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lunedì 28 settembre 2026

Il senso della fine - Francesco Piccioni

Da: https://contropiano.org - Francesco Piccioni editorialista di Contropiano. - Francesco Piccioni

Vedi anche: Dove e quando abbiamo perso?*- Francesco Piccioni

Leggi anche: La guerra è persa, gli zombie non lo vogliono capire - Francesco Piccioni 

Possiamo prenderla da qualsiasi angolo di questo Occidente in crisi: il modello neoliberista che si è imposto dagli anni ‘80 – Thatcher e Reagan, poi a valanga tutti gli altri – è arrivato al termine del suo ciclo vitale.

E’ comprensibile che la lettura dei dati macroeconomici sia troppo difficoltosa per quasi tutti, e quindi che la tendenza storica sia poco individuabile. Ma le modificazioni della rappresentanza politica – il sistema dei partiti, i risultati elettorali, ecc – dovrebbero essere molto più familiari e leggibili.

Gli ultimi dieci anni presentano ormai un disegno organico. Ovunque, sulle due coste dell’Atlantico, l’”opinione pubblica” si va radicalizzando sulle estreme mentre il “grande centro” si dissolve.

L’America di Trump ha reso questo processo un format. La crisi di egemonia sul resto del mondo si è tradotta in regressione sociale reale, un impoverimento generale sia delle classi subalterne che del “ceto medio”, conseguenza diretta di delocalizzazioni produttive ciclopiche alla ricerca del minimo salariale possibile combinato con infrastrutture logistiche di buon livello.

La reazione più immediata e semplice è stata ed è quella ben nota: riprendersi il posto di comando, ovvero recuperare quote di reddito imperiale ed eliminare “gli sprechi” fisicamente rappresentati dagli “stranieri” in casa. Rapinare il petrolio venezuelano, disporre liberamente di una Groenlandia solo formalmente “sovrana” e danese, deportare a forza migliaia di immigrati, ecc, sono facce della stessa medaglia, momenti dello stesso processo e dello stesso tentativo.

Ma gli interessi sociali sono più articolati di quanto le soluzioni reazionarie, immaginate per ripristinare senza più abbellimenti retorici un modello suprematista vacillante, possano coprire.

giovedì 24 aprile 2025

Addio Francesco, Papa e uomo - Sergio Scorza

Da:  Millepiani - https://www.facebook.com/sergio.scorza.980 - Sergio Scorza Ha studiato sociologia presso l’Università di Urbino e diritto pubblico presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università la Sapienza di Roma. Blogger, attivista, giornalista freelance, si interessa di conflitti sociali, ecologia e diritti umani. Partigiano, odia gli indifferenti. 

Leggi anche: «Laudato si’» - Jorge Mario Bergoglio  

Fratelli di tutto il mondo, affratellatevi! Brevi note sul “papa comunista” - Roberto Fineschi  

Un commento a margine dell'enciclica "Fratelli tutti" di Papa Francesco - Francesco Fistetti  

BUONISMO ASTRATTO E SPIETATEZZA CONCRETA - Alessandra Ciattini  

ROMERO BEATO, MARTIRE DELLA GUERRA FREDDA O COSTRUTTORE DI PACE? - Alessandra Ciattini 

Francesco Piccioni (https://contropiano.org/editoriale/2025/04/23/pro-o-contro-bergoglio-guarda-la-politica-non-la-religione)  

Geraldina Colotti (https://pagineesteri.it/2025/04/23/apertura/lamerica-latina-piange-francisco-il-papa-degli-ultimi-fra-tradizione-e-innovazione/?) 

Carla Filosa (https://www.marxismo-oggi.it/saggi-e-contributi/articoli/673-la-guerra-di-bergoglio)


Per me che sono cresciuto in oratorio per poi passare ad una comunità di base che si ispirava ai principi del Concilio Vaticano II ed alla teologia della liberazione, l’elezione del gesuita argentino, Jorge Mario Bergoglio, durante il terrificante papato di Joseh Ratzinger e dopo il lungo e devastante papato di Karol Woitila, era sembrata una specie di miracolo. D’altronde la Chiesa romana, prima della sua (inattesa) nomina, era attraversata da una crisi profonda, in caduta verticale di consenso e travoltra dagli scandali. Mi era apparsa, da subito, come una vera boccata di ossigeno, l’elezione di un papa latinoamericano e, probabilmente fu, soprattutto, una sorta di ultima chance prima del tracollo finale di una istituzione che rischiava di esplodere, sia sul piano religioso che su quello finanziario.

lunedì 24 novembre 2025

La guerra è persa, gli zombie non lo vogliono capire - Francesco Piccioni

Da: https://contropiano.org - Francesco Piccioni editorialista di Contropiano.

Leggi anche: https://www.facebook.com/francesco.dallaglio 

Il piano c’è, ora vediamo chi lo suona. Come anticipato ieri,  la bozza elaborata dall’mministrazione Trump per chiamare a un “tavolo di pace” Ucraina e Russia è arrivata in mano a Zelenskij e subito dopo a tutto il mondo. 28 punti – come potrete leggerli in fondo a questo articolo – che partono dalla situazione esistente sul terreno e sul piano geopolitico.

Di conseguenza è un piano indigeribile per chi, all’inizio del conflitto, aveva scommesso sulla vittoria di Kiev, il regime change a Mosca e la frammentazione della Russia, che avrebbe spalancato le sue enormi risorse naturali a multinazionali occidentali sempre affamate.

Non c’è alcun dubbio che “il piano” consideri come persa la guerra e quindi risponda alla necessità di impedire ulteriori perdite, sia territoriali che di uomini, mezzi, investimenti, rapporti di forza.

Ma è proprio così che termina ogni guerra. Qualcuno vince, qualcuno perde. La pace non si afferma sventolando formule retoriche angelicate, ma fermando il crepitare delle armi lì dove sono in funzione. C’è sempre un certo spazio per aggiustamenti più o meno consistenti, ma non certo per rovesciamenti radicali della situazione.

mercoledì 21 aprile 2021

SuperLega: o la concentrazione dei capitali nel calcio - Francesco Piccioni

Da: http://contropiano.org - Francesco Piccioni, redattore editoriale di Contropiano.


Bisognerebbe quasi ringraziare chi ha avuto l’idea di promuovere una “Superlega” nel calcio europeo. 

Scherziamo, ovviamente, ma è la verità.

E’ sempre difficile, a volte “noioso”, spiegare in termini semplici, popolari, con esempi immediatamente illuminanti, cosa significa “concentrazione e centralizzazione dei capitali”, quel processo immanente al processo di accumulazione capitalistica, che porta ai monopoli.

Poi ci pensa un Agnelli di seconda fila – quello messo a dirigere la Juventus, non la Fiat ed evoluzioni successive – a mettere sul piatto la prova evidente, il fatto solare, scatenando la reazione dei capitali “minori” (quelli che hanno gestito fin qui il calcio europeo, pur miliardario) e quella molto meno decisiva dei tifosi di qualsiasi squadra.

Anche in questo caso la pandemia ha accelerato una crisi che covava già da anni. Molti club, di qualsiasi livello, erano pieni di debiti. Frequenti i cambi di proprietà, e ad ogni passaggio di consegne si sono fatti avanti o grandi gruppi multinazionali (per i club più titolati) o avventurieri dall’incerta biografia.

Sia i primi che i secondi cercavano e cercano un modo per rompere la tradizione (“a gestire una squadra si diventa famosi, ma ci rimettono soldi”), “valorizzando” progetti edilizi (“un nuovo stadio!”) e/o scambi impropri (deroghe al piano regolatore, costruzione di centri commerciali, “edilizia in compensazione”, ecc).

Ma alla fin fine, in un mondo che va anch’esso mutando le proprie coordinate fondamentali, il vero business sono i diritti televisivi. I miliardi da investire in strutture, allenatori, calciatori, ecc, vengono di lì.

Ma se il cuore dell’industria calcistica – i suoi proventi principali, per dimensione e certezza (si firmano contratti ad inizio stagione) – è la televisione, si vengono a rompere tutti i legami atavici, territoriali, culturali, economici, sociali, persino politici (do you remember Berlusconi? da presidente del Milan a “nuovo leader della soscietà civile”). E anche quel tanto di condivisione della torta tra club di punta e piccole società.

mercoledì 21 gennaio 2026

TECNICA. Il fabbricare si intreccia sempre con rapporti di potere, che spesso consolida e talvolta sovverte - Carlo Galli

Da: Casa della Cultura Via Borgogna 3 Milano - Carlo Galli (Università di Bologna) è un politico, accademico e filosofo politico italiano. 
CONOSCENZA,SAPIENZA,SAGGEZZA: il triangolo che non c'è più - Silvano Tagliagambe
La barbarie dello «specialismo»*- José Ortega y Gasset "Dallo schiavo al robot. Lavoro, macchine, automazione"- Remo Bodei 
Dal postmoderno all’ipermoderno - Roberto Finelli – Francesco Toto 
La realtà da Marx alla Scuola di Francoforte - Roberto Mordacci

Tecnica, intelligenza artificiale, algoritmi, Big Data, cyber-war, fake-news, tecno-oligarchie e altro ancora. Ogni giorno siamo confrontati con la tecnica. Ma cosa si intende con tecnica? Ed è forse ancora più vero oggi il motto - la scienza scopre, l'industria applica, l'uomo si adegua - dell'Esposizione Universale di Chicago del 1933? 
                                                                                                                                                                                                                                                                                                            

martedì 29 settembre 2026

Automazione, lavoro e liberazione: una prospettiva marxista - Gabriele Repaci

Da: https://www.legauche.net - https://pecritique.com - Gabriele Repaci Studioso del mondo islamico e del Vicino Oriente. Laureato in Filosofia presso l'Università degli Studi di Milano, ha intrapreso una carriera che coniuga ricerca accademica e attività giornalistica. - Gabriele Repaci - https://t.me/mediorienteedintorni - Gabriele Repaci

Leggi anche: https://ilmanifesto.it/unaltra-intelligenza-artificiale-e-possibile. 

La teoria del valore nell’epoca dell’intelligenza artificiale - Giulio Chinappi

Il ruolo del progresso tecnologico in un sistema di produzione capitalistico*- Francesco Piccioni


Introduzione

Il lavoro ha da sempre rappresentato uno degli elementi fondamentali nell’organizzazione delle società umane, non solo come mezzo di sussistenza, ma anche come strumento di definizione dell’identità personale e collettiva. Tuttavia, la sua concezione e il suo ruolo hanno subito trasformazioni radicali nel corso della storia. Nelle società antiche, il lavoro era sinonimo di servitù e sottomissione, un’attività riservata agli schiavi e alle classi inferiori, mentre la libertà e la realizzazione personale erano associate all’otium, il tempo libero dedicato alla riflessione, alla creatività e alla partecipazione alla vita pubblica. In Grecia e a Roma, il lavoro manuale era disprezzato e considerato incompatibile con la dignità della cittadinanza.

Con l’avvento del capitalismo manifatturiero e industriale, il lavoro ha subito una rivalutazione profonda, trasformandosi da attività necessaria ma disprezzata in un valore intrinseco, promosso come dovere morale e strumento di realizzazione personale. Questo cambiamento non è avvenuto spontaneamente, ma è stato il risultato di secoli di violenza, coercizione e imposizione culturale. La Riforma protestante ha giocato un ruolo cruciale in questa trasformazione, con figure come Martin Lutero che hanno esaltato il lavoro come vocazione divina e predestinazione dell’uomo nel mondo. Il capitalismo industriale ha ulteriormente rafforzato questa visione, facendo del lavoro non solo un obbligo economico, ma anche un imperativo sociale e culturale.

Oggi ci troviamo di fronte a una nuova rivoluzione: l’avvento dell’automazione e delle tecnologie avanzate promette di ridefinire ancora una volta il rapporto tra l’uomo e il lavoro. L’introduzione di macchine intelligenti e sistemi automatizzati sta riducendo la necessità del lavoro umano nei processi produttivi, sollevando interrogativi profondi sul futuro del lavoro e sul ruolo che esso dovrà assumere nelle nostre vite. Se da un lato l’automazione offre la possibilità di liberare l’umanità dalle fatiche quotidiane, dall’altro rischia di accentuare le disuguaglianze sociali ed economiche, soprattutto in un contesto capitalistico in cui il profitto e l’accumulazione di ricchezza rimangono gli obiettivi principali.

Questo saggio esplora le implicazioni di tale trasformazione, analizzando il lavoro come costrutto storico e morale, e valutando le prospettive offerte dall’automazione, con un focus particolare sulle risposte marxiste e sul concetto di comunismo automatizzato. La teoria marxista, infatti, offre strumenti critici fondamentali per comprendere le dinamiche di sfruttamento e alienazione che caratterizzano il lavoro nel sistema capitalistico e per immaginare alternative possibili basate sulla giustizia sociale e sull’uguaglianza economica.

giovedì 1 ottobre 2026

Sì, un altro mondo era possibile - Lavinia Marchetti

Da: Lavinia Marchetti - https://laviniamarchetti.substack.com - Lavinia Marchetti -  Lavinia Marchetti 

Leggi anche: Il senso della fine - Francesco Piccioni

"Io chiedevo cosa succederebbe se… perché a questa domanda non risponde mai nessuno degli armiamoci e partite." - Lavinia Marchetti

"Perché il mondo aveva bisogno di 24 israeliani per credere a ciò che i palestinesi dicevano per quasi tre anni?" - Abo Nasr 

Il palestinese accettabile: articolo esclusivo per RedH di Jaldia Abubakra (Palestina) 

"Cosa ti ha radicalizzato?" - Caitlin Johnstone 

Ascolta anche: Caffè&Cornetto. La vicenda di Autistici/Inventati con Stefano Lucarelli ed Emanuele Barga https://grad-news.blogspot.com/2026/09/caffe-la-vicenda-di-autisticiinventati.html 


Sulla cima dell’Helseggen, la Nuvolosa, un uomo con i capelli bianchi si è disteso a riposare sull’orlo di un precipizio di roccia nera e lucida, con mezzo corpo proteso nel vuoto, e spiega al viaggiatore che ha accompagnato fin lassù di sembrare vecchio senza esserlo, perché «è bastato meno di un giorno a mutare questi capelli dal nero di giaietto al bianco». Edgar Allan Poe pubblicò la sua discesa nel Maelström nel maggio del 1841, su una rivista di Filadelfia, e la ambientò sulla costa della Norvegia, al sessantottesimo grado di latitudine, dove la marea, quando monta e quando cala, torce il mare fra l’isola di Moskoe e la terraferma in un gorgo che la gente del posto chiama Moskoe-ström. Tre anni prima, racconta il pescatore, lui e i suoi due fratelli rientravano dai banchi con il loro peschereccio quando un uragano li sorprese nell’ora sbagliata della marea. Il più giovane sparì insieme all’albero maestro, al quale si era legato per sentirsi al sicuro, e la corrente trascinò la barca verso l’orlo del gorgo.

Mentre si avvicinavano all’abisso, il fratello maggiore, impazzito di terrore, abbandonò il barile vuoto per l’acqua a cui si teneva a poppa e si avventò sull’anello di ferro dove si reggeva l’altro, cercando di strappargli le mani, perché l’anello era troppo piccolo per offrire a entrambi una presa sicura. L’altro glielo lasciò e andò a poppa, al barile. Poi accadde la cosa più strana del racconto.

«Può sembrare strano, ma ora che ci trovavamo proprio tra le fauci del gorgo mi sentivo più calmo di quando ci stavamo soltanto avvicinando. Avendo deciso di non sperare più, mi liberai di gran parte di quel terrore che all’inizio mi aveva snervato. Credo che fosse la disperazione a tendermi i nervi. [...] Dopo un poco fui preso dalla più acuta curiosità per il vortice stesso. Provavo davvero il desiderio di esplorarne le profondità, pur a costo del sacrificio che stavo per compiere, e il mio dolore più grande era che non avrei mai potuto raccontare ai miei vecchi compagni a terra i misteri che avrei visto».

La barca finì sospesa a metà di un imbuto immenso, dalle pareti lisce come l’ebano, sulle quali la luna piena, affacciata da uno squarcio fra le nubi, riversava una luce dorata fino ai recessi più profondi dell’abisso, e in fondo, sopra la nebbia sollevata dall’urto delle acque, pendeva «un magnifico arcobaleno, simile a quel ponte stretto e vacillante che i musulmani dicono essere l’unico passaggio tra il Tempo e l’Eternità».

Guardando i relitti che roteavano con la barca lungo la parete, il narratore si accorse che, fra due corpi della stessa grandezza, il cilindro veniva inghiottito più adagio, e più tardi, a salvezza avvenuta, un vecchio maestro di scuola del distretto gli avrebbe spiegato perché un cilindro che galleggia in un vortice «oppone maggiore resistenza al risucchio ed è trascinato giù con maggiore difficoltà di un corpo di pari volume e di qualsiasi altra forma». Prima di legarsi al barile cercò di far capire al fratello che cosa intendeva fare, indicandogli con i gesti i barili che galleggiavano accanto a loro, e il fratello «scosse la testa disperatamente e rifiutò di muoversi dal suo posto accanto al golfare». Poi si gettò in mare legato al barile, e dopo un’ora, forse, vide la barca compiere tre o quattro giri frenetici e precipitare nella schiuma portandosi dietro il fratello, una volta per tutte e per sempre.

Da un po’ di tempo penso spesso a quei due fratelli, perché credo incarnino alla perfezione due modi di stare dentro la storia che conosco bene, e che ho visto convivere nella stessa persona, a volte nello stesso giorno.

giovedì 9 novembre 2017

100 anni dopo. Ascesa e crisi del movimento comunista internazionale nel ‘900 - Francesco Piccioni


A 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, ci sembra utile accompagnare il ricordo per la prima e straordinaria vittoria duratura  della Rivoluzione con una riflessione che non si nasconde quel che è accaduto dopo. Ma che, al tempo stesso, non cade nel vecchio vizio di andare a “trovare l’errore decisivo” nel comportamento di Tizio o Caio o addirittura – come fanno i pentiti di ogni epoca – nell’idea stessa di Rivoluzione. Viene tracciata un’ipotesi di ricerca storiografica, certamente complessa ma almeno all’altezza dell’oggetto. 
A voi l’intervento elaborato da Francesco Piccioni per il convegno  ‘Il vecchio muore ma il nuovo non può nascere’, a dicembre 2016. 

                                                                                                 Idee per un programma di ricerca
Se si guarda alla storia del movimento comunista, oggi, l’impressione è spesso quella di trovarsi davanti a un deserto di macerie. In cui vagano alcuni fantasmi che, se si incontrano, si mandano a quel paese…
Dopo un secolo, bisogna però essere ambiziosi o rassegnarsi a scomparire. Sarebbe un peccato, perché solo ora il modo di produzione capitalistico funziona esattamente come lo aveva ricostruito Marx.
Perciò bisogna assumere su di sé, per quanto poco si sia adeguati allo scopo, il compito di fare il punto nella storia del movimento comunista internazionale e determinare le coordinate del possibile sviluppo.
La dico alla Mao Zedong: non si può fare più nemmeno un passo in avanti se tagliamo il piede per farlo entrare nella scarpa. Tradotto: saremo anche un piccolo insieme di sfigati e nostalgici, ma bisogna darsi il compito di pensare in grande. E agire di conseguenza. Naturalmente, pensare in grande è il contrario della supponenza boriosa. Significa misurarsi con compiti giganteschi, senza alcun provincialismo nella testa, sapendo in ogni istante che siamo troppo piccoli per “mettere le mutande al mondo”. Ma fare il contrario, ossia adattare la dimensione dei compiti alla nostra piccolezza non serve a nessuno, neanche a noi.
Per questo, qui, non si propone un lavoro conclusivo, ma un programma di ricerca. Uno sforzo come quello che bisogna fare richiede infatti un intellettuale collettivo – a livello internazionale, va da sé – che punti a superare il punto di crisi del movimento comunista. 

domenica 29 gennaio 2017

Il ruolo del progresso tecnologico in un sistema di produzione capitalistico*- Francesco Piccioni

* Da:  Automazione e disoccupazione tecnologica  http://contropiano.org/   (Relazione di Francesco Piccioni al Forum “il piano inclinato degli imperialismi”, organizzato dalla Rete dei Comunisti a Bologna il 7 marzo 2015)
I primi tre articoli: http://contropiano.org/documenti/2017/01/15/automazione-disoccupazione-tecnologica-divario- 


I cento anni più veloci della Storia

A 100 anni quasi esatti dall’Imperialismo di Lenin un aggiornamento, anche a livello delle categorie, appare necessario, ma decisamente non facile. Lo chiede la realtà che abbiamo di fronte, che riesce sempre più difficile descrivere nei soliti modi. Bisogna ricordare, infatti, che la dialettica materialistica non è per nulla una particolare griglia di lettura da sovrapporre ai dati empirici, ma è interna alla cosa stessa. Va insomma riconosciuta nel suo tratto fondamentale per cogliere ciò che – nella trasformazione continua – resta stabile e ciò che invece svanisce. Vale il paragone con le leggi che regolano la fisiologia umana: sono in linea generale decisamente stabili, ma cambia molto – soprattutto nella pratica quotidiana – se l’organismo si trova più vicino alla nascita oppure alla morte.

Al tempo de L’imperialismo erano passati appena trenta anni dalla morte di Marx, caratterizzati dalla stagnazione e poi dalla crisi della prima globalizzazione, e già Lenin individuava – sulla scia di altri studi contemporanei – una forma capitalistica decisamente “nuova”, tale da cambiare molti parametri decisivi per la lotta di classe e                                                                                                                           soprattutto per la lotta politica rivoluzionaria.

Difficile pensare che i 100 anni più veloci della storia dell’umanità siano trascorsi senza effetti tali da dover essere riconosciuti anche su piano teorico. Eppure i marxismi del ‘900 sono stati particolarmente immobili su questo fronte – sostanzialmente fermi alle dinamiche descritte dal primo libro de Il Capitale e inchiodati alla necessità di giustificare teoricamente le scelte tattiche dei diversi partiti comunisti – lasciando alla fin fine il compito dell’innovazione ad avventurieri del pensiero, eretici di assai diversa onorabilità, pezzenti a caccia di abiti rubati.

Ma da quale punto di osservazione si deve procedere?

domenica 9 ottobre 2022

L’inveterata abitudine delle potenze imperialiste di farsi “garanti” di ciò che sono pronte a distruggere - Hassan Hamadé

Da: https://www.voltairenet.org -Traduzione Rachele Marmetti - Hassan Hamadé Pensatore e polemista libanese, membro del Consiglio Nazionale dell’audiovisivo del Libano. 

Leggi anche: Finalmente un ipocrita riconosce di essere tale - Alessandra Ciattini

Da senatore degli Stati Uniti, Joe Biden tentò d’imporre un piano per dividere l’Iraq in tre Stati. Da vicepresidente sovrintese agli Accordi di Minsk in Ucraina. Da presidente sta portando a termine la distruzione dell’Iraq, diventato ingovernabile, e dell’Ucraina, trasformata in campo di battaglia.

Con il Memorandum di Budapest del 1994, Londra, Washington e Mosca si fecero garanti del futuro dell’Ucraina. Con gli Accordi di Minsk del 2015, Berlino, Parigi e Mosca si fecero garanti della pace civile in Ucraina.
Oggi Kiev accusa Mosca di tradimento, ma i fatti dimostrano il contrario.
Sono stati Regno Unito e Stati Uniti che, riprendendo vecchie abitudini imperialiste, hanno organizzato l’attuale conflitto, allo scopo di far precipitare non solo la Russia, ma anche la Germania, in uno scontro devastante.


Hassan Hamadé ritorna sulle garanzie che le potenze imperialiste offrirono a Paesi come Libano, Iraq e Cipro, con il pretesto di preservarne gli interessi, in realtà per distruggerli. 
    «Guai a chi si crede ricco contando sulle promesse di persone che considera amiche».

Questo proverbio arabo millenario calza a pennello all’odierna situazione dell’Ucraina e alla precedente di Grecia e Cipro. 
Destinato dagli Stati Uniti già nel 2014 a provocare la Russia fino a trascinarla in una guerra d’usura, il governo Zelensky, guidato dai “neonazisti”, si è impegnato ad eseguire alla lettera la missione, senza riflettere seriamente nemmeno sulle conseguenze che questa rischiosa impresa avrà sull’Ucraina e sulla propria sopravvivenza. 

venerdì 14 ottobre 2016

OTTAVA BOLGIA INFERNALE*- Gianfranco Pala

 Ottavo cerchio dell’inferno dantesco in fondo a destra, questo è il cammino, e poi dritto fino al mattino. Poi la strada non la trovi da te, sprofonda all’inferno, che però non c’è.

Solo un <buzzurro> {*} come Salvini che nella sua ignoranza non sa nemmeno l’italiano, giacché “traditore” è chi consegna libri e pensieri ai loro avversarî e il fellone che ha commesso tradimento nei confronti della patria; della causa,o dei compari di una lotta merita una dura punizione, fino alla morte, o per dirla con la severità di Dante “se le mie parole esser dien seme, che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo”. Ma i libri o i pensieri di Carlo Azeglio Ciampi per chi e di chi erano? Certamente non per proletari e comunisti, ma per banchieri e capitalisti internazionali, cui semmai gli italiani si fossero omologati. E parimenti ciò è vero altresì per il silente <convitato-di-pietra> Giorgio Napolitano, che qui non dovrebbe entrare direttamente in gioco (ma che, come si dirà, <tomo tomo, cacchio cacchio> si è dedicato e plasmato sugli stessi padroni e opposto ai medesimi nemici). Quindi è palese l’ipocrisia del legaiolo – con il suo <cesso di anima>, per dirla come il diavolo di Altàn – di manifestare “preghiera e cordoglio” per la non prematura morte di Ciampi; lo storico e politico analfabetismo del disumano guitto <ruspista> lombardo ne delinea le magnifiche sorti, e regressive. Ossia definire Ciampi “uno dei traditori dell’Italia e degli italiani, come Napolitano, Prodi e Monti” non sono “parole choc, a caldo”, di Matteo Salvini sulla morte del presidente emerito della repubblica, il quale a dire del legaiolo “si porta sulla coscienza il disastro di 50 milioni di italiani, e come per Napolitano è uno da processare come traditore”. E neppure sono “parole miserevoli” come esclamano le anime-beninten­zionate del Pd, anche dell’asinistra di coloro-che-lastricano-le-vie-dell’inferno. Poiché costoro fingono di non sapere mentre Salvini – è chiaro – non sa proprio chi siano realmente, da decenni, né Ciampi né Napolitano e via con coloro che sempre <osservano-gli-ordini-supe­riori>. 

{* per spiegare alcuni termini, per chi non lo sapesse, non è male apprendere che buzzurro viene dal tedesco antico Butzen (moderno Putzer), in linguaggio popolare riferito agli immigrati che decisero di fermarsi tra l’Esquilino e la zona ex Macao del rione Castro pretorio, come ancora oggi; allora erano circa il 10% della popolazione romana dell’epoca. Vennero perciò chiamati spazzacamini; caldarrostari, ambulanti castagnari, montanari alpini semianalfabeti che nella stagione autunnale delle castagne scendono in pianura, per venderle fresche o arrostite (per cui preliminarmente pulivano le canne fumarie) e pulitori in genere; in Italia centrale equivale, estensivamente in senso figurato, a termini dialettali quali <ciafrujoni>, confusionari, casinisti, pasticcioni, ingarbugliatori, che confondono le idee; a parti invertite, è il corrispettivo dell’epiteto terroni che i <nordici> affibbiano con violenza verbale analoga all’uso di <buzzurro>, ma provocatore di doppiosenso rivolto ai <sudici> [non si dimentichi che <tombini-di-ghisa> uscendo coperto di merda dalle fogne, nel 2009 a Pontida; cantò stonando "senti che puzza, scappano anche i cani, sono arrivati i napoletani"; e adesso, per catturare un pugno di voti ... <sudici>, dopo la felpa per <lampedusa> si è fatto sùbito stampare un’altra felpa con su scritto <amatrice>!!], La parola <terroni> (e varianti dialettali) proviene dallo spagnolo terrones (zolle di terra, zappate dai <contadini>), che in un più remoto passato in Toscana non era riferita ai <lavoratori agricoli> servi della gleba, ma invece riguardava originariamente una disputa tutta interna alla classe padronale tra i <proprietari terrieri>, <latifondisti>, che con la terra avevano solo un <rapporto di proprietà> non avendola mai lavorata, zappata, e i <bottegai> che si ritevano dominati e vessati da quegli altri, proprietari privati della natura}.