconoscibile, si arrovellerà gran parte della ricerca weberiana. Tutta L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904/1905) verterà sulla nascita di un tipo umano assolutamente inedito, proteso alla professione come vocazione (Beruf): si tratta del tipo umano che è una componente strutturale dello “spirito” capitalistico. 

lunedì 20 luglio 2020

Covid e la fine del sogno americano - Alessandro Carrera

Da: https://www.doppiozero.com - Alessandro Carrera è uno scrittore, saggista, traduttore e cantautore italiano, dirige dal 2001 il programma di italiano presso l'Università di Houston (Texas). Di Alessandro Carrera, doppiozero ha pubblicato l'ebook  Bob Dylan
Leggi anche: Intervista a Noam Chomsky - a cura di CJ Polychroniou 
                       Il fallimento dell’America - Cornell West 
                       Stiamo vivendo la prima crisi economica dell’Antropocene - Adam Tooze


 Houston, 16 luglio 2020    

L’ultimo giorno normale della mia vita è stato il 6 marzo 2020, l’ultima lezione che ho tenuto in classe. Ciò che ha salvato la mia università dalla pandemia, allora, è stato lo spring break, la vacanza di primavera che cominciava la settimana dopo. Tempo pochi giorni, e si è visto che tornare in classe non era più possibile. Io stavo insegnando un corso sulla biopolitica. Parlavamo e abbiamo continuato a parlare via Teams di Michel Foucault, Hannah Arendt, Giorgio Agamben, Roberto Esposito, Antonio Negri, Michael Hardt, Paolo Virno, Donna Haraway, Judith Butler, Anthony Kwame Appiah, Slavoj Žižek e altri ancora. Ancora prima che la pandemia raggiungesse il Texas, ogni settimana trovavo, senza neanche doverlo cercare troppo, qualche articolo di giornalismo investigativo che mettevo a disposizione degli studenti e sembrava scritto apposta per il mio corso. 

Se Achille Mbembe parlava di necropolitica e di necropotere, di schiavitù e di colonialismo come stati di eccezione permanente, e del modo in cui le popolazioni soggette potevano essere controllate verticalizzando il loro spazio (non entrerò in particolari perché non è questo il punto che voglio discutere, ma da qui devo partire), ecco che un articolo del New York Times veniva a puntino e riportava il discorso all’America. Se Warren Montag faceva partire la necroeconomia da Adam Smith (il tranquillo presupposto secondo il quale, in un mondo retto dalla “mano invisibile del mercato” – versione capitalista della Divina Provvidenza – qualcuno dovrà essere sacrificato, anzi molti, ma in ultima analisi lo faranno con gioia – sì, sto semplificando), ecco che trovavo subito tutte le informazioni che volevo su due casi di necroeconomia americana che tenevano banco prima dell’attuale pandemia. Il primo era il dilagare di decessi causati da oppioidi (180.000 morti nel corso di vari anni), prescritti da dottori che non sono sempre privi di scrupoli, no, semplicemente sanno che i loro pazienti non possono permettersi né cure costose né chirurgie, possono solo prendere oxycontin e un giorno o l’altro morire di overdose. Il secondo è il deterioramento dell’acqua potabile, sempre nelle zone più povere del paese, dovuto all’invecchiamento delle infrastrutture che nessuno rinnova, e che causano malattie dalle quali i poveri in questione non possono permettersi di guarire. Eravamo perfino arrivati a discutere il primo dei due tristemente famosi interventi di Agamben all’inizio della pandemia (“Vogliono imporci lo stato di eccezione!”), anzi gliel’avevo tradotto io prima ancora che uscisse in inglese. Non mi pareva il caso di dichiararmi né a favore né contro. Facevo solo notare che i media, se vogliono, possono terrorizzarci con qualunque cosa. Se ogni inverno la televisione dedicasse quattro ore su ventiquattro a chi in quella giornata è morto d’influenza, l’influenza sarebbe un problema nazionale, no? Sulle successive prese di posizione di Agamben (“Insegnare online è come sottoscrivere fedeltà al fascismo!”) al momento preferisco sorvolare.

sabato 18 luglio 2020

Intervista a Noam Chomsky - a cura di CJ Polychroniou

Da: http://www.sinistraineuropa.it - Intervista a Noam Chomsky a cura di CJ Polychroniou*- Truthout - La traduzione in italiano è stata curata da Giuseppe Volpe per Znetitaly - Questa intervista è stata leggermente revisionata a fini di chiarezza e lunghezza.
Leggi anche: Telesur intervista Noam Chomsky - Alessandra Ciattini 



L’epidemia globale di COVID-19 induce molti a pensare che un nuovo ordine economico e politico sia inevitabilmente in corso. Ma è così?
Negli Stati Uniti, la classe abbiente che ha prosperato sotto Donald Trump, non affonderà senza fare tutto il possibile per assicurare che le pressioni popolari per riforme radicali siano bloccate, dice l’intellettuale pubblico di fama mondiale Noam Chomsky. 

Chomsky ci ricorda anche che l’aperto razzismo si è intensificato sotto Trump e che la violenza della polizia è un sintomo del suprematismo bianco sottostante che piaga la società statunitense. Nel frattempo le politiche antiambientaliste di Trump e la sua demolizione dei trattati sul controllo delle armi stanno portando il mondo ancor più in prossimità di un olocausto ambientale e nucleare. 
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E’ stato sostenuto da molti, da diverse provenienze, che il COVID-19 ha segnato una svolta. Condividi questa idea o stiamo parlando di una situazione temporanea con un ritorno all’approccio da ‘ordinaria amministrazione’ come scenario più probabile una volta che la crisi sanitaria sia finita? 

venerdì 17 luglio 2020

La genealogia della catastrofe Italiana - Alessandra Ciattini

Da: https://www.lacittafutura.it/Alessandra Ciattini (Collettivo di formazione marxista Stefano Garroni) insegna Antropologia culturale alla Sapienza di Roma.
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Quali sono le scelte politiche che ci hanno condotto all’attuale drammatica condizione?

Penso che un’azione politica importante da intraprendere sia quella di demistificare l’insistente discorso con cui l’ideologia dominante, trasmessa quotidianamente dai vari telegiornali, talk show etc., a cui purtroppo attinge la maggior parte della gente comune, ci fa credere che tutto è sotto controllo e che potremo tornare alla soddisfacente situazione prepandemia, se ci fideremo ciecamente dei nostri governanti.

Nulla di più falso, perché il prima era già di per sé catastrofico per una serie di fattori, riconosciuti da tutti anche se non adeguatamente collegati al presente, quali la disoccupazione di massa, la precarizzazione del lavoro, che non assicura ai precari una vita degna, lo sfascio delle infrastrutture (non solo il ponte di Genova), la polarizzazione delle classi sociali con relativo aumento delle disuguaglianze, la crisi di istituzioni importanti per la dinamica democratica come la scuola e l’università, lo svuotamento culturale della politica ridotta a miserevole opportunismo. Si pensi che dalle elezioni del 2018, 31 senatori hanno cambiato partito e non solo una volta, mentre 62 deputati hanno fatto lo stesso, in particolare al senato tre senatori del M5 stelle sono passati alla Lega, mostrando eufemisticamente di avere le idee molto confuse.

Tale svuotamento e tale confusione mentale, radicati nell’opportunistica convinzione che non ci sia più una destra e una sinistra, sta ad indicare sempre più che la vera politica si fa altrove e che i “rappresentanti del popolo” sono solo degli insignificanti fantocci, ma che taluno prende ancora sul serio come mostra lo spazio che la TV di Stato accorda loro. Non è un caso che taluno abbia definito Giuseppe Conte una specie di maggiordomo privo di qualsiasi forza di convinzione [1].

Naturalmente la catastrofe italiana, i cui aspetti indicherò in maniera sommaria, si inscrive nella dinamica complessiva del sistema capitalistico e la sua crisi esplosa nel 2007-2008 così descritta da Luciano Gallino: “Al fine di superare la stagnazione dell’accumulazione del capitale in America e in Europa, una situazione evidente già negli anni ‘70 del secolo scorso, i governi delle due sponde dell’Atlantico hanno favorito in ogni modo lo sviluppo senza limite delle attività finanziarie, compendiandosi nella produzione di denaro fittizio. Questo singolare processo produttivo ha il suo fondamento nella creazione del denaro dal nulla tramite il credito, vuoi per mezzo della gigantesca diffusione di titoli totalmente separati dall’economia reale, quali sono i “derivati”, a fronte dei quali…non prende corpo alcuna compravendita di beni e servizi…” (Il colpo di Stato di banche e governi, 2013: 3).