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martedì 18 agosto 2020

Domenico Losurdo e la comune umanità tra categorie del pensiero e conflitto sociale. - Salvatore Favenza

Da: http://www.dialetticaefilosofia.it - Recensione di Salvatore Favenza a: S. G. Azzarà, La comune umanità. Memoria di Hegel, critica del liberalismo e ricostruzione del materialismo storico in Domenico Losurdo, La Scuola di Pitagora, Napoli 2019.
Vedi anche:   L'idea di socialismo: ritornare all'utopia o completare il percorso che conduce dall'utopia alla scienza? - Domenico Losurdo  
                       Hegel e la rivoluzione - Domenico Losurdo 
                       Rivoluzione socialista e Rivoluzione anticoloniale - Domenico Losurdo
                       Marx e Hegel. Contributi a una rilettura - Roberto Fineschi
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                         Marx, Hegel ed il metodo. Note introduttive - Roberto Fineschi 
                         Nei Quaderni filosofici di Lenin: lo studio della Logica e la lettura del proprio tempo - Emiliano Alessandroni 
                         Per una rinascita del materialismo storico negli studi di filosofia, storia e scienze umane*- Stefano G. Azzarà  
                         Per una nuova tematizzazione della dialettica - Stefano Garroni 
                         Sulla stagnazione del marxismo - Stefano Garroni 
                         Su Hegel politico. - Stefano Garroni -

La comune umanità. Memoria di Hegel, critica del liberalismo e ricostruzione del materialismo storico in Domenico Losurdo, di Stefano G. Azzarà, precedentemente edito dalle Editions Delga di Parigi nel 2012 ed ora pubblicato da La Scuola di Pitagora in edizione italiana riveduta, ampliata ed aggiornata dalle corpose integrazioni di Emiliano Alessandroni, costituisce una privilegiata chiave d’accesso all’itinerario di pensiero di Domenico Losurdo. 

I tre capitoli di cui si compone il libro riguardano il confronto storico e filosofico di Losurdo con la storia del liberalismo, con la filosofia classica tedesca e con il materialismo storico. 

Secondo le narrazioni oggi in Occidente più gettonate, il liberalismo, nato tra Sei e Settecento presso le più illuminate intellettualità europee, lottò e vinse contro l’assolutismo monarchico facendo acquisire centralità al valore dell'individuo e realizzando lo stato di diritto. Dopodiché, una volta conferita una più o meno solida struttura alla sua propensione democratica, si trovò ad affrontare nemici ancora più temibili. Un parto gemellare di natura totalitaria diede infatti vita a nazismo e comunismo che, affratellati dalla comune natura dispotica, hanno tentato entrambi di contendere al mondo liberale la guida del Novecento. Fortunatamente, tuttavia, il liberalismo vinse anche quest’ultima battaglia e a tutt'oggi si candida a prosperare sull'intero globo, esportando il proprio modello sociale e politico, garanzia di serenità e di pace. 

Domenico Losurdo ha mostrato l’inconsistenza di una simile narrazione, opponendo a questa storia sacra (la cui credibilità è stata favorita dalla sconfitta dei tentativi di costruzione del socialismo in Europa orientale) una storia profana, finora abilmente schivata dalla luce dei riflettori. La narrazione corrente sembra infatti ignorare come il liberalismo abbia costituito non già un impulso ma un ostacolo alla realizzazione della democrazia moderna, essendo stato soltanto il sopraggiunto confronto con la tradizione rivoluzionaria ad aver condotto al superamento delle tre grandi discriminazioni che contraddistinguevano le società occidentali ancora all'inizio del Novecento: la discriminazione di censo, quella di razza e quella di genere. Non si trattava tuttavia, secondo Losurdo, di opporre al “Libro nero del comunismo” di Courtois e colleghi, un “libro nero” del liberalismo, bensì di contestare al liberalismo stesso la «sua autoidentificazione con la centralità dell’individuo e con la storia della libertà moderna». 

Il liberalismo, che pure aveva formulato questi concetti, appariva contraddistinto da notevoli clausole di esclusione che ne boicottavano la portata universale: la tradizione che aveva innalzato la bandiera della libertà della società civile e su questa base aveva condotto la battaglia contro il dispotismo delle monarchie assolute, venne ad imporre a sua volta, con la propria ascesa, un potere assoluto nei confronti delle classi subalterne e dei popoli coloniali. Si trattava di un processo di de-umanizzazione su scala globale: solo per la razza dei signori, sulla base delle severe discriminazioni di razza, di genere e di censo, veniva a costituirsi una comunità di liberi e uguali. 

Losurdo ha evidenziato come il superamento di questi limiti sia stato possibile soltanto attraverso l'incontro/scontro con il movimento operaio e si sia verificato nonostante la struttura portante del discorso liberale. Questo conflitto da un lato ha mostrato la “duttilità” e la “modernità” del liberalismo, la sua capacità di adattamento e il suo realismo; dall’altro ha generato una spaccatura nell’ambito del liberalismo stesso, tra una componente che è andata saldandosi con le tendenze apertamente reazionarie e un’altra che, ripensandosi interamente a partire dal compromesso antifascista, è divenuta parte del processo di costruzione della democrazia moderna. 

martedì 19 novembre 2024

Ripensare il marxismo, progettare la società post-capitalista - Giorgio Grimaldi

Da: https://www.dialetticaefilosofia.it - Domenico Losurdo (1941-2018) è stato uno dei massimi filosofi politici italiani. Le sue opere vedono numerose edizioni in Italia e all’estero. Pubblichiamo qui l’Introduzione al testo postumo a cura di Giorgio Grimaldi. Per chi voglia seguire la presentazione del testo cura della Fondazione Lelio e Lisli Basso, veda il seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=mydLgzvxpwQ 


§1. Perché La questione comunista? 

Nella genesi di un’opera agiscono le questioni, le esigenze che all’autore si presentano come elementi che decidono del movimento del proprio tempo. Possono occupare una posizione più o meno centrale, o appariscente, nel dibattito riservato a determinati circoli culturali o anche agli occhi dell’opinione pubblica, e compito dell’autore è quello in primo luogo di individuarli, isolandoli dal materiale che, seguendo la logica delle mode, è avvertito come argomento “del momento”, e che “nel momento” si esaurisce. L’opera che la moda (oppure la mera contingenza) detta non presuppone un’analisi degli aspetti decisivi del proprio tempo, ma ne riflette, con maggiore o minore eleganza, le decisioni. 

Per un filosofo come Domenico Losurdo, che non ha mai seguito o assecondato le mode ma ha sempre mantenuto libero e coerente lo sguardo su un obiettivo – «l’emancipazione politica e sociale dell’umanità nel suo complesso» (infra, p. 178) –, la prima domanda che occorre porsi di fronte a questo testo inedito (il primo lavoro monografico a essere pubblicato dopo la scomparsa, avvenuta il 28 giugno del 2018) è il perché abbia scelto di proseguire nel progetto di ripensamento del marxismo che ha animato l’ultima fase del suo pensiero. Non si tratta, come invece il titolo di lavoro del volume (La questione comunista a cent’anni dalla rivoluzione d’ottobre) potrebbe suggerire, di un testo che prende avvio da un’occasione, da una contingenza. Certo, si innesta nelle discussioni nate a partire dalla ricorrenza del centenario della rivoluzione del 1917, ma, fuori da ogni intento celebrativo e apologetico, La questione comunista intende articolare un bilancio storico dell’esperienza sovietica e del marxismo nel suo complesso. Non solo: Losurdo osserva il marxismo negli elementi che in esso confluiscono e in ciò che è capace, in un futuro prossimo o remoto, di produrre. 

Il primo sguardo, rivolto al passato, dispone l’esperienza del marxismo novecentesco sempre a stretto contatto con il secolo – fondativo – precedente, nel legame – critico ma profondo ed essenziale – con Hegel e la filosofia classica tedesca nel suo complesso. Losurdo affronta anche il rapporto problematico e tormentato con l’ebraismo e il cristianesimo, di cui alcuni aspetti costitutivi (uno su tutti: il messianismo) sono di primaria importanza per comprendere caratteri e limiti del marxismo stesso, del movimento comunista e del progetto di «una società post-capitalistica» (infra, p. 186). Il secondo sguardo, quello verso il futuro, non vi indugia non per una coerenza tematica del testo bensì per una questione di natura teoretica: il marxismo di Losurdo ne espunge gli elementi di carattere utopistico e messianico, vale a dire tutto ciò che rimanda a un futuro che ha le caratteristiche di un totalmente Altro rispetto all’immanenza attuale, allo stato di cose presente, e che si realizza nella forma dell’immediatezza, con la semplicità e la potenza dell’avvento del Messia. L’immediatezza dell’avvento del mondo emancipato e la visione particolare che questa forma mentis ne ha di esso – e cioè la completa assenza di conflitti e contraddizioni – sono gli elementi centrali di uno schema utopistico-messianico che (Losurdo vi insiste con grande chiarezza) può avere una funzione positiva, di mobilitazione, in una fase iniziale della lotta per l’emancipazione, ma che in un secondo momento non può più sussistere e deve lasciare spazio ai compiti concreti della gestione del potere senza il quale non è possibile «costruire» alcuna «società post-capitalistica» (infra, ibid.). 

Veniamo così a un punto che ha una posizione strategica nel pensiero di Losurdo e nel suo ripensamento del marxismo, che in questo testo approda a risultati teorici determinanti: si tratta della questione del potere. È proprio l’articolazione di tale questione a contenere uno dei motivi che costituiscono la risposta alla domanda da cui abbiamo preso le mosse: perché stabilire una priorità di scrittura e di pubblicazione a un’opera intenta a ripensare il marxismo, oggi? 

§2. Una nuova sezione del progetto per il ripensamento del marxismo 

martedì 9 aprile 2024

Lenin, a cento anni dalla morte -


Jutta Scherrer m.13,47 - Luciano Canfora m.36,02 - Rita Di Leo m.50,57 - 
Etienne Balibar m.1,09,25 - Luciana Castellina m.1,34,13 - 
Giacomo Marramao m.2,03,41 - Stefano G. Azzarà m.2,24,51 -

                                                                          


giovedì 25 gennaio 2024

Il mondo di Lenin. Passaggio a Oriente - Luca Cangemi

Da: https://www.girodivite.it - Luca Antonio Cangemi Docente di Filosofia e Storia, dottore di ricerca in Scienze Politiche, fa parte della segreteria nazionale del Partito Comunista Italiano. 

Leggi anche: Lenin - Opere complete 

Sulla Nostra Rivoluzione*- Vladimir Lenin (1923)

LENIN - CENTRALITA' DELLA TEORIA (1996) - Stefano Garroni 

LENIN: LA RIFLESSIONE SUL PARTITO. UN USO DELLA DIALETTICA* - Stefano Garroni

RICERCHE MARXISTE - L’ambivalenza di Lenin - Stefano Garroni 

RICERCHE MARXISTE - Lenin: teoria, ideologia, burocrazia - Aristide Bellacicco 

RICERCHE MARXISTE - Materialismo dialettico, materialismo non dialettico - Aristide Bellacicco

Un “ponte sull’abisso”. Lenin dopo l’Ottobre*- Alexander Höbel

l concetto di «capitalismo di Stato» in Lenin - Vladimiro Giacché 

Lenin, 150 anni dopo la sua nascita - Atilio A. Boron 

Dialettica, oggettivismo e comprenetrazione degli opposti. Il pensiero di Lenin tra filosofia e politica*- Emiliano Alessandroni 

Il mito dell’imperialismo russo: in difesa dell’analisi di Lenin*- Renfrey Clarke, Roger Annis**

La luxemburg, Lenin e la democrazia. - Stefano Garroni. 14/06/2006 

Domenico Losurdo: Il fondamentalismo occidentale - Emiliano Alessandroni 

Esiste oggi un imperialismo europeo? - Domenico Losurdo

Il governo della guerra attacca la scuola - Luca Cangemi  

Un blocco imperialista digitale? - Luca Cangemi 

Vedi anche: Rivoluzione socialista e Rivoluzione anticoloniale - Domenico Losurdo 

PENSARE LA RIVOLUZIONE RUSSA* - Luciano Canfora 

Cento anni dalla Rivoluzione d'Ottobre - Vladimiro Giacché - Domenico Losurdo 

L'idea di socialismo: ritornare all'utopia o completare il percorso che conduce dall'utopia alla scienza? - Domenico Losurdo


Il discorso di Lenin sull’Oriente è anche il discorso di un nuovo, necessario, rapporto tra il movimento operaio dei paesi capitalistici dell’occidente e i popoli in lotta per la liberazione dal giogo coloniale. La Rivoluzione russa viene vista come il ponte tra queste due realtà. La sconfitta del movimento operaio e del marxismo in occidente pongono ora problemi enormi. 

Lenin è tornato, o forse non se è n’è mai andato in questo secolo trascorso dalla sua morte, anche se nell’ultimo trentennio l’abbattimento delle sue statue è stato uno sport abbastanza diffuso. Oggi qui e lì qualche statua viene ripristinata ma soprattutto in modo abbastanza improvviso (specie per i più distratti) riemerge il valore fondativo della frattura politica e, diremmo, epistemologica operata da Vladimir Ilic.

Se la cifra di questi nostri anni convulsi è il tendenziale rovesciamento della ri-colonizzazione (americana) del mondo, più nota sotto il nome di globalizzazione, e persino il tramonto del dominio occidentale sul globo (esito tutt’altro che scontato ma possibile), allora è necessario tornare a studiare l’iniziativa leniniana poi sviluppatisi lungo assai tortuosi sentieri ben oltre la fine del Secolo Breve (che sembra pretendere di diventare molto lungo) che di questi sconvolgimenti è, indiscutibilmente, la matrice. È come se attraverso la faglia leniniana prorompesse una nuova ondata di materiale storico incandescente, che non si può comprendere se non si torna alle caratteristiche originarie di quella frattura.

Che di frattura decisiva si tratti fu chiaro subito ai protagonisti di questa lunga storia. Il carattere “sconvolgente” e “costituente” delle idee di Lenin e degli atti del governo sovietico (sin dai primi giorni) sull’autodeterminazione dei popoli sono rilevati con stupore praticamente da tutti gli esponenti che da posizioni assai diversificate (a volte lontanissime da quelle dei comunisti) si pongono il tema dell’emancipazione delle nazioni costrette dagli europei alla condizione di colonie o semicolonie.

A Canton Sun Yat Sen fece chiudere i teatri per tre giorni alla notizia della morte di Lenin. È notissima la lettera che (siamo già nel 1930) Nehru scrive da una prigione inglese alla figlia Indira Gandhi indicando come memorabile l’anno di nascita della ragazzina (il 1917!) grazie all’opera di “un grande uomo”, ma valutazioni e attenzioni simili le troviamo in nazionalisti turchi, intellettuali persiani persino in qualche principe afghano con volontà di emanciparsi dal controllo inglese. Senza parlare ovviamente di coloro per cui militanza comunista e militanza anticoloniale da subito si identificarono.

sabato 29 agosto 2015

Cos’è davvero la Cina? - Intervista a Domenico Losurdo

 "Ritengo corretta la definizione dei dirigenti cinesi: la Cina si trova allo stadio primario del socialismo, destinato a durare per alcuni decenni. È una definizione che riconosce quanto di capitalista c’è nei rapporti sociali vigenti, ma anche quanto fortemente il Paese sia impegnato in un processo di costruzione di una società postcapitalistica. Dobbiamo prendere atto che il socialismo si sviluppa attraverso un faticoso processo di apprendimento. Non sono adeguate né la categoria di tradimento né quella di fallimento. Non ha senso fare valere tali categorie per un paese e per un partito che, dopo aver contribuito potentemente alla vittoria della rivoluzione anticolonialista mondiale, stanno oggi mettendo fortemente in discussione anche il neocolonialismo praticato dall’Occidente e dagli USA. [...]

 Conducendo la più grande rivoluzione anticolonialista della storia, la Cina ha contribuito potentemente al rovesciamento del sistema coloniale classico; ai giorni nostri, come ho già spiegato, sta mettendo in discussione il neocolonialismo già sul piano economico. Ora dobbiamo considerare l’aspetto politico. Nella misura in cui l’Occidente attribuisce a se stesso il diritto di intervenire militarmente in ogni angolo del mondo, senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, di fatto continua a collocarsi sulla scia del colonialismo e dell’imperialismo. Conviene tener presente una definizione che Lenin dà dell’imperialismo: è il sistema in base al quale un piccolo gruppo di «nazioni elette» rivendica a se stesse il diritto all’indipendenza statale e nazionale, che nega invece alle altre. I presidenti statunitensi parlano del loro Paese come dell’unica «nazione indispensabile», come della nazione eletta da Dio, col compito di guidare il mondo: è la negazione del principio di uguaglianza tra popoli; ebbene, se ci chiediamo qual è il Paese che si batte di più per la democratizzazione dei rapporti internazionali, a mio avviso si tratta proprio della Cina. Prima ancora che sul piano politico, essa lo fa sul piano economico. Se fino a qualche tempo fa le potenze occidentali potevano scatenare embarghi con un forte potere di ricatto su intere nazioni, oggi l’efficacia di questi strumenti di pressione si è ridotta significativamente, anche a seguito dello sviluppo economico e commerciale del grande paese asiatico".

domenica 29 maggio 2022

L'Holodomor, la propaganda liberale e le rimozioni storiche dell'Occidente [1] - Domenico Losurdo

Da: https://www.marxismo-oggi.it - Domenico Losurdo è stato un filosofo, saggista e storico italiano. - http://domenicolosurdo.blogspot.com/

Vedi anche: Stalin oltre la doxa - Domenico Losurdo  

Ucraina: una crisi che può allargarsi - Domenico Losurdo (2014) 


  1. L’olocausto ucraino quale bilanciamento dell’olocausto ebraico

 Le due personalità criminali [Hitler e Stalin ndr], reciprocamente legate da affinità elettive, producono due universi concentrazionari tra loro assai simili: così procede la costruzione della mitologia politica ai giorni nostri imperversante. Per la verità, pur inaugurando questa linea di pensiero, Arendt fa un discorso più problematico. Per un verso accenna, sia pure in modo assai sommario, ai «metodi totalitari» preannunciati dai campi di concentramento in cui l’Inghilterra liberale rinchiude i boeri ovvero agli elementi «totalitari» presenti nei campi di concentramento che la Francia della Terza Repubblica istituisce «dopo la guerra civile spagnola». Per un altro verso, nell’istituire il confronto tra Urss staliniana e Germania hitleriana, Arendt fa valere alcune importanti distinzioni: solo a proposito del secondo paese parla di «campi di sterminio».

C’è di più: «nell’Urss i sorveglianti non erano, come le SS, una speciale élite addestrata a commettere delitti». Com’è confermato dall’analisi di una testimone passata attraverso la tragica esperienza di entrambi gli universi concentrazionari: «I russi […] non manifestarono mai il sadismo dei nazisti […] Le nostre guardie russe erano persone per bene, e non dei sadici, ma osservavano scrupolosamente le regole dell’inumano sistema»[2]. Ai giorni nostri, invece, dileguati il sia pur sommario riferimento all’Occidente liberale e l’accenno alle diverse configurazioni dell’universo concentrazionario, tutto il discorso ruota attorno all’assimilazione di Gulag e Konzentrationslager.

Perché tale assimilazione sia persuasiva, in primo luogo si dilatano le cifre del terrore staliniano. Di recente, una studiosa statunitense ha calcolato che le esecuzioni realmente avvenute ammontano a «un decimo» delle stime correnti[3]. Resta fermo, ovviamente, l’orrore di questa repressione pur sempre su larga scala. E, tuttavia, è significativa la disinvoltura di certi storici e ideologi. Né essi si limitano a gonfiare i numeri. Nel vuoto della storia e della politica la costruzione del mito dei mostri gemelli può compiere un ulteriore passo avanti: all’olocausto consumato dalla Germania nazista a danno degli ebrei a partire soprattutto dall’impantanarsi della guerra ad Est corrisponderebbe l’olocausto già in precedenza (agli inizi degli anni ’30) inflitto dall’Urss staliniana agli ucraini (il cosiddetto «Holodomor»); in questo secondo caso si sarebbe trattato di una «carestia terroristica» e pianificata, alfine sfociata in un «immenso Bergen Belsen», e cioè in un immenso campo di sterminio[4].

lunedì 20 maggio 2024

Domenico Losurdo, Un mondo senza guerre: l’idea di pace dalle promesse del passato alle tragedie del presente.

Da: https://www.dialetticaefilosofia.it - RECENSIONE COLLETTIVA  A CURA DI: Premessa/Capitolo 1/editing (William Cimino); Capitolo 2 (Enrico Luceri); Capitolo 3 (Caterina Rainò); Capitolo 4 (Agnese Biasco); Capitolo (Alberto Corvaglia); Capitolo 6 (Andrea Basile); Capitolo 7 (Francesca Gianfreda); Capitolo 8 (Sara Rovito); Capitolo 9 (Elisa Corvaglia); Capitolo 10 (Maria Chiara Ciullo); Capitolo 11 (Erika Borgia); Capitolo 12 e conclusione (Selene Ferilli). CLASSE 5° A Liceo Classico Casarano (LE) Rita Levi Montalcini. 


Domenico Losurdo, Un mondo senza guerre: l’idea di pace dalle promesse del passato alle tragedie del presente, Carocci, Roma 2016


PREMESSA Il sogno che si è presentato più volte nella nostra storia è quello di un mondo non più afflitto dal flagello delle guerre. In esso ci hanno creduto grandi intellettuali (Kant, Fichte, Constant, Marx) ed importanti uomini di stato (Washington, Robespierre, Wilson). Domenico Losurdo nell’indagare la storia dell’ideale di PAX PERPETUA distingue nel suo libro cinque momenti nei quali l’umanità intera si è illusa che la pace potesse realizzarsi. 

Il primo momento si apre nel 1789 con le promesse della Rivoluzione francese (in base alle quali il rovesciamento dell’Antico regime avrebbe posto fine non solo alle tradizionali guerre dinastiche e di gabinetto, ma al flagello della guerra in quanto tale), e termina con le incessanti guerre di conquista dell’età napoleonica. 

Il secondo momento si verifica quando la Santa Alleanza tenta di impadronirsi della bandiera della pace perpetua, al fine di legittimare le guerre da essa intraprese contro i paesi colpevoli di mettere in crisi la Restaurazione e l’ordine consacrato dal Congresso di Vienna. 

Il terzo momento vede lo sviluppo del commercio mondiale e della società industriale moderna andare di pari passo con l’illusione (espressa in modo classico da Benjamin Constant), in base alla quale la nuova realtà economica e sociale avrebbe comportato la scomparsa dello spirito di conquista mediante la guerra. 

Il quarto momento, inaugurato dalla rivoluzione bolscevica russa dell’ottobre 1917, scoppiata sull’onda della lotta contro la guerra, individua nel capitalismo-colonialismo-imperialismo il sistema da abbattere, al fine di spianare la strada alla realizzazione della pace perpetua, e si conclude con i conflitti sanguinosi e con le vere e proprie guerre che lacerano lo stesso «campo socialista». 

Infine il quinto momento inizia con l’intervento degli U.S.A. nella Prima guerra mondiale, deciso da Wilson in nome della pax definitiva e conosce il suo culmine con la vittoria dell’Occidente e del suo paese guida nella Guerra fredda (gli Stati Uniti appunto). 

Dunque cinque grandi momenti o fasi della storia dell’ideale di pax perpetua finiti non nel modo sperato. Losurdo si domanda se tutti e cinque sono completamente fallimentari. Rendendosi conto di no, inizia a fare una distinzione tra le cinque epoche, riportando il bilancio solamente alla fine dell’opera. Solo due aspetti sono anticipati. Nel primo Losurdo ci mostra che chi ha un ideale di un possibile mondo senza guerre farebbe bene a ricredersi subito, anche perché non esiste soltanto lo scontro bellico tra gli stati ma è possibile anche uno scontro di ideali, i quali non sono qualcosa di platonico, poiché hanno un supporto di massa alle spalle. Molto più inquietante è invece, secondo Losurdo, il secondo aspetto. L’autore sostiene che non è detto che chi sostiene la guerra sia in realtà un vero guerrafondaio e così anche chi sostiene la pace non vuol dire la voglia veramente, anzi è possibile che quest’ultimo sia più guerrafondaio di chi sostiene la guerra e potrebbe trarci in inganno. Per Losurdo pace e guerra dal punto di vista politico sono intercambiabili. 

CAPITOLO 1 Kant, la rivoluzione francese e la «pace perpetua» 

venerdì 6 luglio 2018

GRAZIE DI TUTTO DOMENICO LOSURDO

Da: https://materialismostorico.blogspot.com/2018/07/domenico-losurdo-1941-2018 - https://domenicolosurdo.blogspot.com/2018/07/

Dall'intervista che chiude il libro di Stefano G. Azzarà L''humanité commune : Dialectique hégélienne, critique du libéralisme et reconstruction du matérialisme historique chez Domenico Losurdo (Delga, Paris 2012).

Domanda. Come incide questa debolezza teorica sullo stato della sinistra attuale? L'Europa si confronta oggi con trasformazioni imponenti che stanno mutando il volto del mondo. Sono trasformazioni che riguardano i rapporti di forza internazionali sul piano politico e su quello economico, ma anche l'equilibrio tra Stato e mercato, la natura della democrazia, le grandi migrazioni. La sinistra non sembra avere oggi né idee, né prospettive politiche.

Losurdo. Con la crisi prima e col crollo poi del «socialismo reale», in Occidente e in Italia in modo particolare la sinistra ha smarrito ogni reale autonomia. Sul piano storico ha sostanzialmente desunto dai vincitori il bilancio storico del Novecento. Due sono i punti centrali di tale bilancio: per larghissima parte della sua storia, la Russia sovietica è il paese dell'orrore e persino della follia criminale. Per quanto riguarda la Cina, il prodigioso sviluppo economico che si verifica a partire dalla fine degli anni 70 non ha nulla a che fare col socialismo ma si spiega soltanto con la conversione del grande paese asiatico al capitalismo. A partire da questi due capisaldi ogni tentativo di costruire una società post-capitalistica è oggetto di totale liquidazione e persino di criminalizzazione, e l'unica possibile salvezza risiede nella difesa o nel ristabilimento del capitalismo. E paradossale, ma sia pure con sfumature e giudizi di valore talvolta diversi, questo bilancio viene spesso sottoscritto dalla sinistra, compresa quella «radicale».

Ancora più grave è la subalternità di cui la sinistra dà prova sul piano più propriamente teorico. Nell'analizzare la grande crisi storica che si sviluppa nel Novecento, l'ideologia dominante evita accuratamente di parlare di capitalismo, socialismo, colonialismo, imperialismo, militarismo. Queste categorie sono considerate troppo volgari. I terribili conflitti e le tragedie del Novecento sono invece spiegate con l'avvento delle «religioni politiche» (Voegelin), delle «ideologie» e degli «stili di pensiero totalitari» (Bracher), dell«assolutismo filosofico» ovvero del «totalitarismo epistemologico» (Kelsen), della pretesa di «visione totale» e di «sapere totale» che già in Marx produce il «fanatismo della certezza» (Jaspers), della «pretesa di validità totale» avanzata dalle ideologie novecentesche (Arendt). Se questa è l'origine della malattia novecentesca, il rimedio è a portata di mano: è sufficiente un'iniezione di «pensiero debole», di «relativismo» e di «nichilismo» (penso al Vattimo degli anni Ottanta). In tal modo non solo la sinistra fornisce il suo bravo contributo alla cancellazione di capitoli fondamentali di storia: i massacri e i genocidi coloniali sono stati tranquillamente teorizzati e messi in pratica in un periodo di tempo in cui il liberalismo si coniugava spesso con l'empirismo e il problematicismo; prima ancora dell'avvento del pensiero forte novecentesco, la prima guerra mondiale ha imposto col terrore a tutta la popolazione maschile adulta la disponibilità e la prontezza ad uccidere e ad essere uccisi. Per di più, come medico per eccellenza della malattia novecentesca viene spesso celebrato Nietzsche, che pure si attribuisce il merito di essersi opposto «ad una falsità che dura da millenni» e che aggiunge: «Io per primo ho scoperto la verità, proprio perché per primo ho sentito la menzogna come menzogna, la ho fiutata» (Ecce homo, Perché io sono un destino, 1). Così enfatica è l'idea di verità, che coloro i quali sono riluttanti ad accoglierla sono da considerare folli: sì, si tratta di farla finita con le «malattie mentali» e con il «manicomio di interi millenni» (L'Anticristo, § 38). D'altro canto, il presunto campione del «pensiero debole» e del «relativismo» non esita a lanciare parole d'ordine ultimative: difesa della schiavitù quale fondamento ineludibile della civiltà; «annientamento di milioni di malriusciti»; «annientamento delle razze decadenti»! La piattaforma teorico-politica suggerita a suo tempo da Vattimo ma che Vattimo stesso pare oggi mettere in discussione - mi sembra insostenibile da ogni punto di vista.

Altre correnti del pensiero dominante indicano il rimedio alle tragedie del Novecento non già nel relativismo, ma, al contrario, nel recupero della saldezza delle norme morali, sacrificate da comunisti e nazisti sull'altare del machiavellismo e della Realpolitik (Aron e Bobbio) ovvero della filosofia della storia e della presunta necessità storica (Berlin e Arendt). Nella sinistra e nella stessa sinistra radicale (si pensi a «Empire» di Hardt e Negri) è divenuta un punto di riferimento soprattutto Arendt. Rimossa o sottoscritta è la liquidazione a cui lei procede di Marx e della rivoluzione francese con la connessa celebrazione della rivoluzione americana (e il conseguente indiretto omaggio al mito genealogico che trasfigura gli Usa quale «impero per la libertà», secondo la definizione cara a Jefferson, che pure era proprietario di schiavi). In questo caso ancora più assordante è il silenzio sulla tradizione colonialista e imperialista alle spalle delle tragedie del Novecento. Arendt condanna lidea di necessità storica nella rivoluzione francese, e soprattutto in Marx e nel movimento comunista; dimentica però che il movimento comunista si è formato nel corso della lotta contro la tesi del carattere ineluttabile e provvidenziale dell'assoggettamento e talvolta dell'annientamento delle «razze inferiori» ad opera dell'Occidente, si è formato nel corso della lotta contro il «partito del destino», secondo le definizione cara a Hobson, il critico inglese dell'imperialismo, letto e apprezzato da Lenin. Arendt contrappone negativamente la rivoluzione francese, sviluppatasi all'insegna dell'idea di necessità storica, alla rivoluzione americana, che trionfa all'insegna dell'idea di libertà. In realtà l'idea di necessità storica agisce con modalità diverse in entrambe le rivoluzioni: se in Francia viene considerata ineludibile anche l'emancipazione degli schiavi, che è in effetti è sancita dalla Convenzione giacobina, negli Usa il motivo del Manifest Destiny consacra la conquista dell'Ovest, inarrestabile nonostante la riluttanza e la resistenza dei pellerossa, già agli occhi di Franklin destinati dalla «Provvidenza» ad essere spazzati via.

Arendt muore nel 1975, non ancora settantenne. In questa morte precoce c'è un elemento paradossale di fortuna sul piano filosofico. Solo successivamente intervengono gli sviluppi storici che falsificano totalmente la piattaforma teorica della filosofa scomparsa: a partire dalla presidenza Reagan sono proprio gli Stati Uniti a impugnare la bandiera della filosofia della storia contro l'Urss e i paesi che si richiamano al comunismo, destinati a finire nella «spazzatura della storia» e comunque collocati ai giorni nostri lo proclamano Obama e Hillary Clinton «dalla parte sbagliata della storia». Più longevi ma meno fortunati sul piano filosofico sono i devoti di Arendt, che continuano a ripetere la vecchia filastrocca, senza accorgersi del radicale rovesciamento di posizioni che nel frattempo si è verificato sul piano mondiale.
Subalterna sul piano del bilancio storico così come delle categorie filosofiche, la sinistra (compresa quella radicale) è chiaramente incapace di procedere a un'«analisi concreta della situazione concreta». Tanto più, se teniamo presente che alla catastrofe teorico-politica ha contribuito ulteriormente una mossa sciagurata, quella che contrappone negativamente il «marxismo orientale» al «marxismo occidentale». Alle spalle di questa mossa agisce una lunga e infausta tradizione. In Italia, subito dopo la rivoluzione d'ottobre, Filippo Turati, che continua a fare professione di marxismo, non riesce a vedere nei Soviet null'altro che l'espressione politica di un«orda» barbarica (estranea e ostile all'Occidente). A partire dagli anni 70 del secolo scorso, la divaricazione tra marxisti orientali e marxisti occidentali ha visto contrapporsi da un lato marxisti che esercitano il potere e dall'altro marxisti che sono all'opposizione e che si concentrano sempre più sulla «teoria critica», sulla «decostruzione», anzi sulla denuncia del potere e dei rapporti di potere in quanto tali, e che progressivamente nella loro lontananza dal potere e dalla lotta per il potere ritengono di individuare la condizione privilegiata per la riscoperta del marxismo «autentico». E una tendenza che ai giorni nostri raggiunge il suo apice nella tesi formulata da Holloway, in base alla quale il problema reale è di «cambiare il mondo senza prendere il potere»! A partire da tali presupposti, cosa si può capire di un partito come il Partito comunista cinese che, gestendo il potere in un paese-continente, lo libera dalla dipendenza economica (oltre che politica), dal sottosviluppo e dalla miseria di massa, chiude il lungo ciclo storico caratterizzato dall'assoggettamento e annientamento delle civiltà extra-europee ad opera dell'Occidente colonialista e imperialista, dichiarando al tempo stesso che tutto ciò è solo la prima tappa di un lungo processo all'insegna della costruzione di una società post-capitalistica?

domenica 21 giugno 2020

Razzismo e capitalismo crepuscolare - Roberto Fineschi

Da: https://www.lacittafutura.it - Roberto Fineschi è un filosofo italiano (Marx. Dialectical Studies). -
Vedi anche:  "Violenza, classi e Stato nel capitalismo crepuscolare" - R.Fineschi, M.Casadio, A.Allegra.  
                        IL RITORNO DELLA RAZZA - ARGINI E ANTIDOTI DALLA CONOSCENZA" 
                        Rivoluzione socialista e Rivoluzione anticoloniale - Domenico Losurdo
Leggi anche: Populismo, punti di partenza - Roberto Fineschi 
                        Orientamenti politici e materialismo storico - Roberto Fineschi 
                        IL PAESE DELLE LIBERTÀ: stermini, repressione e lager nella storia degli Usa. - Maurizio Brignoli 
                        LA TEORIA MODERNA DELLA COLONIZZAZIONE - Karl Marx 
                        RAZZISMO E CULTURA” - Frantz Fanon 
                        L’occupazione italiana nei Balcani - Angelo Del Boca



Il razzismo non è un fenomeno solo statunitense ma è alla base del pensiero liberale. Aver abolito lo schiavismo non ha intaccato i meccanismi dello sfruttamento dei lavoratori.



1. Come spiega efficacemente Domenico Losurdo in vari suoi studi, la tradizione liberale da sempre ha combinato astratta uguaglianza e libertà con una teoria della classe dominante, secondo la quale esse valgono solo per un circolo di eletti. Credo efficace riportare qualche passo documentario della sua Controstoria del liberalismo dove la crudezza, la ferocia, la “banalità del male” ante litteram, appaiono in tutta la loro drammaticità:

“Proprio in questo ambito il processo di de-umanizzazione ha raggiunto punte difficilmente eguagliabili. In Giamaica, nel britannico impero liberale di metà Settecento, vediamo all’opera un tipo di punizione di per sé eloquente: «uno schiavo era obbligato a defecare nella bocca dello schiavo colpevole, che poi era cucita per quattro o cinque ore»”

Roba per stomaci forti, come la “cronaca” statunitense di inizio novecento che segue:

“Notizie dei linciaggi erano pubblicate sui fogli locali e carrozze supplementari erano aggiunte ai treni per spettatori, talvolta migliaia, provenienti da località a chilometri di distanza. Per assistere al linciaggio, i bambini delle scuole potevano avere un giorno libero. Lo spettacolo poteva includere la castrazione, lo scuoiamento, l’arrostimento, l’impiccagione, i colpi d’arma da fuoco. I souvenirs per acquirenti potevano includere le dita delle mani e dei piedi, i denti, le ossa e persino i genitali della vittima, così come cartoline illustrate dell’evento” (D. Losurdo, Controstoria del liberalismo, Roma-Bari, Laterza, 2005, pp. 333 s.).

domenica 21 luglio 2024

LOSURDO ed il REVISIONISMO STORICO - Alessandra Ciattini e Gianmarco Pisa

Da: Tracce Di Classe -  Alessandra Ciattini (Collettivo di formazione marxista Stefano Garroni - Membro del Coordinamento Nazionale del Movimento per la Rinascita Comunista) ha insegnato Antropologia culturale alla Sapienza di Roma. E' docente presso l'Università Popolare Antonio Gramsci (https://www.unigramsci.it).
Gianmarco Pisa è operatore di pace. Impegnato in iniziative e ricerca-azione per la trasformazione dei conflitti, nell’ambito di IPRI (Istituto Italiano di Ricerca per la Pace) – Rete Corpi Civili di Pace, si occupa inoltre di inter-cultura e inclusione presso i centri di ricerca RESeT (Ricerca su Economia Società e Territorio) e IRES Campania (Istituto di Ricerche Economiche e Sociali), a Napoli, la sua città. Ha all’attivo pubblicazioni sui temi del conflitto e della pace e azioni di pace nei Balcani, per Corpi Civili di Pace in Kosovo, e, in diversi contesti, nello scenario mediterraneo. 

"Comprendiamo molto bene che la formazione di un ordine mondiale che rifletta il vero equilibrio di forze e la nuova realtà geopolitica, economica e demografica è un processo complicato e purtroppo addirittura doloroso. 
Ciò è dovuto soprattutto al fatto che gli sforzi dei membri del BRICS e di altri paesi in via di sviluppo affrontano una forte resistenza da parte delle élite al governo degli Stati cosiddetti "miliardi d'oro". 
Agendo contro la logica storica e spesso a scapito degli interessi a lungo termine delle proprie nazioni, cercano di cementare un certo ordine basato sulle proprie regole che nessuno ha mai visto, discusso o adottato. 
Queste regole vengono scritte o corrette ogni volta, per adattarsi a ogni situazione specifica e nell'interesse di coloro che si considerano eccezionali e si arrogano il diritto di dettare la propria volontà agli altri. 
Questo è il meglio del colonialismo classico, un chiaro tentativo di sostituire il diritto internazionale legittimo e monopolizzare la verità ultima, e questo monopolio è distruttivo". 

Estratto del discorso del presidente russo Vladimir Putin durante la sessione plenaria del 10° Forum parlamentare BRICS, Palazzo Tauride, San Pietroburgo, 11 luglio 2024.

                                                                             

IL PAESE DELLE LIBERTÀ: stermini, repressione e lager nella storia degli Usa. - Maurizio Brignoli
“RAZZISMO E CULTURA” - Frantz Fanon
Razzismo e capitalismo crepuscolare - Roberto Fineschi
Violenza, classi e persone nel capitalismo crepuscolare - R. Fineschi
Persona, Razzismo, Neo-schiavismo: tendenze del capitalismo crepuscolare. - Roberto Fineschi
La schiavitù, radici antiche di un male moderno - Francesco Gamba 

venerdì 26 agosto 2016

Domenico Losurdo: La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra*- Maurizio Brignoli

*Da:    http://www.recensionifilosofiche.info/
Leggi anche:   https://ilcomunista23.blogspot.it/2016/07/colonialismo-neocolonialismo-e.html

Losurdo, Domenico, La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra
Roma, Carocci, 2014, pp. 303, euro 23, ISBN 978-88-430-7534-2 



Il lavoro di Losurdo parte dalla constatazione che, di fronte a una crisi economica e politica, caratterizzata dallo svuotamento della democrazia e dall’affermazione di una “plutocrazia” sempre più dominante, in Occidente c’è una sinistra assolutamente incapace di produrre un’analisi di questa duplice crisi e di articolare un progetto di lotta e di trasformazione politica della realtà esistente.
Si riscontrano due processi fra di loro intrecciati: la “grande divergenza” fra l’Occidente e il resto del mondo (in particolare 
la Cina) tende a ridursi, mentre nei paesi capitalisticamente più avanzati si afferma la “grande divergenza” fra un’élite opulenta e il resto della popolazione. Di fronte a questa situazione l’Occidente capitalistico procede smantellando lo stato sociale e tenta contemporaneamente di ristabilire la propria supremazia internazionale attraverso il ricorso a guerre neocoloniali. L’ideologia dominante punta a giustificare lo smantellamento dello stato sociale come necessaria conseguenza della crisi economica, in realtà, mostra Losurdo, ciò che avviene ai nostri giorni è il frutto di «una lotta di classe che abbraccia oltre due secoli di storia» (p. 22). Ad esempio, alla fine della seconda guerra mondiale, Hayek sottolineava come il welfare state inglese costituisse una minaccia per le caratteristiche fondamentali della civiltà occidentale, mentre negli anni ‘70 definiva i “diritti sociali ed economici”, sanciti dall’Onu, frutto dell’influenza rovinosa della rivoluzione bolscevica. L’attacco a questi diritti non si origina quindi in riferimento alla crisi economica. 

Con la guerra fredda si è affermata un’ideologia secondo cui il mondo capitalista coinciderebbe con il “mondo libero”, ma proprio a causa del trionfo in questa guerra le condizioni all’interno dell’Occidente sono peggiorate: crisi, precarietà, licenziamenti, disoccupazione e riduzione delle libertà sindacali. La lotta secolare del movimento operaio, che era anche una lotta per la libertà volta a ridurre il potere esercitato dalla volontà altrui, oggi viene progressivamente ricacciata indietro. La diseguaglianza economica si traduce in diseguaglianza politica. Abbiamo quello che l’autore chiama “monopartitismo competitivo” (p. 52) in cui due partiti fanno riferimento a uno dei due gruppi di interessi in cui si articola la ristretta minoranza che controlla la ricchezza e la vita politica del paese; la conseguenza è che i movimenti di protesta sfociano in jacquerie urbane prive di sbocco politico e di riferimenti all’interno del parlamento, a riprova di come le masse popolari si trovino prive di rappresentanza in organismi che sono eletti sulla base di quella che di fatto è una discriminazione censitaria, o nel rafforzarsi dei partiti populisti. 

sabato 14 ottobre 2017

Per la rinascita del marxismo in Occidente. L’analisi di Domenico Losurdo*- Aldo Trotta

*Da:  http://www.marx21.it 

Manca ormai da tempo un dibattito teorico-politico sullo stato di salute e sulle prospettive del marxismo in Italia e non solo. Un dibattito tanto più necessario e urgente a fronte di una sinistra residuale che, dopo più di un quarto di secolo di abiure e di congedi dalla propria storia, continua ad annaspare nelle sabbie mobili di un “nuovismo” esasperato ed esasperante, alla ricerca affannosa e inconcludente di “nuovi” orizzonti teorici, di “nuovi” linguaggi, di “nuove” forme e pratiche politiche, di “nuove” identità, e via declinando. L’ultimo volume di Domenico Losurdo, Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì e come può rinascere, può senza dubbio fornire un contributo prezioso per provare a rianimare una discussione che vada oltre le pur importanti contingenze politiche. Pubblicato da poco per i tipi della Laterza, il testo si presenta nel panorama editoriale nel centenario della Rivoluzione d’Ottobre, in una fase storica in cui sullo scenario internazionale piovono bombe come fossero coriandoli, i focolai di crisi aumentano e i rischi di una conflagrazione bellica su ampia scala si addensano sempre più pericolosamente all’orizzonte, nella preoccupante assenza di un movimento pacifista in grado di far sentire preventivamente la sua voce prima che l’incendio divampi.

Agosto 1914 e ottobre 1917: marxismo occidentale e marxismo orientale

Dalla prima guerra mondiale e dalla Rivoluzione d’Ottobre, atti di nascita rispettivamente del marxismo occidentale e di quello orientale, prende le mosse la ricostruzione storico-filosofica che l’autore compie analizzando ragioni oggettive, aspetti culturali e questioni di natura teorica che fin dagli inizi hanno portato i due marxismi a intraprendere strade diverse. La denuncia della guerra e la lotta contro l’utilizzo delle masse popolari come carne da macello da inviare nelle trincee sono i temi prioritari che spiegano l’origine e lo sviluppo del marxismo ad Ovest. Più che lodevoli, questi motivi si intrecciavano però con una diffusa incomprensione della questione coloniale, con toni di carattere anarcoide – dalla demonizzazione dello Stato ad una generale sfiducia nei confronti della scienza e della tecnica – e ancor più con aspettative di redenzione del mondo, le cui radici Losurdo colloca nel messianismo della tradizione ebraico-cristiana. Comprensibili dinanzi alle devastazioni della guerra, le attese di palingenesi sociale e l’impronta messianica erano purtroppo destinate ad avere una lunga durata nell’ambito del marxismo occidentale.

Motivi e speranze utopiche si avvertivano anche in Russia e nel gruppo dirigente bolscevico, prima, durante e dopo la Rivoluzione d’Ottobre: diffusa era la convinzione della imminente sconfitta del capitalismo e del trionfo dell’internazionalismo proletario, da cui sarebbe scaturito un mondo liberato per sempre dal flagello della guerra e della miseria. E tuttavia, le incalzanti esigenze di gestione amministrativa del potere e forse anche il ricordo della tragica fine cui erano andati incontro pochi decenni prima i comunardi di Parigi, comportavano tempestivamente il dissolversi delle illusioni. Si innescava così un «processo di apprendimento» che consentiva a quasi tutto il gruppo dirigente bolscevico di acquisire la consapevolezza che la rivoluzione mondiale non era lì dietro l’angolo, che il progetto di costruzione di un nuovo ordine economico-sociale era questione complessa e di lunga durata. E che di tale progetto era parte essenziale la lotta per la liberazione dei popoli colonizzati. Ciò spiega l’appello di Lenin agli schiavi delle colonie a spezzare le catene della loro plurisecolare oppressione, appello da cui traevano linfa vitale le speranze di libertà dei popoli soggiogati dal colonialismo/imperialismo e lo sviluppo del marxismo orientale. Quest’ultimo, consapevole che da parte del movimento comunista occidentale c’era una sostanziale sottovalutazione delle terribili condizioni in cui versavano paesi e popoli oppressi, fin dalla sua prima formazione assumeva un carattere più realistico, rimanendo con il trascorrere del tempo pressoché immune agli slanci astrattamente utopistici propri del marxismo occidentale.

sabato 17 novembre 2018

Rivoluzione socialista e Rivoluzione anticoloniale - Domenico Losurdo

Da: Stefano G. Azzarà - Domenico_Losurdo è stato un filosofo, saggista e storico italiano.
Vedi anche: LUCIANO CANFORA. Pensare la rivoluzione Russa  (https://ilcomunista23.blogspot.com/2017/06/pensare-la-rivoluzione-russa-luciano.html)
                    DOMENICO LOSURDO: "Marx, la rivoluzione scoppiata in suo nome e il problema della libertà."  (https://ilcomunista23.blogspot.com/2018/01/marx-la-rivoluzione-scoppiata-in-suo.html).
                                                    Parte prima: 

                                                    Parte seconda: https://www.youtube.com/watch?v=DrBtbVnGa9U

mercoledì 28 agosto 2019

Stalin oltre la doxa - Domenico Losurdo

Da: Giovanni Mannelli - Domenico Losurdo è stato un filosofo, saggista e storico italiano. 
Leggi anche: IL PAESE DELLE LIBERTÀ: stermini, repressione e lager nella storia degli Usa. - Maurizio Brignoli 
                         Analogia e/o comparazione - Aldo Giannuli 



1/5 Stalin oltre la doxa (gli ammiratori di Stalin-il Rapporto Krusciov) 





 

2/5 Stalin oltre la doxa (Goebbels si ricrede - Hitler erede del colonialismo)


3/5 Stalin oltre la doxa (i culti personali - i patti con Hitler ) 

4/5 Stalin oltre la doxa (vittime e carnefici-i lager e i gulag)

 
5/5 Stalin oltre la doxa (la 'purezza' dei giudici)