Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query Gabriele Repaci. Ordina per data Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query Gabriele Repaci. Ordina per data Mostra tutti i post

venerdì 24 gennaio 2025

Il futuro di Gaza compromesso da una devastazione senza precedenti - Gabriele Repaci

Da: https://www.laluce.news - Gabriele Repaci Studioso del mondo islamico e del Vicino Oriente. Laureato in Filosofia presso l'Università degli Studi di Milano, ha intrapreso una carriera che coniuga ricerca accademica e attività giornalistica. 


I quindici mesi di assedio e bombardamenti su Gaza, iniziati il 7 ottobre 2023, hanno trasformato l’area in un luogo inabitabile, lasciando la popolazione sopravvissuta a fronteggiare un futuro drammatico. L’inabitabilità non riguarda soltanto la distruzione fisica delle infrastrutture, ma anche una devastazione sociale, politica ed economica senza precedenti. I sopravvissuti sono costretti ad affrontare il trauma collettivo, la pulizia delle macerie e la ricostruzione di un tessuto sociale ormai lacerato. 

Un Ritorno all’Età della Pietra 

Le operazioni israeliane, secondo dichiarazioni di alti ufficiali, mirano a riportare Gaza a un “ritorno all’età della pietra”, un’espressione che sintetizza la portata della distruzione inflitta. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha attuato una strategia di devastazione sistematica, colpendo ogni aspetto della vita civile: scuole, ospedali, abitazioni, moschee e campi profughi palestinesi sono stati ridotti in macerie. Le condizioni di vita sono talmente insostenibili da spingere parte della popolazione a lasciare Gaza, mentre chi rimane è intrappolato in uno spazio inquinato e devastato, lottando per accedere ai beni essenziali. 

venerdì 19 giugno 2026

Oltre il giudizio morale: una rilettura strutturale del “Grande balzo in avanti” - Gabriele Repaci

Da: https://www.marxismo-oggi.it - Gabriele Repaci Studioso del mondo islamico e del Vicino Oriente. Laureato in Filosofia presso l'Università degli Studi di Milano, ha intrapreso una carriera che coniuga ricerca accademica e attività giornalistica. - Gabriele Repaci - https://t.me/mediorienteedintorni -
Leggi anche: Il futuro di Gaza compromesso da una devastazione senza precedenti - Gabriele Repaci 


Introduzione

Il Grande Balzo in avanti (1958–1961) occupa un posto centrale nella storiografia sulla Cina contemporanea ed è generalmente ricordato come uno dei più gravi disastri umani del XX secolo. La maggior parte degli studi, soprattutto in ambito occidentale, ne sottolinea il carattere catastrofico, mettendo in evidenza la carestia di massa, il crollo della produzione agricola e le decine di milioni di vittime. In questa prospettiva, il Grande Balzo viene spesso interpretato come il risultato di una combinazione di utopismo ideologico, incompetenza amministrativa e autoritarismo politico, fino a essere descritto, in alcune ricostruzioni divulgative, come un episodio di violenza storicamente “inutile”.

Senza negare in alcun modo la dimensione tragica dell’evento né il suo costo umano, questo saggio propone una rilettura revisionista del Grande Balzo in avanti, fondata su un’analisi dei vincoli materiali, demografici e geopolitici entro cui la dirigenza cinese si trovò ad agire alla fine degli anni Cinquanta. L’obiettivo non è quello di assolvere le responsabilità politiche del gruppo dirigente, né di relativizzare la sofferenza delle vittime, ma di interrogarsi sulla razionalità storica interna del progetto e sul margine effettivo di alternative strutturalmente praticabili.

Il presupposto di questa analisi è che la valutazione storica di eventi di portata sistemica non possa limitarsi a un giudizio retrospettivo fondato esclusivamente sull’esito catastrofico, ma debba considerare anche la posta in gioco percepita dagli attori storici e il campo delle possibilità concretamente disponibile in un dato contesto. Nel caso della Cina della fine degli anni Cinquanta, tale contesto era caratterizzato da una combinazione di arretratezza economica estrema, pressione demografica, isolamento internazionale, scarsità di capitale e tecnologia, nonché da una memoria storica ancora viva di invasioni, guerre civili e dipendenza esterna.

In questa cornice, il Grande Balzo può essere interpretato non semplicemente come un esperimento economico fallito, ma come una forma di “guerra economica” condotta dallo Stato contro il sottosviluppo, concepita come minaccia esistenziale alla sopravvivenza e all’autonomia del paese. Mao Zedong e i vertici del Partito comunista cinese operarono all’interno di una logica statuale che privilegiava la rapidità della trasformazione strutturale rispetto alla riduzione del rischio a breve termine, accettando consapevolmente un elevato livello di costo umano come prezzo di una possibile accelerazione storica.

lunedì 20 luglio 2026

Nella guerra all’Iran alla fine vince Pechino - Francesco Sylos Labini

Da: https://www.ilfattoquotidiano.it - Gabriele Repaci - https://t.me/mediorienteedintorni - 

Francesco Sylos Labini Fisico, dopo aver lavorato otto anni tra Svizzera e Francia, è ora ricercatore presso il Centro “Enrico Fermi” di Roma e svolge le sue attività presso l’Istituto dei Sistemi Complessi del Cnr.  


Un recente articolo del Bulletin of the Atomic Scientists, attento alle politiche energetiche, arriva a una conclusione sorprendente: il principale beneficiario strategico della guerra in Medio Oriente avviata dall’amministrazione Trump sarebbe la Cina. A prima vista sembra un paradosso. La Cina è infatti il maggiore importatore di petrolio e dovrebbe essere uno dei paesi più vulnerabili all’instabilità della regione. In realtà, Pechino ha assorbito lo shock energetico molto meglio del previsto grazie a una combinazione di riserve strategiche, crescente elettrificazione dell’economia e, soprattutto, a un’espansione senza precedenti delle rinnovabili. 

I numeri sono impressionanti. Nel solo 2025 la Cina ha installato 315 gigawatt di nuova capacità solare, oltre la metà di quella realizzata nel mondo, dopo averne aggiunti altri 277 l’anno precedente. L’obiettivo è che entro il 2030 circa metà dell’energia provenga da fonti non fossili. Sebbene il carbone rappresenti ancora oltre il 50% del mix energetico, la crescita delle rinnovabili è senza paragoni. La guerra in Iran ha avuto anche un altro effetto: ha costretto Washington a concentrare nel Medio Oriente risorse militari, finanziarie e diplomatiche che avrebbero dovuto essere destinate all’Indo-Pacifico, considerato dagli stessi Usa il teatro decisivo della competizione geopolitica del XXI secolo. Nel frattempo, mentre gli Usa sono stati percepiti come protagonisti del conflitto, la Cina ha continuato a presentarsi come sostenitrice della stabilità, del dialogo e della cooperazione economica, rafforzando la propria influenza soprattutto nel Sud globale. 

Ma il vero vantaggio cinese riguarda la transizione energetica. L’incertezza sui mercati petroliferi ha accelerato gli investimenti mondiali in pannelli solari, batterie e veicoli elettrici: proprio i settori nei quali la Cina domina ormai la catena globale del valore. Non sorprende che nel maggio 2026 le esportazioni cinesi di veicoli elettrici siano cresciute di oltre il 110% rispetto all’anno precedente e quelle di pannelli solari di circa il 60%. Paradossalmente, Trump potrebbe aver fatto di più per accelerare la transizione energetica globale di quanto abbiano fatto trenta Conferenze delle Parti (COP): aumentando il valore strategico proprio delle tecnologie in cui la Cina è leader mondiale. 

Gli alleati degli Usa risultano più vulnerabili della stessa Cina: Giappone, Corea del Sud ed Europa dipendono in larga misura dalle importazioni di petrolio che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz. La guerra non ha dunque rafforzato la posizione americana in Asia, ma ha contribuito ad accrescere il peso geopolitico della Cina, rafforzandone al tempo stesso la leadership nelle tecnologie della transizione. 

Questa interpretazione trova una significativa conferma in un documento elaborato dopo un incontro internazionale cui ho partecipato svoltosi il mese scorso presso l’Oxford Martin School, nell’ambito del China Council for International Cooperation on Environment and Development. Il documento sostiene che la trasformazione verde della Cina è ormai irreversibile e destinata a modificare profondamente gli equilibri economici e geopolitici mondiali. 

Se per molti paesi occidentali la transizione energetica è stata concepita principalmente come una politica climatica, per la Cina è diventata molto di più: una strategia industriale, tecnologica e di sicurezza nazionale. È questa la differenza fondamentale. Pechino ha compreso che dominare le tecnologie verdi significa controllare le filiere industriali del futuro, ridurre la dipendenza energetica dall’estero, aumentare il peso geopolitico e rafforzare la propria influenza economica. La leadership nelle batterie, nei pannelli solari, nei veicoli elettrici e nelle reti elettriche non è un semplice successo industriale: è uno strumento di potenza. 

Per questo la transizione verde non può più essere interpretata soltanto come una risposta al cambiamento climatico. È ormai uno dei principali terreni della competizione geopolitica globale. Su questo fronte la Cina parte oggi da una posizione di vantaggio, costruita in oltre vent’anni di politica industriale coerente, massicci investimenti pubblici e sviluppo tecnologico. Se il XX secolo è stato il secolo del petrolio, il XXI potrebbe essere quello del controllo delle tecnologie necessarie a sostituirlo. La Cina sembra aver compreso questa dinamica prima di tutti gli altri. Secondo il rapporto discusso a Oxford, una cooperazione più stretta tra Bruxelles e Pechino potrebbe accelerare la transizione energetica globale, con benefici condivisi. Ma, prima ancora, l’Europa dovrà decidere quale ruolo intende svolgere: protagonista nelle tecnologie del futuro oppure limitandosi ad adottare quelle sviluppate altrove.

lunedì 3 agosto 2026

Stati Uniti: mentre il Democratic Socialists of America (DSA) ottiene vittorie alle primarie, sempre più americani si rivolgono al comunismo.- Andrew Wagner

Da: Gabriele Repaci - https://marxist.com [ Pubblicato originariamente su communistusa.org ] - 

Vedi anche: Torna il socialismo e terrorizza Trump - Rossa perpendicolare - https://www.facebook.com/reel/1012202471432794

“C’è una rinascita della minaccia comunista nel nostro Paese”, ha dichiarato Trump ai piedi del Monte Rushmore nel 250° anniversario della Rivoluzione americana. “Si può essere fedeli a Karl Marx, oppure si può essere fedeli all’America. Si può essere comunisti, oppure si può essere patrioti. Non si possono essere entrambi”.

Deciso a trasformare le elezioni di metà mandato del 2026 in un referendum sul "comunismo", il presidente ha dedicato non meno di un terzo del suo discorso del 4 luglio allo spettro che incombe sul Paese. Subito dopo la sua invettiva, è seguito uno spettacolo pirotecnico di 23 minuti, al quale ha concluso con il suo slogan per eccellenza: "L'America non sarà mai un Paese comunista".

Si tratta di una dichiarazione piuttosto singolare per un presidente che sta conducendo l'imperialismo statunitense verso un'umiliante sconfitta contro l'Iran; che si fa beffe delle centinaia di milioni di americani che stanno cedendo sotto il peso dell'inflazione crescente; che sta aizzando criminali mascherati per uccidere e far sparire persone innocenti nelle strade americane; e che sta insabbiando i documenti relativi al caso Epstein perché il suo nome compare al loro interno 38 volte più frequentemente di quello di Gesù nella Bibbia.

Non c'è da stupirsi che l'indice di gradimento di Trump sia negativo da 16 mesi, attestandosi attualmente al livello più basso della sua carriera politica e destinato a scendere ulteriormente. 

martedì 29 settembre 2026

Automazione, lavoro e liberazione: una prospettiva marxista - Gabriele Repaci

Da: https://www.legauche.net - https://pecritique.com - Gabriele Repaci Studioso del mondo islamico e del Vicino Oriente. Laureato in Filosofia presso l'Università degli Studi di Milano, ha intrapreso una carriera che coniuga ricerca accademica e attività giornalistica. - Gabriele Repaci - https://t.me/mediorienteedintorni - Gabriele Repaci

Leggi anche: https://ilmanifesto.it/unaltra-intelligenza-artificiale-e-possibile. 

Il ruolo del progresso tecnologico in un sistema di produzione capitalistico*- Francesco Piccioni


Introduzione

Il lavoro ha da sempre rappresentato uno degli elementi fondamentali nell’organizzazione delle società umane, non solo come mezzo di sussistenza, ma anche come strumento di definizione dell’identità personale e collettiva. Tuttavia, la sua concezione e il suo ruolo hanno subito trasformazioni radicali nel corso della storia. Nelle società antiche, il lavoro era sinonimo di servitù e sottomissione, un’attività riservata agli schiavi e alle classi inferiori, mentre la libertà e la realizzazione personale erano associate all’otium, il tempo libero dedicato alla riflessione, alla creatività e alla partecipazione alla vita pubblica. In Grecia e a Roma, il lavoro manuale era disprezzato e considerato incompatibile con la dignità della cittadinanza.

Con l’avvento del capitalismo manifatturiero e industriale, il lavoro ha subito una rivalutazione profonda, trasformandosi da attività necessaria ma disprezzata in un valore intrinseco, promosso come dovere morale e strumento di realizzazione personale. Questo cambiamento non è avvenuto spontaneamente, ma è stato il risultato di secoli di violenza, coercizione e imposizione culturale. La Riforma protestante ha giocato un ruolo cruciale in questa trasformazione, con figure come Martin Lutero che hanno esaltato il lavoro come vocazione divina e predestinazione dell’uomo nel mondo. Il capitalismo industriale ha ulteriormente rafforzato questa visione, facendo del lavoro non solo un obbligo economico, ma anche un imperativo sociale e culturale.

Oggi ci troviamo di fronte a una nuova rivoluzione: l’avvento dell’automazione e delle tecnologie avanzate promette di ridefinire ancora una volta il rapporto tra l’uomo e il lavoro. L’introduzione di macchine intelligenti e sistemi automatizzati sta riducendo la necessità del lavoro umano nei processi produttivi, sollevando interrogativi profondi sul futuro del lavoro e sul ruolo che esso dovrà assumere nelle nostre vite. Se da un lato l’automazione offre la possibilità di liberare l’umanità dalle fatiche quotidiane, dall’altro rischia di accentuare le disuguaglianze sociali ed economiche, soprattutto in un contesto capitalistico in cui il profitto e l’accumulazione di ricchezza rimangono gli obiettivi principali.

Questo saggio esplora le implicazioni di tale trasformazione, analizzando il lavoro come costrutto storico e morale, e valutando le prospettive offerte dall’automazione, con un focus particolare sulle risposte marxiste e sul concetto di comunismo automatizzato. La teoria marxista, infatti, offre strumenti critici fondamentali per comprendere le dinamiche di sfruttamento e alienazione che caratterizzano il lavoro nel sistema capitalistico e per immaginare alternative possibili basate sulla giustizia sociale e sull’uguaglianza economica.