Da: https://ilmanifesto.it/4 Gennaio 2026 - Emiliano Brancaccio è professore di Politica economica presso l'Università del Sannio - Emiliano Brancaccio - www.emilianobrancaccio.it
Se la guerra non termina ma si spande da un
emisfero all’altro del
mondo, forse è anche perché non abbiamo ben compreso la sua moderna natura. Dobbiamo allora sforzarci di capire meglio.
A tale scopo, siamo chiamati a giudicare il metodo dell’attuale geopolitica, l’interpretazione oggi prevalente della guerra. Disciplina
che sembra affascinare tutti,
dagli storici illustri ai comuni
cittadini. Moda imperante, co
me fu l’interpretazione liberista del mondo negli anni precedenti alle grandi crisi.
Stando ai suoi stessi apologeti,
l’attuale geopolitica sembra
una cosa piuttosto vaga. I tautologi la denominano “realismo”. Gli scaltri la definiscono “non scienza”. Gli ingenui
la chiamano nientemeno che
“buon senso”. Persino i suoi
alfieri, insomma, ammettono
che una vera epistemologia
della geopolitica non esiste.
Dobbiamo trarre l’implicazio
ne che si tratti di un mero
pour parler? Talvolta dotta,
talaltra rozza, ma pur sempre
chiacchiera?
Sarà bene iniziare a contemplare questa possibilità. Ma se
così fosse, la recita del rosario
chiamata geopolitica, pur priva di basi scientifiche, potrebbe nascondere ai suoi stessi
adepti uno scopo profondo. Quello di convincere le masse
che la storia sia popolata da
personaggi illustri, dotati di
nomi, cognomi, tenute d’ordinanza e virtù sacre. Condottieri valorosi chiamati a guidare
le nazioni verso destini primordiali segnati da catene
montuose e sbocchi verso il
mare. Magari cinici, come il
cosiddetto “realismo” impone. O pazzi che odono voci,
come la vulgata insinua. Ma
che in ogni caso mandano i
popoli in guerra per scopi antichi e nobilitanti. Vale a dire:
terra, etnia, sicurezza, gloria.
E per tali scopi discettano con
preti e militari, non certo con
affaristi e speculatori.
La geopolitica che innalza la
guerra al di sopra dello sterco
del demonio, questo è il proposito. La geopolitica che dunque
si fa ideologia, e in quanto tale
pretende di situarsi al di sopra
dell’economia politica e della
sua critica. Deriva vecchia e
funesta. Ma efficace, alla portata di intelligenze bambine.
Del resto, così grave è il regresso intellettuale che oggi suona
troppo difficile persino la lezione materialista di due giovani rivoluzionari di metà Ottocento: «La storia di ogni società finora esistita è storia di
lotte di classi». Lotte tra e dentro le classi, che poi esondano
in scontri armati. Un approccio che spoglia la “geopolitica” dell’abito borghese e la
pone al servizio dell’analisi
critica del capitale. Una visione che mostra finalmente la
guerra come cosa bassa e sporca, quanto i flussi di denaro
dei padroni per i quali masse
di giovani innocenti muoiono
e ancora morranno.
Eppure, dinanzi a parole così
scientificamente nitide, i geopolitici alla moda ancora si affannano a chiedere: in questo
complicato intrico di interessi
di classe, che fine hanno fatto i
nomi dei condottieri? Dei Luigi
Bonaparte? Degli Stalin? Dei
Reagan? E degli altri Cesari votati a indicare la via della Russia, dell’America e di tutti quei
complicati oggetti chiamati
“nazioni”, guarda caso anch’esse rese antropomorfe, come
fossero algide donne destinate
a nobili missioni?
Il punto è che gli odierni geopolitici si attardano su questo
debole approccio soggettivista poiché sanno davvero poco delle strutture del capitale
e dei loro vincoli oggettivi. Ma
questa scarsa conoscenza ha
portato alcuni di essi a commettere errori madornali, come assecondare la risibile narrazione di Donald Trump quale agente di pace. La verità è
che non hanno nemmeno una
chiara nozione di quell’indebitamento estero che ha forzato
gli Stati Uniti a ritirare le truppe dai lontani teatri di guerra
che essi stessi avevano aperto
anni fa. Non hanno capito che
il debito verso il mondo rende
l’America sempre meno capace di dominare il mondo. E
quindi la induce a ridefinire il
perimetro egemonico, e magari a concentrare la violenza nel
“cortile di casa”.
Per i geopolitici à la page, sembra che in fondo il capitalismo
non sia mai giunto. Per loro
pare tutto un medioevo, sia
pure attualizzato.
Sui giornali e in televisione, è
dunque tutto un teatro di commentatori che discettano di
guerra e pace senza mai afferrare le loro basi materiali. Ma che
proprio per questo, a ben vedere, risultano funzionali a chi la
guerra la decide. Possiamo dire, in fin dei conti, che l’odierna geopolitica capitalista è l’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla. In ciò sta il
suo inconscio servigio. E la sua
estrema miseria.
In altre fasi si sarebbero organizzati confronti collettivi per
distinguere la vana chiacchiera dalla lotta scientifica e politica, per la verità materiale, la
giustizia e la pace. Oggi questa
comune fatica non esiste. Eppure la scelta è sempre tra genio collettivo e idiozia individuale. Al momento ci tocca
l’idiozia, purtroppo. Per costruire la comune intelligenza
che demistifichi il domani serviranno cervelli più giovani e
attrezzati. Soprattutto, più
smaliziati verso l’ideologia
capitalista dominante.