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martedì 7 luglio 2026

Vorrei soffermarmi sulla questione Irpef - Alessandro Volpi

 Da: Alessandro Volpi - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi 

Leggi anche: Il debito federale (pubblico) degli Stati Uniti - Alessandro Volpi 

La pericolosità degli Stati Uniti - Alessandro Volpi 

Il tema fiscale è davvero un nodo politico centrale nella costruzione di una Sinistra popolare.

Vorrei soffermarmi sulla questione Irpef. 

Gli ultimi interventi su tale tema, comprese le riduzioni per determinate fasce di reddito, hanno generato il maggiore beneficio per i redditi superiori ai 50 mila euro proprio perché hanno goduto della riduzione delle aliquote della loro parte di reddito fino a quella soglia e per il resto hanno continuato a godere di un'aliquota massima del 43%. 

E' evidente, allora, che servirebbero aliquote marginali più alte con la crescita dei redditi superiori ad almeno 80 mila euro. 

Per essere chiari; chi ha un reddito lordo superiore agli 80 mila euro, potrebbe pagare un'aliquota del 45% sulla parte del reddito che eccede gli 80 mila euro e chi ha un reddito superiore ai 100 mila euro potrebbe pagare, sulla parte eccedente il 47%. 

Questo contribuirebbe a restituire progressività al sistema fiscale secondo quanto previsto dall'articolo 53, con la possibilità di ridurre l'Iva sui servizi essenziali. 

Ma il tema dell'Irpef ha un risvolto ancora più paradossale. 

Dal governo Berlusconi IV, poi dal Governo Renzi, dal Governo Conte/Salvini e dal Governo Meloni sono stati introdotti i cosiddetti regimi sostitutivi per cui alcune tipologie di contribuenti hanno potuto scegliere il regime fiscale a cui sottostare. 

Stiamo parlando della flat tax sugli affitti, del regime forfettario per le partite Iva, l'imposta sostitutiva sulle plusvalenze finanziarie. 

Ciò configura una triplice anomalia: 

1) In Italia esistono contribuenti che possono scegliersi il regime fiscale e altri no; in particolare non possono scegliere quanto pagare i lavoratori dipendenti e i pensionati che ricevono il prelievo all'origine senza alcuna possibilità di scelta. 

2) Le aliquote forfettarie a parità di entrata sono assai diverse se si paga la flat tax, che non si cumula al reddito, o se si paga l'Irpef: nel primo caso sono decisamente più basse. 

3) Chi sceglie il regime sostitutivo non paga le addizionali Irpef, né quella comunale né quella regionale che sono pagate invece per intero da chi paga l'Irpef. 

Allora, se esaminiamo l'Irpef, è evidente che l'imposta è pagata, come emerge dai numeri, per il 95% da lavoratori dipendenti e pensionati che non possono ricorrere a regimi sostitutivi ed è altrettanto chiaro che i regimi sostitutivi tolgono all'Irpef e quindi alla comunità 10/12 miliardi di euro l'anno. 

lunedì 29 giugno 2026

La pericolosità degli Stati Uniti - Alessandro Volpi

Da: Alessandro Volpi - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi

Leggi anche: Il debito federale (pubblico) degli Stati Uniti - Alessandro Volpi 

Vedi anche: Quali sono i segreti della finanza? - La lezione di Alessandro Volpi 

La pericolosità degli Stati Uniti sta in alcuni numeri molto esplicitii. Ne ho già scritto ma voglio provare a metterli in fila con chiarezza. 

1) Il debito federale è ormai vicino ai 40 mila miliardi di dollari. Il costo annuo degli interessi è di 1200 miliardi di dollari. I rendimenti dei titoli decennali sono superiori al 4,5. L'assicurazione contro il rischio di insolvenza del debito degli Stati Uniti è la più costosa tra quelle per i debiti dei principali paesi del mondo. I compratori esteri del debito Usa sono scesi al 25% del totale e le aste vedono una domanda non molto più ampia dell'offerta, per cui è fondamentale l'intervento delle banche americane che sono però imbottite di titoli che valgono sempre meno. Oggi il debito pubblico americano è pari al 40% del debito pubblico globale. 

2) Il dollaro ha perso l'11% rispetto ad un paniere di valute globali e continua a registrare una tendenza la ribasso che non è giustificata solo con la volontà dell'amministrazione statunitense di favorire le esportazioni con una moneta debole, ma ha a che fare con una crisi di credibilità internazionale. La percentuale di asset in dollari delle banche centrali del pianeta è crollato a poco più del 50% e nel caso dei fondi sovrani è sceso ulteriormente al 48%. 

3) il disavanzo delle partite correnti ha raggiunto il record di essere pari ai 2/3 del disavanzo globale del pianeta, mentre il disavanzo commerciale, pure essendosi parzialmente ridotto, continua ad essere pari a circa 56 miliardi di dollari a maggio 2026. 

4) La produzione industriale statunitense è ferma a poco più dello 0% e gli Stati Uniti producono il 15% dei beni manifatturieri mondiali contro il 35% della Cina. 

5) L'inflazione a giugno ha superato il 4,2% in costante crescita e il perdurare della crisi di Hormuz la farà crescere ulteriormente. In questo senso sono fallite le speranze di Trump di non importare gli effetti inflazionistici della guerra e dei dazi, facendo immaginare in maniera sempre più concreta la prospettiva di un aumento dei tassi da parte della Fed di Kevin Warsh che genererà un effetto duro sul costo del debito pubblico e privato. Questo farà contrarre i consumi, che negli Stati Uniti avvengono in base al debito e costituiscono un elemento primario nella formazione del Pil, stimato a fine 2026 intorno all'1,5%. 

6) Le borse statunitensi sono in piena bolla finanziaria. Il rapporto Prezzo/Utili stimati a 12 mesi e di 21,5. Questo dato è significativamente superiore alla media storica degli ultimi 25 anni (che si attesta intorno a 17,6x). Indica che il mercato è "caro" e che gli investitori stanno pagando un premio elevato per ogni dollaro di utile atteso. Il mercato infatti sta scontando una crescita degli utili del 12-14% per il resto del 2026. Se la produzione industriale continua a segnare lo 0,1% o se i consumi dovessero flettere a causa dell'inflazione (al 4,2%), le società non riusciranno a soddisfare queste aspettative, innescando una correzione violenta dei prezzi. 

In estrema sintesi, gli Stati Uniti hanno giganteschi debiti, dipendono in maniera determinante dai prestiti fatti dai risparmiatori e dagli investitori mondiali, non possono più stampare nuovi dollari per coprire il debito e producono sempre meno. Per questo il dollaro sta perdendo terreno. A fronte di ciò registrano una gigantesca bolla finanziaria, sganciata dalla realtà e sorretta, di nuovo, dal trasferimento dei risparmi globali verso i titoli Usa in larga misura per la mediazione decisiva dei grandi gestori, a cominciare da BlackRock. Inoltre, e si tratta di un dato decisivo, scontano un'inflazione che riduce il potere d'acquisto di larga parte della popolazione Usa, afflitta dagli alti tassi di interesse imposti proprio dall'inflazione e dal dollaro debole. 

Da tutto ciò deviva la pericolosità dell'ex Impero, che si trova a fare i conti con un vero e proprio cambiamento epocale di ruolo nelle gerarchie mondiali; un cambiamento che la politica e persino la cultura popolare degli Stati Uniti dovrebbero affrontare, dopo aver coltivato per decenni il culto del primato. Mi sembra che sia una situazione davvero difficile, e pericolosa.

mercoledì 27 maggio 2026

Il debito federale (pubblico) degli Stati Uniti - Alessandro Volpi

Da: Alessandro Volpi - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi 

Vedi anche: Quali sono i segreti della finanza? - La lezione di Alessandro Volpi

Leggi anche: Sulla situazione attuale - Alessandro Volpi 

L'uomo e il denaro*- Carlo Sini* -

L'annullamento del debito nell'antichità*- Eric Toussaint*

Semiotica e Moneta*- Carlo Sini*

Del denaro. I mezzi e i fini - Remo Bodei 

Moneta e memoria - Giorgio Agamben 

Il denaro nel Capitale - Roberto Fineschi 

"Dacci oggi il nostro debito quotidiano" - Marco Bersani 


C'è un dato colossale che le tante narrazioni televisive e mediatiche italiane sembrano trascurare del tutto, coltivando "un'ignoranza" ben condivisa con le forze politiche. Provo a metterlo in chiaro, sperando che possa essere valutato nella sua enormità. 

Il debito federale (pubblico) degli Stati Uniti sta ormai avvicinandosi a 40 mila miliardi di dollari, una cifra monstre che presenta alcune caratteristiche. In primo luogo è un debito che corre perché per trovare compratori paga interessi sempre più alti: i titoli a 10 anni hanno superato ormai il 4,5% di interesse e i trentennali sono ben oltre il 5%. 

Si tratta poi di un debito che, nonostante questi tassi, trova sempre meno compratori esteri: ormai la quota di debito federale in mano a investitori, pubblici e privati, esteri è inferiore al 21%, minimo storico per gli Stati Uniti. In altre parole, nessun compratore estero si fida più del debito federale Usa tanto è vero che i cosiddetti Credit Default Swap, le assicurazioni contro la mancata restituzione del debito americano, sono oggi fra le più alte del mondo, persino più alte di quelle per il debito italiano, e soprattutto dal 2021 sono quadruplicate. 

sabato 25 luglio 2026

Un fronte di difesa della Costituzione - Alessandro Volpi

Da: Alessandro Volpi - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi

Leggi anche: Sulla situazione attuale - Alessandro Volpi 
Ancora sul "Fronte popolare" contro le Destre - Alessandro Volpi

    Una precisazione. 

La pericolosità crescente della Destra sta alimentando in maniera accesa la prospettiva della formazione di un fronte di difesa della Costituzione, fondato sull'antifascismo e caratterizzato da un'ampia trasversalità. 

Una simile visione, pur avendo molte motivazioni, dovrebbe, a mio parere, considerare il fatto che la discriminante antifascista e della tutela costituzionale è necessaria ma non sufficiente. 

A tale pregiudiziale, occorrerebbe aggiungerne un'altra, ugualmente decisiva, rappresentata dal rigetto del neoliberalismo, motivato proprio dalla storia recente del nostro Paese, dove la riduzione delle retribuzioni reali, la contrazione dei servizi pubblici universalistici, la svalorizzazione del lavoro e, soprattutto, l'aumento delle disuguaglianze sociali sono state massime. 

Tutto ciò è avvenuto con la convinta, e teorizzata adesione, di una parte dei soggetti che oggi dovrebbero far parte del fronte di difesa costituzionale. 

L'analisi storica delle politiche attuate dai governi di centro-sinistra in Italia, a partire dagli inizi degli anni Novanta, rivela infatti un ruolo determinante nella trasformazione del paradigma economico e sociale del Paese, spesso in stretta continuità con i dettami del neoliberismo globale. 

giovedì 9 aprile 2026

Sulla situazione attuale - Alessandro Volpi

Da: Alessandro Volpi - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi
Vedi anche: Quali sono i segreti della finanza? - La lezione di Alessandro Volpi


Alcune prime considerazioni sulla situazione attuale. 

1) Trump ha clamorosamente perso. Ha scatenato una guerra, insieme al governo israeliano, per tentare di porre argine ad una crisi verticale degli Stati Uniti: un debito federale quasi insostenibile e con sempre meno compratori esteri, un debito privato colossale, un dollaro debole e soggetto ad una brusca perdita di centralità, una perdurante deindustrializzazione, una bilancia commerciale pesantemente negativa, una posizione finanziaria netta da fallimento. A tutto ciò Trump ha provato a rispondere con dazi e con una guerra imperialistica per garantirsi il monopolio dei combustibili fossili e ha fallito miseramente. Ora deve uscire, rapidamente, da una guerra che gli costa 10 miliardi di dollari al giorno e che non può più permettersi, pressato anche dalla base Maga e da una parte dei suoi elettori costretti a pagare la benzina oltre 4 dollari il gallone e a reggere l'impatto dell'inflazione. Soprattutto nei centri rurali, poi si fanno sentire aumento dei prezzi dei fertilizzanti e una concorrenza internazionale che i dazi non riescono a fermare. Le stesse aziende americane sono stanche di pagare la metà dei dazi incassati dal governo federale, mentre i singoli Stati dell'Unione non sopportano le ingerenze del potere centrale. La fine di Trump è davvero vicina. 

2) Hanno perso il trumpismo e i suoi adulatori. E' evidente che la guerra in Iran ha scatenato un'ondata recessiva con cui stanno già facendo i conti paesi, a cominciare da quelli come l'Italia, il cui governo aveva idolatrato la "nuova visione" del mondo di Trump, aggressiva, intollerante, repressiva ma espressione di un "nazionalismo occidentale" vincente, per usare le parole di Giorgia Meloni: una visione che sta frantumandosi di fronte alla complessità della realtà. 

sabato 25 ottobre 2025

La BOLLA sta per esplodere. Meloni impone agli italiani di metterci tutti i loro risparmi - Alessandro Volpi

Da: OttolinaTV - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi

"Come si "militarizza" il risparmio. Haneft è una società specializzata nella produzione di Etf, strumenti finanziari che replicano indici o titoli sottostanti. Di recente, in seguito al riarmo europeo, alla maggior spesa per la Nato, al moltiplicarsi di tensioni belliche, ha concepito due Etf relativi al settore della "difesa", il primo dei quali replica i titoli delle società che beneficeranno degli acquisti di armi dalla Nato mentre il secondo è relativo ad un indice che contiene società di produzione di armi. Il dato singolare è che questi due Etf hanno ricevuto l'etichetta Esg e sono stati così ambientalmente e socialmente "sostenibili". Ciò significa che possono rientrare tra gli impieghi dei fondi pensione degli italiani e delle italiane. Ad oggi hanno già raccolto quasi 5 miliardi di euro. In sintesi, la finanza si militarizza e vende i suoi prodotti a chi si vuole fare una pensione perché lo Stato non gliela garantisce più." (21/10/2025)

"Dove vanno i soldi dei fondi pensione italiani. Secondo i dati dell'autorità di vigilanza (Covip) a fine 2024 i risparmi gestiti dai fondi pensione italiani erano pari a 243 miliardi di euro e per oltre il 50% si indirizzano verso azioni e obbligazioni estere. I titoli azionari maggiormente presenti nei portafogli dei fondi pensione italiani sono in ordine di valore: Microsoft, Apple, Alphabet (Google), Amazon e Nvidia. In pratica i fondi pensione italiani dipendono dall'andamento delle grandi società americane. Forse così è più chiara l'enorme subalternità italiana dagli Stati Uniti." (24/10/2025)

                                                                              

Vedi anche: Meloni, Confindustria e Maria Latella rifilano agli italiani LA FREGATURA DEL SECOLO - A Volpi (https://www.youtube.com/watch?v=tH1p2arPUfk)

domenica 17 maggio 2026

La visita di Donald Trump in Cina - Alessandro Volpi

Da: Alessandro Volpi - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi 

Vedi anche: Quali sono i segreti della finanza? - La lezione di Alessandro Volpi 

La visita di Donald Trump in Cina ha costituto un passaggio storico per almeno tre considerazioni. 

La prima riguarda il significato che ha assunto per gli Stati Uniti. Il presidente Trump si è recato a Pechino nel momento in cui le relazioni con la Cina erano al livello più alto di conflittualità; sanzioni per la raffinerie cinesi accusate di accogliere il petrolio di paesi terroristi, dura controversia legale sul Canale di Panama, accuse dirette al governo di Xi Jinping di sostenere l'Iran nella guerra in corso. Andare in Cina con tali premesse significava dunque abbandonare i toni aggressivi e, di fatto, prendere atto della insuperabile necessità di chiedere aiuto all'ex impero celeste per arrestare un declino rapido che proprio la guerra con l'Iran metteva a nudo. Il gigantesco e insostenibile debito federale Usa, la tenuta del dollaro come valuta internazionale, indispensabile per finanziare la spesa pubblica Usa e per non far crollare la bolla finanziaria avevano bisogno di un clamoroso atto di politica globale che, nel momento in cui sanciva l'esplicita accettazione della assoluta centralità cinese nello scenario planetario, affidava alla Cina le sorti della sopravvivenza dell'economia pubblica e privata degli Stati Uniti. Il viaggio a Pechino ha assunto i caratteri per gli Stati Uniti della piena consapevolezza della gravità della propria crisi e della contemporanea esigenza dell'aiuto cinese per arginarla, per approdare ad un bipolarismo dove però diventava inevitabilmente evidente lo squilibrio, in termini di rapporti di forza tra i due poli. La narrazione trumpiana, in questo senso, ha puntato a trasformare, immediatamente, il più grande nemico e il più feroce competitore nel più leale amico, senza soluzione di continuità e senza alcuna riserva di ordine politico, celebrando ipso facto il modello cinese in quanto tale dentro il paradigma di forme istituzionali in cui la gerarchizzazione e la natura taumaturgica del Capo sono elementi condivisi. 

sabato 10 gennaio 2026

“Il Venezuela? Trump ha creato una bolla finanziaria di cui aveva un disperato bisogno”. Ecco chi ha già guadagnato con la mossa del tycoon - Franz Baraggino intervista Alessandro Volpi

Da: Il Fatto Quotidiano - https://www.lantidiplomatico.it - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi 


"La mossa degli Usa non è un'opzione di potenza, ma la scelta obbligata di un Paese con un dollaro debole e una finanza che regge solo grazie a continue iniezioni di fiducia". L'analisi di Alessandro Volpi
(Franz Baraggino)

Dietro l’intervento muscolare degli Stati Uniti c’è un Paese alle prese con un debito fuori controllo, un dollaro indebolito e una finanza che regge solo grazie a continue iniezioni di fiducia. È in questo spazio di fragilità che diventa centrale il Venezuela: non tanto per la sua economia — che secondo molti analisti avrà per ora un impatto globale irrilevante sul prezzo del petrolio — quanto come leva finanziaria e geopolitica. Elon Musk si è già mosso e così hanno fatto i mercati: le major petrolifere americane hanno registrato rialzi netti. “Una valanga di soldi di cui gli Stati Uniti hanno un disperato bisogno”, ragiona Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa e autore di La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale (Laterza, 2025). Che al Fatto spiega il filo che lega la mossa in Venezuela al circolo vizioso tra bolla finanziaria, grandi fondi d’investimento e debito pubblico statunitense.

Professor Volpi, in Venezuela Trump sta mostrando i muscoli, ma lei parla di una dimostrazione di debolezza. Perché? 

Le condizioni oggettive dell’economia americana oggi sono tutt’altro che solide: il gigantesco debito federale sfiora i 38 mila miliardi di dollari, gli interessi costano quasi 1.200 miliardi di dollari l’anno, il dollaro è debole e l’inflazione non consente di ridurre i tassi. A queste condizioni, la reindustrializzazione promessa da Trump appare estremamente complicata. Si aggiunga un disavanzo commerciale che non si riesce a ridurre in modo significativo. Né con i dazi, né con la spinta dell’intelligenza artificiale. Anzi, in questo quadro il timore di una bolla finanziaria è piuttosto fondato se consideriamo che oggi il gigante dell’hardware per l’IA, l’americana Nvidia, vale 5.000 miliardi di dollari. E’ di fronte a una situazione così complessa che gli Stati Uniti imboccano ora una strategia che è anche pericolosa. 

mercoledì 29 luglio 2026

Ancora sul "Fronte popolare" contro le Destre - Alessandro Volpi

Da: Alessandro Volpi -  Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi

Leggi anche: Un fronte di difesa della Costituzione - Alessandro Volpi


Sono ingenuo, ma vorrei davvero capire come si fa a costruire un "Fronte popolare" contro le Destre partendo da questi dati di fatto. 

Sul piano economico: Avs e Rifondazione sono convintamente a favore di una Imposta patrimoniale sulle grandi fortune e sulle grandi successioni. Pd, M5S, Italia Viva sono contrari. 

Sul reddito di cittadinanza: Avs, Rifondazione e M5S sono favorevoli. Pd molto tiepido e Italia viva decisamente contraria.  

Sull'abolizione del Jobs Act: M5S, Avs e Rifondazione sono per la sua completa cancellazione. Pd (una parte) è favorevole alla rimodulazione di una parte. Italia Viva è contraria ad ogni modifica e anzi vorrebbe ripristinare anche quella abrogata dal referendum. 

Sull'energia: Avs, Rifondazione e M5s sono contrari al nucleare. Pd non ha preclusioni ideologiche. Italia Viva molto favorevole. 

Sul PNRR: Italia viva e PD vedono nel PNRR la "stella polare" da attuare senza ritardi. Il M5S e AVS chiedono di rinegoziarne parti consistenti per spostare più risorse sulla transizione ecologica e sociale. 

Sulla guerra in Ucraina: PD sostiene l'invio di armi a Kiev. M5S, AVS e Rifondazione sono contrari al proseguimento dell'invio di armi, chiedendo un cessate il fuoco immediato e negoziati di pace. Italia Viva è fermamente atlantista e favorevole al sostegno militare. 

Sulla Giustizia: Italia viva sostiene la separazione delle carriere dei magistrati (vicino alle posizioni del centro-destra). PD e M5S sono molto critici verso questa riforma, temendo un indebolimento dell'autonomia della magistratura. 

martedì 8 luglio 2025

Ottusità - Alessandro Volpi

Da: https://www.facebook.com/alessandro.volpi.5 - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa.

Leggi anche: Forza militare per coprire debolezza economica. Al b-movie di Trump pare credere solo l’Europa - Alessandro Volpi 


La guerra commerciale degli Stati Uniti verso l'Europa è in corso, con dazi al 10%, come tariffa generale, al 25% sull'automotive e al 50% su acciaio e alluminio. 

Per dare un solo dato, esemplificativo, di questo quadro, è sufficiente ricordare che le esportazioni di acciaio italiane negli Stati Uniti sono passate da 900 mila tonnellate a meno di 250 mila. 

Ora, Trump, in attesa della scadenza della moratoria il cui termine finale è fissato al 9 luglio, minaccia di aggravare la situazione e fa sapere che stanno per partire lettere in cui sono contenuti aumenti unilaterali dei dazi fino al 70%. 

In particolare, per i prodotti agricoli europei, i dazi minacciati sono previsti ad oltre il 17%: è evidente che si tratta di una misura molto pesante per l'Italia che esporta in Usa prodotti agricoli per quasi 8. miliardi di euro l'anno. 

In estrema sintesi le guerre commerciali, e in particolare, quelle contro l'Europa sono destinate a infuocarsi, con danni rilevanti sulle nostre filiere produttive. 

C'è una ragione di questo inasprimento: gli Stati Uniti hanno bisogno di soldi. Il costo del collocamento del debito federale è diventato insostenibile e l'appena approvato Big Beautiful Bill prevede una ulteriore riduzione delle tasse agli americani, soprattutto, di quelli che hanno patrimoni finanziari, che deve essere coperta - secondo il dettato della stessa legge - con maggiori entrate dai dazi. 

Dunque, per gli Stati Uniti porre dazi pesanti e costringere i paesi che esportano in terra americana a pagarli è diventata una condizione di sopravvivenza. Senza le entrate dei dazi, il presidente Trump rischia di essere il primo presidente a dichiarare fallimento. 

E' evidente allora che la questione dei dazi presenta, appunto, i tratti della guerra e, alla luce di ciò, tutte le genuflessioni europee sono davvero tragiche e ridicole al tempo stesso. 

Se l'Europa, e il fantastico governo italiano in primis, non capisce che Trump sui dazi non può fare sconti, il disastro economico sarà molto rapido perché alle gigantesche commesse alle industrie delle armi Usa, al trasferimento, attraverso i grandi fondi, del risparmio europeo verso i titoli americani, si aggiungono dazi che strangolano un sistema produttivo come quello europeo che è stato, purtroppo, per anni "drogato" dalla possibilità di vendere Oltreoceano, supplendo alla domanda interna impoverita da folli austerità. 

Il capitalismo americano è in profonda crisi e per sopravvivere sta strangolando l'Europa che pare ben felice di farsi strangolare per evitare proprio il crollo del capitalismo stesso. 

Naturalmente, come ha scritto qualcuno, le guerre commerciali sono guerre di classe e a farne le spese saranno in primis le fasce di popolazione con redditi bassi, destinate a subire licenziamenti, riduzioni delle retribuzioni, per abbassare i prezzi dei beni sottoposti a dazi Usa, e gli inevitabili effetti inflazionistici. 

Ma dobbiamo accettare tutto questo perché il 4 luglio è diventata la vera festa nazionale italiana. 

domenica 10 maggio 2026

Melonomics. Come smantellare lo Stato sociale proclamandosi sovranisti - Alessandro Volpi

Da: https://ilponterivista.com - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. -  Alessandro Volpi  - Alessandro Volpi

Vedi anche: Quali sono i segreti della finanza? - La lezione di Alessandro Volpi 
Il più grande nemico dell’umanità: l’imperialismo straccione europeo - Paolo Ferrero, Alessandro Volpi

Leggi anche: Sulla situazione attuale - Alessandro Volpi 


I tartassati

La presidente Meloni e il ministro Giorgetti mostrano grande soddisfazione per lo stato dei conti pubblici che hanno ripristinato l’avanzo primario (in sintesi più entrate rispetto alle spese, al netto degli interessi sul debito). Ma questo “miracolo” – che in parole più chiare si chiama austerità – chi lo paga? La risposta è semplice: chi paga le tasse. I numeri lo dicono con chiarezza: il prelievo fiscale è salito dal 2024 al 2025 dal 41,4 al 42,6% del Pil, un livello record che è dipeso non certo dall’aumento della pressione sulle banche, sulle rendite finanziarie o sulle tasse di successione dei super-ricchi, ma da un vero e proprio “furto” ai danni di milioni di contribuenti con redditi medio-bassi. Infatti, l’aumento dell’inflazione registrato negli ultimi anni ha gonfiato il valore nominale delle retribuzioni e delle pensioni dei lavoratori che, spesso, ha generato il loro passaggio a un’aliquota superiore con maggiore prelievo fiscale non certo giustificato da un aumento di reddito reale, del tutto assente. Tale aumento di gettito a discapito dei contribuenti è stato reso ancora più marcato da due ulteriori fattori: la mancanza di sistemi di indicizzazione delle retribuzioni al costo della vita, assenti peraltro anche nell’ultima legge di bilancio, e la mancata restituzione del maggior incasso da parte dallo Stato ai contribuenti. In due anni, per effetto di questo meccanismo, lo Stato ha incassato 50 miliardi in più e ne ha restituiti meno di 17 ai contribuenti. La celebrazione meloniana del risanamento, tanto caro alle agenzie di rating, è il prodotto di una colossale ingiustizia sociale.

domenica 5 aprile 2026

Quali sono i segreti della finanza? - La lezione di Alessandro Volpi

Da: Lucy sulla cultura - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi 

Vedi anche: Del denaro. I mezzi e i fini - Remo Bodei  

"Dacci oggi il nostro debito quotidiano" - Marco Bersani

Leggi anche: Semiotica e Moneta*- Carlo Sini 

L'uomo e il denaro*- Carlo Sini  

L'annullamento del debito nell'antichità*- Eric Toussaint

Il denaro nel Capitale - Roberto Fineschi 


La storia della finanza è una materia complessa e il suo futuro lo è ancora di più. 
Ma il suo andamento è tra le cose che più influenzano le nostre vite, per questo capirla è cruciale per ciascuno di noi. 


domenica 25 gennaio 2026

TERREMOTO ALLA FED: Il Capitalismo USA si schiera con LA SVOLTA AUTORITARIA di TRUMP? - Alessandro Volpi

Da: OttolinaTV - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. - Alessandro Volpi 

                                                                              

venerdì 8 agosto 2025

Chi paga? - Alessandro Volpi

Da: Alessandro Volpi -  Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. 

Chi paga 
MI scuso in anticipo per i toni molto polemici. Non sono ancora chiari gli effetti dell'atto di sottomissione europea agli Stati Uniti consumatosi nel golf club scozzese di proprietà di Donald Trump ma, intanto, partono le stime delle possibili conseguenze sull'economia italiana e le, immancabili, richieste di sostegno da parte delle imprese. La stima, molto artificiale, è vicina ai 23 miliardi di euro e si parla di migliaia di posti di lavoro in pericolo, per cui Confindustria e altre associazioni di categoria hanno subito indirizzato al governo un forte grido di dolore. 
Il presidente di Confindustria, Orsini, ha persino sostenuto la necessità di una sorta di patto con i sindacati, che in realtà sembrano aver accolto l'ipotesi con un certo favore, per trovare risorse pubbliche a difesa delle "imprese e dei lavoratori italiani". 

Dunque, siamo di fronte all'ennesima domanda di sussidi che, naturalmente, verranno pagati dalla fiscalità generale: o meglio da quelli che pagano le tasse, cioè poco meno del 40% del totale dei contribuenti. Ora, questa richiesta merita una considerazione, polemica appunto. 
Ma i sussidi, pagati dalla collettività che paga (non è un refuso), devono servire perché le imprese italiane che vendono negli Stati Uniti possano continuare a vendere lì? 

In altre parole, di fronte ai dazi di Trump, le imprese che perderebbero "competitività" e licenzierebbero, magari grazie alle normative "semplificatorie" partorite negli ultimi anni, otterrebbero dallo Stato, e quindi dalla collettività che paga le imposte, le risorse per pagare i dazi Usa senza dover ridurre i profitti, perché altrimenti procederebbero a licenziare? 

Per essere ancora più chiari: Trump mette i dazi e le imprese che per anni hanno fatto la loro "strategia" industriale creandosi una dipendenza dal mercato estero, con il pieno supporto dei governi succedutisi in carica, senza grandi distinzioni, ora chiedono allo Stato le risorse per continuare questa pratica, dimostratasi fallimentare? 

Lo Stato, quindi la collettività, paga per le imprese i dazi di Trump e continua a rinunciare, come ha fatto per anni, a immaginare politiche industriali che non rendano il sistema produttivo italiano ricattabile dagli Stati Uniti in primis e che non si affidino solo al contenimento del costo del lavoro? 

E' questo il modello delle associazioni di categoria e avallato dai sindacati? 

Mi auguro proprio di no, anche perché, intanto, le "imprese" fanno grandi affari. Exor degli Elkann ha venduto, in un colpo solo, tutta Iveco, compresa la divisione Iveco Defense, spacchettando l'operazione in due con la parte "civile" ceduta a Tata, attraverso Opa, per 3,8 miliardi di euro, e la parte militare a Leonardo per 1,7 miliardi. In pratica 5,5 miliardi di euro che vanno direttamente in tasca ai grandi azionisti di Iveco: Exor, appunto, che ha il 27%, Norges Bank e il fondo americano Arcadia, dove sono presenti le immancabili Big Three. 

Dunque, di fronte ai dazi, per cui Confindustria e c. chiedono un grande patto con soldi pubblici, Elkann e amici guadagnano 5,5 miliardi liberandosi di una società che ha quasi 10 mila dipendenti solo in Italia. Ma c'è di più: Iveco Defense, che ha commesse dallo Stato italiano per una ventina di miliardi, passa nelle mani di Leonardo - dove sono ben presenti i grandi fondi Usa - e accentua la sua vocazione militare anche per effetto della joint venture fra Leonardo e Baykar, la società turca, di proprietà del re dei droni Selcuk Bayraktar. 

Di nuovo, in sintesi, "l'imprenditoria" italiana vende per fare tanti soldi, che reinvestirà in ambito finanziario, e cede un pezzo della sua proprietà a imprese che vivono di armi. Anche in questo caso con il consenso dei sindacati perché le tre sigle congiunte dell'industria meccanica hanno salutato con grande favore la formazione del cartello Leonardo/Baycar, Iveco Defense. 

Colonnello non voglio il pane, dammi il piombo per il mio moschetto, recitava nel 1942 la Sagra di Giarabub. 

giovedì 26 giugno 2025

Forza militare per coprire debolezza economica. Al b-movie di Trump pare credere solo l’Europa - Alessandro Volpi

Da: https://altreconomia.it - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. 


Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il segretario generale della Nato, Mark Rutte, all'avvio del vertice dell'Alleanza atlantica a L'Aia il 24 giugno 2025 © Shutterstock Editorial / IPA 


Di fronte allo sgretolamento dei beni rifugio simbolo degli Stati Uniti, ovvero il dollaro e il debito, il presidente, mettendosi un cappellino rosso in testa e creando una war room da film di quart’ordine, ha pensato di persuadere il mondo del “Primato” statunitense, schierando la potenza militare, ormai l’unico vero elemento di forza degli Usa. Che però sanno, a queste condizioni, di potersi permettere ancora per poco. L’analisi di Alessandro Volpi 


Uno dei motivi principali dell’attacco degli Stati Uniti all’Iran è stato probabilmente la volontà di Donald Trump di dimostrare la propria forza militare nel tentativo di riconquistare la “fiducia” del mondo, o di una parte di esso, nei confronti dei simboli dell’economia statunitense, costituiti dal dollaro e dai titoli del debito pubblico.  

In realtà non si tratta solo di simboli perché il dollaro sta perdendo sempre più rapidamente la condizione di valuta di riserva e di scambio internazionale; una condizione che permetteva alla Federal reserve (Fed) di stampare dollari a suo piacimento per finanziare la spesa federale americana, dunque per coprire gli investimenti militari, per fare giganteschi salvataggi come nel caso delle banche dopo la crisi economica del 2007-2008, per stimolare i consumi interni con continui incentivi e per evitare di aumentare le imposte.  

Oggi questa prerogativa, di fatto, non esiste più: solo nei confronti dell’euro il dollaro è ormai ben sotto la parità, con un cambio sceso da 0,95 a 0,86 in pochissimo tempo e non si tratta solo di una manovra di voluta svalutazione ma di vera perdita di credibilità, ancora più marcata verso altre monete mondiali. In queste condizioni se gli Stati Uniti emettessero carta moneta per affrontare la crisi -cosa che non fanno peraltro dal 2020- è molto probabile che il dollaro vedrebbe ulteriormente ridotto il proprio valore. 

domenica 12 luglio 2026

Sulla crisi economica del capitalismo - Prabhat Patnaik

Da: https://monthlyreview.org - Prabhat_Patnaik è professore emerito presso il Centro di Studi Economici e Pianificazione dell'Università Jawaharlal Nehru di Nuova Delhi. - Prabhat Patnaik - 

Vedi anche: Presentazione del libro “Il declino dell’impero americano”, con la curatrice prof.ssa Alessandra Ciattini 

La guerra per le risorse energetiche: Petrolio - Domenico Moro

Caso Palantir: l’azienda che potrebbe aiutare i governi ad attuare la sorveglianza di massa - Maria Bosco, Silvia Benevenuta 

La classe transatlantica di Epstein - Prof. Kees v.d. Pijl 

"Siamo già nella Terza Guerra Mondiale" - Jiang Xueqin 

"L'Iran e Gaza sono solo l'inizio" - Chris Hedges

Leggi anche: Marxiana - Stefano Garroni 

Accumulazione per espropriazione. La nuova fase del capitalismo - David Harvey 

"L'ATTACCO ALL'IRAN E' LA NUOVA SCOMMESSA CAPITALISTA DI TRUMP E SOCI" - Umberto De Giovannangeli intervista Emiliano Brancaccio

La pericolosità degli Stati Uniti - Alessandro Volpi 

Il debito federale (pubblico) degli Stati Uniti - Alessandro Volpi

La maschera razionale della nuova barbarie - Paolo Massucci 

COME MAI LE GUERRE OCCIDENTALI SONO AUTOLESIONISTE E INVECE DI FARCI RICCHISSIMI CI STANNO BUTTANDO NELLA MISERIA? - David Colantoni


La crisi strutturale del capitalismo attuale presenta almeno due importanti aspetti economici. Il primo è la stagnazione generale e l'aumento della disoccupazione con cui il capitalismo mondiale, nella sua fase neoliberista, si è confrontato. In molti casi, come negli Stati Uniti, l'aumento della disoccupazione è mascherato da una riduzione del tasso di partecipazione al mercato del lavoro, ma la sua realtà è innegabile. La stagnazione era già evidente prima della pandemia: il tasso di crescita decennale dell'economia mondiale nel decennio 2010-2019 è stato inferiore a quello di qualsiasi altro decennio precedente, a partire dalla Seconda Guerra Mondiale. 

Quota crescente di eccedenze e sovrapproduzione ex ante

La ragione di questa stagnazione risiede nella natura stessa del capitalismo neoliberista, che ha visto un massiccio aumento della disuguaglianza di reddito e ricchezza all'interno di ciascun paese. Poiché il capitale, compresa la finanza, gode di una mobilità globale più o meno libera sotto il regime neoliberista, mentre i lavoratori rimangono confinati nei rispettivi paesi (tranne quando specificamente autorizzati a migrare), i lavoratori dei paesi avanzati competono di fatto con i lavoratori a basso salario del Sud del mondo, verso i quali il capitale può sempre essere delocalizzato. Di conseguenza, i lavoratori dei paesi avanzati non registrano quasi alcun aumento dei loro salari reali, nemmeno in termini assoluti: infatti, Joseph Stiglitz ha stimato che il salario reale medio di un lavoratore americano di sesso maschile nel 2011 fosse leggermente inferiore a quello del 1968. 1

Allo stesso tempo, nonostante qualsiasi delocalizzazione delle attività dal Nord al Sud, le ingenti riserve di lavoro del Sud – eredità del suo passato coloniale – non si esauriscono. Al contrario, aumentano in rapporto alla forza lavoro, grazie al sostanziale incremento della produttività del lavoro che si verifica ovunque a seguito dell'adozione di un cambiamento tecnologico più rapido, quest'ultimo conseguenza dell'intensificarsi della concorrenza nel mercato mondiale sotto l'assetto neoliberista. La persistenza delle riserve di lavoro in termini relativi implica che i salari reali nel Sud del mondo rimangono più o meno legati al livello di sussistenza.

Pertanto, sia al Nord che al Sud il vettore dei salari reali aumenta a malapena, anche se la produttività del lavoro cresce rapidamente, determinando un aumento della quota di surplus economico nella produzione mondiale e anche all'interno dei singoli paesi. 2 Poiché in media una quota maggiore del reddito viene consumata dai lavoratori rispetto a coloro che vivono del surplus economico, un aumento della quota di surplus economico ha l'effetto di contenere la domanda di consumo e quindi la domanda aggregata rispetto alla produzione realizzabile. Ciò a sua volta genera una tendenza ex ante alla sovrapproduzione, di cui la stagnazione e l'aumento della disoccupazione effettivamente osservati sono manifestazioni. 3

martedì 16 giugno 2026

La guerra per le risorse energetiche: Petrolio - Domenico Moro

Da: la Città Futura - https://giuliochinappi.com - Domenico Moro è ricercatore presso l’Istat, dove si occupa di indagini economiche strutturali sulle imprese. Ha lavorato nel settore commerciale di uno dei maggiori gruppi multinazionali mondiali ed è stato consulente della Commissione Difesa della Camera dei deputati. 

Vedi anche: Yesterday's Papers: Il punto di vista della Cina sulla crisi globale - Kikko Schettino 

Leggi anche: Il debito federale (pubblico) degli Stati Uniti - Alessandro Volpi 


Nel video viene intervistato Domenico Moro ricercatoree dell'ISTAT, che recentemente ha scritto un interessante saggio sul ruolo giocato dalle risorse energetiche, in particolare dal petrolio, nelle guerre del passato e in quelle attuali 

(https://www.marxismo-oggi.it/saggi-e-contributi/saggi/801-il-rapporto-tra-petrolio-guerra-e-imperialismo-ieri-e-oggi)

Senza risorse egergetiche nessuna potenza può mantenere il suo dominio. 

sabato 23 agosto 2025

Il più grande nemico dell’umanità: l’imperialismo straccione europeo - Paolo Ferrero, Alessandro Volpi

Da: dignità TV - Paolo Ferrero è un politico italiano, Ministro della solidarietà sociale del Governo Prodi II dal 17 maggio 2006 all'8 maggio 2008. È stato segretario di Rifondazione Comunista dal 27 luglio 2008 al 2 aprile 2017 - Alessandro Volpi docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. 

                                                                           

mercoledì 11 marzo 2026

Yesterday's Papers: Il punto di vista della Cina sulla crisi globale - Kikko Schettino

Da: https://grad-news.blogspot.com/2026/03/yesterdays-papers-il-punto-di-vista.html?m=1 - Francesco Schettino: https://www.facebook.com

Leggi anche: "L'ATTACCO ALL'IRAN E' LA NUOVA SCOMMESSA CAPITALISTA DI TRUMP E SOCI" - Umberto De Giovannangeli intervista Emiliano Brancaccio 

Come la Cina interpreta la crisi globale, dal venezuela all'aggressione all'Iran - (Da: herta manenti)  
La discussione si basa principalmente su un rapporto di ricerca pubblicato su 《现代国际关系》 (Contemporary International Relations), la rivista dei China Institutes of Contemporary International Relations (CICIR), uno dei think tank strategici più influenti della Cina che fornisce analisi ai decisori politici di Pechino. La rivista, pubblicata dal CICIR, è una delle principali sedi di analisi di politica internazionale in Cina e ospita studi su politica globale, economia e sicurezza internazionale. 
Piuttosto che interpretare gli eventi recenti in Iran e Venezuela come crisi isolate, vale la pena di esplorare come gli studiosi cinesi li inquadrino come parte di una trasformazione più ampia dell’ordine globale, plasmata dalla sicurezza energetica, dal potere finanziario e dalla competizione geopolitica. 
Il video riflette inoltre sulla posizione dell’Europa all’interno di questo sistema in evoluzione ed esamina come la cultura strategica cinese — spesso caratterizzata da pragmatismo di lungo periodo e pazienza strategica — affronti le crisi internazionali in modo diverso rispetto alle dottrine militari occidentali. 
Questa prospettiva può risultare particolarmente rilevante per chi è interessato alla geopolitica multipolare e alle trasformazioni delle relazioni tra Cina, Medio Oriente, America Latina e Sud globale. 


...e un altro punto di vista che però forse ci dice la stessa cosa ma da una angolazione diversa... 
"DIETRO LA GUERRA USA IN IRAN GRANDI POTERI FINANZIARI E AFFARICOLOSSALI" | Prof. Alessandro Volpi (Da: Radio Radio TV): 

In un panorama economico globale segnato da crescenti tensioni geopolitiche e instabilità finanziaria, gli Stati Uniti affrontano una delle sfide più ardue della loro storia recente. Con un debito pubblico che ha sfiorato i 38,86 trilioni di dollari a marzo 2026, secondo i dati del Tesoro americano, il Paese si trova a gestire un fardello che assorbe risorse enormi, con pagamenti netti di interessi proiettati oltre il trilione di dollari quest'anno dal Congressional Budget Office. I rendimenti sui titoli del Tesoro a 10 anni, intorno al 4,13%, rendono il finanziamento sempre più oneroso, mentre circa un terzo del debito pubblico detenuto dal pubblico – pari a oltre 10 trilioni – maturerà nei prossimi 12-14 mesi, richiedendo un rifinanziamento a tassi più elevati. 
In questo contesto, l'analisi del professor Alessandro Volpi, docente di storia contemporanea all'Università di Pisa, offre una prospettiva incisiva.