lunedì 20 luglio 2026

Nella guerra all’Iran alla fine vince Pechino - Francesco Sylos Labini

Da: https://www.ilfattoquotidiano.it - Gabriele Repaci - https://t.me/mediorienteedintorni - 

Francesco Sylos Labini Fisico, dopo aver lavorato otto anni tra Svizzera e Francia, è ora ricercatore presso il Centro “Enrico Fermi” di Roma e svolge le sue attività presso l’Istituto dei Sistemi Complessi del Cnr.  


Un recente articolo del Bulletin of the Atomic Scientists, attento alle politiche energetiche, arriva a una conclusione sorprendente: il principale beneficiario strategico della guerra in Medio Oriente avviata dall’amministrazione Trump sarebbe la Cina. A prima vista sembra un paradosso. La Cina è infatti il maggiore importatore di petrolio e dovrebbe essere uno dei paesi più vulnerabili all’instabilità della regione. In realtà, Pechino ha assorbito lo shock energetico molto meglio del previsto grazie a una combinazione di riserve strategiche, crescente elettrificazione dell’economia e, soprattutto, a un’espansione senza precedenti delle rinnovabili. 

I numeri sono impressionanti. Nel solo 2025 la Cina ha installato 315 gigawatt di nuova capacità solare, oltre la metà di quella realizzata nel mondo, dopo averne aggiunti altri 277 l’anno precedente. L’obiettivo è che entro il 2030 circa metà dell’energia provenga da fonti non fossili. Sebbene il carbone rappresenti ancora oltre il 50% del mix energetico, la crescita delle rinnovabili è senza paragoni. La guerra in Iran ha avuto anche un altro effetto: ha costretto Washington a concentrare nel Medio Oriente risorse militari, finanziarie e diplomatiche che avrebbero dovuto essere destinate all’Indo-Pacifico, considerato dagli stessi Usa il teatro decisivo della competizione geopolitica del XXI secolo. Nel frattempo, mentre gli Usa sono stati percepiti come protagonisti del conflitto, la Cina ha continuato a presentarsi come sostenitrice della stabilità, del dialogo e della cooperazione economica, rafforzando la propria influenza soprattutto nel Sud globale. 

Ma il vero vantaggio cinese riguarda la transizione energetica. L’incertezza sui mercati petroliferi ha accelerato gli investimenti mondiali in pannelli solari, batterie e veicoli elettrici: proprio i settori nei quali la Cina domina ormai la catena globale del valore. Non sorprende che nel maggio 2026 le esportazioni cinesi di veicoli elettrici siano cresciute di oltre il 110% rispetto all’anno precedente e quelle di pannelli solari di circa il 60%. Paradossalmente, Trump potrebbe aver fatto di più per accelerare la transizione energetica globale di quanto abbiano fatto trenta Conferenze delle Parti (COP): aumentando il valore strategico proprio delle tecnologie in cui la Cina è leader mondiale. 

Gli alleati degli Usa risultano più vulnerabili della stessa Cina: Giappone, Corea del Sud ed Europa dipendono in larga misura dalle importazioni di petrolio che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz. La guerra non ha dunque rafforzato la posizione americana in Asia, ma ha contribuito ad accrescere il peso geopolitico della Cina, rafforzandone al tempo stesso la leadership nelle tecnologie della transizione. 

Questa interpretazione trova una significativa conferma in un documento elaborato dopo un incontro internazionale cui ho partecipato svoltosi il mese scorso presso l’Oxford Martin School, nell’ambito del China Council for International Cooperation on Environment and Development. Il documento sostiene che la trasformazione verde della Cina è ormai irreversibile e destinata a modificare profondamente gli equilibri economici e geopolitici mondiali. 

Se per molti paesi occidentali la transizione energetica è stata concepita principalmente come una politica climatica, per la Cina è diventata molto di più: una strategia industriale, tecnologica e di sicurezza nazionale. È questa la differenza fondamentale. Pechino ha compreso che dominare le tecnologie verdi significa controllare le filiere industriali del futuro, ridurre la dipendenza energetica dall’estero, aumentare il peso geopolitico e rafforzare la propria influenza economica. La leadership nelle batterie, nei pannelli solari, nei veicoli elettrici e nelle reti elettriche non è un semplice successo industriale: è uno strumento di potenza. 

Per questo la transizione verde non può più essere interpretata soltanto come una risposta al cambiamento climatico. È ormai uno dei principali terreni della competizione geopolitica globale. Su questo fronte la Cina parte oggi da una posizione di vantaggio, costruita in oltre vent’anni di politica industriale coerente, massicci investimenti pubblici e sviluppo tecnologico. Se il XX secolo è stato il secolo del petrolio, il XXI potrebbe essere quello del controllo delle tecnologie necessarie a sostituirlo. La Cina sembra aver compreso questa dinamica prima di tutti gli altri. Secondo il rapporto discusso a Oxford, una cooperazione più stretta tra Bruxelles e Pechino potrebbe accelerare la transizione energetica globale, con benefici condivisi. Ma, prima ancora, l’Europa dovrà decidere quale ruolo intende svolgere: protagonista nelle tecnologie del futuro oppure limitandosi ad adottare quelle sviluppate altrove.

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