venerdì 24 luglio 2026

Brescia chiama Ghana… - Emma Red

Da: https://www.labresciadelpopolo.it - https://contropiano.org - Emma Red è redattrice di BRESCIA DEL POPOLO - 


La notizia è di pochi giorni fa. Tredici giovani operatori meccanici provenienti dal Ghana sono destinati alle aziende del gruppo Bonomi, uno dei maggiori gruppi privati della provincia di Brescia e uno dei leader italiani nella produzione di valvole, raccordi, attuatori e componenti per la regolazione dei fluidi destinati all’industria, all’energia, al settore idrotermosanitario, navale e Oil & Gas.

Il cosiddetto “Progetto Ghana”, nato per iniziativa di Confindustria Alto Adriatico e dell’agenzia per il lavoro Umana, arriva così anche nel Bresciano.

I comunicati celebrano una filiera efficiente e moderna: selezione dei candidati in Ghana, formazione tecnica nelle scuole salesiane, corsi di lingua italiana, trasferimento, accompagnamento e inserimento nelle imprese. Il progetto, avviato nel 2024, ha già portato nelle aziende italiane oltre quattrocento lavoratori e viene presentato dai promotori come una risposta concreta alla carenza di competenze tecniche nel manifatturiero.

Tutto molto ordinato. Tutto molto umano. Tutto apparentemente inattaccabile.

Peccato che, dietro la retorica dell’integrazione e della cooperazione internazionale, resti una domanda piuttosto semplice: davvero in Italia non esistono lavoratori disponibili oppure non si trovano più lavoratori disposti ad accettare le condizioni offerte dalle imprese? Sono due cose molto diverse. 

“NON TROVIAMO PERSONALE”: MA A QUALI CONDIZIONI?

Quando un’impresa afferma di non trovare un lavoratore specializzato, bisognerebbe sempre completare la frase.

Non lo trova a quale salario? Con quale contratto? Per quali turni? Con quali prospettive di stabilizzazione? A quale distanza dalla residenza? Con quale livello di inquadramento?

La formula “mancano i lavoratori” trasforma una trattativa economica e sociale in un fenomeno naturale, quasi meteorologico. I saldatori spariscono, gli operatori meccanici evaporano, i manutentori diventano una specie protetta. Le imprese cercano, ma misteriosamente non trovano.

Più spesso, “non troviamo” significa che non si trovano persone qualificate disposte ad accettare quel determinato rapporto tra professionalità richiesta, retribuzione, precarietà, turnazione e qualità della vita.

Gli operai specializzati italiani, proprio perché non sono facilmente sostituibili, possono oggi esercitare un potere contrattuale superiore rispetto al passato. Possono chiedere salari migliori, rifiutare un contratto precario, cambiare azienda o non accettare turni incompatibili con la vita familiare.

Dal punto di vista delle imprese, questo è un problema.

Il “Progetto Ghana” potrebbe rappresentarne la soluzione: non migliorare le condizioni offerte, ma ampliare il bacino dal quale attingere lavoratori qualificati. Non è beneficenza. È politica del lavoro di un certo tipo, che piace molto al padronato italiano. 

DODICI MESI DI SOMMINISTRAZIONE

Un particolare dovrebbe indurre alla riflessione.

Il progetto originario prevede che i lavoratori siano inseriti inizialmente attraverso contratti di somministrazione della durata di dodici mesi. Le imprese devono inoltre impegnarsi a reperire gli alloggi.

Sono contratti regolari, naturalmente. Ma “regolare” non significa necessariamente stabile, equilibrato o privo di ricatti.

Il lavoratore non viene assunto direttamente dall’azienda nella quale presta la propria attività: formalmente dipende dall’agenzia di somministrazione ed è inviato presso l’impresa utilizzatrice. Per un giovane appena arrivato dal Ghana, con una conoscenza ancora limitata della lingua, senza una rete familiare e sociale autonoma e con l’abitazione collegata al progetto, la possibilità di contrattare le proprie condizioni è inevitabilmente ridotta.

Può teoricamente cambiare lavoro? Certamente.

Ma quanto è libera una scelta quando lavoro, reddito, permesso di soggiorno, casa e permanenza in Italia dipendono, almeno nella fase iniziale, dallo stesso percorso?

È questa la flessibilità che interessa alle imprese: non necessariamente l’irregolarità, ma una forza lavoro regolare e nello stesso tempo più debole, più dipendente e meno capace di opporre un rifiuto.

Non si tratta ovviamente accusare i lavoratori ghanesi. Al contrario, essi hanno tutto il diritto di cercare in Italia un futuro migliore e di ricevere gli stessi salari, le stesse tutele e la stessa libertà sindacale di qualsiasi altro lavoratore. Il problema riguarda chi organizza il mercato del lavoro e con quali obiettivi. 

LA SANTA ALLEANZA: CONFINDUSTRIA, AGENZIA PER IL LAVORO E MONDO CATTOLICO

C’è poi un aspetto del “Progetto Ghana” che merita una riflessione e che finora è rimasto quasi completamente fuori dal dibattito pubblico. L’iniziativa non nasce soltanto dall’incontro tra Confindustria e l’agenzia per il lavoro Umana, ma coinvolge anche il mondo della cooperazione cattolica attraverso le Scuole Salesiane del Ghana e il VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo), organizzazione di ispirazione salesiana che opera da decenni nei Paesi del Sud del mondo.

Naturalmente non c’è nulla di illegittimo in questa collaborazione. Anzi, la formazione professionale e la promozione umana fanno parte della tradizione educativa dei Salesiani. Tuttavia è lecito chiedersi quale sia oggi il confine tra cooperazione allo sviluppo e risposta ai fabbisogni produttivi delle imprese italiane.

La cooperazione internazionale nasce per favorire la crescita economica e sociale dei Paesi più poveri. Se invece diventa, anche solo in parte, uno strumento per selezionare e preparare lavoratori destinati alle industrie europee, il dibattito cambia inevitabilmente prospettiva. Non si tratta più soltanto di solidarietà, ma anche di politica industriale e gestione dei flussi di manodopera.

Sono domande che meritano risposte chiare. Chi finanzia i percorsi di formazione? Quanti dei giovani formati restano a lavorare in Ghana e quanti vengono invece inseriti nelle aziende italiane? Qual è l’equilibrio tra l’obiettivo di sostenere lo sviluppo del Paese africano e quello di soddisfare il fabbisogno di personale delle imprese italiane?

Anche su questo punto servirebbe una maggiore trasparenza. Perché quando industria, cooperazione internazionale e organizzazioni religiose convergono nello stesso progetto, è interesse di tutti comprendere con precisione quali siano i ruoli, gli obiettivi e i benefici per ciascun soggetto coinvolto. 

PERCHÉ NON ESISTE UN “PROGETTO BRESCIA” 

Confindustria, quando vuole, dimostra capacità organizzative notevoli.

Va in Ghana, individua le scuole, seleziona i candidati, finanzia o coordina la formazione tecnica, organizza i corsi d’italiano, affronta le pratiche amministrative, trova gli alloggi e accompagna i lavoratori fino ai cancelli delle fabbriche.

A questo punto la domanda diventa inevitabile: perché una filiera altrettanto strutturata non viene realizzata per i giovani bresciani?

Non parliamo soltanto degli studenti migliori degli istituti tecnici. Parliamo dei ragazzi che hanno abbandonato la scuola, dei giovani disoccupati, dei precari, degli immigrati già residenti nel territorio, dei lavoratori espulsi da altri settori e di chi sarebbe disponibile a riqualificarsi in presenza di una prospettiva seria.

A Brescia esistono istituti professionali, centri di formazione, ITS, apprendistato e progetti di collegamento tra scuola e impresa. Ma spesso il giovane deve orientarsi in un sistema frammentato, sostenere da solo i costi della mobilità e accettare periodi di stage, apprendistato o somministrazione senza una garanzia precisa sul futuro.

Per i lavoratori reclutati all’estero, invece, viene costruito un percorso completo perché le aziende hanno già deciso che quelle competenze servono.

Non sarebbe possibile fare altrettanto qui?

Oppure il problema è che i giovani italiani, avendo alle spalle una famiglia, una maggiore conoscenza del mercato e qualche possibilità alternativa, sono meno disposti ad accettare certe condizioni di sfruttamento?

Molti ventenni non rifiutano il lavoro in quanto tale. Rifiutano un lavoro che non consente autonomia, che richiede professionalità senza pagarla adeguatamente e che pretende disponibilità assoluta offrendo in cambio precarietà. E hanno ragione. 

L’ALLOGGIO COME WELFARE O COME DIPENDENZA?

I promotori parlano di accoglienza e di soluzioni abitative. Anche questo aspetto può essere positivo: chi arriva da un altro continente ha evidentemente bisogno di una sistemazione.

Ma occorre conoscere i particolari.

L’alloggio è gratuito? Per quanto tempo? Il costo viene trattenuto dalla retribuzione? Si tratta di appartamenti autonomi o di sistemazioni condivise? Che cosa accade alla casa se termina il contratto o se il lavoratore vuole cambiare azienda?

Il “social housing” può essere una forma di sostegno. Può però diventare anche un ulteriore elemento di dipendenza, soprattutto quando il datore o il sistema che controlla l’occupazione controlla indirettamente anche l’abitazione.

Un lavoratore italiano adulto difficilmente accetterebbe di trasferirsi per vivere a lungo in una casa condivisa con colleghi, specialmente a fronte di un normale salario operaio. Il lavoratore appena arrivato dall’Africa può invece considerarlo un passaggio inevitabile, perché non dispone di alternative.

È proprio questa differenza di potere contrattuale a rendere il progetto conveniente. 

E I SINDACATI DOVE SONO 

I padroni (come si chiamavano una volta) fanno il proprio mestiere. Difendono i loro profitti, cercano di ridurre i costi, aumentano la disponibilità di manodopera e provano a contenere il potere contrattuale dei dipendenti.

Il vero interrogativo riguarda chi dovrebbe rappresentare i lavoratori.

Dove sono CGIL, CISL e UIL?

Hanno sottoscritto protocolli sul “Progetto Ghana”? Conoscono i livelli di inquadramento? Hanno verificato le retribuzioni effettive? Incontrano i lavoratori al loro arrivo? Spiegano loro i diritti sindacali? Controllano gli alloggi? Chiedono quante assunzioni vengano trasformate, dopo i dodici mesi, in rapporti stabili?

Finora, almeno nella comunicazione pubblica del progetto, il loro ruolo appare marginale o indistinto.

Eppure il tema dovrebbe essere centrale per qualsiasi sindacato: evitare che l’immigrazione venga usata per mettere lavoratori stranieri e italiani gli uni contro gli altri e per comprimere le condizioni di tutti.

Non basta proclamare solidarietà ai migranti. La solidarietà reale consiste nel pretendere stesso contratto, stesso salario, stesso inquadramento, piena libertà sindacale e concreta possibilità di cambiare datore di lavoro.

Se le organizzazioni confederali accettano il progetto senza imporre trasparenza e garanzie verificabili, non stanno tutelando i lavoratori ghanesi. Stanno semplicemente accompagnando le scelte di Confindustria.

Non a caso, laddove qualcuno ha provato davvero a organizzare anche i lavoratori extracomunitari contro lo sfruttamento, sono stati soprattutto i sindacati di base, spesso nell’indifferenza o nell’isolamento rispetto alle grandi organizzazioni confederali. 

IL PARADOSSO ITALIANO

Il quadro diventa ancora più significativo se osserviamo ciò che accade nello stesso territorio in cui il progetto è nato.

In Friuli-Venezia Giulia una quota consistente dei laureandi dichiara di pensare a un futuro professionale all’estero, mentre le imprese reclutano tecnici provenienti dal Ghana. In altre parole, esportiamo giovani formati e importiamo altri giovani formati.

Non siamo insomma davanti soltanto a un problema demografico.

Siamo davanti a un sistema che non vuole trattenere i propri giovani alle condizioni che essi ritengono dignitose e cerca altrove persone con un potere contrattuale minore.

Il calo delle nascite è reale. La riduzione della popolazione in età lavorativa è reale. La necessità di immigrazione è reale.

Ma proprio perché questi fenomeni sono reali, non devono diventare un alibi per evitare il problema dei salari e delle condizioni di lavoro. 

COOPERAZIONE INTERNAZIONALE? 

Il progetto viene presentato anche come una forma di cooperazione.

Ma la cooperazione dovrebbe produrre sviluppo reciproco, non limitarsi a prelevare persone qualificate dai Paesi più poveri per inserirle nelle catene produttive dei Paesi più ricchi.

Se il Ghana forma tecnici che vengono poi trasferiti in Italia, quale beneficio strutturale rimane al Ghana? Vengono finanziate scuole aperte anche a chi non emigrerà? Si creano attività produttive nel Paese? Esistono programmi di ritorno volontario con capitale e competenze? Oppure l’unico risultato è che l’Italia riceve manodopera già selezionata e il Ghana perde giovani professionalizzati?

Anche su questo servirebbero meno cerimonie e più dati. 

BRESCIA CHIAMA GHANA PER FARE COSA?

La questione non è chiudere le frontiere né contrapporre i lavoratori italiani a quelli africani.

Il razzismo è precisamente il regalo più utile che si possa fare alle imprese: sposta la rabbia verso chi arriva e nasconde le responsabilità di chi stabilisce salari, contratti e condizioni.

Il conflitto vero non passa tra il giovane bresciano e il giovane ghanese.

Passa tra chi vende il proprio lavoro e chi vuole acquistarlo al prezzo più basso e alle condizioni più favorevoli.

Per questo il “Progetto Ghana” deve essere osservato senza lenti umanitarie e senza ipocrisie. Può offrire un’opportunità reale a centinaia di persone, ma contemporaneamente può servire a costruire una riserva di manodopera qualificata, mobile e maggiormente ricattabile, destinata a ridurre il potere contrattuale dell’intera classe lavoratrice.

Per sciogliere il dubbio basterebbero risposte precise:

quale contratto collettivo viene applicato? A quale livello sono inquadrati i lavoratori? Quanto guadagnano? Chi paga viaggio e alloggio? Quanti vengono assunti direttamente dopo dodici mesi? Possono cambiare impresa senza perdere la casa? Quale controllo esercitano i sindacati? Quali investimenti equivalenti sono destinati ai giovani bresciani?

Finché queste risposte non arriveranno, dietro la formula rassicurante della “migrazione qualificata” resterà un sospetto difficile da cancellare: che la tanto proclamata carenza di manodopera sia anche il nome elegante con cui le imprese definiscono la scarsità di lavoratori disposti a piegarsi alle loro condizioni.

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