giovedì 13 ottobre 2016

Studio su Hegel: Filosofia, Storia, Etica - Stefano Garroni



[5] - La filosofia in Hegel e il Weltbild in Holz (AAVV, 7376: 266s) - nota che Biasutti sottolinea la necessità, per la filosofia dialettica, di mettere in questione l’evidenza.

[5.1] - L’oggetto della filosofia -giusta AAVV, 7376: 267a- sembra una generalizzazione del <progetto cartesiano>, di cui in des.doc.

[5.2] - Filosofia e storia -la filosofia, che vien sempre dopo. (AAVV, 7376: 284s) -fino a che punto questa posizione dello Hegel maturo si contrappone a quella del giovane Marx, che addirittura legifera sul futuro della filosofia, indicandole la necessità di svolgere il ruolo di eredità, che il proletariato dovrà assumersi? E’ proprio vero che, per Hegel, la filosofia non ha alcun ruolo da svolgere nel presente? Comunque, questo è in modo di presentarsi del paradosso di  Marx.

[5.3] - Hegel contro Reinhold, per la concezione del <progresso>; inoltre, chiarissima l’attenzione di Hegel alla <diversità> dei costrutti storici -qui, si tratta di filosofie. (AAVV, 7376: 287).

[5.4] - Secondo Hegel, “ogni autentica filosofia conserva un permanente nucleo di verità, anche quando è caduta in desuetudine la sua forma originaria...” (AAVV, 7376: 307).



[6] - La trattazione della storia in Hegel (AAVV, 7376: 281s). Nota in particolare la preoccupazione, che esprime lo storico ottocentesco K.O. Müller, perché indica un pericolo a cui effettivamente il pensiero di Hegel può andar incontro -ed a cui è andato incontro.

[6.1] - Interessante Ruge, che critica Hegel per aver privilegiato la logica e non la storia; nota che la posizione espressa è molto vicina a quella del giovane Marx. Ma anche del giovane Hegel, il quale va accostato a Marx per  il rapporto fra politica e filosofia. (AAVV, 7376: 284).

[6.2] - Cit. dalla Logica  sulla storia come <narrazione logica>. (AAVV, 7376: 292); cf. anche Hegel, 1132.2: 260b. Tieni presente la possibilità, circa la concezione della storia, di accostamenti fra Hegel e il generale orientamento romantico, quale è espresso, ad es., da A.W. Schlegel, a proposito di teoria, critica e storia dell’arte (roman.doc). Cf. anche 140.doc a proposito di A.W- Schlegel.

[6.3] - “Hegel sapeva benissimo che la situazione del mondo ‘moderno’ non era estensibile ai millenni precedenti: per es., né in Grecia, né in Roma, e tanto meno nel Medioevo era esistito uno <Stato> quale egli intendeva.” (AAVV, 7376: 298).

[6.4] - “Il compito della storia è soltanto questo, che la religione appaia com ragione umana, che il principio religioso che abita nel cuore degli uomini venga estrinsecato anche come libertà mondana.” (AAVV, 7376: 298).

[6.5] - “Lo spirito, nella sua libertà, afferma Hegel, si costituisce come mondo e diviene oggetto ponendosi nella forma dell’altro.” (AAVV, 7376: 204).

[6.6] - In hegeltum.doc[n], a proposito di gans, individuo un nesso importante, in Hegel, tra concezione dell’arte e concezione della storia.


[7] - “L’autocoscienza nella vanità di ogni determinazione, che pure in altro modo valgono, e nella pura interiorità del volere è altrettanto la possibilità di elevare a principio l’universale in e per sé, cioè l’arbitrio, la propria particolarità, al di sopra dell’universale, dunque di esser male.” (1136, §. 139: 260) - [Nota come questa def. si attagli bene al cosiddetto <entusiasmo> o <settarismo>. Hume, Voltaire]. Cf. 6hegel.doc su esaltazione/entusiasmo.

“Confrontandosi con la patologia mentale umana, Kant si pose il problema di come fondare una metafisica come <scienza dei limiti della ragione umana>. ” (Kant, 6010:7); questa istanza -che è poi quella della critica dell’<entusiasmo>- la ritrovo anche in Hegel, che polemizza contro il sentimentalismo romantico e che sottolinea come la ragione sia mediazione; nella polemica contro l’entusiasmo trova posto sia l’eredità scettica, sia la critica al <privato> in nome di regole pubbliche. Cf. anche Hegel, 1136: 77s.

“... la certezza di se stesso, che è per sé, che sa e decide per sé, questa la comune radice della moralità e del male.” (1136, §. 139: 260). Cf. 2kant.doc [3.7], a proposito della <terribile> libertà -in generale dovrebbero risultar intrecciati il motivo della terribile libertà e quello dell’ambiguità delle facoltà mentali.

“L’origine del male in generale giace nel mistero, cioè nello speculativo della libertà, nella sua necessità di venir fuori dalla naturalità del volere e di essere rispetto a questa naturalità un che di interiore (innerlich). E’ tale naturalità del volere che, in quanto opposizione con se stesso ed incompatibile con se stesso, viene alla luce in questa contraddizione ed è, ancora, questa particolarità del volere, che si determina ulteriormente come male. La particolarità è solo nel raddoppiamento, dunque, è solo la contraddizione fra la naturalità del volere e la sua interiorità; in questa contraddizione, l’interiorità è solo un relativo e formale esser-per-sé, che può creare il suo contenuto unicamente dalle determinazione del volere naturale, dalla voglia, dalla pulsione, dal desiderio, ecc. Ma voglia, pulsione ecc. possono sia esser bene che male [sott. mia, SG]. Ora poiché la volontà li assume nella determinazione di casualità  che essi hanno naturalmente, e poiché essa rende la forma, cioè la sua stessa particolarità, come determinazione del suo contenuto, allora la volontà si contrappone all’universale, in quanto interiormente obiettivo, al bene, che compaiono, contemporaneamente alla riflessione del volere in sé ed alla coscienza conoscente, come l’altro estremo rispetto all’obiettività immediata, dunque alla semplice naturalità: è così che l’interiorità del volere è male. 

Dunque, l’uomo contemporaneamente è male, in sé o per natura, o mediante la sua riflessione in sé; in modo tale che non sono per sé il male né la natura in quanto tale -cioè quando non fosse la naturalità del volere permanente nel suo particolare contenuto [il patologico non è in sé male. SG]-, né la riflessione che penetra in sé, la conoscenza in generale, che non si fissa nella contraddizione. Con questo lato della necessità del male è, dunque, pienamente conciliato il fatto che il male è determinato come ciò che di necessità deve non essere -cioè, che esso deve esser superato, non che questo primo punto di vista della scissione in generale non deve comparire. E’ vero piuttosto che questo punto di vista segna la separazione tra la bestia irrazionale e l’uomo; non si deve, però, permanere in tale punto di vista e la particolarità non deve esser contrapposta, in quanto essenziale, all’universale; al contrario, deve esser vinto in quanto non valido (nichtig). In fine, con questa necessità del male, è la soggettività, in quanto infinità della sua riflessione, che ha questa contraddizione di fronte a sé ed è in essa; quando permane in essa -dunque, quando è male-, la soggettività è allora per sé, si fissa in quanto singolo ed è, appunto, questo arbitrio. In somma, il singolo soggetto in quanto tale porta la colpa del suo male.”  (1136, §. 136).

[Osservazioni mie. Il ‘mistero’, lo ‘speculativo’ della libertà è -direi- il suo destino, il fatto cioè di dover emergere dalla naturalità -esattamente, dalla naturalità del volere. Questo dover nascere dalla naturalità -dunque, dal suo opposto, perché la libertà è soggettività e pensiero, dunque, intensionalià; mentra la naturalità è estensionalità- è l’origine del male. - Il patologico (voglia, pulsione, desiderio) non è di per sé male- La volontà dando la forma dell’interiorità ad un contenuto zufällig, dà all’estensionalità in quanto tale la forma dell’intensionalità - La necessità del male è lo scarto fra interiorità e naturalità del volere; ma questo scarto è superabile - Come si dimostra ampiamente nel seguito del testo, l’analisi hegeliana è tale da rendere bene e male non semplicemente due opposti, i corni di un’lternativa, ma due possibilità inscritte l’una nell’altra ].

In tanto l’uomo è buono, in quanto può esser cattivo. (1136, §. 139: 262)

“Il bene e il male sono inseparabili e la loro inseparabilità consiste nel fatto che il concetto diventa a sé oggettivo e, in quanto oggetto, ha immediatamente la determinazione del differente. La volontà cattiva vuole qualcosa di contrapposto all’universalità del volere; quella buona, invece, si rapporta al suo autentico concetto. La difficoltà che presenta la questione di come mai la volontà possa anche esser cattiva, deriva abitualmente dal fatto che si pensa la volontà solo in un rapporto positivo con sé e la si immagina come un determinato, che è per sé, come il bene. Ma il problema dell’origine del male [teodicea] ha ora il senso di come il negativo possa entrare (hineinkommen) nel negativo. Se con la creazione del mondo dio è presupposto come l’assolutamente positivo, si può fare tutto ciò che si vuole (man mag sich drehen, wie man will), ma il negativo non può esser conosciuto in questo positivo... 

Nella rappresentazione mitologicamente religiosa [nota la distinzione evidente fra religione, da un lato, e religione mitologica dall’altro], l’origine del male non è concettualizzabile, il che significa che l’uno non può esser conosciuto nell’altro, ma vi è solo la rappresentazione o di una successione o di una coesistenza, con la conseguenza che al positivo il negativo arriva solo dall’esterno. Ma tutto ciò può non bastare al pensiero, che prentende un fondamento ed una necessità e che vuol cogliere nel positivo stesso le radici del negativo [sott. mia, SG]. La soluzione di come il concetto colga ciò sta nel concetto stesso, dacché il concetto -o, detto più concretamente, l’idea- ha essenzialmente in sé di porsi negativamente e di differenziarsi. Se ci si ferma semplicemente al positivo, cioè al puro bene, che deve esser buono fin dalle origini, allora questa è una vuota determinazione dell’intelletto, fissata nell’astrazione e nell’unilateralità... Ma dal punto di vista del concetto, la positività è concepita come attività e differenza di sé con sé. Dunque, il male come il bene ha nella volontà la sua origine e quest’ultima, nel suo concetto, è sia buona che cattiva  [cf. questo testo che traggo da kantrel.doc: “Ma se la ragione per sé sola non determina sufficientemente la volontà, questa è soggetta ancora a condizioni soggettive (certi impulsi), che non sempre concordano con quelle oggettive; in una parola la volontà in sé non è pienamente conforme alla ragione (il che è realtà nell'uomo)...”]. La volontà naturale è la contraddizione radicale di distinguersi da se stessa, di essere per sé e di essere internamente. Se ora si dicesse che il male contiene l’ulteriore determinazione che l’uomo è male, in quanto è volontà naturale, ci si scontrerebbe con la rappresentazione abituale, la quale pensa la volontà naturale come innocente e buona. Ma per il suo contenuto la volontà naturale si contrappone alla libertà... 

Quando si parla dell’uomo, non si parla del fanciullo, ma sì dell’uomo autocosciente; quando si parla del bene, si parla del sapere di esso. Il naturale invece -se messo a raffronto con la volontà in quanto libertà e sapere di essa- contiene la determinazione del non libero ed è, dunque, male. Nella misura in cui l’uomo vuole il naturale, egli non è più il semplice naturale, ma il negativo di contro al bene, come concetto del volere. Se si volesse dire che, poiché il male sta nel concetto ed è necessario, allora l’uomo non ne porta la colpa quando lo compie, si deve rispondere che decidere è il fare proprio dell’uomo, il fare della sua libertà e della sua colpa. [scegliere fa parte dell’essenza dell’uomo, la scelta è il suo fare. Sartre e l’esistenzialismo].” (1136, §.139, Zusatz: 262s).

[7.1] - La filosofia dello spirito oggettivo è data dalla moralità (Moralität), diritto (Recht) e eticità (Sittlichkeit).
 “Il superamento dei limiti insiti in tutte le concezioni che privilegiano sentimenti (morale del romanticismo) e intenzioni (morale di Kant e Fichte) è affidato all’eticità delle leggi e delle istituzioni: queste stabiliscono ciò che ciascun individuo è chiamato a compiere nella concretezza delle relazioni interpersonali, determinando una serie di doveri commisurati al ruolo famigliare, sociale e politico proprio di ognuno.” (AAVV, 7373: 123)

[7.2] - “Il vincolo tra morale, riflessione filosofica e concretezza storica è affermato già (in) la Differenza tra il sistema filosofico di Fichte e quello di Schelling. “Una filosofia procede indubbiamente dalla propria epoca e se si vuole intendere la lacerazione dell’epoca come immoralità (Unsittlichkeit), tale filosofia procede dall’immoralità, ma per restaurare con le proprie forze l’uomo contro la disgregazione dell’epoca e per ristabilire quella totalità che il tempo ha lacerato.” (AAVV, 7376: 130).

[7.3] - La tragedia nell’etico. (AAVV, 7376: 131s); la problematica dell’affermazione della soggettività, cioè il proprio della moralità: necessità della scissione, dunque, della contrapposizione tra singolo e insieme. (AAVV, 7376: 135). La scienza morale (AAVV, 7376: 137). Cf. 2hegel.doc. Hegel, nella critica a Kant morale, riprende temi di Schiller (Giacché, 8172: 104).

[7.4] - Bildung. L’ “opera di civilizzazione dell’umanità... ha i suoi nodi essenziali nel determinarsi della realtà giuridica, nella consapevolezza della uguale dignità e libertà di tutti gli individui (cuore della moralità), nel configurarsi di relazioni stabili e istituzionalizzate tra persone. E’ una materia che, oggetto di esposizione compendiosa nelle tre edizioni dell’ Enciclopedia... [Heidelberg 1817, Berlin 1827 e 1830], trova più ampio sviluppo nel Lineamenti di filosofia del diritto e nei corsi di filosofia del diritto che Hegel tenne a più riprese.” (AAVV, 7376: 138). “... intento fortemente critico nei confronti di ogni prospettiva che riponga il fondamento del valore morale nella sola interiorità del soggetto. Da questo punto di vista la concezione kantiana assume un valore emblematico.” (AAVV, 7376: 138s).







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