giovedì 17 ottobre 2013

Wannsee - Aristide Bellacicco -

Aristide Bellacicco (Medico) fa parte del "Collettivo di formazione marxista Stefano Garroni"

Gli uomini sono arrivati  con un  lieve anticipo e a tutti è stato servito del cognac. Si conoscono da tempo, si sono stretti la mano e qualcuno ha sbattuto i tacchi. La riunione comincia fra dieci minuti, forse anche prima, il Capo talvolta non è puntuale. Nell’attesa hanno acceso le sigarette e guardano dalle  finestre, c’è fra loro chi ammira la magnifica spalliera di rose che avvolge il cortile come una sciarpa. Di fuori, gli autisti chiacchierano  appoggiati alle carrozzerie schizzate di fango e fanno scricchiolare la ghiaia sotto gli stivali. Fra poco gli porteranno un po’ di vino e più tardi potranno mangiare  in cucina, scherzare con le serve e toccar loro il sedere. Ma forse non si arriverà a tanto, la riunione sarà più breve di quanto ci si aspetti e potrebbe concludersi prima di cena. In fondo si tratta solo di prendere un paio di decisioni, anzi, una sola,  e senza nemmeno entrare nel dettaglio.

Alcuni degli uomini trovano che tutto ciò sia una perdita di tempo e che non era il caso di distoglierli, sia pure per qualche ora,  dalle occupazioni della guerra. Ma ciascuno di loro sa di essere a Wannsee, dove molti altri, che pure lo desiderano, non potranno mai entrare nemmeno in sogno, e questo fa loro piacere, naturalmente.
A un certo punto la porta si apre e si chiude, entra il Capo, fa cenno di sedersi e gli uomini obbediscono volentieri, prendendo ciascuno il proprio posto attorno al tavolo.
Il cognac sparisce e le sigarette vengono spente di fretta. Anche noi dobbiamo uscire dalla stanza. La porta viene chiusa a chiave  e un ufficiale vestito di nero passeggia su e giù  nell’atrio,  le mani dietro la schiena, la destra chiusa attorno al polso della sinistra che stringe i guanti.
Da questo momento non possiamo  più ascoltare quello che verrà detto fra le mura di Wannsee. Siamo confinati in giardino, insieme agli autisti, che ci salutano distrattamente.

“Autisti, ma non siete curiosi?”

“E di cosa?”

“Di questo. Di Wannsee. Di quegli uomini nella stanza.”

“Niente affatto.”

“E perché?”

“Primo, non sono fatti nostri.  Secondo, non c’è nulla di meno segreto. Terzo, noi siamo autisti e dobbiamo solo guidare le automobili, ricordatevelo.”

“Dobbiamo ricordarci che siete autisti?”

“Esatto. Che siamo solo autisti. Autisti e basta.”             

“Com’è il vino?”

“Buono. Ottimo, davvero. A Wannsee si serve solo roba di prima qualità. Ci mancherebbe altro.”

“Va bene, ce lo ricorderemo.”

“Cosa? Non ho capito, di cosa vi ricorderete?”

“Che siete autisti e basta. Che oggi state bevendo del buon vino. E che vi trovate nel cortile di Wannsee. E’ tutto giusto?”

“Non proprio. Manca che ci troviamo qui per servizio. Facciamo il nostro dovere.”

“Per servizio, naturalmente. Siete soldati e fate il vostro dovere. E’ corretto ora?”

“Corretto.”

“E vi piacciono le rose?”

La stanza si è trasformata in una bolla di silenzio, si può solo guardare dentro attraverso i vetri.

Nessuno bada a noi, gli uomini guardano dalla parte del  Capo e uno, alla sua destra, scrive in un quaderno. Non si capisce chi è che sta parlando, è come al cinema muto ma senza i cartelli. Eppure quell’uomo scrive. Ma che scrive? Ogni tanto, però, qualcosa arriva. Un’onda sonora si infrange sul vetro e il vetro ce la trasmette. Delle parole non è rimasto nulla, ma si tratta di un’inflessione di voce educata che parla in tono partecipe. Ecco, sicuramente sta dando un consiglio. Dici che è un’obiezione? Una rispettosa obiezione? Un’ obiezione sia pur minima, quasi inconsistente, ma pur sempre un’obiezione? No, ti sbagli. Nessuna obiezione. Sta solo dando un consiglio. In quella stanza si danno consigli.

“Ma insomma, vi piacciono o no queste rose?”

“Ah sì, magnifiche. C’è da perderci gli occhi. Sembra una sciarpa. Una sciarpa fiorita attorno al cortile.”

“Davvero? Ma pensi, anche io ho scritto così poco fa. Ora però mi sembra una sciocchezza.”

“Una sciocchezza? Non la capisco, sa. Una sciocchezza cosa? O è solo perché lo dico io?”

“Ma no, è proprio la cosa in se stessa. Voglio dire, essermi distratto a guardare le rose. E poi la storia della sciarpa... Si rende conto? In una circostanza simile, oggi, a Wannsee, mettersi ad ammirare le rose. Un'assurdità.”

“Ma perché, c'è un giorno in cui le rose diventano brutte? C'è un giorno in cui non si possono ammirare i fiori? Questo sì è assurdo. Se una cosa è bella è bella, secondo me. Se il vino è buono, è buono.”

“Va bene, ricorderemo anche questo.”

“Cosa? Cosa ricorderete?”

“Che oggi a Wannsee le rose erano belle.”

“Si ricordi però che lei lo ha scritto prima che io lo dicessi. Quello che è giusto è giusto.”

“Ricorderemo anche questo, che quello che è giusto è giusto.”

“Ma guardi, c'è lì il giardiniere. Perché non domanda anche a lui? Non siamo i soli a trovarci qui. E non lo dimenticate.”

“Certo. Sicuro. Giardiniere, ci può dire qualcosa?”

“Qualcosa di che? Qualcosa di cosa?”

“Ma di quello che sta avvenendo nella stanza. Da qui fuori non riusciamo a sentire. Lei invece era in casa, mi sembra.”

“No, non c'ero. Questa non è una casa, quindi io non ero in casa. Ma mi trovavo dentro, sì. Ero lì dentro. E con ciò?”

“Non ha sentito nulla?”

“No. E poi non mi riguarda. Comunque, non è un segreto per nessuno. Ma detto ciò, io sono solo il giardiniere, mi occupo del giardino e nient'altro, ricordatevelo.”

“E' lei che cura le rose?”

“Certo.”

“Devo dire che è molto bravo.”

“Lo so, sono molto bravo. Sono il più bravo di tutti, credo. Altrimenti non lavorerei a Wannsee.”

“Va bene, ce lo ricorderemo.”

“Cosa? Cosa ricorderete?”

“Che lei è un giardiniere. Che è molto bravo. E che cura le rose di Wannsee. E' tutto giusto?”

“Non proprio. Manca che questo è il mio lavoro. Io ho famiglia.”

“Naturalmente. Ha una  famiglia e la mantiene con questo lavoro. E il lavoro è curare le rose di Wannsee. E' corretto?”

“Corretto. Sì, detto così è corretto.”

“E le piace il lago?”

Ecco, è arrivato qualcosa. Questa volta si tratta di una parola intera. Evidentemente è stata pronunciata a voce più alta e non si è frantumata sui vetri. E' la parola “treni”. Dunque nella stanza si parla di trasporti ferroviari. Ma il fatto che qualcuno abbia alzato la voce dovrà pur significare qualcosa. Dici che non era d'accordo? Che non era d'accordo sui treni? Non so, forse preferiva un altro sistema, forse preferiva i camion o le autocisterne. O dici che non preferiva nulla? No, questo è impossibile. Poteva preferire un altro mezzo di trasporto ma non nessun mezzo di trasporto. Se bisogna trasportare qualcosa occorre un mezzo. Un mezzo di trasporto. Questo è ovvio. Guarda, adesso sta parlando il Capo. Gli si muovono le labbra. Parla a voce bassa, chissà se dice treni. Io non ho mai imparato a leggere dalle labbra. Purtroppo non sono un sordomuto. Altrimenti ora sarei più preciso. Ascolta, un'altra volta: treni. Hai sentito?  Non capisco chi abbia parlato, ma adesso sono sicuro, hanno deciso per i treni. D'altra parte è il sistema più affidabile, i treni in questo paese sono molto efficienti e difficilmente ritardano. No, nessuna obiezione e nemmeno un consiglio. Era una decisione. Sono tutti d'accordo sui treni.

“Autisti, confermate?”

“Che cosa? Cosa c'è da confermare? Noi siamo qui solo per guidare automobili, ricordatevelo. E le automobili non hanno nulla a che vedere con le conferme.”

“Ma confermate che hanno detto treni?”

“Non occorre. A dire la verità non ho sentito, ma non occorre lo stesso.”

“Cosa non occorre?”

“Non occorre aver sentito. Non è un segreto per nessuno. Sono treni. Treni. Lo sanno tutti.”

“Giardiniere?”

“Treni, sì. Ma nemmeno io confermo. Dico solo: treni. E' una cosa elementare, si tratta di mezzi. Per le rose servono le forbici. Per un'altra cosa, servono i treni.”

“E qual è quest'altra cosa?”

“Non so. Viaggi, credo. Che ci si fa con i treni? Ci si viaggia. Saranno viaggi.”

“Viaggi?”

“Viaggi. Adesso però debbo occuparmi delle rose.”

“Con le forbici?”

“Certo. E anche col veleno. Ci sono un sacco di parassiti in questa stagione.”

“E bisogna eliminarli?”

“E' ovvio. Altrimenti guastano le rose.”

“E allora le forbici? A che servono le forbici.”

“Lei mi sta facendo perdere tempo.”

“Ma no, mi dica solo questo. A che servono le forbici alle rose?”

“Le forbici non servono alle rose. Servono a me per correggere le rose. Devo togliere di mezzo quelle troppo piccole, quelle storte e quelle stinte.”

“E perché?”

“Come perché? Ma per avere questo magnifico roseto. Lei crede che le rose nascano tutte belle allo stesso modo? Non è affatto così. Bisogna selezionarle. Altrimenti che razza di rose crescerebbero?”

“Che razza?”

“Una brutta razza.”

“E il lago? Le piace il lago?”

“Ah, basta. Lei mi sta facendo perdere tempo. Io devo lavorare.”

Il lago è bellissimo. L'abbiamo costeggiato per arrivare a Wannsee. C'erano barche a vela e a motore, e gente sulla riva nonostante il freddo. Bambini, donne e uomini. Era una giornata di sole.
Verso mezzogiorno, una famigliola faceva merenda. Si erano portati un tavolino e delle sedie e mangiavano tutti insieme. C'era anche una cameriera, mi pare. Avevano dei cestini pieni di cose da mangiare, cose buone. Davano l'idea di persone in ottima salute. L'uomo era rimasto in maniche di camicia e scherzava con i bambini. Il più grande si era messo una fascia al braccio e camminava con le gambe tese facendo il saluto. La mamma rideva e si tirava indietro i capelli. Era scura e con la pelle chiara. Il padre alzava il braccio teso ogni volta che il bambino gli passava davanti marciando. Si divertivano. A quanto dicono gli autisti e il giardiniere, nemmeno per loro era un segreto quello che succede a Wannsee. Forse non sapevano che proprio oggi c'era la riunione. Ma sapevano dei treni. E che altro sapevano, che li rendeva tanto gioiosi? Sapevano come comportarsi con le rose? Sapevano di forbici e veleni? Comunque ci ricorderemo anche questo, che oggi c'era gente gioiosa a pochi passi da Wannsee.

“Guardi che Wannsee è il nome del lago. Questo posto si chiama in un altro modo.”

“Grazie, autista. Non lo sapevo. E come si chiama questo posto?”

“Si chiama Villa. Villa Am Grossen Wannsee 56-58. Si chiama come l'indirizzo.”

“Ripeta lentamente per favore, che devo scriverlo. Ecco, ho fatto, grazie ancora.”

“Ma a che le serve?”

“A niente. Dovevo solo scriverlo. Nient'altro.”

“Lei è uno scrittore?”

“Sì. Cioè no. In questo momento sono un trascrittore.”

“Ah. E che differenza c'è?”

“Nessuna. La stessa che c'è fra la villa e il lago. Nessuna.”

“E le piacciono le cameriere?”

“Perché?”

“Perché ne sta uscendo una dalla villa. Niente male, direi.”

“Cameriera, la prego, può dirci qualcosa?”


“Io? Cosa dovrei dirvi io?”

“Quello che succede nella stanza. Abbiamo sentito solo la parola treni. Lei forse ne sa di più.”

“Tutti ne sappiamo di più e di meno. Ma non ha parlato con i signori autisti?  Non ha già  infastidito il giardiniere? Che altro vuole?”

“Quello che le ho chiesto. Sapere cosa decidono.”

“Decidono per il meglio. Decidono per il futuro. Non è un segreto per nessuno.”

“Ma proprio oggi?”

“Che cos'ha oggi di speciale? Ieri o domani sarebbe stata la stessa cosa mi pare.”

“Non lo so. Un giorno in più o in meno può significare tanto.”

“Tanto quanto?”

“Mille. Tremila, seimila. Forse di più, non lo so. Forse di più.”

“Ma di cosa parla?”

“Dei treni. Quanta gente possono trasportare in un giorno?”

“Cosa vuole che ne sappia. Io sono una serva, non un ferroviere. Ecco, ho fatto ridere gli autisti.”

“Lei ha famiglia?”

“No. Cioè, ho mia madre. Ma che c'entra?”

“E sua madre lo sa che lei lavora qui?”

“Certo che lo sa. Che c'è di strano? E' un buon posto.”

“E' buono?”

“Sì che lo è. E' uno dei posti migliori. E ci lavora la gente migliore.”

“Va bene. E lo dobbiamo ricordare?”

“Cosa? Io non la capisco.”

“Che questo è uno dei posti migliori. Che in quella stanza decidono per il meglio. Che lei lavora qui. E che sua madre lo sa. E' tutto giusto?”

“E allora? Sì, è giusto. Ma non so dove vuole arrivare.”

“Erna, stacci attenta a questo qui. E' uno scrittore.”

“Autista, so guardarmi da sola se permetti. E in quanto a lei, scrittore, scriva e ricordi pure tutto quello che vuole. A me non interessa.”

“Ha nient'altro da dichiarare, Erna?”

“No. Non siamo mica in tribunale. E la smetta di infastidirmi.”

“Allora ricorderemo anche questo.”

“Questo cosa?” “Che a lei non interessa. E che non ha nient'altro da dichiarare. E' corretto, Erna?”

Non mi ricordo cosa risponde Erna perché dal vetro arriva un altro suono. Ci siamo distratti a lungo dalla stanza e adesso la situazione è diversa. Il Capo annuisce e gli altri sembrano sollevati. Credo sia per via di quel suono, una specie di esse o di zeta, qualcosa di sibilante e impalpabile che riesce a filtrare dal vetro. Ci sembra di sentirne l'odore, ma non ha odore. E' un gas? Dici di no, che i treni non camminano a gas ma a vapore? Eppure anche il vapore è un gas. Anche lo scappamento delle automobili degli autisti è un gas. Anche il respiro è un gas. E anche l'ultimo respiro lo è. Quando si muore i corpi diventano gas. Anche quella stanza deve essere piena di gas. Anidride carbonica, per l'esattezza. In alte quantità può uccidere. Ma lì dentro non è morto nessuno, anzi. E' come se  quel gas li abbia resi più svegli. Sembrano soddisfatti. Si alzano, la riunione è finita. Sorridono. Qualcuno si sistema la giacca della divisa. Stanno per uscire, il Capo si ritira dietro la porta da cui era entrato. Arrivano i camerieri in giacca bianca e viene servito a tutti del cognac.

“Autisti, confermate?”

“Ancora? Cosa altro c'è da confermare? E' tutto chiaro, direi.”

“E lei, Erna?”

“Cosa vuole che confermi?”

“Che viene servito a tutti del cognac. Lo conferma?”

“E' tutto qui? Il cognac? Se è solo per questo lo confermo. Figuriamoci, per un po' di cognac.”

“Giardiniere. Giardiniere! Lei conferma?”

“Io sto lavorando. Mi lasci in pace.”

“Allora conferma o no?”

“Ma che cosa? Cosa devo confermare?”

“Che vuole essere lasciato in pace mentre bada alle rose oggi alla Villa  Am Grossen Wannsee 56-58.”

“Certo che lo confermo.”

“Va bene, lo ricorderemo. Autisti, un ultima cosa.”

“No, adesso basta. Dobbiamo ripartire.”

“Ma è proprio di questo che volevo parlarvi. Farete la strada del lago?”

“Per forza. Non ce n'è nessun'altra”

“Allora buttatevici dentro.”

“Cosa?”

“Buttatevi nel lago. Girate il volante di colpo e gettatevi nel lago con le automobili e i vostri capi. Fatelo, autisti.”

“Ma perché? Guardi, scrittore, io posso anche capire le sue intenzioni. Ma a che servirebbe? Ormai è deciso.”

“A ritardare. Se muoiono tutti si perderà tempo. Forse cinque, forse sei giorni o di più. Forse dieci. E sapete quanto fa?”

“Quanto fa cosa?”

“I morti. Non lo so quanti. Ma forse diecimila, forse ventimila, forse cinquantamila morti in meno. Vi prego, gettatevi nel lago. Così ricorderemo Wannsee in un altro modo. E ricorderemo voi in un altro modo. Allora, lo farete?”

“Non se ne parla.”

“Autisti, ripensateci. Anche se qualcuno si salverà, anche se ne annegherà  uno solo, saranno comunque un bel po' di morti in meno. Allora, lo farete?”

“No, non se parla. Ma a noi non ci pensa?”

“A voi cosa?”

“Dovremmo annegare anche noi?”

“Non è detto. Forse non tutti. Ma non ne varrebbe la pena?”

“Nemmeno per sogno. Cosa c'entriamo noi? Noi siamo soldati e facciamo solo il nostro dovere. E il nostro dovere è di guidare le automobili, guidare e basta,  ricordatevelo.”

“Allora è confermato. Volete vivere comunque.”

“Ma certo. Vogliamo vivere comunque. Lei cosa farebbe al nostro posto?”


L'autista mi guarda negli occhi con gli occhi che io ho immaginato. Gli ho lasciato l'ultima parola e ne ha approfittato per vendicarsi del suo scrittore. Noi altri ce la diamo a gambe davanti a quella domanda, la domanda di un soldato nazista. Prima di passare il cancello guardiamo il roseto. Le rose sono  
tutte uguali e dello stesso colore. Il suolo è coperto di ramoscelli troncati e di petali spenti. Anche a raccoglierli tutti, non cambierebbe nulla. E ci ricorderemo, naturalmente, anche di questo. Ma è l'unica cosa che possiamo fare.

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