sabato 11 luglio 2026

Gli obiettivi del Piano Marshall. Il mito dell’“aiuto” americano. - Alessandra Ciattini

Da.: https://www.centrostudilosurdo.com - Alessandra Ciattini (collettivo di formazione marxista "Stefano Garroni”) ha insegnato Antropologia culturale alla Sapienza. Direttrice e docente dell’Università popolare Antonio Gramsci https://www.unigramsci.it

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 ABSTRACT 

L’articolo prende spunto dalle accurate ricerche storiche e archivistiche di Annie Lacroix Rix, i cui libri non sono mai stati pubblicati in Italia, per riflettere sul Piano Marshall (1948-1952), sulle sue origini e sui suoi obiettivi. Tale riflessione, supportata anche da una rapida revisione storica del periodo di sviluppo dell’imperialismo statunitense, ribalta completamente la visione mistificante dell’aiuto americano, secondo cui esso mirava a sostenere in maniera disinteressata la ricostruzione dell’Europa devastata dalla guerra. Il suo vero obiettivo era costruire un saldo baluardo antisovietico, controllato da numerose basi militari, aprire un nuovo sbocco alla sua produzione industriale e culturale, avviando quel processo di colonizzazione anche ideologico, che ha catturato anche la cosiddetta sinistra. 

 KEYWORDS 

Piano Marshall, Annie Lacroix Rix, colonizzazione ideologica USA, controllo militare USA, CIA, guerra fredda. 


Les origines du Plan Marshall. Le mythe de l’aide américaine (“Le origini del Piano Marschall. Il mito dell’aiuto americano”) è il titolo di un libro della già citata storica francese Annie Lacroix-Riz1, la cui pubblicazione risale al 2023 e che credo come le sue precedenti opere non sarà pubblicato in italiano. La signora Lacroix-Riz appartiene al Polo della Rinascita comunista e molte sue opere, fondate sempre su meticolose ricerche di archivio, hanno suscitato polemiche, tanto da farle meritare – come si è detto – il titolo offensivo di complottista nel clima contemporaneo di forte limitazione della libertà di espressione. Giustamente, l’emerita studiosa ha osservato che uno strumento della censura è rappresentato dalla non pubblicazione di libri che smentiscono la narrazione ufficiale, e che introducono una nuova lettura della nostra storia, distruttiva dei miti tradizionali. Del resto, ciò è confermato dalla scoperta che addirittura la CIA ha sostenuto importanti intellettuali chiaramente antimarxisti, oltre al fatto che il maccartismo è stato una costante del clima culturale e politico degli Usa, oggi addirittura inasprito. 

Dobbiamo ringraziare la rivista «Marxismo Oggi» per aver già pubblicato una recensione del libro intitolata, Americanizzare la Francia. Il Piano Marshall riconsiderato, di Jacques Pauwels2, ripresa da «Counterpounch», nella quale si delinea il quadro in cui si colloca il Piano Marshall, non interpretandolo «come un evento specifico e singolare associato al secondo dopoguerra», secondo la vulgata tradizionale. L’autore lo inserisce piuttosto in una prospettiva di longue durée «come parte di uno sviluppo storico di lungo termine, mirante all’espansione mondiale dell’industria e della finanza americana». In poche parole, nella storia dell’emergere e dell’estendersi dell’imperialismo dello Zio Sam, che sconfigge quello britannico dominante sino agli anni 1880-1890. 

Nella ricostruzione proposta di questi processi, la recensione sottolinea che essi hanno preso le mosse dalla fine del diciannovesimo secolo ed esattamente da quando gli Usa si appropriarono delle isole Hawaii nel 1893 e successivamente di alcune colonie spagnole, tra cui Cuba, senza interpellare gli indipendentisti cubani che avevano combattuto per la libertà del loro paese. In questo modo cominciò a costruirsi e fortificarsi l’imperialismo Usa, divenuto a partire del 1890 il maggiore produttore industriale mondiale, garantendosi la penetrazione in paesi e mercati in tutte le regioni del pianeta. Grazie a queste mosse, grazie al loro enorme mercato interno e grazie allo sviluppo tecnologico del loro apparato industriale, gli Usa si trovarono a competere con le grandi potenze europee, che però avevano il vantaggio di possedere ampi imperi coloniali, da cui fino a un certo momento essi erano stati esclusi. Se nella prima fase dell’industrializzazione gli Usa avevano optato per il protezionismo, dalla fine dell’800 la loro preferenza andò alla politica delle “porte aperte”, annunciata nel 1899 dall’allora segretario di Stato John Hay, che tentava di rompere i legami privilegiati tra le grandi potenze e le loro colonie e costringeva le prime a commerciare non più solo tra loro, ma anche con il colosso al di là dell’Atlantico. Politica contraddetta dalla Dottrina Monroe del 1823 che riservava tutto il continente americano agli Usa, chiudendone le porte di accesso ai non americani, ma si sa tutti i mezzi sono buoni per raggiungere il fine che ci si prefigge, e le contraddizioni le individuano solo i logici di mestiere. 

La recensione su menzionata è dedicata soprattutto al processo mediante il quale, dopo la Seconda guerra mondiale, la Francia venne “americanizzata”, nel senso di subordinata economicamente, politicamente e culturalmente agli Usa (si pensi alla diffusione del cinema di Hollywood che offuscava la bella produzione francese), i quali puntarono strategicamente sulla Germania, che fu praticamente esentata dal pagare le riparazioni all’URSS per la distruzione provocata dall’operazione Barbarossa. Anche per i legami tra i settori industriali e finanziari, in effetti la Germania ha costituito il pilastro dell’egemonia statunitense nel vecchio continente sin dalla fine della Prima guerra mondiale, con la parentesi della non netta opposizione all’hitlerismo. 

Durante la Seconda guerra mondiale e successivamente, gli Stati Uniti consolidarono i fondamenti della loro egemonia nell’Europa occidentale non solo sul piano militare, ma anche su quello economico. Nel marzo del 1941, fu firmato il Lend-Lease Act, con il quale gli Usa poterono sostenere lo sforzo bellico dei paesi alleati, pur restando neutrali fino all’attacco giapponese a Pearl Harbor avvenuto nel dicembre 1941. Con questo accordo Franklin D. Roosevelt fu in grado di inviare armi, alimenti e materiali strategici al Regno Unito (in misura maggiore), all’URSS, alla Francia e alla Cina, per sconfiggere il nazifascismo. Esso si basava sull’idea che beneficiari avrebbero potuto restituire i prestiti una volta terminata la guerra. Di fatto, questo trattato mise il Regno Unito, che già nel 1939 non era in grado di pagare i rifornimenti americani, in gravissime difficoltà. Infatti, per ottenere il prestito i britannici furono costretti a cedere i loro investimenti negli Usa e nel 1945, alla fine della guerra, per poterlo ripagare ottennero un ulteriore prestito dagli stessi debitori, rinunciarono a basi militari e a privilegi coloniali. Solo nel 2006 fu pagata l’ultima rata3. 

Come è noto, successivamente, nel luglio del 1944, furono stipulati gli accordi di Bretton Woods, che stabilirono il predominio mondiale del dollaro statunitense; e infine, per quanto riguarda la Francia, furono siglati gli accordi Blum-Byrnes del maggio 1946, con i quali si liberalizzò l’accesso dei prodotti culturali statunitensi, in particolare dei film, al mercato francese. Ovviamente, anche gli altri paesi furono invasi dalla potente industria culturale del paese alleato, che attraverso anche l’uso spregiudicato dei servizi segreti riuscì a imporre la cosiddetta american way of live

Vorrei anche soffermarmi su un altro aspetto trattato dal libro di Lacroix-Riz, la quale illustra in maniera molto approfondita e analitica come si originò il conflitto russo-americano, che solo limitatamente è legato alla diversità delle organizzazioni politico-economiche, ossia al contrasto tra l’economia pianificata sovietica e il liberalismo economico-politico. 

Come tutti i sistemi industriali nascenti, inizialmente gli Usa si sono difesi con il protezionismo, ma avevano bisogno di controllare le materie prime che, tuttavia a causa del colonialismo, stavano nelle mani delle altre potenze, cui intendevano strapparle, affermando la loro supremazia. Dal 1899 (la citata politica delle “porte aperte”) al 1914 avanzano le loro pretese sulla Cina, che era stata costretta ad aprirsi agli interventi stranieri (le guerre dell’oppio, le concessioni territoriali alle potenze coloniali, le guerre con il Giappone, l’invasione della Manciuria nel 1931)4, mettendo in discussione le zone d’influenza precedentemente stabilite. Questa politica è già evidente nei famosi “democratici” quattordici punti promulgati dal presidente W. Wilson (gennaio 1918), nei quali si esige la libertà di commercio, di navigazione, la soppressione di tutte le barriere coloniali, il rispetto degli interessi dei popoli sottomessi al dominio coloniale, il principio dell’autodeterminazione ecc. Politica che getta le basi di un mercato mondiale, cui dovevano essere distribuite anche le merci americane per ovviare alla sovrapproduzione e consentire all’imperial-capitalismo Usa di investire ovunque. Se si riflette bene, richiamandosi all’autodeterminazione dei popoli, tali principi di universalismo democratico mirano in realtà a smantellare il sistema coloniale per sostituirlo in altre forme con il dominio Usa, manifestatosi poi come neocolonialismo, senza rifuggire dal colonialismo vero e proprio, come è avvenuto e avviene soprattutto in America Latina (Puerto Rico). 

Come si è visto, benché gli Usa fossero diventati una potenza industriale sin dalla fine dell’Ottocento dopo aver sconfitto il Sud schiavista, nel periodo tra le due guerre non controllavano il commercio internazionale, dato che ancora, per il suo esteso impero, la Gran Bretagna ne dominava almeno un terzo e gran parte di esso avveniva, tra le colonie e le potenze imperiali e tra queste ultime. 

Secondo A. Lacroix Riz la classe dirigente statunitense rivolge il suo interesse alla Germania, perché i due imperialismi si assomigliano sia per la grande concentrazione del capitale e sia perché stabiliscono strette relazioni in tutti i settori industriali, continuate anche durante la Seconda guerra mondiale nell’oscuro periodo hitleriano. Ciò spiega anche l’incertezza degli Usa, le cui classi dominanti non erano del tutto convinte a partecipare alla Guerra dei trent’anni europea, schierandosi con una delle parti in lotta, e non solo perché erano in quel momento dotati di scarse forze militari necessarie alla repressione interna e agli interventi in America Latina, ormai loro pertinenza esclusiva. Tuttavia, ben presto con Guglielmo II, re di Prussia e imperatore di Germania, che Friedrich Nietzsche, preferiva a Bismarck, la grande potenza centro-europea, dominante nella Triplice Alleanza in funzione antifrancese (1882) si rafforza notevolmente sul piano economico e quello militare e vuole partecipare alla spartizione imperialistica, suscitando forti preoccupazioni alle mire espansionistiche dell’emergente capitalismo statunitense. Allo stesso tempo Francia e il Regno Unito chiedono e ottengono grandiosi prestiti dalle banche oltre Atlantico, e la paura che questi paesi perdessero la Prima guerra mondiale e non fossero in grado di ripagare i debiti contratti spinge i primi su impulso dei banchieri, tra i quali si distingue J.P Morgan, a scendere in campo. 

Nonostante questi elementi siano stati velati nella vulgata storica, tutta incentrata sul conflitto tra i vari nazionalismi volti a mobilitare le masse in difesa della “patria”, i capitali finanziari britannici e francesi hanno cercato fino all’ultimo di essere accomodanti con il nazismo e di evitare la Seconda guerra mondiale (la politica di appeasement sostenuta da N. Chamberlain), giacché consideravano l’URSS un maggiore pericolo. Come si è già ricordato, nel 1945 Allen Dulles, capo dei Servizi segreti Usa in Svizzera (OSS), intraprese negoziati segreti con il generale delle SS Karl Wolff per stipulare una pace separata, ai danni dell’URSS, con l’esercito nazista presente nell’Italia del Nord e con i repubblichini; negoziati che però fallirono. Queste trattative segrete suscitarono un sentito disappunto in Stalin, poiché si erano svolte senza coinvolgere l’URSS. 

La signora Lacroix Riz ci informa in maniera dettagliata sui due fratelli Dulles, Allen e John Foster, repubblicani, i quali dirigevano un potente studio legale internazionale a New York, Sullivan & Cromwell, fondato nel 1879. Operante fino agli anni ’50, questo studio gestiva importanti operazioni finanziarie, gran parte delle quali riguardavano società tedesche e fornì anche prestiti alla Germania nazista. Alla fine della Prima guerra mondiale i due fratelli fanno parte integrante della delegazione statunitense alla Conferenza di Parigi del 1919, e si oppongono al pagamento delle riparazioni di guerra da parte della Germania, giacché il capitalismo statunitense progettava di fare grossi investimenti in quel paese, come poi avvenne. 

Nello scenario del primo dopoguerra tra il 1919 e 1921 su impulso del presidente W. Wilson si costituisce il Council on Foreign Relations ancora operante e finanziato dalle solite Fondazioni di destra (Ford, Rockfeller, Carnegie), che riunisce accademici, banchieri, diplomatici, esperti in geopolitica e che fornisce analisi e consigli al presidente sulla politica internazionale. Sotto la sua egida si pubblica ancora oggi la rivista «Foreign Affairs», che si basa sui principi guida della politica statunitense. 

Per amore della completezza occorre aggiungere che probabilmente l’idea della costruzione europea non si sviluppò in maniera lineare nelle amministrazioni americane, giacché in precedenza il presidente F.D. Roosevelt aveva sostenuto il piano del sottosegretario al Tesoro Henry Morgenthau Jr. (1944), di origine tedesca, che prevedeva alla fine della Seconda guerra mondiale la divisione della Germania, la sua parziale occupazione, la distruzione del suo apparato industriale, la sua letterale riduzione a “un campo di patate”, per impedirle il riarmo. Ma l’arrivo dell’Armata rossa a Berlino deve aver prodotto un cambio di rotta: gli Usa decisero di fornire aiuti alla popolazione tedesca ridotta alla fame, mentre ancora nel 1947 milioni di soldati tedeschi erano impiegati nei lavori forzati nei paesi vincitori evidentemente in base al principio illegittimo della colpa collettiva. Senza pensare poi ai 12-15 milioni di tedeschi espulsi dall’Europa orientale, cacciati dai territori attribuiti alla Polonia e all’URSS, che attraversarono un’Europa devastata dalla ferocia della guerra per tornare alla terra di origine. 

Ricapitolando gli obiettivi del Piano Marshall (European Recovery Program, 1948-1952, circa 12,7 miliardi di dollari) consistevano nel progetto di compattare una parte dell’Europa per contenere l’influenza sovietica, di acquisire il mercato europeo al capitalismo statunitense, dove furono inviati soprattutto prestiti, investimenti, merci spesso obsolete, macchinari, materie prime in diversa misura ai vari paesi. Sotto la supervisione degli Usa, questi ultimi dovettero costituire un organismo comune che doveva elaborare politiche economiche collettive, superando i programmi nazionali. Benché avessero partecipato ai colloqui, l’Unione Sovietica, con Vjačeslav Michajlovič Molotov, i paesi dell’Est europeo e la Finlandia, cui venne imposta la neutralità, non aderirono a questo organismo, reputandolo solo un’emanazione del dominio amerikano5. 

Il Comitato per l’attuazione del Piano Marshall (Comitato per la cooperazione economica europea, CEEC) fu costituito a Parigi in una conferenza, tenutasi dal luglio al settembre 1947 a Parigi, che rafforzò le relazioni transatlantiche, dando vita a un blocco economico-politico allineato. Da aggiungere che una parte del denaro prestato dagli Usa veniva impiegato per sovvenzione le operazioni coperte della CIA, sostituto dell’OSS, la quale dal 1947 promosse un’amplissima attività culturale allo scopo di avvicinare gli intellettuali europei, attratti dal socialismo sovietico, al fantasioso “sogno amerikano”. Tale attività si concretò nel finanziamento di riviste, mostre, concerti, convegni, il cui obiettivo era glorificare le meraviglie della “democrazia reale”. 

Un’altra conseguenza importante di queste politiche, con cui prende avvio quella che è stata chiamata Guerra fredda, è ben descritta dal dirigente trotskista Ernest Mandel nel suo utilissimo libro Il significato della Seconda guerra mondiale (IPS, Buenos Aires 2015), che ho potuto leggere nella traduzione spagnola. A suo parere l’implementazione del Piano Marshall e dell’Unione europea dei pagamenti (1950) integrarono alcuni paesi europei in un mercato mondiale, in cui il dollaro costituiva il mezzo universale di scambio e di pagamento e in cui il potere politico e militare degli Usa fungeva da arma secolare di questo dominio sacro (p. 175). Sempre secondo Mandel (ed io concordo pienamente), senza soluzione di continuità dal termine della Seconda guerra mondiale avanza la Guerra fredda, formalizzata nel discorso tenuto il 12 marzo del 1946 che il presidente Harry S. Truman pronunciò dinanzi al Congresso in sessione plenaria. In questa allocuzione egli sollecitò lo stanziamento di trecento milioni di dollari per la Grecia, lacerata dalla guerra civile, e cento per la Turchia, che entrò in guerra solo nel 1945 per essere assorbita nella NATO. In quell’occasione Truman dichiarò: «La politica degli Usa deve sostenere un polo libero che resiste al tentativo di sottomissione portato avanti da minoranze armate o appoggiato da pressioni esterne» (Mandel 2015: 172). Successivamente il generale George Catlett Marshall, divenuto segretario di Stato, per dar maggior vigore alle parole di Truman, dichiarava che occorreva sostenere il Vecchio Mondo, per evitare che collassasse il fondamento stesso della civiltà occidentale. Questo discorso fu pronunciato nel giugno del 1947 nell’università di Harvard dinanzi a importanti personalità e agli studenti in attesa di ricevere la laurea. 

Si stava delineando una lettura della storia apocalittica, segnata dallo scontro tra due diverse civiltà, analogo a quello tragico tra Roma e Cartagine, identificata con l’Unione Sovietica, nello scenario di un Europa distrutta, con popolazioni affamate e mancanti di tutto, colpite inoltre dal freddissimo inverno del 1947, che forse ha influito anche sulla definizione “Guerra fredda”. Tutto questo avveniva mentre alcuni privilegiati, militari, scrittori, spie, se la godevano nei lussuosi alberghi delle città europee, come il diplomatico, politico e agente di intelligence statunitense David K. Bruce, insignito di importanti incarichi, il quale insieme a Ernest Hemingway, anche lui ex agente OSS, se la spassava a Parigi nell’Hotel Riz, trangugiando Martini, champagne e whisky. Naturalmente, nel frattempo si occupavano anche di altre questioni, per esempio Hemingway si incontrò con Eric Arthur Blair (George Orwell), con Jean- Paul Sartre e Simone De Beauvoir (23-24). Un anticipo della celebre Classe Epstein? 

Consapevole che il Piano Marshall non aveva scopi altruistici, Stalin istituì il Cominform, i cui membri si riunirono a Belgrado nell’ottobre del 1947 con lo scopo di mobilitare soprattutto gli intellettuali dei vari paesi per opporsi al suprematismo amerikano. 

Significativo a proposito del Piano Marshall è il film satirico del regista spagnolo Luís García Berlanga ¡Bienvenido, Míster Marshall!, girato negli anni ’50, nel quale si narra come un povero villaggio andaluso si organizza per ricevere con tutti gli onori gli inviati americani con gli aiuti promessi, che purtroppo non arriveranno mai. 

NOTE 

1 Vedi anche revue-elements.com/annie-lacroix-riz-pour-en-finir-avec-le-mythe-de-l-aide-americaine/. 

2 Pauwels è anche l’autore dell’importante libro The Myth of the Good War: America in the Second World War, Revised Edition (Toronto: James Lorimer and Company, 2015), in cui esamina in maniera critica il ruolo degli Usa nella Seconda guerra mondiale in contrapposizione alle letture buoniste della tragica vicenda. 

3 Vedi anche german-foreign-policy.com/en/news/detail/9375. 

4 Si tratta del triste periodo che i cinesi definiscono “secolo delle umiliazioni”. 

5 Maldwin A. Jones (Storia degli Stati Uniti d’America, Bompiani, 2001) è uno di quegli storici che attribuisce al piano esiti positivi quali la diffusione dell’economia di mercato, l’efficienza produttiva e lo stabilimento dell’interdipendenza tra i paesi europei volto a impedire l’insorgere di nuovi conflitti. 

BIBLIOGRAFIA 

M.A. JONES, Storia degli Stati Uniti d'America, Bompiani, 2001 

A. LACROIX-RIZ, Les origines du Plan Marshall. Le mythe de l’aide américaine, Colin 2023 

E. MANDEL, Il significato della Seconda guerra mondiale (IPS, Buenos Aires 2015) 

J. PAUWELS, Americanizzare la Francia. Il Piano Marshall riconsiderato in «Marxismo Oggi» (traduzione di Silvio Calzavarini dall’articolo originale inglese in «Counterpunch», 4 marzo 2024 

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