lunedì 7 luglio 2014

Sulla stagnazione del marxismo - Stefano Garroni


Qualche decennio fa, mi fu chiesto di scrivere sulla stagnazione del marxismo: il mio scritto fu pubblicato; penso si possa dire anche che fu letto e commentato da qualcuno. Tuttavia, riconsiderandolo oggi, ci si rende conto che in quella mia riflessione (che condivido ancora) mancava un punto essenziale.

Dal marxismo – dunque, da un pensiero eminentemente dialettico -, di fatto, è scaturita una tradizione radicalmente antidialettica: mentre Marx costruisce il suo pensiero in una fitta ed insistente messa a confronto critica con altre correnti di pensiero; mentre a leggerlo con attenzione non può sfuggire quanto egli debba a quegli altri con cui polemizza e come esattamente questa aderenza ai suoi obiettivi polemici si traduca in grande capacità analitica ed in duttilità, plasticità di un pensiero, che mai produce dogmatismi e secchi riduzionismi –ebbene, nonostante tutto ciò è proprio in nome di Marx, che la tradizione comunista ufficiale si è variamente impegnata a definire le due liste (proprie di ogni religione, si badi!) degli ortodossi e degli eterodossi, dei fedeli continuatori e dei perfidi deviazionisti, insomma, dei santi e degli eretici.

La crisi del campo socialista europeo, in realtà (lo si dica o non lo si dica), è anche la crisi di questo stravolgimento scolatico-dogmatico di un pensiero che, per parte sua, si iscrive, invece, e porta avanti una prospettiva dialettica di ragionamento.

Una conseguenza della sostituzione del marxismo con la sua smorfia dogmatico-positivistica è che si è perso il senso di quanto il pensiero di Marx e l’orientamento dialettico abbiano penetrato, influenzato, formato scuole di pensiero e tentativi di rinnovamento storico-sociale, diversi l’un dall’altro, ma salutarmene diversi –dacché è da questo tipo di diversità, che la riflessione scientifica, morale, filosofica, politica, effettivamente, progrediscono.

Si pensi, per citare un solo esempio, al ruolo giocato dal marxismo nel farsi di quella grande, grandissima cosa, che fu la cultura mitteleuropea dei primi decenni del Novecento (per fare un solo esempio, come sarebbe possibile L’uomo senza qualità di Robert Musil, senza il marxismo?); ma anche a quel nucleo di scienziati, che costruirono il Wienerkreis e dette luogo a modi di concepire e di fare scienza, che segnano ancora la nostra realtà quotidiana.

Ebbene, tra quel nucleo di scienziati e filosofi vi furono persone dichiaratamente socialiste e che collaborarono ai primi numeri dell’Enciclopedia sovietica –ma che da essa poi furono allontanati, mano a mano che si evidenziavano le tragiche conseguenze della cosiddetta teoria del socialismo in un paese solo. Ed è così che il neopositivismo divenne perfino la bandiera della cultura anti-comunista, anti-operaia, favorendo un distacco, anche politicamente dannosissimo, tra marxismo (irrigidito) e scienza moderna.

Sappiamo bene come un risvolto della ‘teoria’ del socialismo in un paese solo fu la trasformazione dei grandi partiti comunisti occidentali in formazioni, più o meno duttilmente, socialdemocratiche con risvolti, però, di dogmatismo staliniano.

Naturalmente a tutto questo non poteva non accompagnarsi la messa a tacere, di fatto, del Lenin che si interrogava sui pericoli di restaurazione capitalistica in Unione Sovietica; ed al suo posto, invece, la costruzione di una mitica immagine dell’Urss come dolce paese dei soviet, del socialismo realizzato, e non per quello che era –un paese, cioè, che cercava in tutti i modi di difendersi, in quanto paese non capitalistico, anche a costo di compromessi con l’imperialismo, durissimi da accettare e che si rovesciavano in danno per il movimento rivoluzionario internazionale (come in particolare mondo arabo e Latino-America ci apprendono)..

E’ così che si giunse, anche in Italia, ad una separazione tra cultura d’avanguardia –nel senso di moderna, innovatrice e non di bohéme- e forza comunista organizzata. Ed una conseguenza fu che quando la nuova organizzazione capitalistica mise in discussione professioni e ruoli codificati, da una parte si ebbe una spontanea ribellione studentesca e di gioventù operaia e, dall’altro, l’incupirsi in un senso sempre più socialdemocratico del Pci.

La protesta, dunque, non potette dotarsi di una direzione teorico-politica adeguata e fiorirono incredibili personaggi, oscillanti tra lotta armata e codismo socialista.

E’ così che si ebbe una seconda stagione dello stravolgimento del marxismo: in realtà, infatti, la cultura della nuova sinistra andò sempre più caratterizzandosi per l’accettazione di temi, che sono –da lunga tradizione (addirittura Hegel li criticava)- i motivi salienti della disgregata coscienza della borghesia, ormai incapace di far perfino la lode di sé.

E paradossalmente, da parte ‘comunista’ (a dir così) si riscoprirono le dogmatiche staliniste o un cultura cinese, di cui non abbiamo gli strumenti effettivi per giudicare. Insomma, è così che rinacquero miti, dogmi, scomuniche, ma non certo quello che è il succo dell’analisi dialettica e che Lenin aveva saputo così profondamente far operare sul piano politico.

Che fare ora?

La domanda è troppo grossa perché un singolo compagno possa rispondere. Certo, una cosa mi sento di dirla: ma siamo sicuri di conoscere Marx? Siamo sicuri di aver capito il senso della sua critica dell’economia politica e della prospettiva dialettica, entro cui egli operò?

Abbiamo capito che la chiusura del marxismo, in quanto ideologia dei paesi socialisti e dei partiti comunisti e non, invece, in quanto fuoco dialettico continuo, che non ha barriere e che tutto aggredisce, con tutto si confronta – che questa chiusura, dicevo, va fatta saltare per riprendere, con Marx, quella strada che porta oltre Marx? Siamo sicuri di aver capito tutto ciò?                                   https://drive.google.com/folderview?id=0B-1egZyIWQXDMmFwZ1FDS05lX0U&usp=sharing

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