venerdì 14 ottobre 2016

OTTAVA BOLGIA INFERNALE*- Gianfranco Pala

 Ottavo cerchio dell’inferno dantesco in fondo a destra, questo è il cammino, e poi dritto fino al mattino. Poi la strada non la trovi da te, sprofonda all’inferno, che però non c’è.

Solo un <buzzurro> {*} come Salvini che nella sua ignoranza non sa nemmeno l’italiano, giacché “traditore” è chi consegna libri e pensieri ai loro avversarî e il fellone che ha commesso tradimento nei confronti della patria; della causa,o dei compari di una lotta merita una dura punizione, fino alla morte, o per dirla con la severità di Dante “se le mie parole esser dien seme, che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo”. Ma i libri o i pensieri di Carlo Azeglio Ciampi per chi e di chi erano? Certamente non per proletari e comunisti, ma per banchieri e capitalisti internazionali, cui semmai gli italiani si fossero omologati. E parimenti ciò è vero altresì per il silente <convitato-di-pietra> Giorgio Napolitano, che qui non dovrebbe entrare direttamente in gioco (ma che, come si dirà, <tomo tomo, cacchio cacchio> si è dedicato e plasmato sugli stessi padroni e opposto ai medesimi nemici). Quindi è palese l’ipocrisia del legaiolo – con il suo <cesso di anima>, per dirla come il diavolo di Altàn – di manifestare “preghiera e cordoglio” per la non prematura morte di Ciampi; lo storico e politico analfabetismo del disumano guitto <ruspista> lombardo ne delinea le magnifiche sorti, e regressive. Ossia definire Ciampi “uno dei traditori dell’Italia e degli italiani, come Napolitano, Prodi e Monti” non sono “parole choc, a caldo”, di Matteo Salvini sulla morte del presidente emerito della repubblica, il quale a dire del legaiolo “si porta sulla coscienza il disastro di 50 milioni di italiani, e come per Napolitano è uno da processare come traditore”. E neppure sono “parole miserevoli” come esclamano le anime-beninten­zionate del Pd, anche dell’asinistra di coloro-che-lastricano-le-vie-dell’inferno. Poiché costoro fingono di non sapere mentre Salvini – è chiaro – non sa proprio chi siano realmente, da decenni, né Ciampi né Napolitano e via con coloro che sempre <osservano-gli-ordini-supe­riori>. 

{* per spiegare alcuni termini, per chi non lo sapesse, non è male apprendere che buzzurro viene dal tedesco antico Butzen (moderno Putzer), in linguaggio popolare riferito agli immigrati che decisero di fermarsi tra l’Esquilino e la zona ex Macao del rione Castro pretorio, come ancora oggi; allora erano circa il 10% della popolazione romana dell’epoca. Vennero perciò chiamati spazzacamini; caldarrostari, ambulanti castagnari, montanari alpini semianalfabeti che nella stagione autunnale delle castagne scendono in pianura, per venderle fresche o arrostite (per cui preliminarmente pulivano le canne fumarie) e pulitori in genere; in Italia centrale equivale, estensivamente in senso figurato, a termini dialettali quali <ciafrujoni>, confusionari, casinisti, pasticcioni, ingarbugliatori, che confondono le idee; a parti invertite, è il corrispettivo dell’epiteto terroni che i <nordici> affibbiano con violenza verbale analoga all’uso di <buzzurro>, ma provocatore di doppiosenso rivolto ai <sudici> [non si dimentichi che <tombini-di-ghisa> uscendo coperto di merda dalle fogne, nel 2009 a Pontida; cantò stonando "senti che puzza, scappano anche i cani, sono arrivati i napoletani"; e adesso, per catturare un pugno di voti ... <sudici>, dopo la felpa per <lampedusa> si è fatto sùbito stampare un’altra felpa con su scritto <amatrice>!!], La parola <terroni> (e varianti dialettali) proviene dallo spagnolo terrones (zolle di terra, zappate dai <contadini>), che in un più remoto passato in Toscana non era riferita ai <lavoratori agricoli> servi della gleba, ma invece riguardava originariamente una disputa tutta interna alla classe padronale tra i <proprietari terrieri>, <latifondisti>, che con la terra avevano solo un <rapporto di proprietà> non avendola mai lavorata, zappata, e i <bottegai> che si ritevano dominati e vessati da quegli altri, proprietari privati della natura}.

Gli ordini superiori cui attenersi scrupolosamente per eseguirli al meglio non erano quelli di provenienza italiana – a meno che il capitale nazionale rispecchiasse appieno o quasi gli interessi del grande capitale imperialistico transnazionale, eventualmente per i cόmpiti decentrati di subfornitura o di nicchia, anche di lusso, affidati a imprese medio-piccole assolutamente non autonome – ma quelli di comando del grande capitale mondiale. Ciampi [1920-2016] è stato messo lì, come si vedrà tra breve, con il primo-governo-dei-"tecnici" e poi “promosso” a presidente della repubblica; mentre Napolitano [1925-Ω], di cinque anni più <giovane>, anche se i segni scavati dal senilismo sono evidenti, ha sbavato con sussiego perché ha dovuto ricoprire il ruolo di comparsa della finta opposizione, con il cόmpito, senza averne la competenza e l’autorità, di <migliorare> il sistema dalla scranna dello pseudo-comunismo — “Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna, per giudicar di lungi mille miglia, con la veduta corta d’una spanna?” [Dante]. Una particina difficile da recitare che gli è stata comunque lautamente ricompensata con cariche istituzionali: da presidente della camera (subentrato nel 1992 a Oscar Luigi Scalfaro, il democristo baciapile ultrareazionario misogino – colui che schiaffeggiò a Roma in via Veneto una signora da lui ritenuta troppo “scollacciata” – il quale fu nominato lo stesso 1992 (... per meriti clerico-maschilisti) presidente della repubblica, in un’oscena <staffetta>, proprio con Napolitano, in una connivenza ripetuta in altre circostanze). Il sunnominato Napolitano è stato deputato <stabile> per il fu Pci dal 1953 al 1996, anche al parlamento europeo fra il 1989 e il 2004; come cariche politiche, fu <collocato> come ministro dell’Interno nel primo governo Prodi del 1996, quest’ultimo chiamato a presidente del consiglio da Scalfaro [toh! che coincidenza di eventi] dopo l’iniziale parentesi semestrale di Berlusconi [ripresa poi con varie reiterazioni per un complessivo e più che simbolico “ventennio”].

Giorgio Napolitano già nell’ex Pci era “noto per una notevole piattezza di idee, per la scarsa brillantezza, per un ruolo essenzialmente burocratico che gli aveva sempre impedito di diventare un dirigente di massa”; dai suoi compari e confratelli <è stato chiamato "Re Umberto", in virtù di una vaga somiglianza d’aspetto e di portamento con l’ultimo re d’Italia (Umberto ii di Savoia – detto il "re di maggio")> [cfr. enciclopedia Treccani], ma c’è di più ... Lui era solo un giovane seguace napoletano di Giorgio Amendola, un ultrarevisionista e di fatto il <pre-migliorista> ante litteram , sì che nella politica italiana il termine migliorismo fu usato a partire dalla metà degli anni ottanta, anche se Amendola era morto anni prima, nel 1980. Ma costui intuì chiaramente in anticipo quella tendenza politica e ideologica che ha avuto una lunga infame storia all’interno del Pci prima, e poi del Pds [partito democratico della sinistra, meglio dire dell’asinistra] e dei Ds [democratici di sinistra, meglio “sinistri”]. Nell’allora Pci, perfino fra gli amendoliani, c’erano anche molti altri giovani assai più capaci dello <pseudo-savoia>: ma – o forse proprio per questa ragione – Amendola scelse Napolitano come suo successore a capo dei futuri “miglioristi” ormai conclamati: tanto che oggi più di 40 anni dopo la sua morte, si scontano ancora le sciagurate conseguenze di tale indicazione. per definire le posizioni degli pseudo “comunisti” italiani, quelli che si riconoscevano negli orientamenti espressi da Giorgio Napolitano (sulla scia della lezione di Giorgio Amendola), tesi a realizzare miglioramenti concreti e graduali nel quadro, sostanzialmente accettato, del sistema economico capitalistico, superando la tradizione e le aspettative rivoluzionarie attraverso la ricercata collaborazione con le altre forze riformiste della sinistra storica, individuate in primo luogo entro il Partito socialista italiano. Ben presto i miglioristi, nel linguaggio non ufficiale dei militanti comunisti prima e diessini poi, furono individuati come la destra del partito.

Il “migliorismo” è stato chiamato così, giacché suppone la possibilità di un soffice ammiccante <gradualismo> evolutivo sociale, nello stile del pragmatismo usamericano di John Dewey che guarda con rozza empiria ai risultati e non ai criteri seguiti per perseguirli, con il fine di uscire dall’autoisolamento e migliorare il sistema esistente attraverso le sue interne strutture [ovvero, in senso formalmente “strutturalistico”]; senza mettere mai in discussione le basi della <struttura materiale> e dei <rapporti di proprietà> del modo sociale di produzione, accettando quindi tutte le regole poste dal capitalismo. La proposta politica <migliorista> si rifà così alle tendenze revisionistiche di Giorgio Amendola, sull’esempio del padre Giovanni <liberale-interventista-democratico>, contrario parimenti a destra-e-sinistra, che però morì in conseguenza delle ferite riportate per un pestaggio fascista {a buon tardivo insegnamento per la pentastelluta Roberta Lombardi la quale, invece equiparando destra e sinistra fa una vera e propria apologia del fascismo, anche per una crassa e a lei funzionale ignoranza storica, considerando il “primo” fascismo – almeno fino al 1925, quando già le sue squadracce massacravano a morte dal 1923-24 decine di braccianti e di operai comunisti e perfino intellettuali oppositori come Giacomo Matteotti o liberali quali Giovanni Amendola e liberal-liberisti come Piero Gobetti– come se riguardasse “solo la parte folcloristica, razzista e sprangaiola [sic]: che non comprende l’ideologia del fascismo; in fondo, Beppe aveva ragione, non esistono più destra e sinistra e quindi non c’è alcun motivo [!!] per cui tenere fuori i militanti dell’estrema destra, anche i-ragazzi-di-casa-pound”}. Giorgio Amendola, seguendo le orme del padre era più che propenso strettamente portato a un deciso allontanamento dall’ideologia marxista, per abbracciare tattiche e strategie riformiste e liberaldemocratiche; il migliorismo, pre-e-post-giorgioamendoliano è sempre stato avverso, dentro il partito, al centralismo democratico (regola che vieta il formarsi di minoranze interne) — tranne, come oggi nel Pd, quando il centralismo antidemocratico e le repulsioni e gli ostacoli per le minoranze, interne ed esterne, non facciano essenzialmente il gioco della segreteria e del suo governo. 

Proseguendo con le tendenze di destra nel Pci si è arrivati infine ad Achille “Akel” Occhetto e le sue lacrime della <bolognina> per l’abbandono del comunismo – in cui il <migliorismo> nel proprio senso politico-sociale gli ha dato quell’imprinting zoo\etologico per cui “il primo oggetto mobile che è incontrato in un determinato periodo dopo la nascita, fa sviluppare nei confronti di esso un particolare attaccamento” – che se non fosse per una <c> di troppo avrebbe il suo fato segnato nel cognome: <ochetto> = omen nomen.

Ma allora è sbalorditiva la fascinazione determinatasi con la prima elezione di Napolitano a presidente della repubblica – addirittura poi supplicata per una seconda inusitata e inedita volta – proprio perché si era dimenticato che Napolitano veniva da lontano —– <se lo conosci, lo eviti!>. In gioventù (tutti sono stati giovani, ... ma non tutti fascisti) per farsi-le-ossa-politichesi-comechefosse aderì ai <gruppi universitari fascisti>; non occorre dire che da piccista-di-destra era profondamente anti-marxista, la quale scelta lo portò insieme al suo maestro Giorgio Amendola a mettersi al servizio di organizzazioni di Giovanni Agnelli, e delle fondazioni Rockefeller e Ford per arrivare al compimento della “americanizzazione” (il che ha sempre implicato un occhio di riguardo per Israele); di lì si proseguiva con i riferimenti a Henry Kissinger per l’ideolo­gia imperialistica basata sul <nuovo ordine mondiale>: senza entrare qui nel merito delle origini storiche di ciò (dal <Neue Ordnung nazista> alle innumerevoli connessioni da più parti via via indicate e smentite) con iniziative, organizzazioni e società segrete, delle cui voci che le riguardano, appunto essendo segrete (come <trilateral>, <Bildeberg>, ecc. oppure la <massoneria>, terreno ben noto sia a Napolitano sia a Ciampi, con le varie <logge superiori sovranazionali>, "centri di potere che danno a se stesse il diritto-dovere di poter determinare la direzione dell’umanità e la gestazione di un <nuovo ordine mondiale">] non è possibile accertare la veridicità; fino alle grandi istituzioni sovranazionali sulle quali si può dire tutto e il contrario di tutto. Ma ciò che non da àdito a dubbi sono le trame internazionali nelle quali sono comunque coinvolti personaggi come quelli che qui si considerano. 

Dunque, se Napolitano sembra essere fuori della situazione che si sta analizzando del <favoloso-biennio-1992-93>, a ben guardare negli eventi susseguitisi in Italia, per le coperture che lui ha dato ai governi dopo il 2006 (quando subentrò al soggetto di cui qui si tratta specificamente, Ciampi — ma che caso!!) fino al 2015 avendo concluso con le dimissioni dopo 11 anni il suo cόmpito del secondo mezzo mandato: ormai nel 2014 al governo era passato ambiziosamente il <boy scout> Matteo "Fonzie” Rœnzi [soprannome di un certo attorucolo tv, tal Fonzarelli, nella lingua originale usamericana "the Fonz", che tuttavia in italiano però farebbe una rima disdicevole, pur se appropriata al bischero-che-vien-dall’arno ...]. Napolitano, usando poi anche della sua infausta presenza in parlamento come senatore a vita (finché morte non li separi, e il senato è molto vicino alla morte) ha dato il suo apporto determinante per far scrivere le leggi elettorale e costituzionale a Maria Elena Boschi – l’ha detto lei stessa attribuendone al vegliardo tutto il ... <merito> – schierandosi apertamente per il si referendario, mostrando così tutta la sua decennale insofferenza verso le norme costituzionali, nettamente repubblicane e antifasciste.


 Senonché è la morte (16 settembre 2016) di Carlo Azeglio Ciampi che qui si sta ricordando, in particolare quale protagonista del “colpo di stato "tecnico" e pulito” del 1992-93, in cui ebbe come <spalla> Scalfaro. A lui disse semplicemente che <un semplice cittadino senza mandato elettorale> “assumeva l’incarico di presidente del consiglio per“un cόmpito preciso, che si chiamava euro". Disse tempo dopo che “era il sogno della moneta unica, ancora oggi sotto il tiro incrociato”. Succedendo al primo fallimentare governo di Giuliano Amato disse che “era qualcosa di più della semplice unità monetaria, un progetto politico e culturale che vale una vita”. QQuando in una “notte di luglio 1993, al governo c’era Ciampi, con Scalfaro al Quirinale”, le trame ordite miravano “al colpo di stato, perciò, nella fase ancora pre-berlusconia­na, cioè di preparazione al suo avvento”: suo, del kavaliere nero in un “silenzio mostruoso tenuto, allora e per anni, dalle cosiddette "alte cariche dello stato" che sapevano” [cfr. appunto, su la Contraddizione, no.36 (1993), Colpo di stato, tecnico e pulito] *. Ebbene “la trama golpista risale a molti anni prima del 1993”; in particolare, per la medesima fase in questione, con “la nascita di Forza Italia” per la qual cosa “diventa essenziale rifarsi al piano P.2” nella “stretta connessione con gli attentati di quel periodo, con gli accordi tra mafia-servizi segreti e "politica" di cui oggi si riparla apertamente”. Mafia fascismo e strutture armate e paramilitari erano e sono parte integrante di “quella componente dello stato che ha organizzato il colpo”. Le parole testualmente riportate “furono perciò scritte allora, e ora sono solo rivisitate per memoria degli smemorati. Pertanto non si tratta di profezie o congetture arbitrarie e dietrologiche, ma semplicemente di osservazione critica dell’orribile realtà. Già nel maggio 1993 [ivi] non si parlava ancora direttamente di Berlusconi, ma dei suoi pronubi. L’avvento di Ciampi a capo dell’esecutivo completava un disegno delle forze conservatrici, prive come esse erano in sede istituzionale della certezza di operare verso l’obiettivo di un contenimento del processo di coinvolgimento diretto e globale del capitalismo italiano nelle sanzioni incombenti sui dirigenti dei partiti e delle imprese che hanno sistematicamente colluso a danno della democrazia”. Si stava cioè nel fatale biennio 1992-93.

[* I vari riferimenti “storici”sulle trame golpiste ordite intorno a quel mitico biennio 1992-93 che facemmo sulla nostra rivista la Contraddizione, sono tantissimi e portati avanti nel tempo. Gli attentati e le bombe del 1992-1993, le uccisioni di Falcone e Borsellino e pure di vari cittadini, avevano il fine di creare le condizioni per realizzare una trattativa tra stato italiano e mafia, trattativa di cui ancora oggi si parla essendo irrisolta pure giudiziariamente: occorrono altri morti! Qui, in genere, si riferiscono per semplicità soltanto i numeri della rivista in cui articoli connessi sono stati pubblicati; alcuni tra i tanti altri, gli articoli preliminari nel no.28; no.32; no.34; e dopo quello più diretto e specifico sopra citato del no.36; successivamente ancora nel no.38; no.44; ma già dieci anni prima ancora, nel 1982-83, fu steso quello pseudo “accordo” coartato tra padroni governo e sindacati italiani che noi altrove (quando ancora non c’era la nostra rivista, e pertanto abbiamo anche riportato lì la questione, come ora qui mostriamo) chiamammo appunto protocollo del triangolo della morte sociale del 3 luglio, ipocritamente fatto approvare il 23 luglio da una minoranza dell’8%, fatta diventare maggioranza, di lavoratori. Occorre cioè risalire ai succitati e impropriamente detti <protocolli> antisindacali e contrari alla casse dei lavoratori del 1972-73, in quanto fondanti dell’intero processo politico, per i quali si rinvia ai successivi no.131 (esercizi di colpi di stato) e no.136 (spettrografia del 1992-93), entrambi di sintesi pubblicati nel 2010-11. nei quali si trovano anche esplicitamente pure i riferimenti pregressi. Da quasi venti anni e anche prima, noi lo chiamiamo neocorporativismo. Mentre il "prode" Ciampi nel 1997, quando era ministro del Tesoro del governo "Prodi", ricordava quel <mitico favoloso biennio> con soddisfazione – viva e vibrante, forse avrebbe detto poi l’ex piccista Napolitano – con queste parole: “osservo con soddisfazione che si evoca lo <spirito del ‘92-93>: un’iniziativa che condivido in pieno”; e prosegue orgogliosamente Ciampi “colgo forti elementi di continuità. E come allora anche oggi formulo l’auspicio che si torni allo <spirito di quegli anni 1992 e 1993>, spirito di responsabilità e condivisione di grandi obiettivi”]. 

Pensare che Ciampi, quale ministro di quel governo Prodi, si schierò, fuori dalle sue specifiche competenze, contro l’<abolizione del divieto> di ritorno dei maschi Savoia in Italia, abolizione che invece fu sollecitata da Prodi stesso; Ciampi aveva asserito che “i Savoia hanno rovinato l’Italia con atti vili e vergognosi. Sono fuggiti di fronte alle proprie responsabilità e ai propri cόmpiti anteponendo l’interesse della famiglia a quello del paese. La storia non si cancella, gli elementi di giudizio fondanti e decisivi di una storia comune vanno preservati e tramandati correttamente a chi viene dopo. I commilitoni, furono lasciati prima allo sbando e poi abbandonati al loro tragico destino”. Ancora più tardi spiegò che “prima di quel momento, di quella sensazione terribile, ero un buon cittadino, anzi, un buon giovane aspirante a diventare cittadino. Da presidente ho valorizzato la resistenza nella sua accezione più ampia: credevo nell’idea di affiancare la resistenza armata (che è stata scelta molto avanzata e consapevole) alle tante altre forme di resistenza civile. A me sembra che la patria sia rinata, o sia cominciata a rinascere, con l’armistizio e la fine del fascismo”. Giuste osservazioni: ma quella volta Ciampi perse e vinse Prodi; e i Savoia, si sa, rientrarono in Italia con i soldi e tutti i titoli abusivi, mentre le responsabilità di fascismo, guerre e morti erano rimaste tutte. 

Ma ormai la “frittata” golpista era fatta, e politicamente quello è l’addebito più grande – e non si tratta di piccola cosa – che si possa fare a Ciampi. Senonché procedendo in scala discendente si parte invece da quello che di solito è il risulta superiore [acme o climax] per affrontare poi via via anche più piccole questioni secondarie, ma che ammorbano e pesano per tutta la vita sul popolo italiano, indelebili, del genere che Marx avrebbe indicato come manifestazioni della “religione della vita quotidiana”. Dunque con l’ascesa al Quirinale, Ciampi è stato preso da un’ebbra e vuota prosopopea “popolaristica” per la bandiera e l’inno nazionale , verso cui incitare la popolazione per non farla pensare allo sfascio sociale cui era ed è sottoposta. E se lui e i suoi seguaci hanno supposto che quel popolarismo possa implicare l’esaltazione delle tradizioni del popolo cancellate dalla memoria, come unica vera forza innovatrice rispetto all’appiattito <senso comune> senza i suoi limiti, è una vuota illusione. Lo studio serio e la rivalutazione della cultura del popolo, dimenticata o pure sottovalutata, di contro al sapere libresco delle classi dominanti, è ben altra cosa se confrontato invece con il momentaneo slancio iniziale che provoca soltanto il disdicevole prolungamento dei decadenti miti romantici del popolo, con la distruzione delle rappresentanze politiche e ideologiche <tradizionali>, e vanno nel verso di un reazionarismo popolaristico, magari freneticamente attivato con il pretesto delle riforme —— il che, da un lato, lascia intatta, e anzi la consolida, la forma della proprietà privata, dall’altro, però si dissimula sotto il profilo “tecnico” apparendo come più <gradito> al popolo e ai lavoratori [ciò che nell’Italia attuale è ben noto e praticato]. In questo senso la prosopopea tardo-romantica e decadente coglie esattamente l’obiettivo prefisso, giacché per codesta “religione della vita quotidiana” è il cosiddetto centro politico il luogo delle fitte intermediazioni, degli accordi sottobanco e dei <compromessi impossibili> [come li definiva Lenin] con i nemici; ché tali per i proletari sarebbero quelli con una borghesia vecchia e nostalgica, e che soltanto con voli onirici di fantasia essi possono sognare di smuovere il popolo con illusorie sottomissioni popolaristiche —— ciò sarebbe già una negazione politica, una visione di fatto popolar-nazionalistica, un confusionismo, una beffa.


 Le favole edificanti, però, sono tanto amate dal <centro-mal\destro> di Ciampi: basta ricordare quelle sulla bandiera tricolore e sull’inno di Mameli, cantato dagli appecoronati del <gregge belante>: può essere simbolico vedere e ascoltare il portiere della nazionale di calcio Gigi Buffon, sbraitare come un forsennato (senza arrivare al tenorile <do-di-petto>, anzi stonando pure un po’, e facendo semmai suscitare un ... <dò-di-stomaco>) al cospetto del tricolore le parole dell’inno con gli occhi socchiusi e la faccia da invasato: bravissimo a parare l’impossibile, ma è conveniente dirgli di starsene soltanto in porta e smetterla con tutto il resto! E pensare che – se non fosse stato per l’inopportuna, e fuori tempo massimo, infatuazione risorgimentale tardiva del fu Ciampi – si è persa un’ occasione formidabile per lasciar decadere il retorico <inno>, già fallito per una musichetta bandistica e soprattutto per le parole magniloquenti – dato che, parentesi fascista a parte, l’inno di Mameli, vecchio di 169 anni, ossia dal 1847, è <congelato>. Infatti è stato soltanto dal 1946, che infine con la “repubblica” esso è stato assunto come inno nazionale <di fatto>. giacché ... “provvisorio”per 70 anni fino a oggi [l’ultima proposta per compiere la sciagurata scelta, risale all’agosto 2016 presso la commissione affari costituzionali! anche se la legge ordinaria 222 del 23 novembre 2012, ne prescrive l’insegnamen­to nelle scuole insieme agli altri <simboli patri italiani>], a causa di un ripetutamente mancato accordo sulla decisione tra le parti, in una anticlimax sociale e politica postbellica che è via via andata decrescendo su se stessa, deteriorandosi fino all’incancrenimento. E quindi nessuna delibera è stata presa per dichiararlo definitivo onde scriverlo in costituzione. Quale migliore opportunità si poteva presentare per avere un inno per le occasioni ufficiali – ammesso che esse servano – con una buona musica (e sì che in Italia ce n’è, senza resuscitare Verdi o Mascagni o altri autori tardo romantici e nazionalisti semmai adatti a quell’epoca di due scoli fa, e nemmeno prendere a modello, ma che sarebbe tuttavia una scelta culturale, quella di altri stati, scomodando genî poetici o musicali tipo Gœthe, Schiller o Neruda, Beethoven, Haydn o Rossini come estrema salvezza.

Ma invece Goffredo Mameli – chi era costui? Nato a Genova nel 1827, dalla nobile famiglia sarda dei Mannelli, era considerato il giovin signore padrone di casa; essendo un patriota e amando scrivere, anche poesie, chi ebbe la ventura di leggere alcune sue liriche adolescenziali disse anche che era anche sgrammaticato (nessun altro può dire se fosse una valutazione verosimile, oppure un pregiudizio astioso: ma leggendo poi le parole del canto egli italiani parrebbe che tra le due opinioni sia più giusta la prima detta ... tanto per l’incoe­renza politica quanto per la mancanza di finezza e scansione poetica). Come sarebbe accaduto dodici anni dopo al suo riferimento carismatico Giuseppe Garibaldi “Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba. Garibaldi che comanda, che comanda il battaglion!”, anche Mameli <fu ferito a una gamba> (alcuni dicono, per errore da <fuoco-amico>); l’infezione mal curata portò alla necrosi dei tessuti, giunta fino alla cancrena; e alla morte. Morì a soli 21 anni nella difesa del Gianicolo, combattendo contro i francesi dalla parte del papa [lui che si dichiarava per la repubblica romana mazziniana – come si dice: poche idee ma confuse!]. Fu sepolto a Roma al cimitero monumentale del Verano, dove oggi è rimasto solo il suo monumento sepolcrale. Infatti i resti mortali del patriota-nazional-popolare-similnobile-immaginatosi-“giacobino” [ma pensa te?!] – per meriti <antico-romani>, da lui ammirati e a lui riconosciuti ex mortem e maturati nel secolo successivo segnato dal fascismo italiano, <a sua insaputa> ovviamente – furono fatti traslare nel 1941 dal governo fascista al Gianicolo stesso, dove quel governo aveva nel frattempo ricostruito il mausoleo ossario garibaldino, eretto lì nei pressi, inizialmente nel 1879. L’antico-<romanista>-ma-pseudo-“giacobino” Mameli venne ferito appunto durante la <difesa> della seconda repubblica romana del 1849 [paradossalmente in aiuto di Pellegrino Rossi (sic! demolito pure scientificamente per le sue <cappellate> economiche dalle critiche di Marx), che da ex ambasciatore francese a Roma presso il Vaticano, rimase a Roma e da clericale reazionario qual era divenne primo ministro proprio di papa Pio ix, in coincidenza della proclamazione della repubblica romana (!). {Per inciso: Marx notò – dopo il 1848 in concomitanza con le lotte di classe in Francia e con il 18 brumaio di Luigi Bonaparte – che Mazzini faceva parte di quelle conventicole settarie dei democratici piccolo-borghesi incapaci di tener conto della situazione politica reale dei loro paesi, che, nel febbraio del 1851, avevano costituito a Londra una specie di governo\ombra centrale della democrazia europea, con lo scopo di dirigere le lotte dei partiti democratici nei vari paesi. Perciò aggiunse più tardi – in un’intervista del 1971, relativa alla guerra civile in Francia per la Comune di Parigi – che Mazzini non faceva parte dell’associazione internazionale dei lavoratori [Ail]. I risultati non sarebbero andati così <se le nostre idee non fossero state un po’ meglio delle sue. Lui non rappresenta altro che la vecchia idea della repubblica borghese, mentre noi non vogliamo aver niente a che fare con la borghesia>; è più arretrato, rispetto al movimento moderno, dei <professori tedeschi considerati in Europa gli "apostoli della democrazia sviluppata" del futuro> —— ma Marx era Marx, in lotta con la borghesia; ma ciò vuol dire che già in quei remoti tempi c’era chi respingeva il girare retrogrado della ruota della storia; analogamente, ma con le distinzioni del caso, valutava con la fredda calcolata precisione le contraddizioni di Garibaldi; e si rammenti che anche in tempi recenti [si veda appresso il dito nell’occhio] c’era ancora chi controcorrente si azzardava a "parlar male di Garibaldi" effettivamente, quando era già diventato a uso del cosiddetto "popolino" un <modo-di-dire-comune>, figurato, quasi un proverbio}. In effetti anche nella <guerra romana> dell’epoca il cambiare alleanze e schieramenti era una pratica molto seguita, tra esercito austriaco, truppe francesi e milizie papaline, tutti opportunisticamente. Soprattutto reputando i mazziniani più pericolosi del papa!, i francesi erano passati al soccorso di costui, che nel frattempo era scappato da Roma. {Sic!sic! al proposito sono famose le bestemmie che il popolo toscano aveva articolato attorno al nomignolo “pionono” – cfr. la Contraddizione, no.77 – ma che in termini politici seri dicevano che l’attacco del papa Pio ix, reazionario più di tutti, specificamente contro i ribelli repubblicani, spaziava dall’unità nazionale italiana a tutti i principi che essa comportava, come pretesa di uguaglianza, libertà di pensiero, ecc. insomma alla cultura moderna dei <cittadini>! (chissà che cosa Mameli avesse capito del giacobinismo dei citoyens borghesi rivoluzionari francesi!). Pionono pertanto si opponeva pure alla laicità dello stato a fronte di tutte le religioni, in uno scontro all’ultimo-sangue-benedetto in una concezione del mondo ultra conservatrice contro la modernità da demolire: indovinare chi ha vinto e chi sta ancora vincendo da duemila anni!}. Nel marzo 1848 Mameli organizzò una spedizione di trecento volontari per andare in <aiuto a Nino Bixio> [¡!!¡ – ma che aveva capito di Bixio, Mazzini e via garibaldeggiando?] durante i moti di Milano. Forse non poteva sapere – ma neppure intuì né fece un timido pensierino con che razza di individuo avesse già a che fare – se appena una dozzina di anni dopo il “conquistatore”, genovese pure lui, Nino Bixio si meritò il soprannome di “macellaio di Bronte” per aver guidato la strage dei contadini siciliani del luogo, soffocando nel sangue la loro rivolta contro i potenti della cosca siciliana di allora i quali non mantennero la finta promessa di dare le terre ai contadini

[La storia si è ripetuta, esattamente un secolo dopo l’<eroico> Mameli (1847\1947), con la strage di Portella della ginestra, per la rammentata collusione mafia-democraziacristiana-(da essa indicata in Mario Scelba e Bernardo Mattarella, ma poi non indagati)-fascisti-(Junio Valerio Borghese)-separatisti-anticomunisti-carabinieri, il tutto guidato dalla regìa usamericana]; quella cosca bixiana era asservita ai sabaudi tramite Garibaldi: di cui appunto Bixio fu il boia-gestore. Costui scrisse alla moglie: che paesi! si potrebbero chiamare dei veri porcili! questo insomma è un paese che bisognerebbe distruggere o almeno spopolare e mandare tutti in Africa a farli civili”. E Mameli, in virtù dell’impresa milanese pro Bixio, coronata da successo, venne arruolato nell’esercito del suo idolo Giuseppe Garibaldi con il grado di capitano. In questo periodo compose un <secondo canto patriottico>, intitolato l’Inno militare che fu musicato da Giuseppe Verdi, ma rimase sulla carta pentagrammata. Tornato a Genova si dedicò alla composizione musicale senza dimenticare le sue idee irredentiste nei confronti dell’Austria. Ma Verdi – come si può anche desumere dal suo nome scritto dai patrioti italiani per poterlo inneggiare a teatro come W V.E.R.D.I. = cioè da intendere come <viva Vittorio Emanuele Re D’Italia> – era tutto concentrato nazionalisticamente sulla cacciata degli austriaci: e ben lontano dalle idee giacobine della rivoluzione francese; con buona pace per l’amico Mameli che, adattando la strofa di un canto politico – Era sui quarant’anni – che Paolo Pietrangteli scrisse pensando alle persone comuni che senza rifletterci su lottarono a costo di essere uccisi può canticchiare così: <era sui vent’anni e non se n’era accorto; non ebbe il tempo di fiatar che si ritrovò morto> .— ucciso nella guerra contro i soldati francesi, lui che supponeva di essere un seguace della rivoluzione francese e dei giacobini, mentre l’esercito francese combatteva contro il papa più reazionario e <nero>, Pionono, che si potesse immaginare. Ma Mameli <non se n’era accorto>, perché lui eroe sostenitore della seconda repubblica romana antipapalina, venne a difendere proprio ... il papa!

Così dopo queste inenarrabili capriole per i capovolgimenti delle alleanze politiche si può giungere a “Fratelli d’Italia”, Inno di Mameli o Il canto degli italiani che fu l’ahinoi noto canto risorgimentale scritto da Goffredo Mameli nel 1847; che incredibilmente sùbito fu detto di chiara (¿?) connotazione repubblicana e “giacobina”, il che mal si conciliava con l’esito del risorgimento, che viceversa era di netto stampo monarchico e nazionalista. Si è ricordato che, nel Canto degli italiani, Mameli incluse grotteschi richiami alla storia dell’antica Roma dato che quel periodo storico nelle scuole dell’epoca era studiato con attenzione; in particolare, la preparazione culturale dello stesso pseudo-"giacobino"-Mameli aveva decisi aspetti classici. L’in­no fu musicato in un tipico tempo di marcia da Michele Novaro, compositore di inni e di canti patriottici (a chi rivolti si può ben capire se si vede che era maestro dei cori dei savoiardi Teatri Regio e Carignano (sebbene in una parvenza contraddittoria anche lui raccolse fondi per finanziare e sostenere le imprese di Giusep­pe Garibaldi e fondò una Scuola corale popolare ad accesso gratuito: e morì povero! Senonché l’inno di Mameli era considerato <troppo poco conservatore rispetto alla situazione politica dell’epoca> [!?!]; dopo l’unità d’Italia (1861) come inno del Regno d’Italia era stata scelta perciò la “Marcia reale”, il brano ufficiale di Casa Savoia, composta da Giuseppe Gabetti, capo-musica del reggimento del 1º fanteria “Savoia”. In quel periodo c’era l’occupazione austriaca del regno lombardo-veneto dipendente dall’Impero austriaco e voluto dal cancelliere Klemens von Metternich nel 1815 all’inizio della <restaurazione> post-napoleonica; perciò nel 1847-48 le guerre risorgimentali puntavano a cacciare gli austriaci.

Da allora sulle parole dell’inno, scritte da Goffredo Mameli sono stati buttati giù un’infinità di commenti, perlopiù sarcastici, e soprattutto, se riferiti ad adesso: ma Ciampi – prima di ritirarlo fuori avvolto nella bandiera impolverata dalle macerie di calcinacci crollati addosso per più di un secolo e mezzo – lo sa che lui è di adesso? Dire che parole ed espressioni sono quantomeno sorpassati e non più validi è il minimo [sull’autore si è appena detto], e i giovani quasi incolti non conoscano realmente il significato insulso di quelle parole. Già l’inizio di <Fratelli d’Italia> è istruttivo: oggi, e Ciampi era al corrente dell’abuso fattone, dà luogo a fraintendimenti, piacevoli per Giorgia Meloni e i fascisti par suo che a loro pro hanno furbescamente giocato sul titolo. Poi c’è da chiedersi quale <Italia> <s’è desta>: forse quella degli anestetizzati resi insensibili che hanno bevuto le frotte di chiacchiere di Renzi. <Dell’elmo di Scipio>, rimembranze dei fasti – e nefasti – dell’antica Roma che sarebbe meglio dimenticare; peraltro perché sono stati oggetto di una grande rivalutazione da parte della retorica fascista, soprattutto essendoci di mezzo un elmo militare con cui Scipione il <conquistatore africano> <s’è cinta la testa>. E <dov’è la vittoria?> già: dov’è? <che schiava di Roma, Iddio la creò>: presi due piccioni con una fava — la vittoria ridotta a schiava <senza chioma>, chissà poi perché di Roma in quanto antico impero romano (e non è un bell’esempio!), e Iddio la creò, con religioso creazionismo. <Siam pronti alla morte> [ma non tutti: all’ascolto di quel verso, Berlusconi, presidente del consiglio in carica, fece le corna!]: E allora le strofe <fonderci insieme, uniti, per Dio [!], rivelano ai popoli le vie del Signore [!!]> fanno venire in mente che sapevamo che questa amorevole unione di tutti era il ... "santo" corporativismo! Continuare a cantare 150 anni dopo la fine del risorgimento che <l’"aquila d’Austria" le penne ha perdute: il sangue d’Italia, il sangue polacco bevé, col cosacco, ma il cor le bruciò> è anacronistico e guerrafondaio; pure la strofa <i bimbi d’Italia si chiaman Balilla>che per molti sembrerebbe andare a pennello per il fascismo del xx secolo (su cui Ciampi è maldestramente inciampato, e lui – se non il <gregge belante> che canticchia disastrosamente l’inno e stecca pure – avrebbe fatto bene ad accorgersene), dato che in realtà è a dir poco maldatata e disdicevole perché risale a un fatto del 1746. Un dispaccio militare del gennaio 1747 afferma di aver visto un manifesto nel quale era detto che “la prima mano, onde il grande incendio s’accese, fu quella di un picciol ragazzo, qual die’ di piglio a un sasso e lanciollo contro un ufficiale absburgico”, ovvero “un bambino, un piccolino, un buono a niente che pure seppe fare un miracolo”. Probabilmente il ragazzo, secondo la vaga tradizione orale popolare sarebbe stato il genovese Giobatta Perasso, detto <Balilla>; semmai è più rispondente al soprannome genovese, all’epoca molto diffuso di Ballilla (Palletta o Pallina, da Balla = Palla) pure con la prima <l> doppia; oppure, ma in senso scherzoso, detto anche Beccione o Mangiamerda, per indicare un personaggio sbruffone ma di molto bassa condizione. Senonché in un periodo attraversato dal fascismo – il nero ventennio – al contrario la sua figura fu esaltata, cosa che, in quel regime sembrò improponibile, con <mangiamerda> = (anche se a noi pare perfetta!); si voleva pur sempre restare in chiave fortemente patriottica (anche attraverso la cosiddetta <Opera nazionale balilla>, fino a far comporre a un anonimo anafabeta il grottesco <Inno dei balilla> [pensate che bellezza semantica e simbolica se, ogni volta che nelle frasi fasciste (dopo Opera, Inno, ecc.) si sostituisse <balilla> con <mangiamerda> ... <Inno dei mangiamerda>]: “Fischia il sasso, e non si perda il nom del prode Mangiamerda; ... ecc.”. al cui confronto l’inno di Mameli sembra un capolavoro di parole e musica: la demenza umana non ha limiti!

Ritengono in molti che l’inno sia brutto: Pensate che in Italia la prima satira sferzante fu dovuta al trio surrealista di Milano Il dito nell’occhio [Dario Fo, Franco Parenti, Giustino Durano] i cui testi sono difficili da reperire, soprattutto in forma autonoma e completa, tanto che qui si è costretti a rinviare all’unico studio fattone, in Francia [cfr, Brigitte Urbani, Réécritures humoristiques du Risorgimento (Dario Fo, anni 1950) http://italies.revues.org/3771]. Pertanto qui si può citare soltanto una piccolissima parte di quella presentazione francese solo per mostrare l’abisso, che dunque già preesisteva da tempo, che separa l’umorismo del dito nell’occhio dall’insulso convenzionalismo borghese, romantico decadente e menzognero, anche nelle fasulle apparenti critiche edulcorate e rasserenanti, di cui ce n’è l’abbondanza qui in esame. Si stava, allora, nell’ormai lontano 1953, “nel filone del grottesco e dell’assurdo, nell’attualità o in un passato rivisitato con l’occhio del presente; se fra i secoli passati il medioevo detiene innegabilmente il primato, è vero che il xix sec., fa la figura del parente povero. Quel trio mise in onda per radio una serie di trasmissioni sul Risorgimento in un affresco teatrale contro-storico in un confronto con l’estate del 1953 [sconfitta della legge truffa e fine politica di De Gasperi – ndt], segnato da una comicità strampalata e fuori di testa, le cui trovate fortemente satiriche i tre giovani attori definivano "spedizioni punitive". Un titolo della serie radiofonica dedicata al Risorgimento italiano – che senza esagerazione si può affermare che fosse senza dubbio uno dei migliori momenti dello spettacolo – era Il novecentonovantanovesimo dei Mille, il cui criterio fondamentale stava nel rovesciamento grottesco dei miti tramandati dalla "Storia" e insegnati a scuola a al catechismo. Il progetto del trio era di "lavorare insieme a una rivista diversa, che non copiasse la realtà, ma coinvolgesse e prendesse posizione", deliberatamente anti-conformista, in un’epo­ca in cui la censura sorvegliava gli spettacoli che denigravano l’Italia mostrandone le difficoltà e le sofferenze. Un altro tipo di satira intelligente dei miti americani era del trio dei "Gobbi", che tuttavia si limitava a una critica dei costumi, dei tic, dello snobismo della borghesia milanese, e concludeva lo spettacolo dicendo: "Vi abbiamo fatto vedere tutte queste cose, ma il mondo va bene lo stesso". Fo, Parenti e Durano (quelli del Dito nell’occhio), che per contrapposizione si facevano chiamare i "Dritti" chiudevano dicendo: "Il mondo va bene così, specialmente per quelli a cui fa comodo". 

Ricordiamo infine che politicamente questo periodo della storia italiana è caratterizzato da una forma di "ritorno all’ordine" con la vittoria della Dc alle elezioni del 1948, e dal "qualunquismo" di una buona parte della società”. In realtà la musica da marcetta, scipita, banale e puerile fa la <coppia di gemelli diversi> con un testo tronfio e ampolloso, adolescenziale se non puerile, e con <frasi sconclusionate che si riferiscono a personaggi e a fatti dell’antica Roma, e più che l’unità della repubblica, esalta le gesta della Roma imperiale>! (... poi ottime per il moderno fascismo del xx secolo). È inutile riscrivere le parole: è meglio cantare-a-bocca-chiusa [fare humm, come dicono onomatopeicamente gli inglesi], ossia fare dei vocalizzi senza <farsi conoscere>, secondo Totò. Invece molti presidenti della repubblica italiana e purtroppo buona parte della cosiddetta <opinione pubblica> che li ha séguiti, si sono incaponiti affinché i calciatori – soprattutto, ma anche altri <sportivi> – cantassero durante l’esecuzione dell’inno. Ai mondiali di calcio in Giappone e Corea, del 1994 e del 1998, i calciatori vennero accusati di fare scena muta sulle note dell’inno nazionale. Ma nel 2002 lo cantarono, dopo le ripetute sollecitazioni del presidente della repubblica, neoromantico protorisorgimentale in ritardo, Carlo Azeglio Ciampi, ultimo in ordine tempo, ma primo per pervicacia.


 Nel 1993, in piena atmosfera <golpista pulita> , Leonardo Pieraccioni, Giorgio Panariello e Carlo Conti, fottendosene degli eventi, si erano chiamati “Fratelli d’Italia”: oggi dopo quasi un lustro che <si annusano> si sono autodefiniti “come i tre tenores comici”, il-supertrio-dei-fratelli-d’italia-come-sempre, si ritrovano ora che Renzi – più giovane di un decennio ma con una “ambizione sfrenata” è diventato il capo perché, dicono loro, "ci ha una marcia in più, ma non gli entra"; sapendo qui di continuare a franare sempre più in basso sappiamo anche che il bischero è telecomandato da potenti estranei per seminare zizzania e <rottamare> tutto ciò, umani e cose, che gli capitava a tiro, in una sorta di <cerchio de’ bischeri>: forse ci ha azzeccato Panariello a dire che lo spettacolo è “una bischerata tremenda”. 

Senonché manca dalla lista (il più anziano, per un ulteriore decennio, di tutti <quegli pseudo comici-toscani>: Roberto Benigni, <meritorio> pertanto di essere nominato ad dis\honorem <principe-de’-bischeri> – che, dopo aver ricevuto un oscar, ha rotto i coglioni a molti ma facendo al contempo abboccare i troppi gonzi creduloni quanto privi di sapere par suo – ha osato presentarsi come esperto di Dante, dato che ha ritenuto sufficiente blaterare in toscano (forse per i <bocconi>, sì, è bastante). E non la ribellione ma la sgarbatezza grossolana interiore al plebeismo sottoproletario e la deferenza al potere sono cresciute a dismisura di pari passo; degli inizi ridanciani, pur sempre beceri e triviali, non è restato nulla. Non ci è andato di mezzo il solo Dante, necessariamente all’oscuro dell’imbroglio per ragioni anagrafiche, ma anche il <trevolte-santo-Berlinguer>; e non basta essere o non essere ebrei e semmai aver letto il Talmud (chi se ne frega: ce ne sono tanti in un senso o nell’altro!), perché non si è attori o comici – come Charlie Chaplin, i fratelli Marx o Gene Wilder – solo per quello. Ma in relazione al tema in esame occorre sottolineare tre (o meglio quattro) fandonie specifiche: 1. l’inno di Mameli, che pure sembrava (ma era verità o simulazione?) essere stato oggetto della sua satira giovanile, adesso al pari della Divina Commedia lo ha trasformato in testo da declamare enfaticamente e farne esegesi esplicativa appassionandosi nei <valori> etici e sociopolitici che lui, come qualche reazionario, è riuscito miracolosamente a scovare lì; 2. connessa alla questione dell’inno, ha esibito la seconda menzogna reinventandosi di sana pianta la storia del risorgimento già falsificata dall’inno, in una pessima raccapricciante lezione di storia — gli italiani discendono dai <Romani> (tutti?!?), i quali avevano un esercito bellicoso da fare paura a ogni paese, ma altri italiani hanno origine dai combattenti della <lega lombarda> del xii sec. (ah, beh!); 3. in comune – dice il ciarliero principe dei bischeri – hanno la <mistica del sacrificio eroico, la morte data ai nemici, la morte di se stessi sull’altare della madre-patria>, la militarizzazione bellicista della politica. Insomma al guitto ciarlatano incontinente occorre dare un estremo suggerimento: come a Buffon conviene rimanere tra i pali e basta, lui taccia; 4. non bastandogli gli sproloqui sull’inno di Mameli, sulla storia del Risorgimento, e sull’eroismo militare in nome dell’altare della madre-patria, il voltagabbana come ultima sua prodezza si è improvvisato esperto costituzionalista capovolgendo – senza saper né leggere né scrivere (stavolta testualmente) – il suo no al prossimo referendum in un a favore del giovin bischero Renzi, mancandogli qualsiasi straccio di motivazione in merito; tanto che in molti si sono chiesti che cosa abbia avuto in cambio. Lasciando stare tutto in pace e non potendo ormai tornare indietro rispetto al suo oscillare come un banderuola <non gli resta che piangere> e tornare agli spregevoli <fasti> a lui adeguati di televacca.

Si pensi che perfino a Giuseppe Mazzini – <eh ... eh ... ho detto tutto>, rispondeva a Totò Peppino De Filippo, senza articolare altre parole quando riteneva che quello che aveva già espresso bastasse per capire; e il, nome stesso di Mazzini, per chi voglia intendere, basta e avanza! – che pure aveva commissionato l’inno al giovane Mameli, non gli piaceva, dato che addirittura lui considerava il testo “troppo retorico”, e la musica “poco solenne”. Invece, il “Canto degli italiani” – scritto da Mameli nel 1847 e musicato da Michele Novaro nello stesso anno – piacque molto ad altri ed è divenuto insieme al <tricolore> uno dei due simboli del Risorgimento prima e dell’Italia unita poi. Eppure, nonostante che sia stato uno strumento di propaganda degli ideali risorgimentali, si è visto come le critiche non siano mancate, e sono riprese nel secondo dopoguerra nell’Italia repubblicana. Tant’è vero che in quest’ultimo contesto si è dianzi detto che l’inno di Mameli è stato preso solo provvisoriamente come inno nazionale. Fin dal Risorgimento (e anche in séguito, a fasi alterne) è stato contrastato dal noto coro “va’ pensiero” del Nabucco di Verdi; il librettista Temistocle Solera, della borghesia cόlta, e nonostante le sue frequentazioni “carbonare” e di aree cattoliche filantrope, era sempre comunque influenzato dalla fase risorgimentale antiaustriaca decisamente nazionalistica. Facendo dimenticare, ciò che invece sa chiunque abbia un minimo di dimestichezza con quelle musiche, e senza fare una inutile disamina filologica della storia di quell’inno verdiano, sa anche che “l’aure dolci del suolo natal! Del Giordano le rive saluta, oh mia patria sì bella e perduta! Oh membranza sì cara e fatal!” sono cantate all’unisono dal popolo ebraico prigioniero di Nabucodonosor. E così è stata provocata, circa 150 anni dopo, la crassa ignoranza dei legaioli del nord Italia, da loro detta <padania>, che hanno accampato scuse penose per giustificare l’adozione di quell’inno che non soltanto si riferisce a una situazione di storia e di popoli completamente diversa, ma soprattutto sottolinea la <coralità unitaria> di tutto un popolo e non il separatismo scissionista dei moderni ... <padani> (che nei fatti hanno dato mostra di non conoscere nemmeno il coro dei Lombardi alla prima crociata, che è differente dall’altro e semmai un po’ meno fuori tema, <crociate> a parte. Mentre è di certo del tutto fuori tema, come simbolo dell’attuale <lega nord>, Alberto da Giussano per due motivi: la statua in bronzo con lo spadone da essi riprodotta un po’ ovunque su manifesti, tessere, ricordini e aggeggi vari è “il guerriero di Legnano”, un monumento che la città di Legnano fece erigere in memoria del generico soldato della vecchia <Lega lombarda>, alleata del papa, che la difese con il Carroccio, simbolo della città, per giungere alla battaglia finale del 1176 contro Federico Barbarossa, che vi trovò la morte; e soprattutto perché Alberto da Giussano non è mai esistito e la sua storia è un’invenzione onirica, ma ormai leggendaria, scritta da un frate cronista di un secolo e mezzo dopo. 

Sono però notevoli un paio di fatti da ricordare concernenti l’inno di Mameli: nell’inno prima dei versi sopra commentati con attenzione storica “i bimbi d’Italia si chiaman Balilla”, ci sono le strofe “siam pronti alla morte: Italia chiamò; dall’Alpi a Sicilia dovunque è Legnano ...” in ricordo della battaglia contro Barbarossa; ma poi nel 1935 il governo fascista istituì il <Palio di Legnano> (chiamato dal 1936 Sagra del Carroccio). Nel dopoguerra repubblicano fu ufficialmente annoverato fra le manifestazioni storiche italiane: da Einaudi+Fanfani (1954) a oggi,Scalfaro\Ciampi\Napolitano\Mattarella+Amato\Ciampi\Berlusconi\Dini\Prodi\D’Alema\Monti\Letta\Renzi — per tutti, ma soprattutto per l’ultimo <mazzo-di-presidenti> (della repubblica + del consiglio) successivi allo spettrale biennio 1992-93.[cfr. all’inizio * nota fonti storiche] proseguire rievocando “ufficialmente” Legnano e Caroccio per il tramite dell’inno di Mameli in quanto ripresi nel 1935\36 dal governo fascista è a dir poco disdicevole. E l’intrepido patriota Ciampi è l’unico che nel <mazzo> figura in entrambe le liste!

Altra faccenda marginale diviene qulla in cui precipita il nome di Verdi, il quale era compitato come v.e.r.d.i. = vittorio emanuele re ditalia, che con un “viva” davanti la dice lunga sulle realtà borghesi – grandi e piccole, prevalenti – dominanti sulla popolazione gregaria. In quelle circostanze di perbenismo era ovvio che anche il librettista Francesco Maria Piave, di famiglia benestante e patriota come Verdi, per lui scrisse fra i tanti anche il libretto dell’opera melodrammatica intitolata La traviata, con un ultramoralismo di matrice cattolica, per raccontare una storia diversa da quella originale. Anzitutto, oltre al titolo, fu cambiato anche il nome della protagonista in Violetta Valery; in origine il testo del dramma fu scritto da Alexandre Dumas figlio il quale mostrò la vita <contraddittoria> di una nota prostituta parigina di “alto bordo”, Marguerite Gautier, che chiamò “La signora delle camelie” (il nome vero era però Alphonsine Du\Plessis). Di lei Dumas jr, per altri versi in via indiretta quasi autobiograficamente, riabilitava in maniera inedita l’immagine della <donna mantenuta>; mostrando come l’apparente insensibilità della donna, considerata irregolare dalla società, era invece conseguenza dell’essere vittima dell’egoismo borghese. La qual cosa era impensabile nella grettezza della società dominante e dominata da capitale, merci, corruzione, e denaro. Anche Verdi era formalmente incolpevole – figlio dei suoi tempi – di tal travisamento moralistico discendente. In un libro-commedia pseudo filosofico d’accatto [Croce e delizia, di Luciano De Crescenzo], l’autore immagina un ameno dialogo tra un uomo e una donna. “Quando facevi la "mignotta" a Parigi — Io facevo la "mignotta"? — È come Violetta nella Traviata — Ma Violetta non faceva la "mignotta"! — Come non faceva la "mignotta"? E allora che faceva? Come dire che siamo passati da una "mignotta" all’altra — Nossignore. Violetta non era una "mignotta"!”. L’autore fa concludere l’indecorosa e inappropriata discussione tra i due con la replica dell’uomo all’ultima affermazione della donna e alla di lei richiesta del perché di quel titolo, di questo tono: <Noo? E allora te lo dico io. Ma che vuoi, che nell’ottocento perbenista invece di La traviata l’opera fosse chiamata La mignotta?!> [battuta <raffinata> che poi è stata recentemente inserita nel film italiano omonimo pecoreccio, di serie B o C]. Molto meglio è come aveva fatto esplicitamente quel grande attore di Gigi Proietti, interpretando satiricamente sullo stesso tema la parte di un attore sordastro che fraintende le frasi altrui, per cui conclude uno scambio di interventi recitando la frase “Chi è mignotta è mignotta, e mignotta resterà” (ironizzando così sulla situazione con una battuta molto meschina ma volutamente grettamente plebea). 

Potrebbe sembrare un divagazione fuori luogo; ma se ne vedranno due buoni motivi, uno di carattere storico generale e l’altro contingente. Ogni epoca storica produce i suoi esponenti insieme ai suoi oppositori, in un continuo divenire: quindi è logico che in epoca borghese (e in Italia specificamente anche cattolica) la classe dominante rappresenti tutti quei comportamenti in maniera arrogante e aggressiva, troppo spesso accettati con accidia e servilismo dalle classi dominate per schierarsi con i padroni. In simili frangenti rigurgiti di falsa coscienza possono semmai manifestarsi di fronte a presenze estranee: sia soprattutto di occupazione del territorio statale da parte di una potenza straniera (e questo è stato il caso del risorgimento italiano contro l’occupazione austriaca, che dà origine a movimenti nazionalistici), o sia anche per l’afflusso di popolazioni presunte diverse in quanto estranee (tutte le migrazioni ritenute invasive che dànno luogo a comportamenti razzisti). Contingentemente il risorgimento (anche italiano) non poteva che produrre, per una coscienza falsa e imbevuta di perbenismo borghese un nazionalismo antiaustriaco e di fatto monarchico, anche presso chi si fosse mostrato eroico patriota, in qualche maniera propenso alla questione repubblicana (si è vista la squallida fine della mazziniana seconda <repubblica> [¡!] romana e del <giacobino-romanista> Mameli). Anche, di contro al mero fenomeno nazionalista, finanche v.e.r.d.i. aderì volentieri all’uso del suo acronimo a favore del re vittorio emanuele di Savoia in chiave antiaustriaca, nonostante i suoi sentimenti contraddittoriamente spesso repubblicani.


 Ciampi è giunto“pronto alla morte” in senso letterale. Per salutare chi è scomparso, come recitava Enrico Bertolino: “ci piace ricordarti così!”. E le parole di Georges Brassens in Le temps passé – il <tempo che fu>, che precedette il periodo in cui Brassens fu catturato dai tedeschi e mandato nei loro campi di lavoro durante l’occupazione nazista della Francia – ci sembrano particolarmente adatte alla circostanza.
È morto, era giunta l’ora. È sempre bello, il tempo che fu. Appena hanno tirato le cuoia, si perdona a chiunque ci abbia offeso: i morti son tutti brava gente!


Il est mort, c’était le bon temps. Il est toujours joli, le temps passé. Un’ fois qu’ils ont cassé leur pipe, on pardonne à tous ceux qui nous ont offensés. Les morts sont tous des braves types!



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