venerdì 4 luglio 2014

La negazione della proprietà capitalistica*

*Da:   http://www.international-communist-party.org


...tre distinzioni terminologiche: beni strumentali e di consumo – proprietà e impiego dei primi e dei secondi – proprietà privata, individuale, sociale.

La prima distinzione è oramai corrente anche nella economia comune. I prodotti dell’attività umana o servono al diretto consumo, come un cibo o un indumento; ovvero sono adoperati in altre operazioni lavorative, come una zappa, una macchina. Non sempre la distinzione è facile, e vi sono casi misti; comunque tutti capiscono quando distinguiamo i prodotti tra beni di consumo e beni strumentali.

La proprietà sul bene di consumo al momento del suo impiego, sarebbe bene non chiamarla col termine di proprietà, sia pure seguito dagli aggettivi: personale, individuale. Essa consiste nel rapporto per cui chi sta per sfamarsi tiene in mano il cibo e nessuno vieta che lo porti alla bocca. Anche nelle scienze legali tale rapporto non si definisce bene come proprietà, ma come possesso. Il possesso può essere di fatto e materiale, ovvero anche di diritto e legale, ma implica sempre il "tenere nel pugno", la fisica disposizione della cosa. La proprietà è il rapporto per cui si dispone di una cosa, senza che si debba tenerla nelle mani, per effetto titolare di un pezzo di carta e di una norma sociale.

La proprietà sta al possesso come in fisica l’actio in distans di Newton sta all’azione di contatto, alla diretta pressione. Siccome anche nel termine possesso entra un valore giuridico, potremmo provare, per questo concetto pratico del poter mangiare il pezzo di pane o calzare le scarpe, ad usare il termine "disponibilità" (dato che il termine "disposizione" dà 1’idea di schieramento, ordinamento, che appartiene ad altro campo).

Riserveremo il termine proprietà ai beni strumentali: utensili, macchine, opifici, casa, terra, etc.
Chiamando proprietà anche la disponibilità, ad esempio, del proprio abito o della propria matita, Il Manifesto del Partito Comunista dice che i comunisti vogliono abolire la proprietà borghese, non la proprietà personale.
Terza distinzione: privato, individuale, sociale. 

Diritto, potere privato su di una cosa, su di un bene, consumabile o strumentale (e, prima, anche sulle persone e le attività di altri uomini) significa diritto non esteso a tutti, ma riservato ad alcuni soltanto. Prevale nel termine privato, anche letteralmente, il valore negativo; non la facoltà di godere della cosa, bensì quella di privare gli altri – colla tutela della legge – del godimento di essa. Regime di proprietà privata è quello in cui sono proprietari alcuni, e moltissimi altri non lo sono. Nella lingua del tempo di Dante gli "uman privati" sono le latrine, luogo ove è norma che regni un solo occupante, buon simbolo delle olezzanti ideologie del borghese.

Proprietà individuale non ha lo stesso senso di privata. La persona, l’individuo, sono pensati dai... benpensanti come persona borghese, individuo borghese (Manifesto). Ma avremmo un regime di proprietà individuale solo quando ogni individuo potesse raggiungere la proprietà su qualche cosa, il che in tempo borghese di fatto non è, malgrado le ipocrisie legali, né per gli strumenti, né per i beni di consumo.

Proprietà sociale, socialismo, è il sistema in cui non vi è più rapporto fisso tra il bene di cui si tratta, e una determinata persona o individuo. In questo caso sarebbe bene non dire più proprietà, poiché 1’aggettivo proprio si riferisce ad un soggetto singolo e non alla universalità. Comunque, si parla ogni giorno di proprietà nazionale e statale, e noi marxisti parliamo, per farci intendere, di proprietà sociale, collettiva, comune.

Seguiamo ora le tre fasi sociali e storiche presentate in sintesi da Marx a coronamento del primo tomo de Il Capitale.
Lasciamo da parte le precedenti epoche di schiavismo e di pieno feudalesimo terriero, in cui, sul rapporto di proprietà tra uomo e cosa, prevale il rapporto personale, tra uomo e uomo.

Prima fase. Società della piccola produzione, artigiana per i manufatti, contadina per l’agricoltura. Ogni lavoratore, della bottega e della terra, in che rapporto è con i beni strumentali di cui si serve? Il contadino è padrone del suo fondicciuolo, l’artigiano dei suoi semplici attrezzi. Dunque disponibilità proprietà del lavoratore sui suoi strumenti di produzione. Ogni lavoratore in che rapporto è coi suoi prodotti, del campo o della bottega? Ne dispone liberamente, se sono beni di consumo li adopera come vuole. Allora diremo con esattezza: proprietà individuale sui beni strumentali, disponibilità personale dei prodotti.

Seconda fase. Capitalismo. Entrambe queste forme vengono negate. Il lavoratore non ha più in proprietà terra, bottega o arnesi. Gli strumenti di produzione sono divenuti proprietà privata di pochi industriali, dei borghesi. Il lavoratore non ha più alcun diritto sui prodotti, siano essi anche beni di consumo, che sono a loro volta divenuti proprietà del padrone della terra o della fabbrica.

Terza fase. Negazione della negazione. "Gli espropriatori vengono espropriati" non nel senso che si espropriano i capitalisti delle officine e delle terre per ripristinare una generale proprietà individuale dei beni strumentali. Questo non è socialismo, è la formula "tutti proprietari" dei piccoli borghesi, oggi dei piccisti. I beni strumentali diventano proprietà sociale, poiché vanno "conservate le acquisizioni dell’era capitalistica" che hanno fatto della produzione un fatto"sociale". Cessano di essere proprietà privata. Ma per i beni di consumo? Questi sono messi dalla società a disposizione generale di tutti i consumatori, ossia di qualunque individuo.

Nella prima fase dunque ogni individuo era un proprietario di piccole quantità di strumenti produttivi, e ogni individuo aveva una disponibilità di prodotti e beni di consumo. Nella terza fase ad ogni individuo è vietata la proprietà privata sui beni strumentali, che sono di natura sociale, ma gli è assicurata la possibilità – che il capitalismo gli aveva tolta – di avere sempre una disponibilità su beni di consumo. Questo significa che, con la proprietà sociale delle macchine, delle fabbriche ecc., è rinata – ma quanto diversa! – la "proprietà individuale" di ogni lavoratore su una quota di prodotti consumabili che esisteva nella società artigiano-contadina, precapitalistica, rapporto non più privato,rapporto sociale.

[Se sussistesse il minimo dubbio sulla nostra interpretazione delle parole di Marx sul "ristabilirsi della proprietà individuale", ed anche sullo stretto rigore della continuità nella terminologia marxista, basterà a disperderlo la citazione da un testo di altra data e di altro tema, Le guerre civili in Francia«... Non appena gli operai prendono decisamente la cosa nelle loro mani, ecco levarsi tutta la fraseologia apologetica dei portavoce della società presente con i suoi due poli del capitale e della schiavitù salariale, come se la società capitalistica fosse ancora nel suo stato più puro di verginale innocenza, con i suoi antagonismi non ancora sviluppati, con i suoi inganni non ancora sgonfiati, con la sua meretrice realtà non ancora messa a nudo. La Comune, essi esclamano, vuole abolire la proprietà, base di ogni civiltà! Sissignori, la Comune voleva abolire quella proprietà di classe che fa del lavoro di molti la ricchezza di pochi. Essa voleva 1’espropriazione degli espropriatori. Voleva fare della proprietà individuale una realtà, convertendo i mezzi di produzione, la terra e il capitale, che ora sono essenzialmente mezzi di asservimento e sfruttamento del lavoro, in semplici strumenti di lavoro libero e associato. Ma questo è il comunismo, l’“impossibile” comunismo!»].

Le due negazioni in senso inverso non ci hanno ricondotto al punto di partenza della economia, della produzione sparpagliata, molecolare, ma molto più oltre e più in alto, alla gestione comunistica di tutti i beni, in cui, alla, fine, i termini diproprietà, di bene, di quota personale non avranno più alcuna ragione di impiego. 

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