La teoria Marxista poggia la sua forza sulla scienza... che ne valida la verità, e la rende disponibile al confronto con qualunque altra teoria che ponga se stessa alla prova del rigoroso riscontro scientifico... il collettivo di formazione Marxista Stefano Garroni propone una serie di incontri teorici partendo da punti di vista alternativi e apparentemente lontani che mostrano, invece, punti fortissimi di convergenza...
martedì 3 febbraio 2026
Liberalismo, Socialismo, Democrazia: la fine dei tre arconti dell’Occidente. - Paolo Ercolani
martedì 25 novembre 2025
Lo scambio di plusvalore nel Capitalismo delle Piattaforme - Massimo De Minicis (2019)
Da: https://www.economiaepolitica.it - Massimo De Minicis è Ricercatore presso l’INAPP dove è Responsabile del gruppo di ricerca "Innovazione Tecnologica e Relazioni Industriali" e coordina i progetti di ricerca sugli ammortizzatori sociali e sul lavoro mediante piattaforme digitali (Platform Work). È membro del gruppo di ricerca Fairwork e Visiting Scholar presso l’Università Autonoma di Barcellona.
Vedi anche: La grande migrazione online: costi e opportunità - Juan Carlos De Martin
Alienazione e rivoluzione (digitale) - Enrico Donaggio
RIVOLUZIONE DIGITALE - Roberto Finelli e Pietro Montani in dialogo.
Social? Soggetti in rete, oggetti nella realtà - Paolo Ercolani
L'impatto delle tecnologie sul lavoro - Renato Curcio
Esprimersi in digitale - Pietro Montani
Spazi virtuali - Juan Carlos De Martin
LO STATO DELLE COSE. Produzione, riproduzione e uso dei saperi nell’era del digitale.
DEMENZA DIGITALE* - Manfred Spitzer
PremessaMolti studi ormai da tempo hanno affrontato il tema delle piattaforme di lavoro dell’economia collaborativa digitalizzata[1]. Sono stati così approfonditi numerosi aspetti sulla natura e sull’organizzazione produttiva di questa ultima evoluzione della tecnologia impiegata nei processi di produzione. Ma alcune questioni, al di là delle numerose concettualizzazioni realizzate, rimangono contrastate, provocando tensioni di carattere giuridico e sociale. In particolare, nell’economia collaborativa digitalizzata rimane ancora profondamente irrisolta una comune classificazione della relazione lavorativa tra la piattaforma digitale e il lavoratore. Così obiettivo del paper, è cercare di comprendere meglio questo rapporto, esaminando il ciclo di produzione delle piattaforme di lavoro alla luce, anche, di alcune considerazioni teoriche dell’analisi marxiana sulla relazione tra automazione e produzione industriale. Nuova rilevanza sembrano, infatti, acquisire oggi, le analisi presenti nel Libro I del capitale e nei Gundrisse sull’utilizzo dei macchinari nella grande industria per la determinazione di maggiori quote di produttività e profitto (pluslavoro e plusvalore). In particolare, quando parla di automazione, Marx introduce una articolata classificazione di concetti teorici, che ancora oggi può essere utilizzata per comprendere meglio l’effetto della tecnologia sulla produzione e sul lavoro, a dispetto dei sorprendenti avanzamenti tecnologici intercorsi.
Il ciclo produttivo delle Labour Platform
domenica 2 giugno 2024
"La società dell'emergenza" di Francesco Fantuzzi - Recensione di Paolo Massucci
Da: https://www.sinistrainrete.info - Paolo Massucci, Collettivo di formazione marxista Stefano Garroni.
Il saggio, edito nel 2024 da Sensibili alle foglie, fornisce una ricca analisi della crisi in corso della democrazia. Le soluzioni proposte stimolano riflessioni utili alla comprensione della nostra condizione storica e alla speranza di un cambiamento.Segnalo il saggio di Francesco Fantuzzi "La società dell'emergenza. Pandemia, guerra, insicurezza, caos: quale futuro ci attende?" edito nel 2024 da Sensibili alle foglie.
Il libro offre una chiara, dettagliata e spietata descrizione dello spirito del nostro tempo e della grave crisi politica, economica, sociale, culturale ed ecologica in corso, di cui non riusciamo più a intravedere alcuna soluzione. L'annunciata epoca della globalizzazione, della pace mondiale, del progresso e della libertà, una volta crollata l'URSS si è presto conclusa in conseguenza dei sussulti per la contesa sul nuovo ordine mondiale.
Viene esposta la grave situazione politica, ovvero il progressivo arretramento della democrazia per cui è stato anche coniato il termine “postdemocrazia”: le istituzioni nazionali e sovranazionali che detengono il potere rispondono sempre più alle richieste delle lobby industriali e finanziarie, anziché ai popoli. Mentre i governi, a prescindere dai partiti che li sostengono, non si discostano più dalle politiche economiche neoliberiste e di austerità, sfavorevoli ai lavoratori e alle fasce deboli e impiegano modelli di gestione costantemente emergenziali e metodi autoritari.
L'Autore, la cui visione etica appare a mio avviso influenzata dal filone del pensiero occidentale della Scuola di Francoforte, intravede il rischio di una deriva "dis-umanistica", caratterizzata dallo sgretolarsi dei rapporti tra persone e dalla spettacolarizzazione dell'esistenza (viene citato il saggio del 1967 di Guy Debord), in un ambiente relazionale segnato dal solipsismo narcisistico, in cui tutti si mostrano, nessuno ascolta e gli istinti inconsci non sublimati dominano sulla ragione. Tutto ciò, secondo l'Autore, e a ragione, sarebbe favorito anche dalla diffusione degli strumenti della tecnologia informatica, finalizzati, in ultima analisi, esclusivamente alla massimizzazione del profitto privato, anziché a progetti lungimiranti, razionali, etici e responsabili verso la collettività. Viene quindi richiamato il pericolo del "postumanesimo", una progetto a oggi ancora elitario che auspica l'impiego della tecnica per estendere le possibilità del corpo e della mente umana: una pericolosa riproposizione -quella del postumanesimo-, secondo la tesi di Paolo Ercolani nel saggio "Nietzsche l'iperboreo", di cui pure consiglio la lettura, della inquietante teoria del superuomo.
Nella parte finale l’Autore -che afferma che il capitalismo è il problema e pertanto esso non può offrire soluzioni- presenta alcune proposte per invertire la rotta, collocabili, a mio avviso, nell'ambito della cultura postmoderna, quali la teoria della “decrescita felice” di Serge Latouche: una prospettiva lodevole e razionale, nonostante alcuni limiti, indispensabile per poter superare la crisi ecologica e il super-individualismo odierno. Chiaramente occorre anche considerare le possibili contromisure che il capitalismo prenderebbe, come le guerre, per far fronte a un ipotetico calo dei consumi, prima di implodere, se mai dovesse avvenire. D’altra parte, considerate le attuali disparità del livello di consumo nel mondo, si può ipotizzare che la rinuncia a un dato stile di vita consumistico, il cosiddetto benessere, possa coinvolgere per lo più solo quella parte più consapevole e sensibile della classe media più acculturata, mentre il mondo nel complesso continuerebbe presumibilmente a funzionare senza particolari inceppi o trasformazioni.
D’altra parte ci si può chiedere -ma siamo forse nel campo della teoria politica- se l'attuale crisi, con particolare riferimento al restringimento degli spazi di democrazia e al neoliberismo, caratterizzata dall'arretramento dei diritti sociali conquistati nella seconda metà del secolo scorso, cui deriva la vertiginosa polarizzazione di redditi e patrimoni, non sia altro che la naturale conseguenza dell’incontrastato processo capitalistico, una volta privato degli ostacoli dati dalla presenza dell'Unione Sovietica e dei partiti comunisti di massa.
E’ comunque certo, e su questo il saggio fornisce un pregevole contributo di riflessione, che un eventuale movimento anticapitalista internazionale, ancorché non certamente all’ordine del giorno, abbia l’indispensabile compito, oltre all’abbattimento del capitalismo e dello sfruttamento di classe, di mostrare la possibilità e persino il guadagno in termini di civiltà e di relazioni intersoggettive di uno stile di vita più sobrio, meno consumistico, meno competitivo e in definitiva più umano. Anzi, si può affermare, ciò costituirebbe un immenso vantaggio per la nostra esistenza materiale e spirituale: non sarebbe un tornare al passato, bensì un percorso di rinnovamento dei rapporti umani e sociali anche a livello etico: come affermava Che Guevara, la rivoluzione necessita anche della costruzione di un homo novus. Naturalmente, a nostro avviso, qualsiasi cambiamento non può prescindere da una profonda trasformazione della struttura sociale, dei rapporti tra classi, del modo di produzione, altrimenti si collocherebbe su un mero piano idealista, moralista, dei “buoni propositi”.
Non vi è dubbio, in definitiva, che questo libro possa offrire stimoli utili a una riflessione critica sul mondo attuale e spunti per un dibattito per la ricerca di possibili percorsi concreti che possano impedire quella che, a oggi, appare ai più una catastrofe inevitabile di tutto il genere umano.
lunedì 19 dicembre 2022
Nietzsche filosofo del male: ieri come oggi - Paolo Ercolani
venerdì 2 dicembre 2022
HEGEL: SCOPERTA GRANDIOSA (E GRANDE OCCASIONE) - Paolo Ercolani
Da: https://www.ilfattoquotidiano.it - Paolo Ercolani (www.filosofiainmovimento.it) insegna filosofia all'Università di Urbino Carlo Bo.
Vedi anche: Marx, il liberalismo e la maledizione di Nietzsche*- Paolo Ercolani
Un altro Nietzsche - Domenico Losurdo
Social? Soggetti in rete, oggetti nella realtà - Paolo Ercolani
Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici - Paolo Ercolani
Leggi anche: I fondamenti filosofici della società virale: Nietzsche e Hayek dal neoliberalismo al Covid-19 - Paolo Ercolani
Mi è capitato più volte di utilizzare una frase di Hegel per spiegare ai miei studenti il senso generale della filosofia: “Tutto ciò che è noto, in quanto noto, spesso non è conosciuto”.
Non è soltanto l’indicazione che l’essenza - o la “verità” - delle questioni si trova in profondità. Quindi un invito ad andare oltre l’apparenza e la superficie delle cose.
Ma è soprattutto la messa in guardia dal non scambiare una semplice informazione, che magari diamo per assodata perché entrata nella nostra consuetudine interpretativa, con la più complessa (e faticosa) conoscenza, che invece spesso è destinata a traumatizzare e smentire le nostre convinzioni.
Non è forse l’essenza del nostro tempo, con la mole sterminata di informazioni che ci invadono durante tutta la giornata, quella in cui corriamo maggiormente il rischio di scambiare l’informazione (ciò che leggiamo al volo e distrattamente su un social network) con la conoscenza (ciò che siamo andati effettivamente a studiare)?! Non è sempre la nostra epoca, quella in cui gli algoritmi ci conducono inesorabilmente verso informazioni che devono confermare le nostre convinzioni di partenza?!
Hegel, fra le altre moltissime cose, insegnava proprio questo. Ma il problema è che spesso ha subito travisamenti da parte di interpreti autorevoli. Penso a Popper, il filosofo della scienza che vide nel suo pensiero i semi e i fondamenti del totalitarismo novecentesco. O in Italia a Bobbio, che lo lesse come un pensatore il cui lascito più influente fu l’idolatria dello Stato e - in generale - un certo dogmatismo rispetto alla complessità del reale.
Da questi e altri travisamenti, ne derivò una sorta di maledizione di Hegel, agevolata dal fatto che si trattava di un pensatore terribilmente complesso e di ostica lettura.
Eppure sarebbe ben ora di rivederla quella maledizione, soprattutto perché molti nel buttare nel cestino Hegel aprirono le porte alla magnificazione di Nietzsche.
Quel Nietzsche la cui essenza del pensiero stava nel relativismo assoluto, nel nichilismo più disperante e nell’anti-umanismo più pericoloso per le sorti della nostra specie.
Basti solo pensare a questa frase di Nietzsche, specularmente opposta a quella di Hegel con cui ho iniziato l’articolo: “Non esistono fatti, ma soltanto interpretazioni”. Non descrive forse perfettamente la degenerazione in cui siamo piombati nell’epoca dei social, quella in cui ciascuno è titolare di una propria interpretazione affermata alla stregua di una verità?! Non è forse la base interpretativa per mettere in discussione qualunque fondamento di ragionevole certezza (si tratti della scienza, dei docenti o in generale delle figure competenti e professionali che una volta svolgevano il ruolo di mediatori fra il popolo e il sapere)?!
Mi rendo conto che può sembrare una questione da specialisti, ma in questo snodo epocale che sostituì Nietzsche con Hegel - a partire dai primissimi decenni del Novecento - si è giocato tutto il declinare della nostra società e umanità verso una dimensione irrazionale, nichilistica e ipercompetitiva.
Quel Dio che è “morto”, annunciato da Nietzsche, non fu altro che Hegel e, con lui, un tempo in cui il pensiero era sistematico e la ragione aveva ancora una prevalenza sugli istinti e sulla volontà di potenza. Ucciso Dio, si spalancavano le porte alla deificazione dell’uomo, cosa che all’epoca sfociò nel nazifascismo e oggi nei deliri dei transumanisti.
Ecco perché credo vada vissuta col massimo entusiasmo questa notizia della scoperta di oltre quattromila pagine di manoscritti sulle lezioni di Hegel (https://tg24.sky.it/.../2022/11/29/germania-hegel-filosofia). Non tanto perché si tratta della scoperta filosofica (ma direi culturale in senso lato) più importante del secolo, quanto piuttosto perché potrebbe essere l’occasione per ripensare i fondamenti teorici del nostro Occidente. Rimettere al centro la ragione, il pensiero metodico e sistematico, nonché una visione della società in cui la relazione prevalga sull’antagonismo, potrebbe salvare l’umanità da quella deriva di autodistruzione dell’umano che è sotto gli occhi di tutti noi.
P.s. Per chi volesse approfondire le tesi qui esposte in maniera assertiva e lapidaria, può consultare il mio libro sull’argomento: https://ilmelangolo.com/prodotto/nietzsche-liperboreo/
giovedì 12 agosto 2021
Il filosofo democratico - José Luis Villacañas
I fondamenti filosofici della società virale: Nietzsche e Hayek dal neoliberalismo al Covid-19 - Paolo Ercolani
sabato 10 luglio 2021
LO STATO DELLE COSE. Produzione, riproduzione e uso dei saperi nell’era del digitale.
Social? Soggetti in rete, oggetti nella realtà - Paolo Ercolani
L'impatto delle tecnologie sul lavoro - Renato Curcio
Alienazione e rivoluzione (digitale) - Enrico Donaggio
La grande migrazione online: costi e opportunità - Juan Carlos De Martin
sabato 19 giugno 2021
lo sdoppiamento virtuale dello spazio pubblico - Renato Curcio
Da: https://www.citystrike.org - https://sinistrainrete.info - testo ripreso da “Su la testa” di maggio (qui il link) -
Renato Curcio è un saggista e sociologo italiano. Socio fondatore di Sensibili alle foglie e socioanalista, ha pubblicato per queste edizioni numerosi titoli. Su questo tema, ricordiamo qui: L’impero virtuale; L’egemonia digitale; La società artificiale; L’algoritmo sovrano; Il futuro colonizzato. - https://www.facebook.com/sensibiliallefoglie - https://www.libreriasensibiliallefoglie.com - http://www.sensibiliallefoglie.it
Social? Soggetti in rete, oggetti nella realtà - Paolo Ercolani
L'impatto delle tecnologie sul lavoro - Renato Curcio
Alienazione e rivoluzione (digitale) - Enrico Donaggio
sabato 12 giugno 2021
Lo Stato, il Pubblico, il Comune: tre concetti alla prova della crisi sanitaria - Etienne Balibar
Pubblicato su “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane", n° 2/2020 (vol. IX), a cura di Stefano G. Azzarà, licenza Creative Commons BY-NC-ND 4.0 (http://ojs.uniurb.it/index.php/materialismostorico) - Questo testo è stato pubblicato per la prima volta in francese con il titolo L’État, le Public, le Commun: trois notions à l’épreuve de la crise sanitairene l volume Dessine-moi un pangolin, ouvrage coordonné par la revue Regards, Vauvert, Éditions Au diable vau-vert, 2020, pp. 107-29. Esso viene qui riprodotto per gentile concessione dell’editore. La traduzione italiana è di Francesca Borgarello. -
Etienne Balibar è un filosofo francese. Allievo di Louis Althusser, ha contribuito a sviluppare una nuova interpretazione del pensiero di Karl Marx, con specifiche riflessioni sui concetti di razza, cultura e identità, in vista di una concezione più inclusiva della cittadinanza e della democrazia in Europa.
Leggi anche: Crisi storiche e naturalismo capitalistico - Stefano G. Azzarà
Epidemie, storia, capitalismo. Passi indietro e passi avanti. - Roberto Fineschi
1. Apprendere nella crisi
Innanzi tutto, voglio sottolineare l’incertezza dei tempi. Sto scrivendo alla metà di maggio (2020), per una pubblicazione che sarà disponibile a luglio... È molto presto per sviluppare una riflessione compiuta sul tema, e questo perché vi è l’intenzione di mettere in circolazione una pluralità di proposte nel momento stesso in cui queste si rendono necessarie a causa dell’intensità della crisi. Eppure, sarà forse già troppo tardi... Non abbiamo alcuna certezza che ciò che pensiamo oggi potrà essere ancora sostenibile tra due mesi. Non sappiamo se e quando “finiranno” la pandemia e la crisi sanitaria che questa provoca. Non sappiamo quale sarà l’entità e quali gli effetti della crisi economica che ne consegue. Non sappiamo quali saranno le ripercussioni, in termini di sofferenza e distruzione, ma anche di proteste, rivolte, di movimenti sociali e politici. E tuttavia, è da questo insieme di cose che dipende il referente di realtà delle parole di cui ci serviamo e, conseguentemente, il loro senso.
È una situazione strana, che non presenta però solo inconvenienti. Poiché tale indeterminatezza è la condizione nella quale –purché se ne assumano la misura e i rischi –diventa possibile descrivere una crisi di dimensioni storiche, per ciò che essa è: non una semplice “interruzione” nella vita di una società, o l’occasione di un’inversione di potere, ma un cambiamento forse radicale del modo di cambiamento stesso, che costringe dunque a scommettere su mutamenti sconosciuti, mettendo insieme ciò di cui disponiamo in termini d’esperienza e analisi, per immaginarne le possibilità. Tocca ai segni che affiorano nel tempo presente suggerirci a poco a poco le buone domande, piuttosto che alle nostre teorie e alle nostre previsioni precedenti la crisi proporne già la soluzione.
domenica 6 giugno 2021
"Covodio" - Aristide Bellacicco
Leggi anche: Epidemia e potere - Aristide Bellacicco
IL COVID-19 BUSSA ALLA PORTA DELLA BARBARIE, NON DEL SOCIALISMO. - Paolo Ercolani
ECON-APOCALYPSE: ASPETTI ECONOMICI E SOCIALI DELLA CRISI DEL CORONAVIRUS* - Riccardo Bellofiore
Stiamo vivendo la prima crisi economica dell’Antropocene - Adam Tooze

Epidemiologi al secondo posto
al terzo stanno gli infettivologi
che se la battono con i virologi
e gli statistici
ma chi c'è al primo?
Mascherinistici e distanziologi,
esperti in balistica degli sputi,
amuchinomani, manocuoristi
e ancora i gomitosalutisti
ma chi sta in testa?
No-mask, no-sex, no-vax,
gli eroi di divani e sofà
e lo sterminio nelle RSA.
Coronascettici e complottomani,
ma chi è che vince tutte le mani?
Xenocinofobi, biopoliticanti, Leviatani,
numeratori, sottrattori, teorici
Covinternazionalisti, sfebbratori,
ristorattori e youtubbastri
ma chi prevale lassù negli astri?
Virusoubrettes, cantabalconi,
zizekkisti, spilloversaggi,
antropocenici puntaindici,
catastrofisti, menefreghisti,
cronometristi contatamponi
ma chi galleggia più su di tutti?
Pseudostatisti, vivatrumponi,
mortalitometri, confrontazionisti,
occhiopennini, necrologiomani,
tuttappostologi e terroristici
ignorantipici
ma chi è chi ride su al piano attico?
Non certo i morti sotto la terra
nè i vivi sopra, poco più in alto,
e sui barconi e sui barchini c'è gente
seria da far paura che anche lo scherzo
non fa più presa.
Ma resti intesa
la verità la più schifosa:
dei contasoldi, plusvalorofagi,
percentualisti, borsanottambuli,
naziazionisti e finanzmafietti
capitaloschi e bigfarmacisti
e infine gli eurocravattaracci
nessun di questi ci ha perso un dollaro
né il posto fisso né gli altri averi
ed in remoti superquartieri
hanno vissuto puri e sicuri
ma hanno intascato dei gran denari
da questa strage di proletari.
Altri Brevi racconti dello stesso autore:
- lezioni di volo -
- il grande Scott -
- parlare con Agave -
- morti –
- Tutti festeggiano Cusco -
mercoledì 2 giugno 2021
Crisi storiche e naturalismo capitalistico - Stefano G. Azzarà
Sotto questo aspetto, le società capitalistiche, e tanto più quelle avanzate come la maggior parte dei paesi appartenenti alla civiltà occidentale, dovrebbero comunque dimostrarsi in linea di principio avvantaggiate rispetto alle società tradizionali o a quelle improntate a una diversa organizzazione della produzione e della riproduzione. Per quanto certamente più complesse delle formazioni sociali precedenti o di quelle concorrenti, come già Gramsci aveva compreso nel cartografare la loro «robusta catena di fortezze e di casematte»2 – una complessità che per il suo pluralismo, oltretutto, viene di solito fatta valere anche come una caratteristica positiva di fronte a possibili configura-zioni alternative e più centralizzate del legame sociale –, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra queste società hanno in gran parte superato il problema della sussistenza e dei bisogni primari su scala di massa. Inoltre, la razionalità tecnica e scientifica che presiede alla loro organizzazione, progettata vieppiù per adattarsi alle fluttuazioni improvvise dei mercati, dovrebbe essere in grado in linea di principio di reagire in maniera adattiva e persino proattiva ad ogni contingenza: in questo modo quantomeno, come ha fatto notare Richard Sennet3, è stato con insistenza promosso nel corso di troppi decenni alle nostre spalle il processo di «specializzazione flessibile» del lavoro sociale complessivo, al fine di sconfiggere tramite le «reti aperte» i «mali della routine». E di rispondere, abituandosi a «cambiamenti improvvisi e decisi», alle esigenze di un’epoca che, si diceva, con la sua continua accelerazione dei ritmi di vita e di consumo e con i suoi problemi ogni giorno più globali imponeva una sempre nuova ridefinizione just in time di tutte le funzioni sociali man mano che le esigenze della società stessa mutavano, in risposta alla sua prepotente evoluzione interna come agli stimoli esterni (in realtà, per «ridurre il costo diretto e indiretto del lavoro»4 e per «ridurre il rischio d’impresa», avvertiva più prosaicamente Luciano Gallino).
domenica 30 maggio 2021
Esprimersi in digitale - Pietro Montani
lunedì 17 maggio 2021
La grande migrazione online: costi e opportunità - Juan Carlos De Martin
sabato 24 aprile 2021
I fondamenti filosofici della società virale: Nietzsche e Hayek dal neoliberalismo al Covid-19 - Paolo Ercolani
Marx, il liberalismo e la maledizione di Nietzsche*- Paolo Ercolani
"Il Dio cattivo" - L'insurrezione della Nuova Umanità - Paolo Ercolani
RIVOLUZIONE DIGITALE - Roberto Finelli e Pietro Montani in dialogo.
L’emergenza sanitaria, seguita alla comparsa del virus denominato Covid-19, ha prodotto due effetti sostanziali: il primo concerne l’esperienza traumatica, fondamentalmente a livello psicologico, di un fenomeno che ha scardinato le sicurezze dell’uomo odierno rispetto alla sua capacità di padroneggiare (o perlomeno controllare) quell’ecosistema biologico di cui è ospite e non padrone; il secondo riguarda la vera e propria crisi sociale che, in più contesti, ha rivelato fino in fondo le storture del modello neoliberista, ormai dominante nello scenario internazionale almeno a partire dalla data simbolica del 1989.
Nel primo caso, per esprimersi in termini freudiani, possiamo parlare dell’ennesima «ferita narcisistica» subìta da un soggetto, l’uomo, soventemente invaso da un irrealistico delirio di onnipotenza, che in questa situazione di emergenza sanitaria si è tradotto nell’individuazione di «verità» alternative e nella negazione dell’emergenza stessa, a fronte dell’individuazione «paranoica» di complotti e trame segrete1.
Nel secondo caso, che poi è quello che qui ci interessa specificamente, possiamo cogliere l’occasione per ricostruire e al tempo stesso mettere in discussione i fondamenti filosofici su cui si fonda il liberismo. Ossia quella teoria che ha plasmato il sistema sociale e valoriale del nostro tempo, imponendo un «ordine» in cui l’umano e il fisiologico sono ridotti a strumento al servizio di scopi che non possono deragliare dal profitto economico e dal progresso tecnologico. Si tratta di un mix, quello che somma emergenza sanitaria e socio-economica, in grado di richiamare alla mente l’«invertebrazione» della società di cui parlava il filosofo spagnolo Ortega Y Gasset, ossia un contesto in cui «la massa rifiuta di essere massa – quindi di seguire la minoranza dirigente – la nazione si disfa, la società si smembra e sopravviene il caos sociale»2.
Vedremo che i due scenari della ferita narcisistica e della crisi sociale sono intimamente connessi3, ma qui concentreremo la nostra analisi sul secondo, cercando di dimostrare come (e quanto) i fondamenti filosofici del liberismo, essendosi imposti sia in termini di ideologia dominante che di prassi consolidata, hanno plasmato l’intero scenario umano e sociale del nostro tempo, fino a determinare quella che chiameremo la «società virale».
Da una società siffatta si può pensare di uscire soltanto a patto di rimettere in discussione proprio i fondamenti filosofici di cui sopra, iniziando dal recupero di un «pensiero forte» che sia in grado di riposizionare l’umano e il sociale al centro dell’agire politico (al posto dell’artificiale e dell’individuale, che oggi lo monopolizzano).
1. Nietzsche e l’«innocenza del divenire»
lunedì 22 marzo 2021
Corpo biologico e corpo politico sono diventati la stessa cosa - Francesco Fistetti
Leggi anche: Stiamo vivendo la prima crisi economica dell’Antropocene - Adam Tooze
Pandemia nel capitalismo del XXI secolo - A cura di Alessandra Ciattini, Marco Antonio Pirrone
Che fare nella crisi? Ne parliamo con Alan Freeman
"L'oblio del Covid è vicino, ma il tempo pandemico è appena iniziato" - Nicola Mirenzi intervista Telmo Pievani
Proletari di tutto il mondo, la vera pandemia è la disuguaglianza - Pasqualina Curcio
La diffusione pandemica della pseudoscienza - Alessandra Ciattini e Aristide Bellacicco
Come cambia l’economia dopo la pandemia? Ne parliamo con F. Schettino
I veri responsabili della pandemia e delle sue drammatiche conseguenze - Alessandra Ciattini e Aristide Bellacicco
Pandemie: cattiva gestione, uso politico della scienza e disinformazione a cura di Alessandra Ciattini e Marco A. Pirrone
Covid e la fine del sogno americano - Alessandro Carrera
Intervista a Noam Chomsky - a cura di CJ Polychroniou
Dopo Covid, “Rischi di esplosione delle disuguaglianze” - Intervista a Joseph Halevi
Come si muove una pandemia. Il tallone d’Achille della globalizzazione
Possibili conseguenze della pandemia: dal turismo di massa a quello di classe. - Paolo Massucci
IL COVID-19 BUSSA ALLA PORTA DELLA BARBARIE, NON DEL SOCIALISMO. - Paolo Ercolani
ECON-APOCALYPSE: ASPETTI ECONOMICI E SOCIALI DELLA CRISI DEL CORONAVIRUS* - Riccardo Bellofiore
Il j’accuse di Manon all’occidente liberista - Sergio Cararo
Una breve riflessione su che cosa ci sta insegnando il fenomeno mondiale della pandemia. Essa, come avrebbe detto M. Mauss, non è un episodio congiunturale, ma un "fatto sociale totale". Ma a questa dimensione totale non corrisponde ancora un "pensiero planetario" necessario per abbandonare le illusioni neo-liberiste e cambiare in senso convivialista le nostre forme di vita.







